lunedì 29 ottobre 2007

L'Iran è sotto controllo


«Non esiste alcuna prova che l'Iran stia costruendo una bomba atomica. Gli Stati Uniti stanno gettando benzina sul fuoco: se continua questa escalation di minacce, rischiamo di far precipitare il Medioriente nell'abisso e nel caos». Queste parole, pur essendo somiglianti a quelle di qualche post precendente, provengono dal direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia nucleare (Aiea), Mohammed El Baradei. Finalmente le Nazioni Unite sembrano, saltuariamente, risvegliarsi dal torpore che dall'11 settembre 2001 le caratterizza e lancia segnali forti di avvertimento e condanna verso atteggiamenti platealmenti contrari alla propria Carta.

Il primo segnale è rivolto agli Stati Uniti, i quali, ormai con cadenza regolare, continuano a sbandierare scenari di guerra nei confronti dell'Iran e del suo ipotetico arsenale atomico; situazione che ricorda troppo da vicino il clima precedente la guerra in Iraq del 2003. Il messaggio è chiaro: non ci sono prove o motivi che portino a credere che l'Iran abbia o si stia dotando di armi nucleari e, se anche fosse, l'Aiea serve esattamente a questo scopo. Quindi «via diplomatica come unica soluzione per risolversi la crisi».

La seconda condanna è rivolta a Israele che ha distrutto il 6 settembre scorso un possibile impianto nucleare in costruzione in Siria. Il messaggio del direttore è «se alcuni Paesi hanno informazioni su programmi atomici di Stati terzi devono informare l'Agenzia poichè essa ha l'autorità per inviare ispettori sul posto».

Finalmente l'Onu inizia a farsi sentire e a tentare di ristabilire un ordine fra gli Stati che manca da tanto tempo. Speriamo non sia, come spesso è successo, troppo tardi. L'unilateralismo dilagante potrà anche non ascoltarla ma quantomeno una voce è stata udita, gli Usa, la Russia e Israele sono stati avvisati.

sabato 27 ottobre 2007

Una guerra «tiepida»


Ci risiamo, dopo la terza guerra mondiale preannunciata dal Presidente americano Geroge W. Bush pochi giorni fa, in occasione della ripresa dei rapporti commerciali fra Russia e Iran riguardanti la fornitura di uranio per la creazione di centrali a scopo civile, ieri, puntuale come un orologio, Putin ha attaccato il progetto Nato (sotto egida del governo americano) dello scudo spaziale europeo. Preoccupato dal coinvolgimento nel progetto di Stati quali Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, il Presidente russo ha paragonato questa situazione con la celeberrima crisi dei missili di Cuba del 1962 che portò Usa e Urss, governate ai tempi da John F. Kennedy e da Nikita S. Chruščёv, sull'orlo di una guerra nucleare.

Secondo Putin è inconcepibile che possa essere messo in piedi un progetto del genere senza tener conto delle prospettive russe. Del resto fu lo stesso istinto a spingere l'amministrazione americana di Kennedy a porre all'Unione Sovietica un aut aut senza possibilità di scampo. Per gli americani era inconcepibile avere puntati verso il proprio territorio dei missili nucleari, poichè, per la prima volta, l'homeland avrebbe rischiato di subire un attacco diretto (ipotesi remota fino a quel momento).

Le situazioni sono realmente paragonabili? No, secondo l'odierna amministrazione americana che considera mutato il contesto geopolitico ma, soprattutto, in questo caso lo scudo avrebbe solo fini difensivi, caratteristica estranea ai missili installati sull'isola dei Caraibi nel '62. Correzione: Chruščёv e Castro decisero di dispiegare tali missili dopo l'ennesimo tentativo fallito di invasione di Cuba finalizzato a rovesciare il regime instauratosi dopo la rivoluzione. Dunque, per Cuba, tali armi avevano uno scopo difensivo.
In parte, per l'amministrazione russa che, pur condividendo la teoria del mutato assetto internazionale, ritiene similare la concezione di minaccia diretta nei cofronti del proprio territorio.

