giovedì 25 dicembre 2008

Buon Natale Internazionale! (atto secondo)


Ho visto che molti commenti ai post, parlano di un presente incerto e di un futuro anche peggiore. Non è una novità. Condivido queste paure e le temo in maniera smodata. Però, visto che siamo in un periodo in cui bisogna sperare, far buoni propositi e cercare di raggiungere o quantomeno, sognare, ecco cosa mi piacerebbe immaginare per il futuro.

Sarebbe stupendo immaginare un'informazione dal basso che spostasse il baricentro su notizie che sono veramente fondamentali per Noi e per il nostro Pianeta; che finalmente si riuscisse a plasmare coloro che ci governano secondo le nostre esigenze e non il contrario.
A questo proposito, sarebbe auspicabile anche tentare di inventarsi qualcosa, un'azione che dia senso a tutte le belle parole che ogni giorno pubblichiamo. Alla fine chi ci legge la pensa (più o meno) come noi e difficilmente si riesce a convincere chi invece non crede nell'importanza della salvaguardia ambientale, nel perseguimento di una comunità internazionale che agisca per il bene comune.
Ormai il mondo non può più sostenere nessuna forma di egoismo, bisogna fare qualcosa.

Ma per ora è solo un sogno, speriamo diventi, prima o poi, realtà.

Queste le parole con cui avevo deciso di augurarvi Buon Natale esattamente un anno fa e, nonostante l'anno che si sta per concludere sia bisesto, i fatti che lo hanno attraversato sembrano aver intrapreso la strada dei desideri.
Le tragedie, le calamità e gli atti di violenza non sono mancati, anzi, probabilmente si sono ripetuti tali e quali; però qualcosa di positivo ha scosso la comunità internazionale.
Oltreoceano si sono svolte le elezioni tra le più importanti e partecipate della storia americana: un uomo nato negli anni '60, di origini africane, eletto e sostenuto direttamente dal popolo è stato eletto 44° Presidente degli Stati Uniti d'America. Il multilateralismo, nell'anno che verrà, sarà la parola che sostituirà (si spera) dall'agenda politica americana e mondiale il concetto di guerra preventiva ed unilaterale di stampo "bushista". La tematica ambientale sembra aver preso piede nei discorsi e nelle azioni dei leader politici di mezzo mondo. L'Europa, in particolare, ha riassunto, grazie a questo tema, il ruolo storico di pionere della comunità e gli USA potrebbero, grazie alla sensibilità del Presidente-eletto Barack Obama, seguirla a ruota nei prossimi mesi.

Per quanto riguarda Noi, blogger e non solo, di strada ne abbiamo fatta.
La blogosfera sta entrando sempre più a far parte del mondo dell'informazione e sta sempre di più riscuotendo autorevolezza e consensi. Per quanto mi riguarda sto tentando di "inventarmi qualcosa" (grazie al sostegno di Paola) che possa quantomeno tentare di portare più vicino alla base il baricentro che stabilisce l'importanza di una notizia. A tal proposito ribadisco la volontà di creare una rubrica dedicata esclusivamente alla tematica ambientale sotto ogni sua sfaccettatura e ribadisco che chiunque fosse interessato a scrivere, partecipare o semplicemente ospitare sul proprio blog la rubrica stessa è pregato di segnalare la propria forma di disponibilità all'indirizzo tommids@bloginternazionale.com.
Inoltre ricordo la giornata che si svolgerà a Olginate (LC) il 25 gennaio 2009 in memoria delle vittime del genocidio di Srebrenica (Srebrenica 2009 - Appunti su un genocidio).
Insomma, quando la volontà c'è le cose si possono cambiare. Basta partire dal proprio piccolo senza aver paura di intraprendere una partita persa.

Siamo ancora lontani dalla realtà e dalla realizzazione dei nostri sogni, ma non stiamo nemmeno più solamente sognando. Anche quest'anno...
Auguri di Buon Natale a tutti!

martedì 23 dicembre 2008

Babbo Natale salvato dalla Rainbow Warrior.

Proprio stamattina ho ricevuto una newsletter straordinaria da parte di Greenpeace: Babbo Natale è in pericolo per colpa del surriscaldamento globale!
Per fortuna ci ha pensato la nave di Greenpeace, la celeberrima Rainbow Warrior, a salvarlo.
Anche quest'anno il Natale è al sicuro... Ma per quanto tempo ancora?

Di seguito il video del salvataggio di Babbo Natale e delle sue renne.

sabato 20 dicembre 2008

Cos'è il pacchetto 20-20-20

Il 17 dicembre 2008 il parlamento di Strasburgo ha approvato il pacchetto 20-20-20 per la riduzione delle emissioni di gas serra responsabili del riscaldamento globale e per rafforzare la lotta ai cambiamenti climatici. L'intesa raggiunta prevede un triplice obbiettivo entro il 2020:
  1. il taglio del 20 per cento delle emissioni di CO2;
  2. l'aumento del 20 per cento dell'energia prodotta da fonti rinnovabili;
  3. la riduzione dei consumi del 20 per cento insegnando ai cittadini europei il concetto di risparmio energetico.
Per approfondimenti, qui trovate il brief della Commissione europea: La lotta contro i cambiamenti climatici - L'UE apre la strada.

venerdì 19 dicembre 2008

Mercatini di Natale di Emergency

Anche quest'anno, i mercatini di Natale di Emergency offrono la possibilità di fare un regalo davvero speciale: scegliendo tra le tantissime proposte disponibili, sarà possibile contribuire a sostenere il Programma regionale di pediatria e di cardiochirurgia che Emergency ha avviato in Sudan e nei paesi confinanti.

Come ormai da tradizione, presso i mercatini natalizi di Emergency si potrà trovare l’artigianato proveniente dai paesi dove opera Emergency: gioielli d'argento afgani, sciarpe e camicie di seta dalla Cambogia, spezie dal Kurdistan e cesti dal Sudan.

Tantissime le idee regalo: tessuti per la casa, ceramiche, oggetti di design, un angolo dedicato interamente ai bambini ricchissimo di libri illustrati e di giocattoli di legno.

E poi, ancora, l'angolo del brocantage, i gadget di Emergency, il calendario 2009 illustrato da Vauro e particolari decorazioni natalizie: palle ricoperte di spezie e candele da appendere all'albero che – finite le feste – potranno essere usate per profumare i cassetti o creare un'atmosfera romantica in casa.

Capi di abbigliamento sportivi e abiti raffinatissimi saranno alla portata di tutte le tasche grazie alla generosità di noti nomi della moda.

Da quest’anno sarà anche possibile confezionare cesti natalizi personalizzati con vini d'annata, prelibatezze gastronomiche, prodotti biologici e specialità regionali.

Presso il mercatino di Roma, domenica 14 e domenica 21 dicembre sono previsti momenti di incontro con amici del mondo dello spettacolo, dell'informazione e della cultura: un modo nuovo, a volte ironico, per raccontare l’attività dell’associazione. A far da cornice al mercatino, una selezione della mostra fotografica “Diritto al cuore”, di Marcello Bonfanti, che documenta l’impegno di Emergency in Sudan.

Mercatino di Milano
via Bagutta 12 (San Babila), dal 6 al 23 dicembre
(orari: lunedì dalle 16.30 alle 19.30 e da martedì a domenica dalle 10.30 alle 19.30).
info: www.emergency.it
tel. 02 881881
email: mercatino@emergency.it

Mercatino di Roma
piazza Mastai 9 (Trastevere), dall’8 al 21 dicembre
(orari: tutti i giorni dalle 11.00 alle 20. 00).

domenica 14 dicembre 2008

On Air.

Per la prima volta, eccezionalmente, mi sento in dovere - anche per ringraziare colui che mi ha onorato attraverso un gesto così bello e sentito - di riprendere e pubblicare un post e un video che mi riguarda direttamente ma che soprattutto riguarda il progetto "Blog Internazionale".
Damiano Celestini, gestore de "Il Rompi Blog", ogni settimana tiene una rubrica dedicata ai blog all'interno del programma radiofonico "NoveUndici" in onda il giovedì alle ore 9 su "Idea Radio".
Nella puntata dell'11 dicembre 2008, Damiano ha dedicato liberamente uno spazio proprio a queste pagine ed al loro costante obiettivo di infrangere il muro (di indifferenza o silenzio, decidete voi) che i media italiani mettono in piedi quotidianamente "dimenticandosi" di ciò che avviene oltre i nostri confini.
Il post originale è ROMPIBLOG SU IDEARADIO: NUOVA PUNTATA, di seguito l'audio/video della rubrica dedicata ai blog internazionali ("Blog Internazionale" è citato al minuto 4).
Stay tuned.

giovedì 11 dicembre 2008

Ghana, modello di democrazia.

