giovedì 27 dicembre 2007

Benazir Bhutto è morta.

Non è possibile fermarsi a riflettere neanche in questi "giorni di festa".

Dal Pakistan una delle notizie più sconcertanti di questo fine 2007: Benazir Bhutto è stata uccisa a Rawalpindi alla fine di un comizio elettorale da un attentatore-kamikaze, a due settimane dalle elezioni (previste per l'8 gennaio 2008). Il bilancio provvisorio oscilla tra le 20 e le 30 vittime.

Secondo alcune ricostruzioni, la Bhutto è stata colpita al collo da alcuni spari esplosi dallo stesso kamikaze prima di farsi saltare in aria. La notizia è stata confermata dal Ministro dell'Interno Sherpao e dal marito della donna che, dopo una corsa in ospedale e un inutile tentativo di intervento chirurgico, ne hanno annunciato il decesso. Sembra che l'attentato sia stato commissionato da Al Qaeda e in particolar modo da Al Zawahiri, secondo quanto dichiarato dal principale portavoce dell'organizzazione terroristica Sheikh Saeed in un colloquio telefonico, da una località sconosciuta, con AKI-Adnkronos International: «Abbiamo eliminato il più importante asset nelle mani degli americani».

La leader del Partito popolare, già scampata il 18 ottobre scorso a un attentato in occasione del suo ritorno in Pakistan che aveva provocato 132 vittime, oggi non ce l'ha fatta.

Scompare una delle figure più rappresentative della libertà e della democrazia in Pakistan, una donna che, a modo suo, ha tentato di ridare forza alle voglie di pace e stabilità della popolazione pakistana. Da oggi, i fondamentalisti determinati ad imporre uno Stato islamico governato dalle leggi della cosiddetta shari'a (visto che in realtà di musulmano in questa gente c'è ben poco) avranno la strada spianata, specie considerando il sempre più limitato controllo sul Paese del Presidente Musharraf. Se non si riuscirà a porre un freno alla spirale di attentati, il futuro del Pakistan non avrà più scelte. La forza prevarrà inevitabilmente su tutto il resto.

lunedì 24 dicembre 2007

Buon Natale Internazionale!


Ho visto che molti commenti ai post, parlano di un presente incerto e di un futuro anche peggiore. Non è una novità. Condivido queste paure e le temo in maniera smodata. Però, visto che siamo in un periodo in cui bisogna sperare, far buoni propositi e cercare di raggiungere o quantomeno, sognare, ecco cosa mi piacerebbe immaginare per il futuro.

Sarebbe stupendo immaginare un'informazione dal basso che spostasse il baricentro su notizie che sono veramente fondamentali per Noi e per il nostro Pianeta; che finalmente si riuscisse a plasmare coloro che ci governano secondo le nostre esigenze e non il contrario. A questo proposito, sarebbe auspicabile anche tentare di inventarsi qualcosa, un'azione che dia senso a tutte le belle parole che ogni giorno pubblichiamo.

Alla fine chi ci legge la pensa (più o meno) come noi e difficilmente si riesce a convincere chi invece non crede nell'importanza della salvaguardia ambientale, nel perseguimento di una comunità internazionale che agisca per il bene comune. Ormai il mondo non può più sostenere nessuna forma di egoismo, bisogna fare qualcosa. Ma per ora è solo un sogno, speriamo diventi, prima o poi, realtà. Auguri di Buon Natale a tutti!

venerdì 21 dicembre 2007

Gli Accordi di Schengen

Gli stati che aderiscono agli accordi di Schengen, fonte: Wikipedia
Lo spazio Schengen, Wikipedia

Il 21 dicembre 2007 sono entrati in vigore gli Accordi di Schengen anche per nove dei dieci paesi che hanno fatto il loro ingresso nell'Unione europea nel 2004: Slovenia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Malta. Resta fuori solo Cipro la cui entrata in vigore è ancora da definire viste le sue difficoltà territoriali.

Questa ennesima grande impresa compiuta dall'Ue ha fatto sì che frontiere un tempo invalicabili e insormontabili (definite da Winston Churchill la "cortina di ferro sull'Europa" alla fine della Seconda guerra mondiale), oggi siano scomparse. Particolari suggestioni ed emozioni si sono vissute alle frontiere più critiche della guerra fredda come quelle fra la Germania, la Repubblica Ceca e la Polonia. Guardando ai confini di casa nostra, il riferimento inevitabile va alla scomparsa del confine italo-sloveno che ha reso di nuovo "unita" Gorizia e Nova Gorica.

Tra il 2008 e il 2009 hanno aderito anche Svizzera e Liechtenstein. In attesa ci sono Romania e Bulgaria (entrata in vigore prevista entro il 2012).

Ora è quindi possibile girare liberamente in ben 27 paesi del continente europeo: da Tallinn (capitale dell'Estonia e porto che si affaccia sul mar Baltico) fino a Lisbona (capitale del Portogallo e punta occidentale dell'Europa che si affaccia sull'oceano Atlantico).

Finalmente un sogno che diventa realtà e un ulteriore passo in avanti verso un futuro di pace e stabilità sul nostro "vecchio" continente.

(Ultima modifica: 11 ottobre 2011)

mercoledì 19 dicembre 2007

L'Assemblea generale approva la moratoria nei confronti della pena di morte.

Finalmente è stata approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite la moratoria nei confronti della pena di morte tramite risoluzione. I voti favorevoli sono stati 101, contrari 54, astenuti 29. Tra i contrari Stati quali Cina e Arabia Saudita, Stati Uniti e Iran che (stranamente) si sono trovati "vicini nella lontananza".
Tanto per mettere subito le cose in chiaro, una risoluzione non è un atto vincolante e non obbliga gli Stati a conformare i loro regolamenti interni. Ma il peso morale e la spinta psicologica portata da questo atto, probabilmente avrà un effetto anche più efficace di un'imposizione nuda e cruda. Questa risoluzione porterà piano piano gli Stati a capire in maniera autonoma cosa è moralmente ed eticamente corretto, evitando l'effetto collaterale derivante da un obbligo, ossia la convinzione di essere nel giusto e di agire per volontà altrui. Tutto ciò in vista di un'abolizione definitiva raggiungibile nel giro di 10/20 anni.

Questa "vittoria" è stata frutto di uno sforzo intenso degli Stati europei e, soprattutto, dell'Italia, prima sostenitrice e promotrice in un ensemble sponsorizzatore di 60 Stati.
Le parole di Massimo D'Alema in qualità di capo della Farnesina sono state le seguenti: «Questa è la vittoria di un'azione politica, di una intuizione avviata dai radicali, inseguita dalle organizzazioni non governative, da Nessuno Tocchi Caino, da Amnesty International, costruita e coordinata dal Parlamento e dal Governo italiano».

Tornando all'aspetto prettamente giuridico tale risoluzione darà la possibilità agli Stati di invocarla come autorevolissimo avallo, a livello mondiale, della loro azione a favore della moratoria e a spingere altri Governi a ridurre almeno il numero di reati implicanti quella pena o ad introdurre garanzie processuali efficaci contro ogni arbitrio. Infatti, d'ora in poi, ogni anno il Segretario Generale dell'ONU dovrà presentare all'Assemblea generale un rapporto sull'attuazione della risoluzione approvata il 18 dicembre: egli dovrà ottenere dagli Stati membri dati e informazioni sulle esecuzioni capitali, sui reati per cui sono state effettuate, nonché sui casi di sospensione dell'esecuzione. Per tali motivazioni i Paesi che finora hanno tentato di oscurare questi dati (leggi Cina), dovranno fornirli, poiché a chiederli non saranno più ONG, ma un autorevolissimo organo delle Nazioni Unite.

In ogni caso questa risoluzione non deve essere accolta come un punto di approdo di una battaglia diplomatica, ma un punto di partenza, l'inizio di un processo politico/diplomatico da favorire con pazienza e tenacia.

L'Italia, in tutto ciò, ha intrapreso la giusta via in qualità di media potenza regionale: affermarsi non tanto in campo militare, strategico o geopolitico, ma in quello umanitario, della difesa dei valori universali e della promozione tenace dell'Unione Europea come forte interlocutore politico in tale ambito a livello planetario.

A tale proposito, ribadisco la mia iniziativa a esortare il Governo italiano a porre la questione del Darfur come sottolineato dal mio precedente post: 24 elicotteri e 47 milioni per salvare il Darfur. Inoltre a questo indirizzo potete trovare il testo ufficiale della risoluzione dell'AG.

Fuori tema: Ieri mi sono laureato!

giovedì 13 dicembre 2007

24 elicotteri e 47 milioni per salvare il Darfur.


Nei giorni scorsi, il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ha dichiarato: "Nelle passate settimane e mesi ho contattato personalmente ogni possibile contribuente in elicotteri, in America, in Europa, in Asia. Ma nessun elicottero, al momento, e' stato reso disponibile. E questo nonostante nella sola Europa ci siamo migliaia di elicotteri militari di diversi tipi".
Avete letto bene, per proteggere in maniera adeguata la popolazione civile del Darfur che è sopravvissuta agli scontri e alla miseria, sono necessari SOLO 24 elicotteri e 47 milioni di dollari di stanziamento per far andare avanti la missione congiunta delle Nazioni Unite e dell'Unione Africana fino a giugno 2008.

Nonostante le umili richieste dell'ONU, sia i membri dell'UE che gli Stati Uniti sembrano propensi a rispondere in maniera negativa. L'UE, in particolar modo, sembra voler rifiutare visti gli impegni nelle operazioni in Kosovo, Bosnia e Afghanistan.