L'unica cosa certa è che Putin e Bush sono dei maestri quando si tratta di cospargere benzina sul fuoco e, come per il periodo della guerra fredda, la tattica dell'escalation (non solo militare) viene ritenuta fondamentale per porre dei freni a situazioni ritenute svantaggiose.

Speriamo solo che Bush e Putin siano all'altezza dei loro stimati predecessori (Kennedy e Chruščёv) e non portino la tensione a livelli tali da non riuscire più a controllarla per incapacità o mancanza di volontà.

Si veda, per capire meglio la situazione, anche il post Putin porta a galla le ambiguità dell'Occidente.

giovedì 25 ottobre 2007

Il Belgio come la Bosnia?


Una Bosnia nel cuore dell'Europa? Così l'hanno definita alcuni cittadini belgi che in questi giorni stanno soffrendo lo scontro politico che da 134 giorni sta lasciando il loro Stato, il Belgio appunto, senza un governo.

L'estrema destra fiamminga, (ossia la parte di lingua neerlandese, quella che si parla in Olanda per intenderci) che alle elezioni di giugno ha raggiunto il 20% di voti, vuole la scissione delle Fiandre dalla Vallonia (la parte di lingua francofona) portando come motivazione l'incompatibilità fra le due culture che da più 180 anni vivono pacificamente insieme. Anzi, il Belgio per molti anni è stato considerato uno stato disponibile ad accogliere anche stranieri provenienti da altri paesi d'Europa e non solo: un esempio di integrazione per tutto il mondo. Paradossalmente, nel momento in cui l'Europa sta finalmente, dopo anni di difficoltà, tentando di superare il problema delle sovranità statali, la sua capitale, Bruxelles, sta regredendo di un secolo, almeno. Ma ora la questione è un'altra, è politica. I parlamentari eletti dalla popolazione fiamminga non vogliono più "mantenere" la Vallonia che nel corso degli anni ha ceduto il proprio primato economico. Molte fabbriche sono state chiuse nel Sud e aperte nel Nord del Belgio che ora si ritrova ad essere una delle zone più ricche d'Europa.

La similarità col caso italiano è evidente, ma qui ci sono di mezzo sentimenti più forti: i fiamminghi sono stati a lungo discriminati e, adesso, la loro superiorità economica viene fatta pesare.

Nel frattempo come si comporta il resto del paese? Il Re è il vero collante che ha invocato la Costituzione liberale, vero motivo d'orgoglio per tutta la popolazione belga. Il popolo, dominato da un innato civismo, sta iniziando a perdere la pazienza, non per questioni di appartenenza a una o all'altra fazione, ma per l'incapacità degli estremismi che, per questioni definibili di nazionalismo spiccio, lo costringono a rimanere in uno stato di sospensione, senza possibilità di intervenire realmente. Anche qui monta l'anti-politica.

L'unica domanda che da spettatori possiamo farci è: perchè nel '900 i nazionalismi (o presunti tali) hanno portato l'Europa e gran parte del continente euroasiatico a condividere l'idea che si possa vivere bene solo all'interno del proprio gruppo etnico, cancellando secoli di storia e di pacifica convivenza che si ebbero durante gli imperi (ottomano, asburgico...)? Era veramente solo una questione di imposizione verticistica o le persone comuni, in realtà, non si sono mai fatte troppi problemi nel condividere la propria con "altre" culture? Il Belgio, l'Iraq, la Turchia e poi ancora la Jugoslavia, l'India prima della scissione del Pakistan: cosa sono stati in tutti questi anni? Ma soprattutto, cosa saranno?