La commissione elettorale ha pubblicato i risultati definitivi delle elezioni presidenziali che si sono svolte domenica 7 dicembre (2008) in Ghana. Nessuno dei candidati è riuscito a raggiungere il 50% più uno dei voti necessari per essere eletto. Sarà, quindi, necessario un ballottaggio tra i 2 esponenti maggiormente votati che si terrà il 28 dicembre 2008.
Nana Addo Dankwa Akufo-Addo del New Patriotic Party (NPP), partito attualmente al governo, ha ottenuto 4.159.439 dei voti validi pari al 49,13%, mentre il Professor John Evans Atta Mills del National Democratic Congress (NDC), pricipale partito di opposizione, ha ottenuto 4.056.634 voti pari al 47,92%.
Per quanto riguarda le elezioni parlamentari, invece, la situazione sembra essere ribaltata con l'NDC che potrebbe ottenere la maggioranza. Per Kwame Karikari, docente della University of Ghana, questa discordanza di risultati potrebbe essere considerata come un referendum (punitivo) nei confronti dell'operato del Presidente uscente dell'NPP, John Kufuor.

Secondo gli osservatori internazionali le elezioni si sono svolte in modo ordinato nonostante qualche problema procedurale ed organizzativo: "le elezioni si sono svolte in maniera tranquilla e generalmente ordinata. Gli osservatori europei hanno valutato positivamente le condizioni complessive" ha dichiarato il capo della missione di osservazione europea.

mercoledì 10 dicembre 2008

La Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948


La Dichiarazione universale dei diritti umani venne adottata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Non è giuridicamente vincolante per gli stati che fanno parte dell’Onu se non successivamente alla sua esplicita adozione.

La Dichiarazione nacque in seguito alle tragedie e le atrocità che l’umanità dovette subire nel corso della Seconda guerra mondiale. Composta da un preambolo e da 30 articoli, sancisce per la prima volta una politica universale fondata sui diritti individuali (civili, politici, economici, sociali e culturali). La novità principale presente nella Dichiarazione venne identificata nell’inizio di una evoluzione del sistema internazionale moderno (come concepito a Westfalia nel 1648) verso una graduale erosione della sovranità statale assoluta nei confronti del suo territorio e dei suoi cittadini. Per la prima volta lo stato cominciò ad essere vincolato al rispetto dei diritti umani e l’individuo diventò soggetto di diritto internazionale.

Il testo integrale della Dichiarazione universale dei diritti umani in italiano

Purtroppo, però, i suoi principi non sono stati granché rispettati nel corso del Ventesimo secolo. Genocidi e crimini contro l’umanità sono avvenuti (Srebrenica e Ruanda) ed avvengono (Darfur e Repubblica Democratica del Congo) senza che nessuno abbia fatto e faccia nulla per fermarli. Ogni giorno 50mila persone muoiono per fame e povertà. Per sperare nel futuro, le potenze occidentali ed orientali dovrebbero rifondare le loro alleanze strategiche. Dovrebbero porsi come obbiettivo principale l’utilizzo del soft power e della diplomazia per garantire il rispetto dei diritti fondamentali ed evitare l’ascesa di imperialismi basati esclusivamente sul potere economico ma anche su tradizioni etiche come il confucianesimo cinese e l'illuminismo europeo.

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza (art. 1).



Nonostante tutto, dobbiamo ringraziare gli uomini che ebbero la forza e la lungimiranza di cercare e raggiungere il consenso necessario per l’approvazione della Dichiarazione che ancora oggi costituisce un fondamentale punto di riferimento per un nuovo cosmopolitismo ed un progresso morale come concepito da Immanuel Kant più di duecento anni fa.

venerdì 5 dicembre 2008

C'è posta per Lisa.

Come voi, anche i lettori del settimanale Internazionale hanno fatto sentire la loro voce ed hanno risposto per le rime all'articolo di Lisa Hilton pubblicato su Internazionale n. 772 e da me riportato nel post Il miraggio della dolce vita.
Ecco di seguito le mail inviate a posta@internazionale.it e pubblicate sul n. 773:

  • Leggo con stupore l'articolo della giornalista inglese Lisa Hilton sulla sua esperienza di vita in Italia (n. 772, pagina 25). Sono un cittadino britannico residente da 22 anni in terra emiliana e, mentre concordo sul fatto che la tv lascia molto a desiderare e le poste non sono come quelle di sua maestà, devo contestare l'affermazione che la vita in Italia "fa schifo". Cara Lisa, se avessi messo il naso fuori Milano avresti scoperto un paese pieno di sorprese e di gente ingegnosa, e quasi sempre cordiale, aperta e capace di divertirsi anche senza il bicchiere in mano. Non dico che è tutto perfetto, ma la dolce vita in parte esiste ancora - Mike Davis
  • Penso che per Lisa Hilton fosse proprio arrivato il momento di andarsene dall'Italia. Anch'io, quando ho lasciato Londra dopo tre anni, mi sentivo come lei: ne avevo abbastanza delle catapecchie in cui abitavo, della povertà intellettuale della gente, dell'assenza di senso critico nella maggior parte degli inglesi. Non ne potevo più della gente che ti guarda dall'alto in basso perché sei straniero e che non fa il minimo sforzo per capirti quando parli. Ma non sono mai andata a sbandierarlo e non mi sarei sognata di scriverlo su un giornale. Spero che, come è successo a me, tra qualche anno Lisa sarà felice di incontrare un italiano e scoprire quante cose belle le ricorderà il suo accento. E spero che si vergognerà di aver scritto che l'Italia fa schifo. Nessun paese, nessuna gente al mondo fa schifo - Daniela Delfino
  • Nel suo articolo Lisa Hilton fa convivere commenti acuti, provocatori ma pienamente condivisibili su società, inefficienze generalizzate e politica italiana, con altrettanti giudizi faciloni, poco obiettivi (per non dire poco intelligenti) su vita quotidiana, sanità, varietà di alimentazione (che tanti tra l'altro ci invidiano). Invece di vivere tre anni a Milano, che non fa certo bene alla salute, avrei suggerito a Lisa di immergersi nella vita di una piccola o media città italiana. A Trento, per esempio, avrebbe trovato ottimi caffè, una rete eccezionale di cooperative sociali e di volontariato e tante altre cose. Oltre al razzismo, ovviamente - Matteo Boato
  • Le parole di Lisa Hilton fanno male come schiaffi. Ma hanno un pregio: non fanno piangere, al contrario aumentano l'orgoglio e il desiderio di smentirle, migliorando il nostro paese. Da troppo tempo siamo narcotizzati da una politica fatta di burle, battibecchi e interessi personali - Nicola Vezzoli

Infine eccovi i commenti che i lettori (per la maggior parte italiani o che hanno vissuto in Italy) dello Spectator hanno lasciato direttamente a margine dell'articolo originale.

mercoledì 3 dicembre 2008

Il miraggio della dolce vita.


Dopo qualche giorno di assenza, riprendo con un articolo scritto da Lisa Hilton (corrispondente per 3 anni da Milano per The Spectator - qui l'articolo originale) che susciterà fastidio anche alle menti più scettiche e critiche nei confronti del nostro Belpaese.