Invito tutti i lettori a scrivere una e-mail al nostro Presidente del Consiglio al fine di convincerlo a soddisfare, per quanto possibile al nostro Stato, le richieste delle Nazioni Unite (essendo l'Italia un suo membro) a prescindere da ciò che decideranno gli altri Stati e, anzi, a spingere anche gli altri Paesi (europei e non) a fare altrettanto.
Cercate di pubblicizzare quanto più possibile tale azione!

Ecco il link per scrivere al Presidente del Governo italiano: http://www.governo.it/scrivia/scrivi_a_presidente.asp

Sempre più Internazionale.


Da oggi il blog "Internazionale" ha una nuova "casa". Oltre al classico http://tommids.blogspot.com, lo potete trovare anche su http://www.bloginternazionale.com. Un modo nuovo per rendere più facile e diretto raggiungerlo!
Spero che questa novità non disorienti, ma renda tutto più semplice.
Per quanto riguarda i link, tutto rimane invariato. Anche se è preferibile (per motivi tecnici) il nuovo indirizzo.

A presto.

mercoledì 12 dicembre 2007

Ambiente, una scelta tra la vita e la morte.


Su "la Repubblica" di ieri (martedì 11 dicembre) sono stati pubblicati ampi stralci del discorso pronunciato da Al Gore il 10 dicembre durante la cerimonia in cui gli è stato conferito il Premio Nobel per la pace.
Vorrei utilizzare questo post come ulteriore cassa di risonanza ad un avvenimento, dal mio punto di vista, epocale. Qui di seguito alcuni passaggi fondamentali del discorso:

«Il nostro Pianeta ha la febbre. E la febbre sta salendo. Gli esperti ci hanno messo in guardia: non è una malattia passeggera che guarirà da sola. Abbiamo voluto chiedere una seconda opinione. E poi abbiamo chiesto una terza. E una quarta. E siamo pervenuti a una conclusione coerente con le altre, formulata con crescente allarme: qualcosa di fondamentale sta andando storto. Quel qualcosa siamo noi. Ora è nostro compito porre rimedio alla situazione.

Nel corso degli anni trascorsi da quando questo Premio è stato consegnato per la prima volta, i rapporti tra gli uomini e la Terra si sono radicalmente trasformati. E ciò nonostante, noi siamo rimasti pressoché ignari dell'impatto delle nostre azioni complessive. In realtà, quasi senza accorgercene, abbiamo iniziato a dichiarare guerra al nostro stesso Pianeta. Ormai noi e il clima della Terra siamo bloccati in un rapporto molto familiare agli strateghi bellici, quello della "distruzione reciproca garantita".
Oggi la scienza ci mette in guardia. Ci dice che se non riduciamo quanto prima possibile l'inquinamento che provoca il riscaldamento globale che intrappola gran parte del calore che il nostro Pianeta di norma irraggia dall'atmosfera, corriamo il pericolo di creare una permanente "estate carbonifera".

Il nostro mondo ha bisogno di un'alleanza, specialmente tra quelle nazioni che pesano di più sulla bilancia nella quale la Terra è in bilico. Voglio rendere omaggio all'Europa e al Giappone per i progressi che hanno compiuto negli anni recenti per far fronte a questa sfida e anche al nuovo governo australiano che ha fatto della soluzione della crisi del clima la sua principale priorità.
Sappiamo però che i risultati saranno influenzati in maniera decisiva da due nazioni che oggi non stanno facendo abbastanza: Stati Uniti e Cina. Mentre anche l'India sta rapidamente guadagnando importanza, deve essere assolutamente chiaro che i due Paesi che emettono biossido di carbonio in maggiore quantità rispetto a qualsiasi altro Paese - e più di tutti gli altri, il mio stesso Paese - dovranno prendere le decisioni più coraggiose e agire oppure rispondere della loro inattività davanti al tribunale della Storia. Entrambi questi Paesi dovrebbero smettere di addurre a pretesto per la loro inattività e la loro paralisi il comportamento dell'altro e sviluppare, invece, un'agenda di mutua sopravvivenza in un ambiente globale comune.

Il grande drammaturgo norvegese Henrik Ibsen scrisse: "Uno di questi giorni la generazione più giovane verrà a bussare alla mia porta". Oggi il futuro sta già bussando alla nostra porta. Adesso. Non lasciatevi trarre in inganno: la prossima generazione ci porrà soltanto una di due domande possibili. O ci chiederà: "Ma che cosa avevate mai in testa? Perché non avete fatto niente?" oppure ci chiederà: "Come siete riusciti a trovare il coraggio morale di muovervi e di risolvere con successo una crisi che molti avevano definito impossibile?". Abbiamo tutto ciò che ci serve per iniziare, salvo, forse, solo la volontà politica. Ma la volontà politica è una risorsa rinnovabile. Rinnoviamola, allora, e dichiariamo tutti insieme: Abbiamo uno scopo. Siamo tanti. Per questo scopo ci muoveremo ed agiremo».

domenica 9 dicembre 2007

La vittoria del Venezuela.

Il 2 dicembre scorso i venezuelani sono stati chiamati a votare per un referendum incentrato sulla richiesta di modifica di diversi articoli della Costituzione bolivariana, promossa dallo stesso Presidente Hugo Chávez per rafforzare i propri poteri in vista della costruzione di un "socialismo adatto al XXI secolo".
Come risaputo, hanno vinto i sostenitori del 'NO', ossia i contrari a tali modifiche, con il 50,7% dei voti totali.
La spiegazione più ovvia che ha portato alla sconfitta del Presidente è da riscontrare nella scelta di circa 3 milioni di elettori chavisti di votare, in questo caso, in maniera disgiunta dalla logica di partito.

La domanda reale da farsi è, quindi, come mai? Perchè anche gli elettori venezuelani hanno sviluppato, col tempo, una coscienza critica, più lucida e meno ingenua, che gli ha permesso di giudicare obbiettivamente le proposte del Presidente, senza farsi da esse persuadere.
Le anime della Sinistra venezuelana che si sono distinte dalla massa sono diverse; in primo luogo bisogna citare gli studenti che, distinguendosi in maniera netta dai partiti, hanno portato un contributo notevole alla vittoria del 'NO'. Essi hanno mostrato tutta la loro cultura e proiezione internazionale invocando un tipo di socialismo diverso, più equo e meno radicale, di stampo, per così dire, "europeo".
In secondo luogo bisogna citare quella parte di Sinistra che si è astenuta dal voto per ragioni che spaziano dalla contestazione verso il modo con cui il Presidente ha deciso di riformare la Costituzione ai contenuti stessi della riforma (l'aspetto più controverso era quello per cui il Presidente non avrebbe più avuto limiti di candidature), favorendo i reali partiti dell'opposizione.

L'aspetto che, però, mi è parso avere maggiore rilievo e che vorrei mettere in risalto è il fatto che questo risultato ha smentito tutti i sondaggi (interni ed internazionali) che davano per scontata una vittoria del 'SI'. Sui giornali di mezzo mondo, la vigilia del voto, si sono potuti leggere articoli che annunciavano la svolta autoritaria del governo venezuelano come se il referendum si fosse già svolto. La forza di persuasione dei mezzi di comunicazione statali veniva data come "invincibile". Dagli Stati Uniti all'Italia si pensava già a come risolvere la situazione, a come ridare la "libertà" al povero popolo venezuelano.
Per questo motivo mi sento di dire che in realtà, l'esito del referendum, è stata una vittoria. Una vittoria nei confronti di coloro che, facendo il gioco del governo americano, hanno voluto esprimere giudizi avventati e prevenuti. Una vittoria nei confronti di chi considerava il Venezuela un Paese sotto dittatura e antidemocratico. Una vittoria dello stesso Chávez che ora può sbandierare a tutto il mondo un risultato che gli conferisce autorità morale e legittimità poiché fa sembrare ancora più forte e sentita la sua vittoria alle Presidenziali del 2006.

Chi pensava si fosse di fronte ad una votazione alla russa, con un esito scontato ancor prima dell'apertura dei seggi, si sbagliava. Un gesto di vera democrazia sarebbe quello di ammettere l'errore.

giovedì 6 dicembre 2007

LifeGate Radio, per ogni ascoltatore un mq di foresta salvato.


In occasione del decennale della stesura del Protocollo di Kyoto, la radio amica dell'ambiente si è impegnata ad adottare nei prossimi anni un'area protetta in Costa Rica pari al numero totale dei suoi ascoltatori: 412.000 metri quadrati in tutto. Organizzato anche il concorso musicale ‘Talenti per Natura’.

Per ogni ascoltatore un metro quadrato di foresta salvato. E’ questa l'iniziativa di LifeGate Radio in occasione del decimo anniversario della stesura del Protocollo di Kyoto, che si terrà l'11 dicembre. La radio si impegna per i prossimi anni ad adottare, per ogni suo ascoltatore, un metro quadrato di foresta in crescita con ‘Impatto Zero’. Un impegno concreto condiviso con il proprio pubblico, che secondo la rivelazione Audiradio relativa al quinto bimestre del 2007 ammonta a 412.000 ascoltatori, per la salvaguardia del pianeta, arrivando ad adottare quindi un’area protetta in Costa Rica pari a 412.000 metri quadrati.
Per diffondere l’iniziativa, LifeGate Radio ha organizzato il concorso musicale ‘Talenti per Natura’, che si svolgerà a Roma dal 22 novembre al 18 dicembre, dove delle band emergenti suoneranno attraverso la città a bordo di un eco-pullman.
Questo concorso sarà un'ulteriore occasione per premiare gli ascoltatori più attenti, che potranno vincere la partecipazione alla serata conclusiva il 18 dicembre nello storico Piper Club della capitale, dove si esibiranno per l’occasione il gruppo vincitore del concorso e Giuliano Palma con i suoi The Bluebeaters.

