lunedì 26 novembre 2007

Due facce della stessa Somalia.

In Somalia sono ripresi gli scontri fra i militari dell'esercito etiope e i cosiddetti ribelli. Diverse centinaia di morti in pochi giorni hanno riportato la situazione a livelli insostenibili, decine di migliaia di profughi, oltre al milione di migranti che già ha lasciato il Paese, stanno cercando di raggiungere le coste dello Yemen. Chi resta non ha possibilità alcuna di poter «vivere». In una situazione di guerriglia l'unica vera vittima è, come sempre, la popolazione civile.
Notizia di queste ore è l'elezione, da parte del Parlamento somalo, di un nuovo primo ministro - Nur Hassan Hussein - per rafforzare la posizione del governo ad interim: la sua prima sfida sarà tentare di riportare l'unità.
L'ONU, per voce del suo rappresentante speciale Ahmedou Ould Abdallah, ha definito la situazione umanitaria somala «la peggiore del continente africano».

Inevitabile, dunque, tentare di spiegare come si è giunti ad una situazione simile: tutto è cominciato con la caduta del Presidente somalo Siad Barre nel 1991 "vittima" dello sconvolgimento avutosi con la fine della guerra fredda. Fino ad allora, infatti, la Somalia era alleata dell'URSS. Ma la caduta del dittatore per mano di decine di movimenti regionali di liberazione non fu favorevole agli USA, anzi, generò un caos dal quale lo Stato non si è più ripreso.
Lo scontro si è via via palesato fra il GFT - ossia il governo federale di transizione sostenuto dalla comunità internazionale e dalla confinante Etiopia (anche militarmente) - e l'UTI - armate di ribelli islamici che vogliono ottenere il controllo della regione e fedeli al Tribunale delle Corti islamiche.
Le posizioni rispetto all'intervento etiope sono discordanti: il GFT lo definisce necessario per la stabilità della regione, minata da un pugno di «estremisti religiosi» che contraddicono i principi dell'Islam, religione di pace e tolleranza. L'ex-Viceministro degli Esteri italiano, Patrizia Sentinelli, aveva, invece, giudicato inaccettabile per la popolazione, l'intervento in territorio somalo di truppe etiopi.
Sostegno, infine, da Washington che ha deciso di intraprendere una sconcertante guerra per procura.

Dopo il 1993, anno dell'imboscata in pieno centro della capitale costata la vita a 18 soldati americani (si veda a riguardo il film Black Hawk Down), gli USA avevano deciso di non intervenire più ed in nessun modo sul continente africano, posizione mantenuta anche durante il genocidio del 1994 in Rwanda.
Ma dal 2001 le cose sono cambiate: al fine di mantenere la sicurezza di una delle principali rotte marittime (link) ed evitare un jihad marittimo, gli USA hanno deciso di riportarsi nella zona e compiere operazioni segrete per l'eliminazione di membri di Al Qaeda, inizialmente attraverso azioni in zone confinanti (Yemen, Etiopia), dal 2007 agendo anche direttamente in territorio somalo, catturando quasi 1000 persone con la sola colpa d'aver fatto parte dell'UTI.
Intanto, gli esiti degli scontri sul territorio somalo, specialmente nella capitale Mogadiscio, sono stati molto oscillanti favorendo alle volte l'esercito etiope, altre i ribelli (ora definiti muqawamada, ossia «resistenza»).

Affidando all'Etiopia il lavoro sporco, il governo americano rischia di riacutizzare i focolai (mai spenti) della regione. L'Eritrea, infatti, pur non essendo palesemente favorevole ai ribelli islamici, ha deciso di finanziare l'UTI come semplice contrapposizione all'Etiopia che, a sua volta, ha usufruito di un via libera per l'acquisto di armi dalla Corea del Nord in violazione dell'embargo imposto dal Consiglio di Sicurezza, su richiesta degli stessi USA!

Giocare col fuoco in questa maniera e riproporre integralmente il conflitto di religione che identifica gli islamici come i cattivi, i terroristi da sconfiggere e i buoni come coloro che accettano di sottomettersi all'influenza americana nella regione anche in zone apparentemente immuni da tale divisione (non è, infatti, definibile in tal modo una contrapposizione civile per assumere il controllo di uno Stato) potrebbe rivelarsi un boomerang, una scelta controproducente. Come detto in altri post, non si può identificare ogni situazione del panorama internazionale come un'unica grande lotta al terrorismo.

lunedì 19 novembre 2007

L'IPCC lancia l'allarme, il Bangladesh lo subisce.