Raccontate a qualcuno che vi siete trasferiti dall'Italia a Londra e sarete oggetto di compassione. "Oh, poverina", dirà, "e non ti dispiace?". Poi ricomincerà a raccontare di quella graziosa trattoria a Lucca, dei dipinti di Piero della Francesca o dell'uso ripetuto della parola "bella". Tutte le persone con cui parlo mi raccontano della loro Italia, un paese mitico e incantevole dove le logge sono baciate dal sole e le giovani contadine stendono la pasta sui gradini di casa nei borghi medievali.
Non vorrei deluderli, ma dopo tre anni a Milano mi sento in dovere di informarli che la dolce vita ormai è credibile quasi quanto i capelli finti di Silvio Berlusconi. Ogni volta che vedo l'ennesima rivista patinata descrivere un altro meraviglioso angolo del Belpaese, sono colta dall'irresistibile impulso di ficcarglielo dove il sole della Toscana non batte.
Non rimpiango il mio esilio italiano. Ma tornata a Londra mi rallegro per l'abbondante offerta dei supermercati Waitrose e sono felice di poter andare in banca all'ora di pranzo o di poter comprare un francobollo all'ufficio postale. L'Italia è nel migliore dei casi un ologramma da conservare per le vacanze estive. Da quelle parti la vita fa schifo, anche senza stare a Napoli.
L'anno scorso, per esempio, abbiamo ricevuto le cartoline di Natale a marzo. Le mie lamentele si sono scontrate con un'alzata di spalle ed un rassegnato "è così". La stessa cosa vale per la politica (corrotta al punto che nessuno riesce più a capirla), i servizi pubblici o i disgustosi episodi di razzismo. La televisione italiana è inguardabile: giochi a premi con fanciulle in perizoma, che prima o poi finiscono al governo, e personaggi che urlano contro Alessandra Mussolini.
La stampa è così cieca, pomposa e stupida da essere illeggibile. Oltre ai commenti sull'impossibilità di combattere la corruzione, i giornali contengono solo articoli datati e mal tradotti tratti dalla stampa anglofona.
E il cibo? Il risotto mi piace, certo, ma l'unica spezia in vendita nell'alimentari sotto casa era una polverina che chiamavano curry. Per quanto riguarda la cucina etnica, l'Italia è rimasta al 1953. E comunque gli italiani mangiano all'aperto solo due volte l'anno perché hanno paura del maltempo. In quel paese sanissimo, la malattia più diffusa è l'ipocondria. Per iscrivermi in palestra ho dovuto presentare due certificati medici (equivalenti a una settimana di fila).
La cosa più penosa è che gli stessi italiani ignorano le meraviglie del loro paese. Nella nazione che ha inventato quasi ogni dettaglio della civiltà, dal sonetto alla Nutella, Jack lo Sverniciatore imperversa staccando dai muri gli stucchi barocchi per riportare alla luce i banali mattoni a cui i turisti sono abituati. E la Scala è ferma perché i suoi musicisti vengono pagati in panini. Perché sforzarsi di apprezzare il patrimonio culturale più ricco del pianeta quando ci si può limitare a essere bavosi parassiti che si accontentano delle americanate disprezzate perfino dagli ottusi inglesi?
Mescolando pensierosa il suo caffè a un tavolino di Cova, il locale settecentesco un tempo frequentato da Giuseppe Verdi, una mia amica italiana mi ha confessato che non vedeva l'ora di provare Starbucks. Se volete farvi un'idea dell'Italia autentica, leggete Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, che racconta una cultura meridionale, brutale e primitiva, tuttora esistente, come dimostra Roberto Saviano in Gomorra. O magari provate con Outlet Italia di Aldo Cazzullo, che rivela come la piazza, un tempo luogo d'incontro della nascente democrazia, si sia svuotata perché gli italiani, obesi e ossessionati dal telefonino, passano le domeniche chiusi in capannoni industriali a comprare abiti Abercrombie & Fitch scontati.
Al nord si respira lo smog peggiore d'Europa, mentre il sud è letteralmente tossico. E nessuno se ne preoccupa. E' così.
(Internazionale n. 772, pag. 25)


E' facile ritrovarsi anche in uno solo dei tanti difetti citati da Hilton. La conclusione, però, è unica: "l'Italia sembra avviata verso un declino inarrestabile" utilizzando le parole di The Economist.

sabato 22 novembre 2008

La "tirannia della maggioranza" secondo Aubry.

Questa settimana si sono tenute le elezioni primarie del partito socialista francese utili a scegliere il segretario generale che guiderà il partito verso le prossime elezioni presidenziali del 2012.
I candidati in corsa erano:
Ségolène Royal
, già sconfitta alle ultime elezioni presidenziali dall'attuale Presidente Nicolas Sarkozy;
Martine Aubry
, fautrice nel 1998 della riforma che ha ridotto la settimana lavorativa francese a 35 ore;
Benoît Hamon.

Al primo turno, tenutosi giovedì 20 novembre, Royal si è imposta con il 42,9% dei voti, il 34,5% per Aubry e solo il 22,6% per Hamon che, dunque, è stato eliminato dalla corsa.
Nel ballottaggio tutto al femminile tenutosi nel pomeriggio di venerdì 21, a sorpresa, Aubry ha sconfitto Royal col 50,02% contro il 49,98%. Ossia per soli 42 voti su 134.784 espressi!
Ma la partita non si è ancora conclusa. La proclamazione dei risultati definitivi è stata posticipata a martedì sera, giorno in cui verrà convocato il Consiglio Nazionale del PS. I sostenitori di Ségolène Royal hanno definito il risultato "contestato e contestabile" e per questo hanno chiesto che si tenga una nuova votazione giovedì prossimo. Al contrario, Martine Aubry ha dichiarato che una nuova elezione "non avrebbe ragion d'essere".
In questa situazione di confusione generale, anche i cittadini francesi hanno voluto dire la loro: secondo diversi lettori di Le Monde unire le preferenze di 3 candidati per vincere con soli 42 voti di vantaggio è poco glorioso, specie alla luce dei risultati del primo turno e dell'incertezza sulla regolarità. Altri si chiedono cosa sarebbe successo se le posizioni fossero state invertite: "la Aubry avrebbe avuto diritto ad un 3° turno?". Molti, infine, pensano che la vittoria di Aubry dovrebbe essere convalidata perché, anche con un solo voto di scarto, la legge della maggioranza s'impone.

Alla luce di queste considerazioni non possono che venirmi in mente le parole di Alexis de Tocqueville nella sua opera La democrazia in America (Tomo I, parte II, capitolo VII): la tirannia della maggioranza.
Secondo de Tocqueville la massima per cui in materia di governo la maggioranza di un popolo avrebbe il diritto di fare qualsiasi cosa è "empia e detestabile".
"Quando si accorda il diritto e la facoltà di fare ogni cosa ad un qualsiasi potere, possa esso chiamarsi popolo o re, democrazia o aristocrazia, che lo si eserciti in una monarchia o in una repubblica, io dico: lì vi è il germe della tirannia ed è opportuno tentare di andare a vivere sotto altre leggi".
In un altro passo si può leggere: "L'onnipotenza è una cosa negativa e pericolosa e il suo esercizio mi pare al di sopra delle possibilità umane, qualunque esso sia".
Qu'est-ce que vous en pensez?

giovedì 20 novembre 2008

Where's the love?

In questo video vi è tutto ciò che George W. Bush ha lasciato in questi 8 lunghissimi anni: nulla.
Negli attimi che precedono la foto-ricordo del G20 appena conclusosi, chiunque stringe la mano a qualcuno. Tranne lui.
Come un bullo scontroso che si sceglie le amicizie, Bush ha voluto giocare solo con i più "bravi e belli" ma ha finito per rimanere da solo. Il boomerang gli è ritornato dritto sul muso. Impopolare, ignorato, eluso, dimenticato. Perfino il suo migliore (fino al mese scorso) amico Silvio Berlusconi lo salta platealmente, quasi a prenderne le distanze: "Io con te non gioco più!"
Nel vedere e rivedere le immagini proposte dalla CNN sale quasi un sentimento di tristezza... O forse è solo pietà?

martedì 18 novembre 2008

Vittorio Arrigoni arrestato!

Apprendo dal Russo che Vik di "Guerrilla Radio" è stato arrestato in quel di Gaza.
Secondo fonti palestinesi, Vittorio sarebbe stato arrestato dalla Marina militare israelina martedì mattina (18 novembre) insieme ad altri due pacifisti del Free Gaza Movement e 15 pescatori palestinesi.

E' notizia di queste ore che i pescatori sono stati rilasciati e che i 3 attivisti verranno quasi certamente espulsi.
Qui potete trovare un'intervista rilasciata dallo stesso Vik, ora trasferito in un altro carcere, quello di Ramle. Le sue parole descrivono gli attimi di terrore vissuti durante il sequestro in piena regola messo in atto dai militari israeliani:

Ultime news: In Circolo, infopal.

Nella foto, presa dal suo blog, Vik è il ragazzo col cappellino, secondo da destra.

lunedì 17 novembre 2008

La Lista Wip.

Sul sito del quotidiano spagnolo El País ho trovato una classifica molto interessante, ben fatta, riguardante i cosiddetti wip, ossia i web important people. La classifica si basa sulla popolarità che ogni singolo personaggio ha in internet e questa viene "calcolata" tramite citazioni e notizie.
Il sito (lalistawip.com) è suddiviso per categorie (dallo sport allo spettacolo, dalla politica alla scienza) e per paesi. Così si può andare a vedere chi sono i personaggi di ogni categoria più citati in Italia oppure gli scrittori più citati in Italia. Se si vuole uscire dall'Italia possiamo andare a vedere chi sono gli attivisti politici più popolari in Cina (e qui ci sarebbe da discutere) o la lista nera dei criminali più citati al mondo.
Per soddisfare la curiosità dei lettori di Blog Internazionale. ho deciso di incorporare qui il widget inerente i politici mondiali più citati in assoluto in rete (vedere colonna a destra). Spicca l'8° posto di Silvio Berlusconi (31° in assoluto) con ben 23.235.349 citazioni nel web.

domenica 16 novembre 2008

The Free Gaza Movement/4.