Notizia tratta da LifeGate Ambiente.

Ascolta anche tu LifeGate Radio e contribuisci ad aumentare i mq di foresta protetta!

Clicca qui per sapere le frequenze della tua città.
Per info sui progetti attivati da LifeGate guarda anche questo post.

lunedì 3 dicembre 2007

La Duma di Putin, la partita di Kasparov.

Ieri i russi hanno votato per rinnovare la Duma, ossia la camera bassa del Parlamento, composta da 450 deputati aventi un mandato di 4 anni. Per la prima volta essi sono stati eletti con un sistema interamente proporzionale poiché la recente riforma, voluta da Putin, ha eliminato i 225 seggi uninominali che, fino al 2003, favorivano candidati indipendenti e ha innalzato la soglia di sbarramento dal 5 al 7%. I partiti ammessi dal Cremlino in questa tornata elettorare sono 11: il Partito agrario di Russia, Forza civile, il Partito democratico russo, il Partito comunista della Federazione Russa, l'Unione delle forze di destra, il Partito della giustizia sociale, il Partito liberaldemocratico, Russia giusta, Patrioti di Russia, il Partito repubblicano (Jabloko) e il partito del Presidente Russia unita.
I risultati hanno consacrato Russia unita come il partito del popolo con il 64,1% dei voti, corrispondente a 315 seggi su 450, superando la soglia necessaria per emendare la Costituzione. Gli altri partiti che hanno superato la soglia di sbarramento sono quello comunista (11,7%), il liberaldemocratico (8,4%) e, l'altro partito filogovernativo, Russia giusta (8%).
Quasi tutti i partiti di opposizione, tra cui Altra Russia dell'ex-campione del mondo di scacchi Garry Kasparov, il quale ha definito queste elezioni «le più sporche della storia della Russia moderna», hanno denunciato brogli elettorali e, con loro, anche diversi osservatori esterni. L'OSCE ha dichiarato che le elezioni per la Duma russa «non si sono svolte in modo corretto e non hanno rispettato molti degli impegni presi a livello di Osce e di Consiglio d’Europa né gli standard democratici»; stessa perplessità è stata sollevata dagli Stati Uniti, dall'Unione Europea e dal Consiglio d'Europa (di cui la stessa Russia fa parte).

Del resto la battaglia che i partiti dell'opposizione russa stanno portando avanti da tempo, aveva già messo in evidenza la possibilità di tali brogli e aveva denunciato irregolarità commesse già durante la campagna elettorale. Kasparov è stato arrestato il 25 novembre nel corso di una manifestazione organizzata da Altra Russia a Mosca e San Pietroburgo e condannato a 5 giorni di reclusione con l'accusa di aver organizzato manifestazioni non autorizzate e per resistenza a pubblico ufficiale. Questa azione è stata solo uno dei tanti tentativi di neutralizzare l'opposizione al Cremlino: Kasparov è praticamente scomparso dalla televisione di Stato, quando si parla di lui, si cerca di farlo passare per un idiota, trasmettendo immagini in cui parla in inglese per farlo sembrare un alieno agli occhi del popolo russo, una marionetta incaricata dalle potenze occidentali di destabilizzare il governo di Putin.
Infatti, la politica messa in atto dal Presidente russo è stata quella di trovare ovunque nemici e di far credere alla propria popolazione che la Russia deve farsi valere per non cadere nelle trame degli stranieri. Dalla maggioranza dei russi, Kasparov è identificato come un leader fantoccio che agisce per ordine degli occidentali, i quali, così facendo, tentano di subordinare la Russia sotto la propria influenza. Da qui le varie ideologie che spingono la Russia a muoversi pesantemente in ambito internazionale (si vedano le reazioni avute dal Cremlino per la questione dello scudo spaziale e per la possibilità da parte di Ucraina e Georgia di entrare a far parte della NATO).

Garry Kasparov, nonostante l'impossibilità di giungere al successo, ha deciso di candidarsi alle elezioni presidenziali di marzo 2008, alle quali non potrà più presentarsi Vladimir Putin (il quale ha, però, scelto di continuare la sua attività politica ed, eventualmente, ricandidarsi nel 2012).
La reale intenzione dell'alleanza Altra Russia è far conoscere le proprie idee e denunciare gli abusi del Cremlino ai danni della popolazione russa, ciò che si vuol dire agli elettori è: questa volta non vinceremo, ma sappiate che quando il regime crollerà, noi ci saremo.

sabato 1 dicembre 2007

Sondaggio - 3


Risultati del terzo sondaggio del blog Internazionale.

Sei d'accordo con il rapporto dell'IPCC emanato nei giorni scorsi a Valencia?
  1. Si, bisogna agire subito - 100% (7 voti)
  2. Si, è giusto difendere l'ambiente ma senza catastrofismi - 0% (0 voti)
  3. No, i mutamenti climatici sono normali nella storia del Pianeta - 0% (0 voti)
  4. Non saprei - 0% (0 voti)

lunedì 26 novembre 2007

Due facce della stessa Somalia.

In Somalia sono ripresi gli scontri fra i militari dell'esercito etiope e i cosiddetti ribelli. Diverse centinaia di morti in pochi giorni hanno riportato la situazione a livelli insostenibili, decine di migliaia di profughi, oltre al milione di migranti che già ha lasciato il Paese, stanno cercando di raggiungere le coste dello Yemen. Chi resta non ha possibilità alcuna di poter «vivere». In una situazione di guerriglia l'unica vera vittima è, come sempre, la popolazione civile.
Notizia di queste ore è l'elezione, da parte del Parlamento somalo, di un nuovo primo ministro - Nur Hassan Hussein - per rafforzare la posizione del governo ad interim: la sua prima sfida sarà tentare di riportare l'unità.
L'ONU, per voce del suo rappresentante speciale Ahmedou Ould Abdallah, ha definito la situazione umanitaria somala «la peggiore del continente africano».

Inevitabile, dunque, tentare di spiegare come si è giunti ad una situazione simile: tutto è cominciato con la caduta del Presidente somalo Siad Barre nel 1991 "vittima" dello sconvolgimento avutosi con la fine della guerra fredda. Fino ad allora, infatti, la Somalia era alleata dell'URSS. Ma la caduta del dittatore per mano di decine di movimenti regionali di liberazione non fu favorevole agli USA, anzi, generò un caos dal quale lo Stato non si è più ripreso.
Lo scontro si è via via palesato fra il GFT - ossia il governo federale di transizione sostenuto dalla comunità internazionale e dalla confinante Etiopia (anche militarmente) - e l'UTI - armate di ribelli islamici che vogliono ottenere il controllo della regione e fedeli al Tribunale delle Corti islamiche.
Le posizioni rispetto all'intervento etiope sono discordanti: il GFT lo definisce necessario per la stabilità della regione, minata da un pugno di «estremisti religiosi» che contraddicono i principi dell'Islam, religione di pace e tolleranza. L'ex-Viceministro degli Esteri italiano, Patrizia Sentinelli, aveva, invece, giudicato inaccettabile per la popolazione, l'intervento in territorio somalo di truppe etiopi.
Sostegno, infine, da Washington che ha deciso di intraprendere una sconcertante guerra per procura.

Dopo il 1993, anno dell'imboscata in pieno centro della capitale costata la vita a 18 soldati americani (si veda a riguardo il film Black Hawk Down), gli USA avevano deciso di non intervenire più ed in nessun modo sul continente africano, posizione mantenuta anche durante il genocidio del 1994 in Rwanda.
Ma dal 2001 le cose sono cambiate: al fine di mantenere la sicurezza di una delle principali rotte marittime (link) ed evitare un jihad marittimo, gli USA hanno deciso di riportarsi nella zona e compiere operazioni segrete per l'eliminazione di membri di Al Qaeda, inizialmente attraverso azioni in zone confinanti (Yemen, Etiopia), dal 2007 agendo anche direttamente in territorio somalo, catturando quasi 1000 persone con la sola colpa d'aver fatto parte dell'UTI.
Intanto, gli esiti degli scontri sul territorio somalo, specialmente nella capitale Mogadiscio, sono stati molto oscillanti favorendo alle volte l'esercito etiope, altre i ribelli (ora definiti muqawamada, ossia «resistenza»).

Affidando all'Etiopia il lavoro sporco, il governo americano rischia di riacutizzare i focolai (mai spenti) della regione. L'Eritrea, infatti, pur non essendo palesemente favorevole ai ribelli islamici, ha deciso di finanziare l'UTI come semplice contrapposizione all'Etiopia che, a sua volta, ha usufruito di un via libera per l'acquisto di armi dalla Corea del Nord in violazione dell'embargo imposto dal Consiglio di Sicurezza, su richiesta degli stessi USA!

Giocare col fuoco in questa maniera e riproporre integralmente il conflitto di religione che identifica gli islamici come i cattivi, i terroristi da sconfiggere e i buoni come coloro che accettano di sottomettersi all'influenza americana nella regione anche in zone apparentemente immuni da tale divisione (non è, infatti, definibile in tal modo una contrapposizione civile per assumere il controllo di uno Stato) potrebbe rivelarsi un boomerang, una scelta controproducente. Come detto in altri post, non si può identificare ogni situazione del panorama internazionale come un'unica grande lotta al terrorismo.

lunedì 19 novembre 2007

L'IPCC lancia l'allarme, il Bangladesh lo subisce.