Gli oltre 2000 scienziati dell'IPCC presieduto dal premio Nobel Rajendra Pachauri si sono riuniti a Valencia nei giorni scorsi per fare il punto della situazione sul riscaldamento globale ed il bilancio fuoriuscitone suona come una condanna: secondo il Summary for policy-makers del 16 novembre è stato superato il punto di non ritorno, la riduzione delle emissioni potrà rallentare l'aumento delle temperature, ma non bloccarla né invertirla nel breve/medio periodo. Si tratta, dunque, solamente di limitare i danni, non più di impedirli. Fenomeni non attribuibili a cause naturali stanno aumentando esponenzialmente (aumento del livello dei mari, riduzione dei ghiacchi polari e montani, maggior frequenza di ondate di calore estive e piogge concentrate, impressionante distruttività e frequenza di cicloni) ed eventuali sforzi potranno soltanto non far peggiorare la già critica situazione, ma non farla ritornare alla normalità.

E così bisognerà assistere ancora per molti anni a tragedie come quella che, in questi giorni, ha devastato il Bangladesh. Il ciclone Sidr sembra essersi lasciato alle spalle migliaia di morti. Finora già più di 3000 quelli accertati, ma la Mezzaluna Rossa parla di 10000 morti possibili quando le operazioni di soccorso termineranno.

A questo proposito vorrei citare 2 progetti attivati da LifeGate utili ad azzerare le emissioni di anidride carbonica prodotte privatamente: il primo è Impatto Zero che, attraverso un calcolo dei consumi annuali prodotti, da la possibilità di compensarli tramite la tutela e la riqualificazione di aree boschive. Il secondo è LifeGate Energy che da la possibilità di aderire ad un operatore elettrico di sola energia rinnovabile.
Bisogna iniziare a cambiare mentalità a partire dalla quotidianità.

domenica 18 novembre 2007

Il Kosovo della discordia.

Da quando i bombardamenti NATO (1999) hanno costretto alla ritirata l'esercito serbo dalla provincia kosovara, mettendo fine ai soprusi perpetrati nei confronti della maggioranza albanese, poco è cambiato, sia che si agisse in maniera pacifica - come ha cercato di fare il leader Ibrahim Rugova, da poco scomparso e considerato eroe nazionale dalla popolazione albanese - o tramite l'uso di armi - attraverso il gruppo armato di liberazione: l’UÇK – Ushtria Çlirimtare e Kosovës.

Oggi come ieri, la provincia autonoma serba sotto amministrazione ONU è divisa tra coloro che sono favorevoli a concedere l'indipendenza (USA) e coloro che invece temono di creare un precedente per situazioni analoghe in altre parti del mondo (Russia con la Cecenia).
Ieri si sono tenute le elezioni per il Parlamento e le amministrazioni comunali che hanno visto la Lega democratica del leader storico Rugova cedere terreno (23%) in favore del Partito democratico del Kosovo (35%), ossia la formazione degli ex-guerriglieri UÇK, guidato da Hashim Thaci. Ma la notizia principale è stata la scarsa affluenza, avvantaggiata dal boicotaggio della minoranza serba (circa 100.000) e dalla scarsa affluenza albanese ormai rassegnata ad un'incapacità di fondo di giungere ad un compromesso.

In tutto ciò, rimane l'esigenza primaria di formare un governo in grado di definire una posizione comune e accettabile da tutte le parti coinvolte da portare davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 10 dicembre, data limite per un accordo definitivo tra Pristina e Belgrado.
Le parole del leader del partito vincitore, e dunque del possibile futuro premier, rispecchiano la posizione della popolazione: "Kosovo e Serbia potrebbero trattare per i prossimi cento anni senza mai raggiungere un accordo". Dunque che fare? Secondo Thaci l'unica via possibile è raggiungere l'indipendenza in maniera unilaterale; parola, quest'ultima, presa in prestito dal vocabolario statunitense.

venerdì 16 novembre 2007

Il Kurdistan nella lotta al terrorismo


La crisi irachena, ormai quinquennale, sta riaprendo nel «Grande Medioriente» l'ennesima ferita che, da qualche tempo, sembrava essere dimenticata.