Pressoché ogni giorno accompagniamo i pescatori palestinesi a pescare al largo.
Ogni volta siamo assaliti da navi da guerra israeliana che ci bersagliano con tutto il loro arsenale,
ultimamente hanno iniziato a tirarci addosso persino armi chimico-biologiche.

Tutto per impedire a della povera ma degna gente di procurarsi di che sfamare le loro famiglie.
Il silenzio del "mondo civile" è molto più assordante dei colpi di arma da fuoco che udite nel cortometraggio.

Vik in Gaza

Queste parole/immagini sono tratte dal blog di Vittorio Arrigoni
websites della missione: www.freegaza.org; www.palsolidarity.org

giovedì 13 novembre 2008

Repubblica Democratica del Congo: le radici del conflitto



La Repubblica Democratica del Congo (Rdc) vive una situazione di instabilità da ormai più di dieci anni, dalla caduta del feroce dittatore Mobutu Sese Seko. La Rdc conta più di 70 milioni di abitanti e più di duecento gruppi etnici. Il conflitto che la sconvolge da anni ormai, è classificato come il peggiore dai tempi della Seconda guerra mondiale: esso ha provocato più di 4 milioni di morti (tra cause dirette e conseguenze come malattie o malnutrizione) e ha relegato l’ex Zaire agli ultimi posti per qualità ed aspettativa di vita. Gli scontri, più volte sedati e ripresi nel corso dell’ultimo decennio, hanno il loro epicentro nella regione del Kivu che si trova nella parte orientale del paese e la difesa/conquista della città di Goma, in particolare, è la battaglia che in questi giorni potrebbe cambiare le sorti del paese.

Le origini del conflitto
Le radici della cosiddetta "Guerra mondiale africana" possono essere fatte risalire al 1994, anno in cui il genocidio ruandese destabilizza i confini congolesi orientali a causa dell’arrivo di centinaia di migliaia di hutu sconfitti e cacciati dai tutsi. Nel 1996, per porre fine alle incursioni hutu lanciate dal territorio congolese in Ruanda, Kigali (capitale del Ruanda) sostiene i ribelli congolesi capeggiati dal Laurent-Désiré Kabila. Nel maggio 1997 Kabila riesce a conquistare Kinshasa (capitale della Rdc) ma l’anno successivo rompe i rapporti con gli alleati ruandesi. È così che comincia la Prima guerra africana che termina con un accordo di pace nel 2002.

Nel 2003 inizia una nuova fase di tensione politica dovuta al misterioso assassinio di Kabila al quale succede il figlio Joseph. Il leader dei ribelli congolesi, Laurent Nkunda, si rifiuta di giurare fedeltà al nuovo presidente poiché convinto che il governo centrale di Kinshasa non avrebbe protetto la sua comunità, i tutsi congolesi, dagli estremisti hutu arrivati nel 1994.

Le elezioni presidenziali congolesi del 2006
Il 29 ottobre 2006 si svolgono le elezioni presidenziali verso le quali la comunità internazionale ripone una fiducia totale. Ma anziché sedare gli scontri, esse li ripropongono su vasta scala. Come ben descritto da Paul Collier del Guardian, “si possono fare elezioni ovunque: nella Rdc, in Afghanistan, perfino in Iraq. Ma bisogna ammettere che dopo ogni conflitto si creano situazioni strutturalmente pericolose, per le quali non esistono soluzioni politiche rapide. Nelle società con livelli di reddito molto bassi la democrazia non incoraggia le prospettive di pace: anzi, sembra che accresca i pericoli. E dopo un conflitto le elezioni non solo aumentano i rischi di recrudescenza dello scontro, ma li accelerano appena si chiudono le urne. Questo perché - com’è avvenuto nella Rdc - spesso chi è sconfitto non accetta i risultati e il vincitore approfitta dell’occasione per vendicarsi”. Nkunda, avendo subito una sconfitta cocente, riprende le armi ma si finge politico e dichiara (anche al nostro Corriere della Sera) di operare per cambiare l’assetto esistente, che lo vede escluso, mentre il presidente uscente Kabila vede rafforzata la propria base politica.

Nel gennaio 2008 viene firmato un nuovo accordo di pace tra Nkunda e la Rdc che però non riesce a concretizzarsi a causa delle diffidenze del leader dei ribelli. Così, ed arriviamo ai giorni nostri, gli scontri nel Nord Kivu riprendono (agosto-ottobre) mentre la vittima continua ad essere la popolazione. Più di un milione di civili sono in fuga verso Ovest e Nkunda, a un passo dalla conquista di Goma, proclama un cessate il fuoco (già infranto) per permettere alle Nazioni Unite di distribuire aiuti urgenti. L’Onu, infatti, si trova nel paese con la più grande missione di peacekeeping mai realizzata (Monusco, United Nations organization mission in the Democratic Republic of the Congo) che conta oltre 17mila caschi blu, di cui 6mila nel solo Nord Kivu, e che di recente ha visto ampliati i propri poteri per far fronte alla sempre più tragica situazione.

I soldi cinesi e i signori della guerra
Tutto, dunque, porterebbe ad ipotizzare il classico conflitto etnico tra popoli africani. Ma è veramente così o c’è dell’altro? Il 30 ottobre scorso Nkunda annuncia di voler intavolare delle trattative con il governo centrale per impedire l’accordo miliardario con la Cina che assicurerebbe a questa l’accesso agli enormi giacimenti minerari della Rdc (oro, diamanti, coltan, impiegato per fabbricare prodotti high-tech come computer e telefonini, rame, cobalto, petrolio gas e legname) in cambio di ferrovie e autostrade. Anche se l’accordo può sembrare neocolonialista, questo potrebbe costituire una reale minaccia al dominio dei signori della guerra poiché in contrasto coi loro interessi. Ma chi sono i signori della guerra?

Dall’indipendenza conquistata nel 1960 ad oggi, le istituzioni della Rdc si sono dimostrate incapaci di ristrutturare il sistema interno per diversi motivi, come la mancata integrazione tra le varie regioni che compongono lo stato. La sua debolezza endemica ha creato zone grigie prive di un’effettiva sovranità, in particolare nella zona orientale dove vi è una forte concentrazione di risorse. Una situazione che ha favorito il proliferarsi di personaggi che, anziché sposare cause ideologiche, hanno preferito anteporre motivazioni economicistiche. Dietro la facciata della guerra etnica si cela il fenomeno della globalizzazione e del capitalismo. Ogni signore controlla la propria porzione di territorio grazie ad eserciti irregolari formati anche da bambini soldato e commercia illegalmente con imprese multinazionali interessate ai giacimenti minerari. Uno schema che permette ai signori di guadagnare ingenti somme di denaro grazie allo stato di guerra permanente e alle multinazionali di sfruttare liberamente le miniere senza dover pagare tasse.

La soluzione possibile
Uno dei paesi più ricchi di risorse del continente africano è uno dei più poveri. Ha assunto la mera funzione di rifornire i mercati esteri anziché utilizzare la propria ricchezza per svilupparsi internamente. Così un accordo con la Cina, sebbene in assoluto non equo, avrebbe la funzione di porre fine a una situazione ben peggiore, minando gli interessi dei signori della guerra ed impedendo uno sfruttamento unilaterale da parte delle società straniere high-tech, questo sì, di stampo coloniale vecchia maniera.