Gli oltre 2000 scienziati dell'IPCC presieduto dal premio Nobel Rajendra Pachauri si sono riuniti a Valencia nei giorni scorsi per fare il punto della situazione sul riscaldamento globale ed il bilancio fuoriuscitone suona come una condanna: secondo il Summary for policy-makers del 16 novembre è stato superato il punto di non ritorno, la riduzione delle emissioni potrà rallentare l'aumento delle temperature, ma non bloccarla né invertirla nel breve/medio periodo. Si tratta, dunque, solamente di limitare i danni, non più di impedirli. Fenomeni non attribuibili a cause naturali stanno aumentando esponenzialmente (aumento del livello dei mari, riduzione dei ghiacchi polari e montani, maggior frequenza di ondate di calore estive e piogge concentrate, impressionante distruttività e frequenza di cicloni) ed eventuali sforzi potranno soltanto non far peggiorare la già critica situazione, ma non farla ritornare alla normalità.

E così bisognerà assistere ancora per molti anni a tragedie come quella che, in questi giorni, ha devastato il Bangladesh. Il ciclone Sidr sembra essersi lasciato alle spalle migliaia di morti. Finora già più di 3000 quelli accertati, ma la Mezzaluna Rossa parla di 10000 morti possibili quando le operazioni di soccorso termineranno.

A questo proposito vorrei citare 2 progetti attivati da LifeGate utili ad azzerare le emissioni di anidride carbonica prodotte privatamente: il primo è Impatto Zero che, attraverso un calcolo dei consumi annuali prodotti, da la possibilità di compensarli tramite la tutela e la riqualificazione di aree boschive. Il secondo è LifeGate Energy che da la possibilità di aderire ad un operatore elettrico di sola energia rinnovabile.
Bisogna iniziare a cambiare mentalità a partire dalla quotidianità.

domenica 18 novembre 2007

Il Kosovo della discordia.

Da quando i bombardamenti NATO (1999) hanno costretto alla ritirata l'esercito serbo dalla provincia kosovara, mettendo fine ai soprusi perpetrati nei confronti della maggioranza albanese, poco è cambiato, sia che si agisse in maniera pacifica - come ha cercato di fare il leader Ibrahim Rugova, da poco scomparso e considerato eroe nazionale dalla popolazione albanese - o tramite l'uso di armi - attraverso il gruppo armato di liberazione: l’UÇK – Ushtria Çlirimtare e Kosovës.

Oggi come ieri, la provincia autonoma serba sotto amministrazione ONU è divisa tra coloro che sono favorevoli a concedere l'indipendenza (USA) e coloro che invece temono di creare un precedente per situazioni analoghe in altre parti del mondo (Russia con la Cecenia).
Ieri si sono tenute le elezioni per il Parlamento e le amministrazioni comunali che hanno visto la Lega democratica del leader storico Rugova cedere terreno (23%) in favore del Partito democratico del Kosovo (35%), ossia la formazione degli ex-guerriglieri UÇK, guidato da Hashim Thaci. Ma la notizia principale è stata la scarsa affluenza, avvantaggiata dal boicotaggio della minoranza serba (circa 100.000) e dalla scarsa affluenza albanese ormai rassegnata ad un'incapacità di fondo di giungere ad un compromesso.

In tutto ciò, rimane l'esigenza primaria di formare un governo in grado di definire una posizione comune e accettabile da tutte le parti coinvolte da portare davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 10 dicembre, data limite per un accordo definitivo tra Pristina e Belgrado.
Le parole del leader del partito vincitore, e dunque del possibile futuro premier, rispecchiano la posizione della popolazione: "Kosovo e Serbia potrebbero trattare per i prossimi cento anni senza mai raggiungere un accordo". Dunque che fare? Secondo Thaci l'unica via possibile è raggiungere l'indipendenza in maniera unilaterale; parola, quest'ultima, presa in prestito dal vocabolario statunitense.

venerdì 16 novembre 2007

Il Kurdistan nella lotta al terrorismo


La crisi irachena, ormai quinquennale, sta riaprendo nel «Grande Medioriente» l'ennesima ferita che, da qualche tempo, sembrava essere dimenticata.

Il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) sembra essersi risvegliato. In realtà, più per cause esterne che per una volontà propria di riaprire gli occhi. La mancanza di un governo realmente sovrano in Iraq ha riacceso le speranze autonomiste del Kurdistan iracheno, specialmente dopo l'elezione di Jalal Talabani come presidente curdo dell'Iraq e ha offerto un retroterra logistico a completa disposizione dei Peshmergas («guerrigliero» in lingua curda). Dall'altra parte, il governo di Ankara (Turchia) ha visto nella mancanza di una reale sovranità, la possibilità di intraprendere delle incursioni militari in territorio iracheno per riuscire a inserirsi nella piaga e portare a sé i favori delle potenze occidentali (come sempre, Stati Uniti in primis). Infatti, se gli Usa avevano inserito il Pkk nella lista delle organizzazioni terroristiche già nel 1997, l'Unione europea si è uniformata a tale visione nel 2002, ovvero sull'onda della «guerra al terrore».

Se la questione dell'indipendenza del Kurdistan anatolico può essere fatta risalire alla fine della prima guerra mondiale, quando gli Alleati vincitori promisero la creazione di uno stato attraverso il Trattato di Sèvres (1920), poi sconfessato dal Trattato di Losanna (1923) che divise la regione tra ben quattro stati (Turchia, Iran, Iraq e Siria), l'insediamento reale dei kurdi nella regione è molto più recente. Esso è, di fatti, riconducibile al 1983 quando il presidente del Pkk, Massud Barzani - odierno presidente del Kurdistan iracheno, firmò col presidente turco, Turgut Ozal, un accordo di non interferenza.

La situazione cambiò nel 1993 con la morte del Presidente turco, favorevole alla legalizzazione del Pkk, e la fine della speranza di una soluzione negoziata. Il partito turco a favore della causa curda si vide ritirare l'immunità parlamentare ed il celeberrimo Presidente del Pkk, Abdullah Ocalan, venne arrestato e incarcerato sull'isola turca di Imrali. Nonostante ciò, lo stesso lanciò un appello per la fine della lotta armata palesando il suo obbiettivo di una trasformazione democratica della Turchia, attraverso la negoziazione della risoluzione della questione con le autorità di Ankara.

Anche il partito turco in parlamento cambiò nome in Congresso per la libertà e la democrazia nel Kurdistan segnando un'evoluzione legalista. Inoltre nacque il Partito per una Turchia democratica (pro curdo) che nelle elezioni di quest'anno ha ottenuto diversi seggi in parlamento. Ma i governi interessati non hanno cambiato la loro posizione, anzi l'hanno inasprita definendo accordi multilaterali per la soppressione dei ribelli, impropriamente definiti terroristi: è storia di oggi l'accordo Ankara-Baghdad-Washington per sradicare le forze terroristiche. Anche Teheran, in perpetua lotta con gli Stati Uniti, pur non stringendo patti si è ritrovato stranamente allineato con essi attraverso il comune obbiettivo di evitare scissioni. Così da febbraio i turchi hanno iniziato ad ammassare soldati alla frontiera ed il braccio di ferro elettorale, rivelatosi ancora a favore di Erdogan, ha spinto l'esercito verso un rilancio nazionalista.

In controtendenza, gli Stati Uniti hanno sposato la volontà autonomista del Kurdistan iracheno vista l'impossibilità del governo di Baghdad di esercitare un'effettiva sovranità in quelle zone; tale scelta, apprezzata da Murat Karayilan - presidente del Congresso del popolo del Kurdistan (Kck), ossia l'istanza collegiale che dirige il partito - deve essere, secondo lo stesso, sposata anche dal governo turco. Ciò che Karayilan chiede oggi è la negoziazione di un'autonomia regionale all'interno della frontiera turca, simile a quella della Catalogna. Egli la definisce una «mano tesa» offerta dai propri deputati per trovare una soluzione democratica e negoziata al problema. Nonostante ciò, è ovvio che non si può dimenticare la promessa di un grande Kurdistan, come promesso nel 1920.

Se oggi la situazione sulle frontiere turco-irachene si è fatta nuovamente difficile, visti gli scontri ripresi tra l'esercito di Ankara e i combattenti del Pkk, la volontà sembra non essere più ricercabile tra le colline kurde. Karayilan, infatti, in agosto disse: «Da anni non facciamo più incursioni in Turchia e la nostra guerriglia sul posto si limita a rispondere agli attacchi dei soldati turchi. Ma se domani la Turchia dovesse scegliere la guerra aperta, sapremo reagire. E tutto il popolo curdo si solleverà al nostro fianco».

La guerra in Iraq e la lotta americana al terrorismo significano anche questo. Bisogna stare attenti a non rischiare di farci confondere e convincere. Dal 2001 il terrorismo è identificato con tutto e giustifica ogni cosa.

Per questo post devo ringraziare il bellissimo articolo uscito questo mese su Le Monde diplomatique.

mercoledì 14 novembre 2007

Il Mar Nero da oggi lo è ancora di più.

Cosa dire in occasioni del genere? Si era detto che d'ora poi non ci sarebbe stato più margine di errore per salvare il pianeta: bisognava cominciare subito, ogni minuto guadagnato avrebbe potuto dare al nostro mondo una speranza in più di salvezza.