La storia ci insegna qualcos'altro, non possiamo metterci la benda sugli occhi e fermarci davanti alle etichette facendo finta di non avere un'esperienza a cui far riferimento. Questa c'è e pesa come un macigno.

martedì 23 ottobre 2007

Sondaggio - 1


Risultati del primo sondaggio del blog Internazionale.

Ritieni giusta l'assegnazione del premio Nobel ad Al Gore?

1) Sì, ormai la salvaguardia dell'ambiente è equiparabile alla lotta contro le guerre - 63% (7 voti)
2) No, il clima e le guerre sono due cose diverse - 37% (4 voti)

lunedì 22 ottobre 2007

La Polonia «entra» nell'UE.

Ieri in Polonia si sono tenute le elezioni politiche, da tempo attese in particolar modo dai vertici istituzionali dell'Unione Europea. I fratelli Kaczynski sono usciti clamorosamente sconfitti e il loro "monopolio" al vertice delle istituzioni polacche può dichiararsi concluso. Rimarrà ancora per due anni uno dei fratelli, quello che ricopre la carica di Presidente della Repubblica, costretto a due anni di difficile coabitazione col vincitore delle consultazioni elettorali: Donald Tusk. Il suo partito liberale «Piattaforma civica» sembra, infatti, aver distanziato di ben 13 punti percentuali il partito dei "gemelli".
A metà strada tra partito della destra moderata e progressista, il programma del leader Tusk prevede un'apertura, ed è questo il campo di nostro interesse, verso l'Unione Europea, avendo dichiarato che il suo primo atto consisterà nell'adozione della "Carta dei diritti fondamentali dell'Ue" finora bocciata dal governo di Varsavia.

Inoltre si è anche accennato ad un ritiro delle truppe polacche dall'Iraq, il che comporterà un duro colpo all'amministrazione americana che dovrà impegnare ulteriori forze per sopperire all'ennesimo disimpegno, oltre che un riallineamento con la visione della politica estera europea.
Ma la cosa fondamentale è che, con un reale partner disponibile ad impegnarsi, l'Unione Europea potrà finalmente ricevere l'impulso necessario per progredire. Insieme all'avvento di Prodi e Sarkozy, l'arrivo di Tusk potrebbe realmente portare speranze e prospettive nell'organizzazione regionale. Non si tratta più, in questo caso di tifare in favore di governi di destra o di sinistra, bensì «europeisti» o «euroscettici».

Insomma, un periodo da non lasciarsi scappare per l'UE, da tempo imbrigliata da veti e ricatti. Un periodo per capire se l'Europa riuscirà realmente a giungere ad un bilanciamento dell'unilateralismo americano o se rimarrà ad esso subordinata.

domenica 21 ottobre 2007

Le parole, i fatti.


La situazione sta degenerando. Se immaginavamo che la guerra in Iraq avesse aperto e repentinamente chiuso un capitolo della politica estera americana, ci sbagliavamo.

Oggi più che mai la filosofia di George W. Bush è quella della provocazione, della forza, usando un proverbio, Bush «si muove come un elefante in un negozio di cristalleria». La cosa più sconvolgente di tutto ciò è che altri, dietro di lui, si sentono legittimati a comportarsi in egual modo.
In primis Ahmadinejad che, almeno sulla carta, rivendica il diritto all'utilizzo del nucleare per scopi civili (come sottolineato anche da Sarkozy ad un incontro alle Nazioni Unite); poi Putin, che sposando l'idea "civile" del Presidente iraniano, lo supporta, rivendicando e ribadendo le promesse fatte all'Iran per il rifornimento di risorse, ma non basta. Visto che la situazione non è già sufficientemente incerta così com'è, Putin ha anche aggiunto che la Russia è pronta a rifornire e modernizzare il proprio arsenale nucleare per far fronte a nuove future minacce.
Bush, che di questo gioco al rialzo è il maestro, sapete cosa ha avuto il coraggio di dire? Semplicemente che un'Iran nuclearizzato potrebbe divenire la causa dello scoppio della terza guerra mondiale. Si, avete letto bene.