Il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) sembra essersi risvegliato. In realtà, più per cause esterne che per una volontà propria di riaprire gli occhi. La mancanza di un governo realmente sovrano in Iraq ha riacceso le speranze autonomiste del Kurdistan iracheno, specialmente dopo l'elezione di Jalal Talabani come presidente curdo dell'Iraq e ha offerto un retroterra logistico a completa disposizione dei Peshmergas («guerrigliero» in lingua curda). Dall'altra parte, il governo di Ankara (Turchia) ha visto nella mancanza di una reale sovranità, la possibilità di intraprendere delle incursioni militari in territorio iracheno per riuscire a inserirsi nella piaga e portare a sé i favori delle potenze occidentali (come sempre, Stati Uniti in primis). Infatti, se gli Usa avevano inserito il Pkk nella lista delle organizzazioni terroristiche già nel 1997, l'Unione europea si è uniformata a tale visione nel 2002, ovvero sull'onda della «guerra al terrore».

Se la questione dell'indipendenza del Kurdistan anatolico può essere fatta risalire alla fine della prima guerra mondiale, quando gli Alleati vincitori promisero la creazione di uno stato attraverso il Trattato di Sèvres (1920), poi sconfessato dal Trattato di Losanna (1923) che divise la regione tra ben quattro stati (Turchia, Iran, Iraq e Siria), l'insediamento reale dei kurdi nella regione è molto più recente. Esso è, di fatti, riconducibile al 1983 quando il presidente del Pkk, Massud Barzani - odierno presidente del Kurdistan iracheno, firmò col presidente turco, Turgut Ozal, un accordo di non interferenza.

La situazione cambiò nel 1993 con la morte del Presidente turco, favorevole alla legalizzazione del Pkk, e la fine della speranza di una soluzione negoziata. Il partito turco a favore della causa curda si vide ritirare l'immunità parlamentare ed il celeberrimo Presidente del Pkk, Abdullah Ocalan, venne arrestato e incarcerato sull'isola turca di Imrali. Nonostante ciò, lo stesso lanciò un appello per la fine della lotta armata palesando il suo obbiettivo di una trasformazione democratica della Turchia, attraverso la negoziazione della risoluzione della questione con le autorità di Ankara.

Anche il partito turco in parlamento cambiò nome in Congresso per la libertà e la democrazia nel Kurdistan segnando un'evoluzione legalista. Inoltre nacque il Partito per una Turchia democratica (pro curdo) che nelle elezioni di quest'anno ha ottenuto diversi seggi in parlamento. Ma i governi interessati non hanno cambiato la loro posizione, anzi l'hanno inasprita definendo accordi multilaterali per la soppressione dei ribelli, impropriamente definiti terroristi: è storia di oggi l'accordo Ankara-Baghdad-Washington per sradicare le forze terroristiche. Anche Teheran, in perpetua lotta con gli Stati Uniti, pur non stringendo patti si è ritrovato stranamente allineato con essi attraverso il comune obbiettivo di evitare scissioni. Così da febbraio i turchi hanno iniziato ad ammassare soldati alla frontiera ed il braccio di ferro elettorale, rivelatosi ancora a favore di Erdogan, ha spinto l'esercito verso un rilancio nazionalista.

In controtendenza, gli Stati Uniti hanno sposato la volontà autonomista del Kurdistan iracheno vista l'impossibilità del governo di Baghdad di esercitare un'effettiva sovranità in quelle zone; tale scelta, apprezzata da Murat Karayilan - presidente del Congresso del popolo del Kurdistan (Kck), ossia l'istanza collegiale che dirige il partito - deve essere, secondo lo stesso, sposata anche dal governo turco. Ciò che Karayilan chiede oggi è la negoziazione di un'autonomia regionale all'interno della frontiera turca, simile a quella della Catalogna. Egli la definisce una «mano tesa» offerta dai propri deputati per trovare una soluzione democratica e negoziata al problema. Nonostante ciò, è ovvio che non si può dimenticare la promessa di un grande Kurdistan, come promesso nel 1920.