Tutto azzerato in un attimo. Un disastro ecologico come non se ne vedevano da anni (incendi esclusi). Inutile cercare un colpevole per questa determinata situazione.
L'unica speranza rimasta è vedere finire improvvisamente ed immediatamente la vera fonte della nostra rovina: il petrolio.

Probabilmente bisognerà aggiornare le cartine geografiche poiché un altro Mar Morto vi è comparso: il Mar Nero, che da oggi lo è ancora di più.

Video tratto da Skytg24: Russia, si contano i danni

venerdì 9 novembre 2007

Le fortune del Pakistan.


La crisi che sta attraversando il Pakistan non è figlia di un reale disagio della popolazione, ma deriva da una endemica incapacità del governo pakistano di saper fare il proprio lavoro.
Il Pakistan nacque all'incirca 60 anni fa da una scissione della regione a prevalenza musulmana dalla penisola indiana. In realtà la popolazione non percepì mai l'esigenza di un nuovo Stato, ma le ali estreme, sia religiose che politiche, maggioritarie nella regione, riuscirono a creare una nuova entità statale, nel tentativo di isolare la propria cultura da quella indiana.

Questa scissione forzata provoca ripercussioni forti ancora oggi, specialmente nel difficile cammino verso una forma democratica di governo.
Le tappe fondamentali che hanno interessato la crisi dello Stato pakistano vedono l'annuncio da parte del Presidente Musharraf della proclamazione dello stato di emergenza con conseguente sospensione della Costituzione, delle sue leggi e dei suoi diritti fondamentali. Il motivo di tale gesto è da ricercare nella paura da parte dello stesso Presidente di non vedere rinnovato il suo terzo mandato (approvato dal Parlamento ma preventivamente declinato dalla Corte Suprema).
La Corte Suprema ha risposto usando i propri poteri e dichiarando illegale la decisione di Musharraf, il quale ha deciso di destituire il presidente della Corte Chaudhry, già precedentemente allontanato e riabilitato per le forti ed inaspettate proteste della popolazione, e metterlo agli arresti.
Da questo momento in poi, si sono accese in tutto il Paese proteste da parte della classe degli avvocati, puntualmente represse con centinaia di arresti. Anche la comunità internazionale non si è fatta attendere, specie tramite la voce di Condoleeza Rice e del Presidente americano, i quali hanno manifestato un forte disappunto per la decisione di Musharraf e hanno chiesto che questa venisse revocata in favore di elezioni legittime (già ampiemente promesse e ripromesse entro febbraio 2008) e che lo stesso Presidente si dimettesse dalla duplice carica di capo dell'esercito. Dopo un periodo di esitazione, anche la ex-Premier Benazir Bhutto ha deciso di unirsi alle proteste, proclamando la presenza alla manifestazione prevista oggi a Rawalpindi. Ma è notizia di poche ore fa che la leader del Partito Popolare è stata costretta agli arresti domiciliari per motivi di sicurezza, impedendo la sua partecipazione alla manifestazione.

Se non fosse per il forte attaccamento americano ad avere un partner importante al suo fianco per mantenere un già precario equilibrio nella regione e per quello pakistano ai soldi statunitensi, probabilmente il Pakistan sarebbe già scivolato in una dittatura simile ad altre nella regione (si veda ad esempio la Birmania/Myanmar, la cui situazione potrebbe essere presa ad esempio negativo: tra le tante similarità, sorprendente è il parallelo Suu Kyi/Bhutto, specie dopo gli arresti di oggi), con il completo accentramento del potere militare nelle mani del governo.
Ma proprio prendendo spunto dal parallelo Pakistan/Birmania è ancora più evidente come la comunità internazionale e gli Stati Uniti, in particolar modo, si muovano solo quando vengono minacciati i propri interessi e la propria sicurezza. Fintanto che sono i diritti umani ad essere minacciati si può sempre aspettare.

La popolazione pakistana deve ringraziare il terrorismo internazionale se può ancora sperare in futuro democratico e rispettoso dei diritti fondamentali.

martedì 6 novembre 2007

Tor di quinto in Europa - 2


Dopo il post dedicato a voi e alle motivazione che hanno spinto i media a riscrivere la propria agenda, vorrei affrontare gli altri due argomenti preannunciati:

  1. L'adesione della Romania all'UE

  2. La ricezione della direttiva comunitaria in Italia

Per quanto riguarda il primo punto, dopo la caduta del muro di Berlino, l'UE ha intrapreso una politica di sicurezza riguardante la stabilizzazione di quelle aree adiacenti ai confini dell'Unione, in balia di crisi interne. In primo piano, a tal proposito, erano da considerare i cosiddetti PECO (Paesi dell'Europa Centro-Orientale), che, essendo appena stati liberati dal giogo sovietico, dovevano riscostruire le proprie istituzioni e il proprio carattere socio-economico. A questo proposito, l'UE iniziò a stipulare accordi finalizzati ad aiutare tali paesi a condizione che essi si mobilitassero per far rispettare i diritti umani al proprio interno. Col passare del tempo, oltre ad aiuti economici, si iniziò a condizionare questi sforzi alla promessa della membership all'UE.

Effettivamente tali accordi stimolarono la liberalizzazione degli scambi economici e, poi, la convergenza politica ed amministrativa dei PECO verso i paesi dell’Europa occidentale. Tale pratica venne, quindi, standardizzata tramite il varo del «Patto di stabilità» da parte del Consiglio Europeo di Copenaghen del giugno 1993, il quale fissò i principi guida e le condizioni politiche, economiche e istituzionali che i paesi candidati all’ingresso avrebbero dovuto rispettare per conquistarlo - come la presenza di istituzioni stabili e ispirate ai principi di democrazia e dello stato di diritto, il rispetto dei diritti umani e delle minoranze, un’economia di mercato funzionante e in grado di affrontare la competizione derivante dall’adesione al mercato unico, la capacità giuridica e amministrativa di recepire e rispettare gli impegni derivanti da tutti gli accordi già presi fra di loro dai membri dell’Unione Europea, il cosiddetto acquis comunitario.

Avendo chiari tali punti, diventa comprensibile capire come anche Paesi come la Romania abbiano potuto lentamente realizzare il sogno di diventare membri a 360° dell'UE. L'adesione non è mai stata vincolata ad elementi soggettivi comprendenti problemi comuni a qualsiasi Stato, anche quello più democratico al mondo. Per essere ancora più chiari, la criminalità o la presenza di gruppi organizzati di persone che commettono reati non è un criterio plausibile (altrimenti l'Italia, insieme alle sue numerose mafie esportate in un tutta Europa, non sarebbe nemmeno lontanamente vicina agli standards europei).

Il secondo punto riguarda la ricezione delle direttive comunitarie. Anche questo aspetto è diverso da come descritto in questi giorni dai media, infatti non è assolutamente vero che l'Italia non abbia recepito la direttiva dell'Ue riguardante l'allontanamento di cittadini europei che commettano reati o che non dispongano di mezzi di sussistenza. Come dichiarato dal Ministro dell'Interno, Giuliano Amato, tale direttiva (2004/38/CE) è stata recepita con il decreto legislativo del 6 febbraio 2007.

Il fatto è che tale direttiva non prevede l'espulsione definitiva, poiché a queste persone (non essendo extracomunitarie) è consentito il reingresso e poiché è difficile dimostrare che tali persone prive di mezzi di sussistenza siano in Italia da più 3 mesi (tempo minimo per imporre l'allontamento). Il problema, dunque, è rintracciabile nella mancanza di una reale messa in pratica di tale provvedimento, non nella sua totale assenza. Col decreto legislativo che si vuole approvare in questi giorni, tali questioni vengono semplicemente rafforzate e rese più severe e immediate.

Spero di aver dato un panorama generale e di aver reso più chiaro ciò che in questi giorni è stato reso pressoché incomprensibile a causa di una pluralità di interpretazioni che spesso hanno banalizzato il problema sparando a zero su tutto e su tutti.

Vorrei cogliere l'occasione per esprimere il mio sdegno per la spedizione punitiva attuata da uomini italiani incappucciati e muniti di spranghe e coltelli ai danni di 4 operai rumeni all'uscita di un supermercato a Roma.

Vorrei esprimere il mio cordoglio per la scomparsa dell'immenso Enzo Biagi.

Sondaggio - 2


Risultato del secondo sondaggio del blog Internazionale.

Ritieni il problema dello scudo spaziale equiparabile alla crisi dei missili di Cuba del 1962?


  1. Si, Putin ha ragione - 12% (1 voto)

  2. No, dopo la terza guerra mondiale pronosticata da Bush, Putin doveva rispondere a tono - 62% (5 voti)

  3. Non saprei - 26% (2 voti)

domenica 4 novembre 2007

Tor di quinto in primo piano - 1


Innanzitutto devo ringraziarvi per la grande (nel mio piccolo) partecipazione che avete espresso nei confronti del quesito che in questi giorni mi ha messo duramente alla prova; è stato veramente un piacere leggere tante idee diverse e allo stesso tempo interessanti.
La domanda che mi ero posto è semplice: perché l'episodio di cronaca nera che ha visto coinvolta, in senso negativo, una donna romana che, mentre rientrava a casa in una zona degradata della capitale, è stata aggredita, derubata, probabilmente violentata e seviziata ed infine gettata in un dirupo da parte di un romeno di 24 anni, ha suscitato tanto clamore da creare una vera e propria crisi diplomatica nelle relazioni fra Italia e Romania? La donna, nei giorni successivi, non ce l'ha fatta ed è morta. L'uomo è stato arrestato grazie all'intervento da parte di una sua connazionale che, assistendo all'episodio, ha subito avvertito chi di dovere per fermare, invano, la tragedia. Ma questo lo sapete benissimo tutti.
Gli argomenti che vorrei affrontare per rimanere all'interno degli ambiti di interesse di questo blog di politica internazionale sono:
  1. L'adesione della Romania alla UE
  2. La ricezione delle direttive comunitarie in Italia
  3. I motivi che hanno spinto i media nazionali a dare tanta visibilità a tale episodio.
Per fare tutto ciò mi baserò sui vostri commenti e su ciò che ho studiato in questi anni in ambito universitario.