Ecco svelato il trucco. La terza guerra africana ha ben poco di etnico e molto di economico. L’obiettivo della Rdc dovrebbe essere, innanzitutto, quello di combattere i veri beneficiari di questa guerra (interessati a mantenere lo stato di guerra come attività redditizia da alimentare con ogni mezzo, anche promuovendo l’odio tra etnie) e, successivamente, quello di centralizzare il potere politico-economico per poi decentralizzare nuovamente l’utilizzo delle proprie risorse in maniera equa e proficua per il proprio sviluppo.

lunedì 10 novembre 2008

NOTSPEAKINGINMYNAME.COM


Dopo l'ultima "carineria assoluta" del nostro PM Silvio Berlusconi pronunciata in quel di Mosca, alcuni italiani esausti hanno deciso di creare un sito per dissociarsi totalmente dalle battute del Premier italiano ed urlare forte al Mondo intero che nonostante siano italiani, Silvio Berlusconi non parla a nome loro. Il nome del sito è: I'M ITALIAN AND PRIME MINISTER SILVIO BERLUSCONI IS NOT SPEAKING IN MY NAME; l'indirizzo è www.notspeakinginmyname.com.
Il sito "non ha orientamento politico" ma è una "riunione di italiani che si sentono imbarazzati ed indignati dall'essere rappresentati dal Primo Ministro Silvio Berlusconi e dal suo Governo". Coloro che l'hanno creato "credono che la rappresentanza politica sia una cosa seria e necessita un approccio serio e rigoroso". La descrizione del sito si conclude con un appello: "Signor Berlusconi, quando parla rappresenta l'intera popolazione italiana". Per questo, se siete italiani e non vi sentite rappresentati dalle parole di Silvio Berlusconi, scrivetelo su un pezzo di carta, fatevi una foto e mandatela al seguente indirizzo mail con nome, cognome e località: sendto@notspeakinginmyname.com
Infine l'appello: "se non sei italiano e ti senti offeso da una delle inappropriate e ignoranti battute del PM Silvio Berlusconi, ti preghiamo di accettare le nostre scuse".

domenica 9 novembre 2008

Wall-E, un robot per insegnare l'umanità.

"Filosoficamente ed emotivamente, Wall-E è probabilmente il film d'animazione più profondo mai realizzato. La trama fa pensare al soggetto scritto negli anni cinquanta da James Agee per Charlie Chaplin, e rimasto sulla carta, in cui Charlot è l'ultimo superstite dopo l'olocausto nucleare. Del resto, la capacità di andare oltre le meraviglie tecnologiche di cui si serve, in un territorio in cui un robot fa pensare a Charlot, è un marchio della fabbrica Pixar". Così Mick LaSalle sul San Francisco Chronicle. Ma dietro a Wall-E non c'è solo Charlot. Dietro il Waste Allocation Load Lifter Earth c'è l'umanità di Numero 5 in Corto Circuito, la curiosità e la voglia di imparare di E.T. Per non parlare delle citazioni musicali (su tutti Put On Your Sunday Clothes da Hello, Dolly) e di quelle grafiche (senza 2001: odissea nello spazio, il personaggio Eve e l'intera seconda parte non sarebbero esistite).
Ma la cosa che più ci interessa in questa sede, che sorprende e spaventa è lo scenario immaginato per il futuro dell'uomo e della Terra. Il film si apre su una psuedo metropoli americana completamente devastata, immersa in un'aria torrida, piena di polvere e scossa da frequenti tempeste di sabbia (che proprio sabbia non è). Resti di palazzi enormi e vuoti affiancati ad altrettanti grattacieli di spazzattura imballata ed ammucchiata. Nessuna forma di vita è presente, solo uno scarafaggio oltre all'umanissimo robot. Nemmeno il vicino spazio si salva, infatti nel momento in cui Wall-E lascia la Terra, la navicella dovrà farsi largo tra una discarica di rifiuti spaziali (satelliti, sonde e quant'altro) fluttuanti.
E l'uomo? Bè, la situazione è, se possibile, ancor più drammatica. L'essere umano è descritto come un obeso, con uno scheletro ridotto e, per questo, incapace di camminare (si sposta solo su una sedia/sdraio volante), di interagire e costretto a parlare con uno schermo virtuale mentre si nutre incessantemente di liquidi (anche masticare sarebbe troppo faticoso). Insomma, diventeremo tutti una copia ancor più grottesca di Homer Simpson: per avvicinare la cannuccia alla bocca utilizzeremo un bottone piuttosto che sforzare i muscoli del collo.
Uno scenario apocalittico che, pur esaltando i difetti del Mondo di oggi, ci fa fare un tuffo nelle conseguenze a cui potrebbero portare le sbagliate abitudini di oggi.
La soluzione che da il film è alla nostra portata: tornare al passato, regredire per evolvere nuovamente in maniera migliore, senza rinnegare i traguardi che la tecnologia ha raggiunto ma utilizzandoli al meglio per salvaguardare uomo e pianeta.
Un Mondo sostenibile è possibile. Questo capolavoro è per tutti coloro che vogliono un futuro in cui vivere e non sopravvivere.

Aggiornamento 23/02/2009: Wall-E ha vinto l'Oscar come miglior film d'animazione all'81 edizione degli Academy Awards

venerdì 7 novembre 2008

Ringraziamenti



Presidente Barack Obama - discorso di ringraziamento pronunciato dopo la vittoria alle elezioni presidenziali del 4 novembre 2008 al Grant Park di Chicago.

If there is anyone out there who still doubts that America is a place where all things are possible; who still wonders if the dream of our founders is alive in our time; who still questions the power of our democracy, tonight is your answer.

It's the answer told by lines that stretched around schools and churches in numbers this nation has never seen; by people who waited three hours and four hours, many for the very first time in their lives, because they believed that this time must be different; that their voice could be that difference.
It's the answer spoken by young and old, rich and poor, Democrat and Republican, black, white, Latino, Asian, Native American, gay, straight, disabled and not disabled - Americans who sent a message to the world that we have never been a collection of Red States and Blue States: we are, and always will be, the United States of America.

It's the answer that led those who have been told for so long by so many to be cynical, and fearful, and doubtful of what we can achieve to put their hands on the arc of history and bend it once more toward the hope of a better day.

It's been a long time coming, but tonight, because of what we did on this day, in this election, at this defining moment, change has come to America.

I just received a very gracious call from Senator McCain. He fought long and hard in this campaign, and he's fought even longer and harder for the country he loves. He has endured sacrifices for America that most of us cannot begin to imagine, and we are better off for the service rendered by this brave and selfless leader. I congratulate him and Governor Palin for all they have achieved, and I look forward to working with them to renew this nation's promise in the months ahead.
I want to thank my partner in this journey, a man who campaigned from his heart and spoke for the men and women he grew up with on the streets of Scranton and rode with on that train home to Delaware, the Vice President-elect of the United States, Joe Biden.

I would not be standing here tonight without the unyielding support of my best friend for the last sixteen years, the rock of our family and the love of my life, our nation's next First Lady, Michelle Obama. Sasha and Malia, I love you both so much, and you have earned the new puppy that's coming with us to the White House. And while she's no longer with us, I know my grandmother is watching, along with the family that made me who I am. I miss them tonight, and know that my debt to them is beyond measure.

To my campaign manager David Plouffe, my chief strategist David Axelrod, and the best campaign team ever assembled in the history of politics - you made this happen, and I am forever grateful for what you've sacrificed to get it done.

But above all, I will never forget who this victory truly belongs to - it belongs to you.
I was never the likeliest candidate for this office. We didn't start with much money or many endorsements. Our campaign was not hatched in the halls of Washington - it began in the backyards of Des Moines and the living rooms of Concord and the front porches of Charleston.

It was built by working men and women who dug into what little savings they had to give five dollars and ten dollars and twenty dollars to this cause. It grew strength from the young people who rejected the myth of their generation's apathy; who left their homes and their families for jobs that offered little pay and less sleep; from the not-so-young people who braved the bitter cold and scorching heat to knock on the doors of perfect strangers; from the millions of Americans who volunteered, and organized, and proved that more than two centuries later, a government of the people, by the people and for the people has not perished from this Earth. This is your victory.

I know you didn't do this just to win an election and I know you didn't do it for me. You did it because you understand the enormity of the task that lies ahead. For even as we celebrate tonight, we know the challenges that tomorrow will bring are the greatest of our lifetime - two wars, a planet in peril, the worst financial crisis in a century. Even as we stand here tonight, we know there are brave Americans waking up in the deserts of Iraq and the mountains of Afghanistan to risk their lives for us. There are mothers and fathers who will lie awake after their children fall asleep and wonder how they'll make the mortgage, or pay their doctor's bills, or save enough for college. There is new energy to harness and new jobs to be created; new schools to build and threats to meet and alliances to repair.

The road ahead will be long. Our climb will be steep. We may not get there in one year or even one term, but America - I have never been more hopeful than I am tonight that we will get there. I promise you - we as a people will get there.

There will be setbacks and false starts. There are many who won't agree with every decision or policy I make as President, and we know that government can't solve every problem. But I will always be honest with you about the challenges we face. I will listen to you, especially when we disagree. And above all, I will ask you join in the work of remaking this nation the only way it's been done in America for two-hundred and twenty-one years - block by block, brick by brick, calloused hand by calloused hand.