Se oggi la situazione sulle frontiere turco-irachene si è fatta nuovamente difficile, visti gli scontri ripresi tra l'esercito di Ankara e i combattenti del Pkk, la volontà sembra non essere più ricercabile tra le colline kurde. Karayilan, infatti, in agosto disse: «Da anni non facciamo più incursioni in Turchia e la nostra guerriglia sul posto si limita a rispondere agli attacchi dei soldati turchi. Ma se domani la Turchia dovesse scegliere la guerra aperta, sapremo reagire. E tutto il popolo curdo si solleverà al nostro fianco».

La guerra in Iraq e la lotta americana al terrorismo significano anche questo. Bisogna stare attenti a non rischiare di farci confondere e convincere. Dal 2001 il terrorismo è identificato con tutto e giustifica ogni cosa.

Per questo post devo ringraziare il bellissimo articolo uscito questo mese su Le Monde diplomatique.

mercoledì 14 novembre 2007

Il Mar Nero da oggi lo è ancora di più.

Cosa dire in occasioni del genere? Si era detto che d'ora poi non ci sarebbe stato più margine di errore per salvare il pianeta: bisognava cominciare subito, ogni minuto guadagnato avrebbe potuto dare al nostro mondo una speranza in più di salvezza.

Tutto azzerato in un attimo. Un disastro ecologico come non se ne vedevano da anni (incendi esclusi). Inutile cercare un colpevole per questa determinata situazione.
L'unica speranza rimasta è vedere finire improvvisamente ed immediatamente la vera fonte della nostra rovina: il petrolio.

Probabilmente bisognerà aggiornare le cartine geografiche poiché un altro Mar Morto vi è comparso: il Mar Nero, che da oggi lo è ancora di più.

Video tratto da Skytg24: Russia, si contano i danni

venerdì 9 novembre 2007

Le fortune del Pakistan.


La crisi che sta attraversando il Pakistan non è figlia di un reale disagio della popolazione, ma deriva da una endemica incapacità del governo pakistano di saper fare il proprio lavoro.
Il Pakistan nacque all'incirca 60 anni fa da una scissione della regione a prevalenza musulmana dalla penisola indiana. In realtà la popolazione non percepì mai l'esigenza di un nuovo Stato, ma le ali estreme, sia religiose che politiche, maggioritarie nella regione, riuscirono a creare una nuova entità statale, nel tentativo di isolare la propria cultura da quella indiana.

Questa scissione forzata provoca ripercussioni forti ancora oggi, specialmente nel difficile cammino verso una forma democratica di governo.
Le tappe fondamentali che hanno interessato la crisi dello Stato pakistano vedono l'annuncio da parte del Presidente Musharraf della proclamazione dello stato di emergenza con conseguente sospensione della Costituzione, delle sue leggi e dei suoi diritti fondamentali. Il motivo di tale gesto è da ricercare nella paura da parte dello stesso Presidente di non vedere rinnovato il suo terzo mandato (approvato dal Parlamento ma preventivamente declinato dalla Corte Suprema).
La Corte Suprema ha risposto usando i propri poteri e dichiarando illegale la decisione di Musharraf, il quale ha deciso di destituire il presidente della Corte Chaudhry, già precedentemente allontanato e riabilitato per le forti ed inaspettate proteste della popolazione, e metterlo agli arresti.
Da questo momento in poi, si sono accese in tutto il Paese proteste da parte della classe degli avvocati, puntualmente represse con centinaia di arresti. Anche la comunità internazionale non si è fatta attendere, specie tramite la voce di Condoleeza Rice e del Presidente americano, i quali hanno manifestato un forte disappunto per la decisione di Musharraf e hanno chiesto che questa venisse revocata in favore di elezioni legittime (già ampiemente promesse e ripromesse entro febbraio 2008) e che lo stesso Presidente si dimettesse dalla duplice carica di capo dell'esercito. Dopo un periodo di esitazione, anche la ex-Premier Benazir Bhutto ha deciso di unirsi alle proteste, proclamando la presenza alla manifestazione prevista oggi a Rawalpindi. Ma è notizia di poche ore fa che la leader del Partito Popolare è stata costretta agli arresti domiciliari per motivi di sicurezza, impedendo la sua partecipazione alla manifestazione.