I motivi che hanno spinto i media nazionali a dare tanta visibilità a questo episodio sembra siano diversi: Andrea di Civitaweb sostiene che il motivo principale della mobilitazione politica è riconducibile alle imminenti elezioni comunali che, interessando circa 3-4 milioni di elettori, hanno la capacità di mobilitare tutte le forze politiche a livello nazionale. Effettivamente tale situazione non è da sottovalutare poichè, essendo ormai Veltroni fuori dai giochi, la poltrona della capitale è tutta da guadagnare.
Salpetti di salpetti.wordpress tira in ballo diverse questioni, tra cui la capacità dei media di inserire nella propria agenda episodi di cronaca e farli diventare rilevanti a livello nazionale (così anche per Alzata con pugno), ma soprattutto, cosa che mi ha colpito, il fatto che la donna uccisa fosse moglie di un graduato della Marina militare e tale carica ha potuto giocare un ruolo fondamentale, specie, penso, nei partiti di centrodestra come Alleanza Nazionale.
Andrea di cat with mouse e ampiorespiro.myblog si soffermano più sulle cause della tragedia, riscontrando nella negligenza dei politici la causa fondamentale, mentre per Andrea Cavalletto e blog news la questione è da ricercare nella mancanza di giustizia dovuta all'assenza di certezza di una pena per chi delinque, cosa che porterebbe i malviventi ad agire con meno timore per le conseguenze. Non a caso uno degli argomenti usciti in questi giorni è la severità delle leggi romene che spinge molti rom ad emigrare all'estero per compiere i loro crimini.
Sono da notare anche gli interventi di Gabriele e di Prescia che però toccano il problema dell'adesione della Romania all'UE, di cui parlerò in seguito.
Tutte queste ragioni mi sembrano ottime e reali e le condivido. L'unica cosa che mi sembra giusto aggiungere è proprio il fatto che tale episodio abbia avuto come protagonista un rom, ossia uno zingaro, un nomade; queste persone non hanno mai suscitato forte simpatia nei cittadini italiani e questa può essere considerata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non si può infatti dire che le stesse reazioni sono riscontrabili in episodi analoghi commessi da nostri connazionali (si veda l'ultimo fatto di cronaca nera avente come protagonista un ex-militare esaurito).
Per evitare un post troppo lungo e faticoso da leggere, rinvierò le questioni di carattere comunitario ad un prossimo post espressamente dedicato ad esse.
Grazie ancora a tutti, la forza dei blog si vede anche in queste piccole cose.

sabato 3 novembre 2007

Romania - Roma (passando da Bruxelles).

Perchè oggi? Perchè questo caso? Perchè dei tanti fatti di cronaca nera, di stupro ed omicidio compiuti da italiani, romeni od extracomunitari tutto il polverone si è alzato solo per questa povera donna romana?

Perchè?

In attesa di capire e di avere risposte concrete da scrivere in un prossimo post riguardo alle norme di adesione che hanno portato la Romania ad entrare nell'Unione Europea, lascio a voi la possibilità di aiutarmi a trovare una risposta.

giovedì 1 novembre 2007

D'Alema e il «Gruppo di riflessione strategica».


Qualcosa di diverso nell'orizzonte italiano, finalmente. Il nostro Ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, ha messo in pratica l'idea, da lungo accarezzata, di creare qualcosa che duri nel tempo, qualcosa che gli riconosca la capacità di aver dato vita ad un ufficio che sopravviva a maggioranze e governi in continua alternanza.

Il Gruppo di riflessione strategica, questo il nome, è un tavolo attorno al quale dovranno sedersi i maggiori esperti italiani, teorici e pratici, di politica internazionale che dovranno analizzare la realtà contemporanea con tutti i suoi problemi per dare vita ad una pianificazione che renda l'Italia in grado di "sopravvivere" ai repentini mutamenti del nostro pianeta. Dai cambiamenti climatici alla sicurezza energetica, dal terrorismo internazionale alle crisi interne di paesi instabili, dalla globalizzazione dei mercati a quella dell'informazione; tutto ciò al di là del colore politico presente a Palazzo Chigi. Diplomatici e ambasciatori, politici esperti di relazioni internazionali, illustri docenti universitari e scrittori in riviste riconosciute internazionalmente. Insomma, una squadra di cervelli per mantenere la politica estera coerente nel tempo e negli obbiettivi da raggiungere. Una vera e proprira strategia a cui far riferimento per tutte le situazioni che si presenteranno in futuro. Non una soluzione momentanea e passeggera ma ricercata e di lungo termine, che vada oltre la politica costituita dallo scontro partitico.

Questa iniziativa vuole sconfessare il periodo di crisi che sta vivendo internamente l'Italia e, forse, prende proprio spunto dal movimento che condanna i partiti quali unici fautori del motore italiano. Indirettamente si è cercato, emulando soggetti già presenti da tempo in altri Paesi, di prescindere dalle fazioni per tentare di mettere in piedi qualcosa che vada a benificio dell'Italia nella sua interezza, in un contesto internazionale in cui, ormai, nulla è scontato ed anche le storiche potenze devono guadagnarsi il loro spazio come le nuove per non finire risucchiate e inglobate dall'incertezza ed instabilità di un mondo che, dopo il 1989, non ha più trovato una collocazione a cui far riferimento: non più bipolarismo, né multipolarismo o unipolarismo.

Diamo atto a tale iniziativa di essere nuova e in direzione delle richieste del popolo italiano, sperando che anche all'interno del Palazzo, tale innovazione venga colta e riprodotta per far uscire il Paese dallo stallo in cui è costretto. Questo ha bisogno di riforme di lungo termine (ossia che non vengano spazzate via dal governo successivo) che la portino all'altezza dei suoi partners europei e mondiali e per far ciò l'unica via da percorrere è la concertazione.


Interessante a tal proposito l'intervista fatta al nostro Ministro degli Esteri dalla rivista Diplomatic magazine e riproposta sul sito del Ministero degli Affari Esteri

lunedì 29 ottobre 2007

L'Iran è sotto controllo


«Non esiste alcuna prova che l'Iran stia costruendo una bomba atomica. Gli Stati Uniti stanno gettando benzina sul fuoco: se continua questa escalation di minacce, rischiamo di far precipitare il Medioriente nell'abisso e nel caos». Queste parole, pur essendo somiglianti a quelle di qualche post precendente, provengono dal direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia nucleare (Aiea), Mohammed El Baradei. Finalmente le Nazioni Unite sembrano, saltuariamente, risvegliarsi dal torpore che dall'11 settembre 2001 le caratterizza e lancia segnali forti di avvertimento e condanna verso atteggiamenti platealmenti contrari alla propria Carta.

Il primo segnale è rivolto agli Stati Uniti, i quali, ormai con cadenza regolare, continuano a sbandierare scenari di guerra nei confronti dell'Iran e del suo ipotetico arsenale atomico; situazione che ricorda troppo da vicino il clima precedente la guerra in Iraq del 2003. Il messaggio è chiaro: non ci sono prove o motivi che portino a credere che l'Iran abbia o si stia dotando di armi nucleari e, se anche fosse, l'Aiea serve esattamente a questo scopo. Quindi «via diplomatica come unica soluzione per risolversi la crisi».

La seconda condanna è rivolta a Israele che ha distrutto il 6 settembre scorso un possibile impianto nucleare in costruzione in Siria. Il messaggio del direttore è «se alcuni Paesi hanno informazioni su programmi atomici di Stati terzi devono informare l'Agenzia poichè essa ha l'autorità per inviare ispettori sul posto».

Finalmente l'Onu inizia a farsi sentire e a tentare di ristabilire un ordine fra gli Stati che manca da tanto tempo. Speriamo non sia, come spesso è successo, troppo tardi. L'unilateralismo dilagante potrà anche non ascoltarla ma quantomeno una voce è stata udita, gli Usa, la Russia e Israele sono stati avvisati.

sabato 27 ottobre 2007

Una guerra «tiepida»


Ci risiamo, dopo la terza guerra mondiale preannunciata dal Presidente americano Geroge W. Bush pochi giorni fa, in occasione della ripresa dei rapporti commerciali fra Russia e Iran riguardanti la fornitura di uranio per la creazione di centrali a scopo civile, ieri, puntuale come un orologio, Putin ha attaccato il progetto Nato (sotto egida del governo americano) dello scudo spaziale europeo. Preoccupato dal coinvolgimento nel progetto di Stati quali Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, il Presidente russo ha paragonato questa situazione con la celeberrima crisi dei missili di Cuba del 1962 che portò Usa e Urss, governate ai tempi da John F. Kennedy e da Nikita S. Chruščёv, sull'orlo di una guerra nucleare.

Secondo Putin è inconcepibile che possa essere messo in piedi un progetto del genere senza tener conto delle prospettive russe. Del resto fu lo stesso istinto a spingere l'amministrazione americana di Kennedy a porre all'Unione Sovietica un aut aut senza possibilità di scampo. Per gli americani era inconcepibile avere puntati verso il proprio territorio dei missili nucleari, poichè, per la prima volta, l'homeland avrebbe rischiato di subire un attacco diretto (ipotesi remota fino a quel momento).

