martedì 17 luglio 2007

Putin porta a galla le ambiguità dell'Occidente

Il 14 luglio la Russia ha deciso di uscire dal patto sugli armamenti, firmato da Bush sr. e Gorbaciov nel 1990, che prevedeva la fissazione di un tetto comune ai 2 blocchi per ridurre entro il 1995 le armi convenzionali (carri armati, artiglieria, aviazione militare) nelle zone di confine tra l'Alleanza atlantica e la Russia.

In realtà questo trattato, pur avendo subito diverse revisioni - l'ultima nel 1999 - non è mai entrato in vigore perchè gli Usa e la Nato hanno, fin dall'inizio, subordinato la loro ratifica al ritiro delle truppe russe dalla Georgia e dalla Moldova: questa giustificazione viene vista dai russi come una scusa, poichè la presenza di soldati dell'armata rossa in quei territori è finalizzata al puro mantenimento di un'ordine in zone altrimenti in balia di ribelli.

Ora che Putin, preoccupato dal progetto Nato di uno scudo spaziale da estendere anche a Polonia e Repubblica Ceca in prospettiva di sventare attacchi missilistici provenienti dagli "stati canaglia", ha deciso di porre altrettante condizioni al patto, scalpore è maturato negli ambienti occidentali.

La realtà è nel mezzo: quando ebbe luogo la riunificazione tedesca, gli Usa promisero a Gorbaciov che se la nuova Germania fosse entrata nella Nato non si sarebbe allargata l'alleanza agli ex stati sovietici dell'Europa dell'Est; venne anche promesso che la Nato sarebbe intervenuta solo in difesa di uno stato membro e, invece, questa bombardò la Serbia per liberare il Kosovo che non era parte dell'Alleanza.

Le richieste russe, seppur poste in maniera di ricatto e con un linguaggio da guerra fredda, sono: una voce in capitolo nei progetti transatlantici, specie per le questioni che coinvolgono la Russia stessa; considerare le conseguenze all'interno dei confini russi se si creasse un precedente come quello della concessione dell'indipendenza al Kosovo senza considerare le richieste serbe (vedi la possibilità di richieste di distacco di regioni dalla Russia): il trattato di Helsinki stabilisce che non si possono modificare in questo modo i confini statali.

In un contesto del genere ed in una situazione incerta come quella attuale, dove, sia la presidenza americana che quella russa sono in via di modifica, non si capisce il motivo di accelerare un progetto che rischia di peggiorare un contesto già teso e condizionato da teatri infuocati come quello iracheno e quello serbo e di incutere timore nelle rispettive opinioni pubbliche, rischiando di giustificare scelte di campo estremiste. In attesa di nuovi sviluppi, speriamo di rivedere azioni dettate più dalla testa che dal braccio (armato).

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