Ed ora, anche altre medie e piccole potenze regionali si stanno sentendo legittimate ad agire per conto loro, a farsi giustizia da sé: così assistiamo ad una neonata guerra fra la Turchia e gli indipendentisti curdi del PKK in territorio iracheno, definibile ormai una zona franca per chi vuole fare di tutto, senza subire nulla. Ad oggi, decine di morti sia fra le fila dell'esercito turco che fra i separatisti. Non dimentichiamo che in tutto questo delirio di parole e di fatti, il nodo principale da sciogliere rimane la sempre attiva situazione israelo-palestinese, vero motivo formale per cui l'amministrazione americana potrebbe decidere di impegnarsi in Iran, date le giustificazioni fornitele dal loquace Presidente iraniano che vedrebbe bene uno stato israeliano trasferito nelle «fresche zone dell'Alaska».

Insomma, in un momento in cui un riavvicinamento delle potenze occidentali sarebbe parso ragionevole oltre che necessario, assistiamo ad una degenerazione della situazione, dove le regole non esistono più e la linea dell'unilateralismo si sta pian piano trasformando da eccezione a prassi. Questo atteggiamento potrebbe, in un attimo, cancellare anni e anni di compromessi creati per costruire organizzazioni come l'ONU, la NATO e la stessa UE, dividendole al loro interno, fra coloro che si dichiarano disponibili, per varie ragioni, a rimanere al fianco degli Stati Uniti indiscriminatamente, e coloro che, invece, non saranno disponibili a farsi coinvolgere, per ragioni di principio o di convenienza, nella strategia americana.

Il popolo (pacifista e non) deve iniziare a drizzare le orecchie e stare in allerta; forse si sta avvicinando il momento di rispolverare qualche bandiera, anche se limitarsi ad invasioni oceaniche di piazza come quelle che hanno preceduto il conflitto in Iraq potrebbe rivelarsi non sufficiente.

mercoledì 17 ottobre 2007

Parola di Ben Harper



“Quando si viaggia fuori dall’America, si leggono notizie americane ed internazionali ed è un peccato che l’America venga separata dalla comunità internazionale. Il solo consiglio che darei al presidente è quello di migliorare la diplomazia internazionale. L’America non ha la percezione, nelle alte sfere politiche, di come è vista al di fuori dei confini statunitensi e questo mi rende triste. Non mi piace viaggiare ed essere l’ultima ruota del carro in fatto di cultura, è frustrante, l’America è molto più di questo e meritiamo di essere rappresentati meglio di come lo siamo adesso, ormai da troppo tempo”.

venerdì 12 ottobre 2007

Nobel per l'ambiente.


Oggi è stato assegnato il "premio Nobel per la pace 2007" ad Al Gore per il suo impegno a favore della salvaguardia del pianeta e della sensibilizzazione ad un consumo responsabile ed alternativo delle energie. Insieme a lui premiato l'IPCC, ossia il Comitato intergovernativo per i mutamenti climatici delle Nazioni Unite presieduto dall'indiano Rajendra Pachauri.

Al Gore quest'anno aveva già vinto il premio oscar per il "miglior documentario" assegnato al suo Una scomoda verità - una minaccia globale (si noti il termine minaccia che per gli addetti ai lavori non può che essere associato ai tempi dell'Unione Sovietica)

Ora però, specialmente in Italia, si sta discutendo non tanto sul significato del premio quanto sulla sua "validità"! Solite spaccature destra-sinistra che non riescono a sorvolare sulla politica per osservare meglio il tema che, in questo caso, di politico non ha nulla.

Per la prima volta, viene equiparata la difesa dell'ambiente alla prevenzione o risoluzione pacifica di un conflitto, per la prima volta viene equiparato il diritto ambientale al diritto bellico, cosa finora sconosciuta in quel del diritto internazionale.