What began twenty-one months ago in the depths of winter must not end on this autumn night. This victory alone is not the change we seek - it is only the chance for us to make that change. And that cannot happen if we go back to the way things were. It cannot happen without you.

So let us summon a new spirit of patriotism; of service and responsibility where each of us resolves to pitch in and work harder and look after not only ourselves, but each other. Let us remember that if this financial crisis taught us anything, it's that we cannot have a thriving Wall Street while Main Street suffers - in this country, we rise or fall as one nation; as one people.

Let us resist the temptation to fall back on the same partisanship and pettiness and immaturity that has poisoned our politics for so long. Let us remember that it was a man from this state who first carried the banner of the Republican Party to the White House - a party founded on the values of self-reliance, individual liberty, and national unity. Those are values we all share, and while the Democratic Party has won a great victory tonight, we do so with a measure of humility and determination to heal the divides that have held back our progress. As Lincoln said to a nation far more divided than ours, "We are not enemies, but friends... though passion may have strained it must not break our bonds of affection." And to those Americans whose support I have yet to earn - I may not have won your vote, but I hear your voices, I need your help, and I will be your President too.
And to all those watching tonight from beyond our shores, from parliaments and palaces to those who are huddled around radios in the forgotten corners of our world - our stories are singular, but our destiny is shared, and a new dawn of American leadership is at hand. To those who would tear this world down - we will defeat you. To those who seek peace and security - we support you. And to all those who have wondered if America's beacon still burns as bright - tonight we proved once more that the true strength of our nation comes not from our the might of our arms or the scale of our wealth, but from the enduring power of our ideals: democracy, liberty, opportunity, and unyielding hope.

For that is the true genius of America - that America can change. Our union can be perfected. And what we have already achieved gives us hope for what we can and must achieve tomorrow.
This election had many firsts and many stories that will be told for generations. But one that's on my mind tonight is about a woman who cast her ballot in Atlanta. She's a lot like the millions of others who stood in line to make their voice heard in this election except for one thing - Ann Nixon Cooper is 106 years old.

She was born just a generation past slavery; a time when there were no cars on the road or planes in the sky; when someone like her couldn't vote for two reasons - because she was a woman and because of the color of her skin.

And tonight, I think about all that she's seen throughout her century in America - the heartache and the hope; the struggle and the progress; the times we were told that we can't, and the people who pressed on with that American creed: Yes we can.

At a time when women's voices were silenced and their hopes dismissed, she lived to see them stand up and speak out and reach for the ballot. Yes we can.

When there was despair in the dust bowl and depression across the land, she saw a nation conquer fear itself with a New Deal, new jobs and a new sense of common purpose. Yes we can.
When the bombs fell on our harbor and tyranny threatened the world, she was there to witness a generation rise to greatness and a democracy was saved. Yes we can.

She was there for the buses in Montgomery, the hoses in Birmingham, a bridge in Selma, and a preacher from Atlanta who told a people that "We Shall Overcome." Yes we can.

A man touched down on the moon, a wall came down in Berlin, a world was connected by our own science and imagination. And this year, in this election, she touched her finger to a screen, and cast her vote, because after 106 years in America, through the best of times and the darkest of hours, she knows how America can change. Yes we can.

America, we have come so far. We have seen so much. But there is so much more to do. So tonight, let us ask ourselves - if our children should live to see the next century; if my daughters should be so lucky to live as long as Ann Nixon Cooper, what change will they see? What progress will we have made?

This is our chance to answer that call. This is our moment. This is our time - to put our people back to work and open doors of opportunity for our kids; to restore prosperity and promote the cause of peace; to reclaim the American Dream and reaffirm that fundamental truth - that out of many, we are one; that while we breathe, we hope, and where we are met with cynicism, and doubt, and those who tell us that we can't, we will respond with that timeless creed that sums up the spirit of a people:
Yes We Can. Thank you, God bless you, and may God Bless the United States of America.

giovedì 6 novembre 2008

Obama? Bello, giovane e abbronzato

Così Berlusconi ha oggi deciso di dare il benvenuto a Barack Obama sulla scena politica internazionale. Ospite dell'altro giovane Presidente, il russo Dmitry Medvedev, il nostro Premier ha, con queste parole, pensato di fare una "carineria assoluta" verso il nuovo Presidente americano. Ciò che sfugge a Silvio Berlusconi è la situazione in cui si è concesso tali parole; non si trovava in ferie ad agosto in Sardegna vicino al suo cantastorie Apicella e tra amici fidati che capiscono al volo le sue esternazioni. Silvio Berlusconi stava presenziando, in veste ufficiale, ad una conferenza stampa internazionale a Mosca, insieme al Presidente della Federazione Russa, Paese che, dopo i fatti dello scorso agosto in Georgia, si trova in una situazione delicata sia con l'UE che con gli USA. Inoltre Berlusconi stava parlando, non solo a nome di tutti i cittadini italiani, ma anche a nome dell'Europa unita poiché la sua gaffe rientrava all'interno di un contesto in cui egli si dichiarava fiducioso nella ripresa completa dei rapporti tra Federazione Russa e Stati Uniti d'America.

Come precisato dall'International Herald Tribune nell'articolo "Italy's Berlusconi hails 'suntanned' Obama", Berlusconi non è nuovo ad uscite questo tipo. Ha ricordato quando definì il Primo Ministro danese Anders Fogh Rasmussen talmente bello da pensare di presentarlo alla (povera) moglie. Oppure quando disse che avrebbe tentato ogni tattica da playboy, anche se non le utilizzava da diverso tempo, per convincere la PM finlandese, Tarja Halonen, a sostenere la candidatura italiana come Paese ospitante dell'European Food Safety Authority.
Era da diverso tempo che non dedicavo un post alla 'politica estera italiana'. Quale occasione migliore per riprendere?

Dal letame nascono i fiori


4/5 nov. 2008 - Una nottata ed un risveglio indimenticabili, con la concreta percezione di aver vissuto momenti storici.

Le emozioni che è riuscito a suscitare la vittoria di Barack Hussein Obama in tutto il Mondo hanno dell'incredibile. Probabilmente avevamo raggiunto un tale livello di sfiducia, rassegnazione e depressione nei confronti delle istituzioni che ci governano, da aver accolto questo cambiamento in una maniera anomala, isterica, quasi irrazionale, degna dei "peggiori" film hollywoodiani, i quali, dopo avertene fatte provare di ogni, ti lasciano con un lieto fine impossibile da credere.

Per tutto ciò dobbiamo ringraziare George W. Bush. Sì, avete letto bene. Se non fosse stato per lui oggi non avremmo il primo Presidente nero nella storia degli Stati Uniti d'America. Se Bush jr. non ci avesse trascinato nell'abisso più oscuro facendoci toccare il fondo più profondo, oggi non saremmo potuti risalire così rapidamente ed intensamente. Se il buon vecchio Al Gore fosse stato realmente eletto Presidente dopo aver democraticamente e legittimamente vinto le elezioni del 2000, oggi, probabilmente, non si sarebbe compiuto il processo cominciato mezzo secolo fa da Martin Luther King ed interrottosi bruscamente nel 1968.

Del resto gli esseri umani sono così, devono percepire concretamente il pericolo e la paura per scuotersi e decidere di cambiare rotta, abitudini, mentalità.

Grazie Bush, grazie per averci fatto capire cosa sia il male e averci aperto gli occhi su come ogni singolo individuo sia fondamentale per cambiare. Oggi siamo più consapevoli della nostra forza: tante gocce che, unite, hanno scatenato un'onda partita dall'altro lato dell'Oceano. Speriamo che si infranga presto sulla nostra sponda.

mercoledì 5 novembre 2008

America 2008: aggiornamenti in tempo reale.


Risultati definitivi delle elezioni presidenziali americane provenienti dagli Stati in bilico.
(dati CNN. Legenda: Stato, vincitore, grandi elettori)
:

Vittoria a 270 grandi elettori.
Barack Obama:
365 (53%)
John McCain:
173 (46%)

Indiana (swing state): Obama (11)
North Carolina (swing state): Obama (15)
Florida (swing state): Obama (27)
Ohio (swing state): Obama (20)
Georgia (swing state): McCain (15)
Missouri (swing state): McCain (11)
Montana (swing state): McCain (3)
North Dakota (swing state): McCain (3)

Rispetto al 2004, Obama ha strappato ai repubblicani oltre la Florida, anche Ohio, Virginia, Iowa, Colorado, New Mexico, Nevada, Indiana, North Carolina.