Se non fosse per il forte attaccamento americano ad avere un partner importante al suo fianco per mantenere un già precario equilibrio nella regione e per quello pakistano ai soldi statunitensi, probabilmente il Pakistan sarebbe già scivolato in una dittatura simile ad altre nella regione (si veda ad esempio la Birmania/Myanmar, la cui situazione potrebbe essere presa ad esempio negativo: tra le tante similarità, sorprendente è il parallelo Suu Kyi/Bhutto, specie dopo gli arresti di oggi), con il completo accentramento del potere militare nelle mani del governo.
Ma proprio prendendo spunto dal parallelo Pakistan/Birmania è ancora più evidente come la comunità internazionale e gli Stati Uniti, in particolar modo, si muovano solo quando vengono minacciati i propri interessi e la propria sicurezza. Fintanto che sono i diritti umani ad essere minacciati si può sempre aspettare.

La popolazione pakistana deve ringraziare il terrorismo internazionale se può ancora sperare in futuro democratico e rispettoso dei diritti fondamentali.

martedì 6 novembre 2007

Tor di quinto in Europa - 2


Dopo il post dedicato a voi e alle motivazione che hanno spinto i media a riscrivere la propria agenda, vorrei affrontare gli altri due argomenti preannunciati:

  1. L'adesione della Romania all'UE

  2. La ricezione della direttiva comunitaria in Italia

Per quanto riguarda il primo punto, dopo la caduta del muro di Berlino, l'UE ha intrapreso una politica di sicurezza riguardante la stabilizzazione di quelle aree adiacenti ai confini dell'Unione, in balia di crisi interne. In primo piano, a tal proposito, erano da considerare i cosiddetti PECO (Paesi dell'Europa Centro-Orientale), che, essendo appena stati liberati dal giogo sovietico, dovevano riscostruire le proprie istituzioni e il proprio carattere socio-economico. A questo proposito, l'UE iniziò a stipulare accordi finalizzati ad aiutare tali paesi a condizione che essi si mobilitassero per far rispettare i diritti umani al proprio interno. Col passare del tempo, oltre ad aiuti economici, si iniziò a condizionare questi sforzi alla promessa della membership all'UE.

Effettivamente tali accordi stimolarono la liberalizzazione degli scambi economici e, poi, la convergenza politica ed amministrativa dei PECO verso i paesi dell’Europa occidentale. Tale pratica venne, quindi, standardizzata tramite il varo del «Patto di stabilità» da parte del Consiglio Europeo di Copenaghen del giugno 1993, il quale fissò i principi guida e le condizioni politiche, economiche e istituzionali che i paesi candidati all’ingresso avrebbero dovuto rispettare per conquistarlo - come la presenza di istituzioni stabili e ispirate ai principi di democrazia e dello stato di diritto, il rispetto dei diritti umani e delle minoranze, un’economia di mercato funzionante e in grado di affrontare la competizione derivante dall’adesione al mercato unico, la capacità giuridica e amministrativa di recepire e rispettare gli impegni derivanti da tutti gli accordi già presi fra di loro dai membri dell’Unione Europea, il cosiddetto acquis comunitario.

Avendo chiari tali punti, diventa comprensibile capire come anche Paesi come la Romania abbiano potuto lentamente realizzare il sogno di diventare membri a 360° dell'UE. L'adesione non è mai stata vincolata ad elementi soggettivi comprendenti problemi comuni a qualsiasi Stato, anche quello più democratico al mondo. Per essere ancora più chiari, la criminalità o la presenza di gruppi organizzati di persone che commettono reati non è un criterio plausibile (altrimenti l'Italia, insieme alle sue numerose mafie esportate in un tutta Europa, non sarebbe nemmeno lontanamente vicina agli standards europei).

Il secondo punto riguarda la ricezione delle direttive comunitarie. Anche questo aspetto è diverso da come descritto in questi giorni dai media, infatti non è assolutamente vero che l'Italia non abbia recepito la direttiva dell'Ue riguardante l'allontanamento di cittadini europei che commettano reati o che non dispongano di mezzi di sussistenza. Come dichiarato dal Ministro dell'Interno, Giuliano Amato, tale direttiva (2004/38/CE) è stata recepita con il decreto legislativo del 6 febbraio 2007.

Il fatto è che tale direttiva non prevede l'espulsione definitiva, poiché a queste persone (non essendo extracomunitarie) è consentito il reingresso e poiché è difficile dimostrare che tali persone prive di mezzi di sussistenza siano in Italia da più 3 mesi (tempo minimo per imporre l'allontamento). Il problema, dunque, è rintracciabile nella mancanza di una reale messa in pratica di tale provvedimento, non nella sua totale assenza. Col decreto legislativo che si vuole approvare in questi giorni, tali questioni vengono semplicemente rafforzate e rese più severe e immediate.