Esatte o lievemente errate che siano (come constestato oggi da una Corte britannica che ha detto che il documentario di Gore non è utilizzabile come materiale scolastico, ma già il fatto che se ne discuta fa capire la portata dell'evento) le questioni ambientali non possono più tornare allo status élitario che le contraddistinguevano fino a qualche anno fa. Ormai l'ambiente e la preziosità delle sue risorse sono diventate la causa prima dello scoppio di conflitti, della sopravvivenza di popolazioni e del pianeta stesso; insomma, sono diventate il pilastro portante della geopolitica internazionale ed ogni stato dovrebbe metterle al centro della propria strategia politica interna ed internazionale.
Bisogna che l'Italia lo capisca in fretta e ne diventi la portavoce anche all'interno dell'Unione Europea.

mercoledì 3 ottobre 2007

Oltre il 38° parallelo.


C'è da chiedersi cosa mai sia successo di così eclatante da far cambiare nel giro di nemmeno un anno le idee al presidente Nordcoreano Kim Jong-Il. Se il 6 ottobre dell'anno scorso, infatti, la Corea del Nord fece esplodere la sua prima bomba nucleare, oggi ha deciso di rinunciare alle sue ambizioni ed, anzi, ha addirittura annunciato di voler procedere allo smantellamento delle proprie centrali entro la fine dell'anno.

Tutto questo verrà ripagato dalla cancellazione dello Stato dall'elenco di quelli che gli USA definiscono «canaglia». Ma sarà stato solo questo a far scattare la molla? Sicuramente avrà influito la necessità di togliere l'embargo tecnologico e riaprire il commercio del paese per far fronte alle sempre più precarie condizioni della popolazione, ma a dire il vero, anche questo non sembra poter essere sufficiente.

Ad aver dato una forte spinta in tal senso c'è da considerare il ruolo cinese che attraverso le sue esigenze politico-strategiche avrà inferto il colpo decisivo alla trattativa a 6 fra le 2 Coree, Stati Uniti, Russia, Giappone e la Cina, appunto.

Cosa sia stata la reale merce di scambio è presto per saperlo, per ora accontentiamoci di vedere i rappresentanti delle 2 Coree incontrarsi in maniera civile e mostrarsi insieme davanti al mondo. Considerando che la Corea del Nord è formalmente ancora in guerra con quella del Sud (e con gli Stati Uniti, con cui vige "solo" un armistizio) dal 25 giugno 1950, non è cosa da poco.

lunedì 1 ottobre 2007

Myanmar? No, Birmania.

Come rimanere indifferenti a una situazione così clamorosa e incredibile? Non si può, bisogna agire, sostenere.
Ormai è da quasi un mese che i monaci buddisti (chiamati anche "bonzi") sfilano per le strade della Birmania per riportare la loro nazione nelle mani della democrazia, nelle mani di quella donna - premio Nobel per la pace - che nel 1990 ha vinto le elezioni con l'82% dei voti come esponente di un partito rivoluzionario in maniera pacifica. Pacifica come le manifestazioni represse con la violenza dall'esercito comandato da quella giunta militare che dagli anni '60 ha usurpato il potere e che dal 1988 ha imposto allo Stato il nome di Myanmar.
Non si può rimanere indifferenti di fronte alle violenze che vediamo grazie a cittadini "rivoluzionari" che, "rubando" immagini e filmati dalla loro quotidianità e sfidando la censura imposta dalla dittatura, immettono nella rete segni inequivocabili di richieste di aiuto, di sostegno.
Dopo tutte le ambiguità e le incertezze con cui la comunità internazionale, ma soprattutto i paesi occidentali, ha dovuto confrontarsi dall'11 settembre 2001 ad oggi, questa è l'unica vera occasione per dimostrare unità verso una causa che, se sposata, avrebbe veramente bisogno di quei valori democratici di cui da tanto tempo ci si riempe, a torto, la bocca.