Barack Obama è il 44° Presidente degli Stati Uniti d'America.

America 2008: Barack Obama è il nuovo presidente degli Usa

martedì 4 novembre 2008

America 2008: Florida ancora protagonista.

E' cominciata la diretta su tutti i maggiori networks italiani ed internazionali.
Prevista un'affluenza elevatissima, si parla del 64%. Questo straordinario dato potrebbe essere un problema per il normale svolgimento della conta dei voti perché molti seggi saranno costretti a rimanere aperti oltre il termine prefissato.
Che succederà quest'anno in Florida? Dal disastro delle elezioni del 2000 (Gore vs Bush jr.) all'esclusione di quest'anno dal conteggio totale delle primarie democratiche, il feeling col partito dell'asinello sembra difficile. Riuscirà Obama a dimostrarsi superiore?

America 2008: seggi aperti negli Stati in bilico.



Seggi già aperti negli Stati della Eastern coast e in 6 degli 8 Stati che potrebbero decidere queste elezioni americane.
Gli Stati in bilico (swing states, toss up states) sono: Florida, Georgia, North Carolina, Ohio, Indiana, Missouri, North Dakota e Montana. Nei primi 6 Stati i seggi chiuderanno tra l'1 e le 2 di questa notte (19 e 20 ora locale). I risultati di questi renderanno chiaro se sarà una lunga notte o se sarà già scontato chi sarà ufficialmente il 44° Presidente degli Stati Uniti d'America.

Vota questa e le altre notizie in questa pagina

domenica 2 novembre 2008

America 2008: istruzioni per l'uso.

Ormai mancano solo una manciata di ore alle elezioni presidenziali americane, così ho deciso di lasciarvi qualche "istruzione per l'uso".
Guardando la mappa elettorale americana come mostrata da diversi siti (la mia preferita è quella della CNN) sembrerebbe che l'America sia un "mare rosso" (il colore dei repubblicani) guastato da poche "macchie blu" (il colore dei democratici), specialmente alle estremità. Il problema, però, è che i confini e le dimensioni degli Stati che compongono gli USA quasi mai riflettono la reale concentrazione demografica della popolazione. Così vi segnalo un sito (la "bibbia" per coloro che sono particolarmente interessati all'evento) che ridimensiona la carta geografica americana in base al reale peso che ogni singolo Stato ha in termini di delegati. Si viene così a scoprire che la tanto sbandierata Alaska (Stato di provenienza della Palin) in realtà è più piccola delle Hawaii (Stato di provenienza di Obama), oppure che il Texas misura quasi la metà della California:
Per gli amanti delle classifiche, invece, c'è l'imbarazzo della scelta: potete visualizzare il grafico dei supporters dei vari candidati su facebook, quello delle visualizzazioni dei video ufficiali dei candidati su youtube e, tramite technorati, sapere chi sono i più citati nella blogosfera:
Infine volevo segnalarvi che ho aggiunto nella colonna di destra una "barra video" dedicata ai tre dibattiti presidenziali che ho caricato su youtube.
Buon Election Day a tutti.

venerdì 31 ottobre 2008

Miliband, l'alieno.

"Uno dei traguardi più importanti del Labour è la riduzione delle diseguaglianze economiche. Non possiamo accettare che ci siano disparità così grandi tra manager, lavoratori e impiegati. In secondo luogo, è necessario rivalutare il ruolo dello Stato per creare benessere. In un momento di crisi così forte, dobbiamo investire di più nell'educazione, nella sanità, nei trasporti.
Allo stesso tempo dobbiamo opporci al ritorno del centralismo, impegnandoci per creare un sistema amministrativo più fluido, che conceda ampia libertà di manovra alle autorità locali e che sfrutti le opportunità offerte da tecnologie come internet. Solo così riusciremo a ricucire la spaccatura che si è creata tra i cittadini e il governo".

Leggendo queste parole in un Paese come l'Italia, si potrebbe pensare che queste siano state pronunciate da un esponente alquanto radicale e disfattista nell'arco del panorama partitico. Un esponente che sfrutti la situazione italiana (sociale e di governo) per accaparrarsi voti e mettere in cattiva luce l'opposto schieramento.
In realtà queste parole sono state pronunciate da un esponente del governo britannico. Più precisamente da David Miliband (classe 1965), Ministro degli Esteri e tra i candidati più accreditati alla futura leadership del Partito laburista, nel corso di una intervista rilasciata al Prospect, un magazine mensile britannico specializzato in politica e current affairs.
La questione che vorrei sollevare è: perché per avere una visione obiettiva, concreta e coerente dello stato delle cose attuali dobbiamo sempre rivolgerci ad esponenti politici e della stampa esteri? Perché dobbiamo sempre estraniarci dalla realtà domestica per avere una visione complessiva e libera?

martedì 28 ottobre 2008

I tagli alla ricerca secondo Nature.

Anche il settimanale scientifico britannico Nature (che ricordo essere una tra le riviste più prestigiose, importanti ed antiche esistenti nell'ambito della comunità scientifica internazionale) ha dedicato un editoriale dal titolo "Cut-throat savings" alla gravissima situazione che in questi giorni sta minando le fondamenta della ricerca e dell'istruzione pubblica italiana.
Essendo fortemente coinvolto nelle proteste che infiammano gli Atenei e le scuole di tutta Italia (sono iscritto al corso di laurea magistrale in "Relazioni internazionali" presso la facoltà di Scienze politiche di via conservatorio a Milano, una delle più attive nella protesta), non ho potuto esimermi dal riportarvelo nella traduzione proposta da Internazionale n. 767.
Il tutto senza perdere la prospettiva internazionale del blog.

"E' un periodo di rabbia e frustrazione per i ricercatori italiani, che devono vedersela con un governo che ha una strana filosofia del risparmio. Decine di migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro la proposta di legge sui tagli alla spesa pubblica. Se sarà approvata, la legge avrà come effetto il licenziamento di circa duemila ricercatori, che sono la spina dorsale degli istituti di ricerca del Paese, da sempre a corto di personale.
Mentre i ricercatori manifestavano, il governo ha deciso che i fondi destinati alle università e alla ricerca possono essere usati per sostenere le banche italiane. Non è la prima volta che Berlusconi prende di mira le università. Ad agosto ha firmato un decreto che riduce il loro budget del 10% e stabilisce che solo una su cinque delle cattedre che saranno lasciate libere dai professori che vanno in pensione potrà avere un nuovo docente. Il decreto, inoltre, consente alle università di trasformarsi in fondazioni private per attirare finanziamenti. I rettori pensano che quest'ultima proposta verrà sfruttata per giustificare altri tagli ai bilanci, e alla fine li costringerà a eliminare i corsi che hanno meno valore commerciale, come le materie letterarie e perfino le scienze di base.
Finora il ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, Mariastella Gelmini, si è occupata solo della scuola elementare e secondaria, e ha permesso al governo di prendere decisioni devastanti senza fare obiezioni. Si è rifiutata di incontrare i ricercatori e i professori universitari per sentire le loro ragioni. E non ha neanche chiesto a un sottosegretario di occuparsene.
Anche se il governo Berlusconi ritiene necessari questi tagli, i suoi attacchi alla ricerca italiana sono insensati e miopi. Farebbe meglio a considerare la ricerca un investimento nell'economia della conoscenza del ventunesimo secolo. L'Italia ha sottoscritto l'agenda di Lisbona 2000 dell'Unione europea, in cui gli Stati membri si impegnavano a investire in ricerca e sviluppo il 3% del prodotto interno lordo. Tra i Paesi del G8, l'Italia ha una delle spese per ricerca e sviluppo più basse: raggiunge a malapena l'1,1%, meno della metà di quanto spendono Francia e Germania.
Se vuole un futuro credibile per l'Italia, il governo non dovrebbe rimanere ancorato al passato, ma capire come funziona la ricerca in Europa oggi".

lunedì 27 ottobre 2008

Il Mondo che ci aspetta.