Le situazioni sono realmente paragonabili? No, secondo l'odierna amministrazione americana che considera mutato il contesto geopolitico ma, soprattutto, in questo caso lo scudo avrebbe solo fini difensivi, caratteristica estranea ai missili installati sull'isola dei Caraibi nel '62. Correzione: Chruščёv e Castro decisero di dispiegare tali missili dopo l'ennesimo tentativo fallito di invasione di Cuba finalizzato a rovesciare il regime instauratosi dopo la rivoluzione. Dunque, per Cuba, tali armi avevano uno scopo difensivo.
In parte, per l'amministrazione russa che, pur condividendo la teoria del mutato assetto internazionale, ritiene similare la concezione di minaccia diretta nei cofronti del proprio territorio.

L'unica cosa certa è che Putin e Bush sono dei maestri quando si tratta di cospargere benzina sul fuoco e, come per il periodo della guerra fredda, la tattica dell'escalation (non solo militare) viene ritenuta fondamentale per porre dei freni a situazioni ritenute svantaggiose.

Speriamo solo che Bush e Putin siano all'altezza dei loro stimati predecessori (Kennedy e Chruščёv) e non portino la tensione a livelli tali da non riuscire più a controllarla per incapacità o mancanza di volontà.

Si veda, per capire meglio la situazione, anche il post Putin porta a galla le ambiguità dell'Occidente.

giovedì 25 ottobre 2007

Il Belgio come la Bosnia?


Una Bosnia nel cuore dell'Europa? Così l'hanno definita alcuni cittadini belgi che in questi giorni stanno soffrendo lo scontro politico che da 134 giorni sta lasciando il loro Stato, il Belgio appunto, senza un governo.

L'estrema destra fiamminga, (ossia la parte di lingua neerlandese, quella che si parla in Olanda per intenderci) che alle elezioni di giugno ha raggiunto il 20% di voti, vuole la scissione delle Fiandre dalla Vallonia (la parte di lingua francofona) portando come motivazione l'incompatibilità fra le due culture che da più 180 anni vivono pacificamente insieme. Anzi, il Belgio per molti anni è stato considerato uno stato disponibile ad accogliere anche stranieri provenienti da altri paesi d'Europa e non solo: un esempio di integrazione per tutto il mondo. Paradossalmente, nel momento in cui l'Europa sta finalmente, dopo anni di difficoltà, tentando di superare il problema delle sovranità statali, la sua capitale, Bruxelles, sta regredendo di un secolo, almeno. Ma ora la questione è un'altra, è politica. I parlamentari eletti dalla popolazione fiamminga non vogliono più "mantenere" la Vallonia che nel corso degli anni ha ceduto il proprio primato economico. Molte fabbriche sono state chiuse nel Sud e aperte nel Nord del Belgio che ora si ritrova ad essere una delle zone più ricche d'Europa.

La similarità col caso italiano è evidente, ma qui ci sono di mezzo sentimenti più forti: i fiamminghi sono stati a lungo discriminati e, adesso, la loro superiorità economica viene fatta pesare.

Nel frattempo come si comporta il resto del paese? Il Re è il vero collante che ha invocato la Costituzione liberale, vero motivo d'orgoglio per tutta la popolazione belga. Il popolo, dominato da un innato civismo, sta iniziando a perdere la pazienza, non per questioni di appartenenza a una o all'altra fazione, ma per l'incapacità degli estremismi che, per questioni definibili di nazionalismo spiccio, lo costringono a rimanere in uno stato di sospensione, senza possibilità di intervenire realmente. Anche qui monta l'anti-politica.

L'unica domanda che da spettatori possiamo farci è: perchè nel '900 i nazionalismi (o presunti tali) hanno portato l'Europa e gran parte del continente euroasiatico a condividere l'idea che si possa vivere bene solo all'interno del proprio gruppo etnico, cancellando secoli di storia e di pacifica convivenza che si ebbero durante gli imperi (ottomano, asburgico...)? Era veramente solo una questione di imposizione verticistica o le persone comuni, in realtà, non si sono mai fatte troppi problemi nel condividere la propria con "altre" culture? Il Belgio, l'Iraq, la Turchia e poi ancora la Jugoslavia, l'India prima della scissione del Pakistan: cosa sono stati in tutti questi anni? Ma soprattutto, cosa saranno?

La storia ci insegna qualcos'altro, non possiamo metterci la benda sugli occhi e fermarci davanti alle etichette facendo finta di non avere un'esperienza a cui far riferimento. Questa c'è e pesa come un macigno.

martedì 23 ottobre 2007

Sondaggio - 1


Risultati del primo sondaggio del blog Internazionale.

Ritieni giusta l'assegnazione del premio Nobel ad Al Gore?

1) Sì, ormai la salvaguardia dell'ambiente è equiparabile alla lotta contro le guerre - 63% (7 voti)
2) No, il clima e le guerre sono due cose diverse - 37% (4 voti)

lunedì 22 ottobre 2007

La Polonia «entra» nell'UE.

Ieri in Polonia si sono tenute le elezioni politiche, da tempo attese in particolar modo dai vertici istituzionali dell'Unione Europea. I fratelli Kaczynski sono usciti clamorosamente sconfitti e il loro "monopolio" al vertice delle istituzioni polacche può dichiararsi concluso. Rimarrà ancora per due anni uno dei fratelli, quello che ricopre la carica di Presidente della Repubblica, costretto a due anni di difficile coabitazione col vincitore delle consultazioni elettorali: Donald Tusk. Il suo partito liberale «Piattaforma civica» sembra, infatti, aver distanziato di ben 13 punti percentuali il partito dei "gemelli".
A metà strada tra partito della destra moderata e progressista, il programma del leader Tusk prevede un'apertura, ed è questo il campo di nostro interesse, verso l'Unione Europea, avendo dichiarato che il suo primo atto consisterà nell'adozione della "Carta dei diritti fondamentali dell'Ue" finora bocciata dal governo di Varsavia.

Inoltre si è anche accennato ad un ritiro delle truppe polacche dall'Iraq, il che comporterà un duro colpo all'amministrazione americana che dovrà impegnare ulteriori forze per sopperire all'ennesimo disimpegno, oltre che un riallineamento con la visione della politica estera europea.
Ma la cosa fondamentale è che, con un reale partner disponibile ad impegnarsi, l'Unione Europea potrà finalmente ricevere l'impulso necessario per progredire. Insieme all'avvento di Prodi e Sarkozy, l'arrivo di Tusk potrebbe realmente portare speranze e prospettive nell'organizzazione regionale. Non si tratta più, in questo caso di tifare in favore di governi di destra o di sinistra, bensì «europeisti» o «euroscettici».

Insomma, un periodo da non lasciarsi scappare per l'UE, da tempo imbrigliata da veti e ricatti. Un periodo per capire se l'Europa riuscirà realmente a giungere ad un bilanciamento dell'unilateralismo americano o se rimarrà ad esso subordinata.

domenica 21 ottobre 2007

Le parole, i fatti.


La situazione sta degenerando. Se immaginavamo che la guerra in Iraq avesse aperto e repentinamente chiuso un capitolo della politica estera americana, ci sbagliavamo.

Oggi più che mai la filosofia di George W. Bush è quella della provocazione, della forza, usando un proverbio, Bush «si muove come un elefante in un negozio di cristalleria». La cosa più sconvolgente di tutto ciò è che altri, dietro di lui, si sentono legittimati a comportarsi in egual modo.
In primis Ahmadinejad che, almeno sulla carta, rivendica il diritto all'utilizzo del nucleare per scopi civili (come sottolineato anche da Sarkozy ad un incontro alle Nazioni Unite); poi Putin, che sposando l'idea "civile" del Presidente iraniano, lo supporta, rivendicando e ribadendo le promesse fatte all'Iran per il rifornimento di risorse, ma non basta. Visto che la situazione non è già sufficientemente incerta così com'è, Putin ha anche aggiunto che la Russia è pronta a rifornire e modernizzare il proprio arsenale nucleare per far fronte a nuove future minacce.
Bush, che di questo gioco al rialzo è il maestro, sapete cosa ha avuto il coraggio di dire? Semplicemente che un'Iran nuclearizzato potrebbe divenire la causa dello scoppio della terza guerra mondiale. Si, avete letto bene.

Ed ora, anche altre medie e piccole potenze regionali si stanno sentendo legittimate ad agire per conto loro, a farsi giustizia da sé: così assistiamo ad una neonata guerra fra la Turchia e gli indipendentisti curdi del PKK in territorio iracheno, definibile ormai una zona franca per chi vuole fare di tutto, senza subire nulla. Ad oggi, decine di morti sia fra le fila dell'esercito turco che fra i separatisti. Non dimentichiamo che in tutto questo delirio di parole e di fatti, il nodo principale da sciogliere rimane la sempre attiva situazione israelo-palestinese, vero motivo formale per cui l'amministrazione americana potrebbe decidere di impegnarsi in Iran, date le giustificazioni fornitele dal loquace Presidente iraniano che vedrebbe bene uno stato israeliano trasferito nelle «fresche zone dell'Alaska».

Insomma, in un momento in cui un riavvicinamento delle potenze occidentali sarebbe parso ragionevole oltre che necessario, assistiamo ad una degenerazione della situazione, dove le regole non esistono più e la linea dell'unilateralismo si sta pian piano trasformando da eccezione a prassi. Questo atteggiamento potrebbe, in un attimo, cancellare anni e anni di compromessi creati per costruire organizzazioni come l'ONU, la NATO e la stessa UE, dividendole al loro interno, fra coloro che si dichiarano disponibili, per varie ragioni, a rimanere al fianco degli Stati Uniti indiscriminatamente, e coloro che, invece, non saranno disponibili a farsi coinvolgere, per ragioni di principio o di convenienza, nella strategia americana.