Spero di aver dato un panorama generale e di aver reso più chiaro ciò che in questi giorni è stato reso pressoché incomprensibile a causa di una pluralità di interpretazioni che spesso hanno banalizzato il problema sparando a zero su tutto e su tutti.

Vorrei cogliere l'occasione per esprimere il mio sdegno per la spedizione punitiva attuata da uomini italiani incappucciati e muniti di spranghe e coltelli ai danni di 4 operai rumeni all'uscita di un supermercato a Roma.

Vorrei esprimere il mio cordoglio per la scomparsa dell'immenso Enzo Biagi.

Sondaggio - 2


Risultato del secondo sondaggio del blog Internazionale.

Ritieni il problema dello scudo spaziale equiparabile alla crisi dei missili di Cuba del 1962?


  1. Si, Putin ha ragione - 12% (1 voto)

  2. No, dopo la terza guerra mondiale pronosticata da Bush, Putin doveva rispondere a tono - 62% (5 voti)

  3. Non saprei - 26% (2 voti)

domenica 4 novembre 2007

Tor di quinto in primo piano - 1


Innanzitutto devo ringraziarvi per la grande (nel mio piccolo) partecipazione che avete espresso nei confronti del quesito che in questi giorni mi ha messo duramente alla prova; è stato veramente un piacere leggere tante idee diverse e allo stesso tempo interessanti.
La domanda che mi ero posto è semplice: perché l'episodio di cronaca nera che ha visto coinvolta, in senso negativo, una donna romana che, mentre rientrava a casa in una zona degradata della capitale, è stata aggredita, derubata, probabilmente violentata e seviziata ed infine gettata in un dirupo da parte di un romeno di 24 anni, ha suscitato tanto clamore da creare una vera e propria crisi diplomatica nelle relazioni fra Italia e Romania? La donna, nei giorni successivi, non ce l'ha fatta ed è morta. L'uomo è stato arrestato grazie all'intervento da parte di una sua connazionale che, assistendo all'episodio, ha subito avvertito chi di dovere per fermare, invano, la tragedia. Ma questo lo sapete benissimo tutti.
Gli argomenti che vorrei affrontare per rimanere all'interno degli ambiti di interesse di questo blog di politica internazionale sono:
  1. L'adesione della Romania alla UE
  2. La ricezione delle direttive comunitarie in Italia
  3. I motivi che hanno spinto i media nazionali a dare tanta visibilità a tale episodio.
Per fare tutto ciò mi baserò sui vostri commenti e su ciò che ho studiato in questi anni in ambito universitario.

I motivi che hanno spinto i media nazionali a dare tanta visibilità a questo episodio sembra siano diversi: Andrea di Civitaweb sostiene che il motivo principale della mobilitazione politica è riconducibile alle imminenti elezioni comunali che, interessando circa 3-4 milioni di elettori, hanno la capacità di mobilitare tutte le forze politiche a livello nazionale. Effettivamente tale situazione non è da sottovalutare poichè, essendo ormai Veltroni fuori dai giochi, la poltrona della capitale è tutta da guadagnare.
Salpetti di salpetti.wordpress tira in ballo diverse questioni, tra cui la capacità dei media di inserire nella propria agenda episodi di cronaca e farli diventare rilevanti a livello nazionale (così anche per Alzata con pugno), ma soprattutto, cosa che mi ha colpito, il fatto che la donna uccisa fosse moglie di un graduato della Marina militare e tale carica ha potuto giocare un ruolo fondamentale, specie, penso, nei partiti di centrodestra come Alleanza Nazionale.
Andrea di cat with mouse e ampiorespiro.myblog si soffermano più sulle cause della tragedia, riscontrando nella negligenza dei politici la causa fondamentale, mentre per Andrea Cavalletto e blog news la questione è da ricercare nella mancanza di giustizia dovuta all'assenza di certezza di una pena per chi delinque, cosa che porterebbe i malviventi ad agire con meno timore per le conseguenze. Non a caso uno degli argomenti usciti in questi giorni è la severità delle leggi romene che spinge molti rom ad emigrare all'estero per compiere i loro crimini.
Sono da notare anche gli interventi di Gabriele e di Prescia che però toccano il problema dell'adesione della Romania all'UE, di cui parlerò in seguito.
Tutte queste ragioni mi sembrano ottime e reali e le condivido. L'unica cosa che mi sembra giusto aggiungere è proprio il fatto che tale episodio abbia avuto come protagonista un rom, ossia uno zingaro, un nomade; queste persone non hanno mai suscitato forte simpatia nei cittadini italiani e questa può essere considerata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non si può infatti dire che le stesse reazioni sono riscontrabili in episodi analoghi commessi da nostri connazionali (si veda l'ultimo fatto di cronaca nera avente come protagonista un ex-militare esaurito).
Per evitare un post troppo lungo e faticoso da leggere, rinvierò le questioni di carattere comunitario ad un prossimo post espressamente dedicato ad esse.
Grazie ancora a tutti, la forza dei blog si vede anche in queste piccole cose.