Dopo aver analizzato la crisi dal punto di vista tecnico ed umano nell’articolo La crisi di fiducia, tentiamo ora di passare all'aspetto più prettamente internazionale: quello geopolitico.
Secondo Dominique Moïsi - consulente speciale dell'Istituto Francese per le Relazioni Internazionali, IFRI, e collaboratore di diverse testate giornalistiche europee, tra cui il Financial Times - il crollo delle borse accelererà il declino della potenza americana facilitando il passaggio dall'odierno mondo unipolare, come ereditato dalla caduta del muro di Berlino, ad un sistema nuovamente multipolare. Cina, India e Giappone stanno subendo contraccolpi notevoli, ma si può facilmente intuire che il futuro della crescita sarà in Oriente e i debiti saranno ad Occidente, parafrasando una celebre frase del Presidente francese François Mitterand. Le imprese multinazionali, non potendo più "giocare" sui prezzi per aumentare i profitti, saranno costrette a tagliare i costi (cost saving) reintroducendo il fenomeno della delocalizzazione attraverso i cosiddetti Vertical Foreign Direct Investment – FDI, ossia gli investimenti diretti all’estero in forma verticale.
Anche l'Europa avrà problemi, in primo luogo quello del nazionalismo: nel vecchio continente, infatti, si sta affermando l'idea di fare ognuno per sé (evidente, in tal senso, la posizione di Berlusconi sul “pacchetto clima” in discussione presso la Commissione UE). Sarkozy potrà pure ingaggiare una dura battaglia per dare una risposta europea alla crisi, ma non basterà a superare le profonde divisioni tra i Paesi del continente.
La Russia, invece, dovrà rivalutare i suoi progetti perché ormai è evidente la distanza che si è creata tra la sua volontà di tornare una superpotenza mondiale ed i mezzi che ha a disposizione per farlo poiché la sua forza è basata esclusivamente dalla ricchezza di fonti energetiche. Al contrario, la varietà di risorse è il fattore che permetterà al Brasile di uscire notevolmente rafforzato da questa fase di recessione. Altro "vincitore" saranno gli Emirati Arabi Uniti che potranno sfruttare l'occasione per comprare diversi "gioielli del capitalismo occidentale". In Africa, infine, rischiano meno i Paesi ricchi di risorse.
Insomma, quello che si sta delineando, in conseguenza alla crisi finanziaria, è un mondo più equilibrato. Meno sottoposto all'egemonia americana e più distribuito sia in termini di prestigio che di ricchezza materiale. Ma non facciamoci ingannare, questo non significa automaticamente un Mondo più democratico. Non bisogna sottovalutare che all'interno delle nuove (o nuove-vecchie) Potenze che ricreeranno un contesto multipolare, potrebbe instaurarsi un regime autoritario di destra per far fronte alla crisi. L'alternativa, verso cui dobbiamo premere e sperare, è una forma di governo socialdemocratica.
Se gli Stati Uniti non vorranno trasformarsi in uno dei tanti Paesi che governano il mondo dovranno progressivamente affiancare alla leadership militare quella morale, persa ormai da quasi un decennio. La futura presidenza democratica di Obama potrebbe essere un buon punto di partenza.

venerdì 24 ottobre 2008

La crisi di fiducia.

Ogni Stato industrializzato che si rispetti è stato coinvolto in questa crisi finanziaria che ci sta avvolgendo ormai dall'estate scorsa, anche se, in realtà, secondo molti la data d'inizio della crisi è retrodatabile al 9 agosto 2007, giorno in cui la banca francese BNP Parisbas annunciò una crisi di liquidità legata ai titoli di due suoi fondi.

Le cause dirette di questa implosione, come tutti ormai sanno, vengono fatte risalire allo scoppio della bolla immobiliare favorita dall'allora presidente della Federal reserve, Alan Greenspan, che durante l'amministrazione Bush tentò di stimolare la finanza sostenendo i consumi effettuati tramite debiti e prestiti stranieri.
Ma le radici sono ben più profonde. Dalla fine degli anni '70 ad oggi si è avuto un trionfo della liberalizzazione finanziaria attraverso la quale si sono totalmente svincolati i mercati dalle regole pubbliche. In trent'anni, i broker hanno offerto fondi d'investimento ai singoli risparmiatori, le banche si sono fuse tra loro per entrare in nuovi settori finanziari, la percentuale di americani in possesso di azioni è salita dal 16 al 50%. Dopo il 2001, l'economia è cambiata nuovamente, complicando le cose ai cosiddetti "speculatori" ma i soldi hanno continuato a circolare grazie a tassi d'interesse sempre più bassi: nel 2003 la FED di Greenspan li portò all'1%. Da qui l'esplosione del mercato dei derivati legati ai crediti, proprio quei titoli che oggi sono la causa diretta della crisi: i banchieri cercavano un modo per aumentare ulteriormente i profitti nonostante i bassi interessi.
Mentre persone colte e avvedute definivano i derivati delle vere e proprie armi finanziarie di distruzione di massa, il buon vecchio Alan (Greenspan) insisteva nel considerarli un mezzo importante per distribuire i rischi. Alcune banche "imprudenti" arrivarono addirittura a concedere mutui del 105%, ossia concedevano non solo l'intero capitale necessario per comprarsi una casa senza alcun esborso di contanti, ma anche un 5% in più. Così, dal 2001 al 2005, i prezzi delle case sono, dapprima, schizzati alle stelle e poi crollati tragicamente.

In concreto, le banche hanno sottostimato i rischi e hanno completamente snobbato i criteri di autoregolamentazione stabiliti nei cosidetti accordi Basilea 2. Questi prevedevano che quanto più alti fossero stati i rischi dei movimenti finanziari (obbligazioni, mutui o quant'altro), maggiore avrebbe dovuto essere il capitale immagazzinato dalla banca per far fronte a possibili complicazioni. Al contrario, le banche hanno mantenuto una bassa capitalizzazione a fronte di alti rischi.
Così il sistema è crollato e la comprensibile quanto improvvisa mancanza di fiducia dei cittadini ha fatto sì che la scarsità di contante a breve termine delle banche per pagare le obbligazioni venisse completamente azzerata. La stessa mancanza di fiducia ha, inoltre, fatto sì che le transazioni finanziarie si fermassero impedendo al mercato di stabilire prezzi credibili ai titoli che, come conseguenza, hanno visto crollare il loro valore in maniera vertiginosa.

Ora la domanda è: come ridare fiducia ai cittadini? Come rendere le banche ed il loro sistema di nuovo accettabile agli occhi dei piccoli risparmiatori?
La crisi che stiamo vivendo, seppur complicata nei suoi dettagli, è molto chiara. Essa è basata su due fattori: l'ingordigia e l'insaziabile fame di profitto che ha fatto totalmente perdere di vista l'individuo attorno al quale avvrebbe dovuto modellarsi il sistema di finanziamento e la totale mancanza di fiducia del man of the street verso il mercato.
Quando i "padroni" capiranno che anche la più fredda logica di mercato è basata su un sentimento umano (come la fiducia) e si accorgeranno che questo è molto più fragile di qualsiasi sistema, allora si potrà costruire un modello economico quasi-stabile e funzionante che eviterà di costruire profitti alle/sulle spalle di coloro che quegli stessi profitti li rendono possibili.

martedì 21 ottobre 2008

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lunedì 20 ottobre 2008

Fallimento morale.

«Per arginare la più grave crisi finanziaria dal 1929, il Pianeta gioca con miliardi di dollari. Gli stati s'indebitano, le banche riprendono fiato e le borse risalgono. Nel pieno di una tempesta che ci spinge a mettere in discussione le basi dei nostri sistemi economici, certe cifre fanno girare la testa.
Secondo le stime delle ONG, per sfamare i 923 milioni di esseri umani denutriti che ci sono nel mondo basterebbero 30 miliardi di dollari all'anno. Meno del 5% della cifra prevista dal piano Paulson. Una miseria.
Anche per questo, la giornata mondiale dell'alimentazione del 16 ottobre suona come un campanello d'allarme. Secondo la FAO, nel 2008 il rincaro dei prodotti agricoli e del petrolio ha provocato 75 milioni di nuovi affamati nel mondo. Ogni cinque minuti un bambino muore per cause legate alla malnutrizione. Eppure quando è in pericolo la sopravvivenza delle banche, i miliardi saltano fuori.
A 2400 chilometri da Wall street, Haiti, uno dei paesi più poveri del mondo, riassume tutte queste miserie. La crisi alimentare è stata aggravata dal passaggio di due cicloni e di due tempeste tropicali. Ma ad Haiti, come altrove, si muore in silenzio.
La mobilitazione internazionale dura il tempo di un telegiornale. La crisi colpisce le rimesse degli haitiani che vivono all'estero. Dopo il fallimento finanziario, è ora che il mondo si preoccupi del suo fallimento morale».

Queste parole provengono da un editoriale del quotidiano francese Le Monde.
La promozione dei diritti umani è parte integrante della sua identità e di quella nazionale francese; le radici di questa tendenza risalgono al XVIII secolo.