domenica 21 ottobre 2007

Le parole, i fatti.


La situazione sta degenerando. Se immaginavamo che la guerra in Iraq avesse aperto e repentinamente chiuso un capitolo della politica estera americana, ci sbagliavamo.

Oggi più che mai la filosofia di George W. Bush è quella della provocazione, della forza, usando un proverbio, Bush «si muove come un elefante in un negozio di cristalleria». La cosa più sconvolgente di tutto ciò è che altri, dietro di lui, si sentono legittimati a comportarsi in egual modo.
In primis Ahmadinejad che, almeno sulla carta, rivendica il diritto all'utilizzo del nucleare per scopi civili (come sottolineato anche da Sarkozy ad un incontro alle Nazioni Unite); poi Putin, che sposando l'idea "civile" del Presidente iraniano, lo supporta, rivendicando e ribadendo le promesse fatte all'Iran per il rifornimento di risorse, ma non basta. Visto che la situazione non è già sufficientemente incerta così com'è, Putin ha anche aggiunto che la Russia è pronta a rifornire e modernizzare il proprio arsenale nucleare per far fronte a nuove future minacce.
Bush, che di questo gioco al rialzo è il maestro, sapete cosa ha avuto il coraggio di dire? Semplicemente che un'Iran nuclearizzato potrebbe divenire la causa dello scoppio della terza guerra mondiale. Si, avete letto bene.

Ed ora, anche altre medie e piccole potenze regionali si stanno sentendo legittimate ad agire per conto loro, a farsi giustizia da sé: così assistiamo ad una neonata guerra fra la Turchia e gli indipendentisti curdi del PKK in territorio iracheno, definibile ormai una zona franca per chi vuole fare di tutto, senza subire nulla. Ad oggi, decine di morti sia fra le fila dell'esercito turco che fra i separatisti. Non dimentichiamo che in tutto questo delirio di parole e di fatti, il nodo principale da sciogliere rimane la sempre attiva situazione israelo-palestinese, vero motivo formale per cui l'amministrazione americana potrebbe decidere di impegnarsi in Iran, date le giustificazioni fornitele dal loquace Presidente iraniano che vedrebbe bene uno stato israeliano trasferito nelle «fresche zone dell'Alaska».

Insomma, in un momento in cui un riavvicinamento delle potenze occidentali sarebbe parso ragionevole oltre che necessario, assistiamo ad una degenerazione della situazione, dove le regole non esistono più e la linea dell'unilateralismo si sta pian piano trasformando da eccezione a prassi. Questo atteggiamento potrebbe, in un attimo, cancellare anni e anni di compromessi creati per costruire organizzazioni come l'ONU, la NATO e la stessa UE, dividendole al loro interno, fra coloro che si dichiarano disponibili, per varie ragioni, a rimanere al fianco degli Stati Uniti indiscriminatamente, e coloro che, invece, non saranno disponibili a farsi coinvolgere, per ragioni di principio o di convenienza, nella strategia americana.

Il popolo (pacifista e non) deve iniziare a drizzare le orecchie e stare in allerta; forse si sta avvicinando il momento di rispolverare qualche bandiera, anche se limitarsi ad invasioni oceaniche di piazza come quelle che hanno preceduto il conflitto in Iraq potrebbe rivelarsi non sufficiente.

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