lunedì 1 ottobre 2007

Myanmar? No, Birmania.

Come rimanere indifferenti a una situazione così clamorosa e incredibile? Non si può, bisogna agire, sostenere.
Ormai è da quasi un mese che i monaci buddisti (chiamati anche "bonzi") sfilano per le strade della Birmania per riportare la loro nazione nelle mani della democrazia, nelle mani di quella donna - premio Nobel per la pace - che nel 1990 ha vinto le elezioni con l'82% dei voti come esponente di un partito rivoluzionario in maniera pacifica. Pacifica come le manifestazioni represse con la violenza dall'esercito comandato da quella giunta militare che dagli anni '60 ha usurpato il potere e che dal 1988 ha imposto allo Stato il nome di Myanmar.
Non si può rimanere indifferenti di fronte alle violenze che vediamo grazie a cittadini "rivoluzionari" che, "rubando" immagini e filmati dalla loro quotidianità e sfidando la censura imposta dalla dittatura, immettono nella rete segni inequivocabili di richieste di aiuto, di sostegno.
Dopo tutte le ambiguità e le incertezze con cui la comunità internazionale, ma soprattutto i paesi occidentali, ha dovuto confrontarsi dall'11 settembre 2001 ad oggi, questa è l'unica vera occasione per dimostrare unità verso una causa che, se sposata, avrebbe veramente bisogno di quei valori democratici di cui da tanto tempo ci si riempe, a torto, la bocca.

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