Il popolo (pacifista e non) deve iniziare a drizzare le orecchie e stare in allerta; forse si sta avvicinando il momento di rispolverare qualche bandiera, anche se limitarsi ad invasioni oceaniche di piazza come quelle che hanno preceduto il conflitto in Iraq potrebbe rivelarsi non sufficiente.

mercoledì 17 ottobre 2007

Parola di Ben Harper



“Quando si viaggia fuori dall’America, si leggono notizie americane ed internazionali ed è un peccato che l’America venga separata dalla comunità internazionale. Il solo consiglio che darei al presidente è quello di migliorare la diplomazia internazionale. L’America non ha la percezione, nelle alte sfere politiche, di come è vista al di fuori dei confini statunitensi e questo mi rende triste. Non mi piace viaggiare ed essere l’ultima ruota del carro in fatto di cultura, è frustrante, l’America è molto più di questo e meritiamo di essere rappresentati meglio di come lo siamo adesso, ormai da troppo tempo”.

venerdì 12 ottobre 2007

Nobel per l'ambiente.


Oggi è stato assegnato il "premio Nobel per la pace 2007" ad Al Gore per il suo impegno a favore della salvaguardia del pianeta e della sensibilizzazione ad un consumo responsabile ed alternativo delle energie. Insieme a lui premiato l'IPCC, ossia il Comitato intergovernativo per i mutamenti climatici delle Nazioni Unite presieduto dall'indiano Rajendra Pachauri.

Al Gore quest'anno aveva già vinto il premio oscar per il "miglior documentario" assegnato al suo Una scomoda verità - una minaccia globale (si noti il termine minaccia che per gli addetti ai lavori non può che essere associato ai tempi dell'Unione Sovietica)

Ora però, specialmente in Italia, si sta discutendo non tanto sul significato del premio quanto sulla sua "validità"! Solite spaccature destra-sinistra che non riescono a sorvolare sulla politica per osservare meglio il tema che, in questo caso, di politico non ha nulla.

Per la prima volta, viene equiparata la difesa dell'ambiente alla prevenzione o risoluzione pacifica di un conflitto, per la prima volta viene equiparato il diritto ambientale al diritto bellico, cosa finora sconosciuta in quel del diritto internazionale.

Esatte o lievemente errate che siano (come constestato oggi da una Corte britannica che ha detto che il documentario di Gore non è utilizzabile come materiale scolastico, ma già il fatto che se ne discuta fa capire la portata dell'evento) le questioni ambientali non possono più tornare allo status élitario che le contraddistinguevano fino a qualche anno fa. Ormai l'ambiente e la preziosità delle sue risorse sono diventate la causa prima dello scoppio di conflitti, della sopravvivenza di popolazioni e del pianeta stesso; insomma, sono diventate il pilastro portante della geopolitica internazionale ed ogni stato dovrebbe metterle al centro della propria strategia politica interna ed internazionale.
Bisogna che l'Italia lo capisca in fretta e ne diventi la portavoce anche all'interno dell'Unione Europea.

mercoledì 3 ottobre 2007

Oltre il 38° parallelo.


C'è da chiedersi cosa mai sia successo di così eclatante da far cambiare nel giro di nemmeno un anno le idee al presidente Nordcoreano Kim Jong-Il. Se il 6 ottobre dell'anno scorso, infatti, la Corea del Nord fece esplodere la sua prima bomba nucleare, oggi ha deciso di rinunciare alle sue ambizioni ed, anzi, ha addirittura annunciato di voler procedere allo smantellamento delle proprie centrali entro la fine dell'anno.

Tutto questo verrà ripagato dalla cancellazione dello Stato dall'elenco di quelli che gli USA definiscono «canaglia». Ma sarà stato solo questo a far scattare la molla? Sicuramente avrà influito la necessità di togliere l'embargo tecnologico e riaprire il commercio del paese per far fronte alle sempre più precarie condizioni della popolazione, ma a dire il vero, anche questo non sembra poter essere sufficiente.

Ad aver dato una forte spinta in tal senso c'è da considerare il ruolo cinese che attraverso le sue esigenze politico-strategiche avrà inferto il colpo decisivo alla trattativa a 6 fra le 2 Coree, Stati Uniti, Russia, Giappone e la Cina, appunto.

Cosa sia stata la reale merce di scambio è presto per saperlo, per ora accontentiamoci di vedere i rappresentanti delle 2 Coree incontrarsi in maniera civile e mostrarsi insieme davanti al mondo. Considerando che la Corea del Nord è formalmente ancora in guerra con quella del Sud (e con gli Stati Uniti, con cui vige "solo" un armistizio) dal 25 giugno 1950, non è cosa da poco.

lunedì 1 ottobre 2007

Myanmar? No, Birmania.

Come rimanere indifferenti a una situazione così clamorosa e incredibile? Non si può, bisogna agire, sostenere.
Ormai è da quasi un mese che i monaci buddisti (chiamati anche "bonzi") sfilano per le strade della Birmania per riportare la loro nazione nelle mani della democrazia, nelle mani di quella donna - premio Nobel per la pace - che nel 1990 ha vinto le elezioni con l'82% dei voti come esponente di un partito rivoluzionario in maniera pacifica. Pacifica come le manifestazioni represse con la violenza dall'esercito comandato da quella giunta militare che dagli anni '60 ha usurpato il potere e che dal 1988 ha imposto allo Stato il nome di Myanmar.
Non si può rimanere indifferenti di fronte alle violenze che vediamo grazie a cittadini "rivoluzionari" che, "rubando" immagini e filmati dalla loro quotidianità e sfidando la censura imposta dalla dittatura, immettono nella rete segni inequivocabili di richieste di aiuto, di sostegno.
Dopo tutte le ambiguità e le incertezze con cui la comunità internazionale, ma soprattutto i paesi occidentali, ha dovuto confrontarsi dall'11 settembre 2001 ad oggi, questa è l'unica vera occasione per dimostrare unità verso una causa che, se sposata, avrebbe veramente bisogno di quei valori democratici di cui da tanto tempo ci si riempe, a torto, la bocca.

martedì 17 luglio 2007

Putin porta a galla le ambiguità dell'Occidente

Il 14 luglio la Russia ha deciso di uscire dal patto sugli armamenti, firmato da Bush sr. e Gorbaciov nel 1990, che prevedeva la fissazione di un tetto comune ai 2 blocchi per ridurre entro il 1995 le armi convenzionali (carri armati, artiglieria, aviazione militare) nelle zone di confine tra l'Alleanza atlantica e la Russia.

In realtà questo trattato, pur avendo subito diverse revisioni - l'ultima nel 1999 - non è mai entrato in vigore perchè gli Usa e la Nato hanno, fin dall'inizio, subordinato la loro ratifica al ritiro delle truppe russe dalla Georgia e dalla Moldova: questa giustificazione viene vista dai russi come una scusa, poichè la presenza di soldati dell'armata rossa in quei territori è finalizzata al puro mantenimento di un'ordine in zone altrimenti in balia di ribelli.

Ora che Putin, preoccupato dal progetto Nato di uno scudo spaziale da estendere anche a Polonia e Repubblica Ceca in prospettiva di sventare attacchi missilistici provenienti dagli "stati canaglia", ha deciso di porre altrettante condizioni al patto, scalpore è maturato negli ambienti occidentali.

La realtà è nel mezzo: quando ebbe luogo la riunificazione tedesca, gli Usa promisero a Gorbaciov che se la nuova Germania fosse entrata nella Nato non si sarebbe allargata l'alleanza agli ex stati sovietici dell'Europa dell'Est; venne anche promesso che la Nato sarebbe intervenuta solo in difesa di uno stato membro e, invece, questa bombardò la Serbia per liberare il Kosovo che non era parte dell'Alleanza.

Le richieste russe, seppur poste in maniera di ricatto e con un linguaggio da guerra fredda, sono: una voce in capitolo nei progetti transatlantici, specie per le questioni che coinvolgono la Russia stessa; considerare le conseguenze all'interno dei confini russi se si creasse un precedente come quello della concessione dell'indipendenza al Kosovo senza considerare le richieste serbe (vedi la possibilità di richieste di distacco di regioni dalla Russia): il trattato di Helsinki stabilisce che non si possono modificare in questo modo i confini statali.

In un contesto del genere ed in una situazione incerta come quella attuale, dove, sia la presidenza americana che quella russa sono in via di modifica, non si capisce il motivo di accelerare un progetto che rischia di peggiorare un contesto già teso e condizionato da teatri infuocati come quello iracheno e quello serbo e di incutere timore nelle rispettive opinioni pubbliche, rischiando di giustificare scelte di campo estremiste. In attesa di nuovi sviluppi, speriamo di rivedere azioni dettate più dalla testa che dal braccio (armato).

domenica 15 luglio 2007

A real worldwide

Apre oggi i battenti un'interfaccia per tutti coloro che, come me, sono appassionati delle relazioni internazionali che cambiano, sconvolgono e migliorano il nostro pianeta. Dal clima alle guerre, dalla musica all'energia.

Tutto in un unico blog, tutti in una finestra senza nessun tipo di discriminazione o requisito necessari per partecipare: solo la passione per il nostro pianeta e la sua evoluzione.