sabato 3 novembre 2007

Romania - Roma (passando da Bruxelles).

Perchè oggi? Perchè questo caso? Perchè dei tanti fatti di cronaca nera, di stupro ed omicidio compiuti da italiani, romeni od extracomunitari tutto il polverone si è alzato solo per questa povera donna romana?

Perchè?

In attesa di capire e di avere risposte concrete da scrivere in un prossimo post riguardo alle norme di adesione che hanno portato la Romania ad entrare nell'Unione Europea, lascio a voi la possibilità di aiutarmi a trovare una risposta.

giovedì 1 novembre 2007

D'Alema e il «Gruppo di riflessione strategica».


Qualcosa di diverso nell'orizzonte italiano, finalmente. Il nostro Ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, ha messo in pratica l'idea, da lungo accarezzata, di creare qualcosa che duri nel tempo, qualcosa che gli riconosca la capacità di aver dato vita ad un ufficio che sopravviva a maggioranze e governi in continua alternanza.

Il Gruppo di riflessione strategica, questo il nome, è un tavolo attorno al quale dovranno sedersi i maggiori esperti italiani, teorici e pratici, di politica internazionale che dovranno analizzare la realtà contemporanea con tutti i suoi problemi per dare vita ad una pianificazione che renda l'Italia in grado di "sopravvivere" ai repentini mutamenti del nostro pianeta. Dai cambiamenti climatici alla sicurezza energetica, dal terrorismo internazionale alle crisi interne di paesi instabili, dalla globalizzazione dei mercati a quella dell'informazione; tutto ciò al di là del colore politico presente a Palazzo Chigi. Diplomatici e ambasciatori, politici esperti di relazioni internazionali, illustri docenti universitari e scrittori in riviste riconosciute internazionalmente. Insomma, una squadra di cervelli per mantenere la politica estera coerente nel tempo e negli obbiettivi da raggiungere. Una vera e proprira strategia a cui far riferimento per tutte le situazioni che si presenteranno in futuro. Non una soluzione momentanea e passeggera ma ricercata e di lungo termine, che vada oltre la politica costituita dallo scontro partitico.

Questa iniziativa vuole sconfessare il periodo di crisi che sta vivendo internamente l'Italia e, forse, prende proprio spunto dal movimento che condanna i partiti quali unici fautori del motore italiano. Indirettamente si è cercato, emulando soggetti già presenti da tempo in altri Paesi, di prescindere dalle fazioni per tentare di mettere in piedi qualcosa che vada a benificio dell'Italia nella sua interezza, in un contesto internazionale in cui, ormai, nulla è scontato ed anche le storiche potenze devono guadagnarsi il loro spazio come le nuove per non finire risucchiate e inglobate dall'incertezza ed instabilità di un mondo che, dopo il 1989, non ha più trovato una collocazione a cui far riferimento: non più bipolarismo, né multipolarismo o unipolarismo.

Diamo atto a tale iniziativa di essere nuova e in direzione delle richieste del popolo italiano, sperando che anche all'interno del Palazzo, tale innovazione venga colta e riprodotta per far uscire il Paese dallo stallo in cui è costretto. Questo ha bisogno di riforme di lungo termine (ossia che non vengano spazzate via dal governo successivo) che la portino all'altezza dei suoi partners europei e mondiali e per far ciò l'unica via da percorrere è la concertazione.


Interessante a tal proposito l'intervista fatta al nostro Ministro degli Esteri dalla rivista Diplomatic magazine e riproposta sul sito del Ministero degli Affari Esteri