domenica 27 gennaio 2008

Andare al voto sarebbe sbagliato.

Viste le ultime vicende private di un singolo ministro e la decisione del suo pugno di senatori di uscire dalla maggioranza che hanno portato alla crisi un intero governo ed un intero Stato, volevo qui riportare le osservazioni di un prestigioso giornale, quale il Financial Times, riprese e tradotte dall'ultimo numero (n. 728 - 25/31 gennaio 2008) del settimanale Internazionale; il tutto giusto per riportare la discussione politica interna su di un binario oggettivo ed esterno al pathos tipico del carattere italiano, in modo da non uscire nemmeno dall'internazionalità di questo blog:

"Con l'uscita di uno dei partiti più piccoli della coalizione guidata da Romano Prodi, l'Italia rischia nuovamente di essere vittima della maledizione del suo frammentato sistema politico. L'esile maggioranza che Prodi aveva al Senato è svanita". Comunque vada la crisi di governo, scrive il Financial Times, l'ultima cosa di cui il Paese ha bisogno sono nuove elezioni.
Nonostante i contrasti interni, infatti, il governo di centrosinistra si è comportato bene: ha ridotto l'evasione fiscale, ha tagliato il deficit e ha portato la disoccupazione al livello minimo degli ultimi 15 anni. In ogni caso, andare alle urne con l'attuale legge elettorale, "frutto avvelenato lasciato in dote al Paese dal governo di Silvio Berlusconi", non farebbe che peggiorare le cose. "Il Presidente Giorgio Napolitano", conclude il quotidiano, "dovrebbe nominare un governo di garanzia con il compito di cambiare la legge in vigore, che in caso di nuove elezioni rischia di consegnare agli italiani un parlamento ancora più frammentato".

Interessante anche questo ultimo articolo del Financial Times, pubblicato il 25 gennaio ed intitolato Berlusconi’s return could be held up.

giovedì 24 gennaio 2008

Israele e territori palestinesi sono in guerra?


Aggiornamento gennaio 2009 per capire meglio la situazione attuale:
Gli illeciti di Israele, potenza occupante.


La popolazione palestinese della Striscia di Gaza ha iniziato la propria rivoluzione. Non ci sono più rappresentanti e governi che la possano fermare: la fame non guarda in faccia a nessuno. Come i tedeschi della DDR nel 1989, così la popolazione di Gaza oggi.

Ieri, infatti, coloro che dalla stampa italiana sono stati definiti (impropriamente) "miliziani", hanno, tramite cariche esplosive, creato ampi varchi all'interno del muro che divide Rafah in due città talmente distanti da avere in comune solo il nome e dando inizio ad un esodo palestinese (reso possibile dal Presidente Mubarak «Lasciateli entrare per comprare cibo, a patto che non portino armi») verso la metà egiziana. Tale azione estrema è stata dettata dalla fame, dall'insostenibile bisogno di beni di prima necessità (medicinali in primis, benzina) e dalla miseria in cui versa la popolazione palestinese.
Questo è ciò che, in termini concreti, può essere considerato il reale risultato di anni di embargo imposto da Israele in risposta al lancio di razzi Qassam dai territori palestinesi verso la città di Sderot (Israele ritiene infatti che il governo di Hamas che controlla la Striscia non voglia intenzionalmente fermare tale lancio, mentre Hamas sostiene di non essere in grado di fermare tale azione poiché non sotto il suo controllo).

Ma la questione è un'altra. Anzitutto bisogna mettere in chiaro una cosa: se Israele si dichiara in guerra verso le fazioni terroristiche palestinesi e verso coloro che minacciano la sua integrità, allora tale status giuridico deve valere in ogni circostanza. In parole povere, se Israele si dichiara legittimato ad usare la forza per eliminare coloro che minacciano i suoi confini e la sua popolazione perchè "in guerra" (status all'interno del quale sono concesse situazioni altrimenti inaccettabili, su tutto l'omicidio), allo stesso modo i nemici di Israele sono legittimati ad usare la stessa forza per combattere la medesima guerra: essa, infatti, non può mai essere unilaterale ma sempre combattuta da almeno due attori; si può essere d'accordo o schierarsi apertamente con uno di questi due attori, ma ciò non toglie che entrambe le fazioni possano usare le stesse capacità (militari e non). Dunque, non è possibile giudicare in diversa maniera, ad esempio, l'uccisione di militanti palestinesi e il "rapimento" e la morte di soldati israeliani: o sono azioni legittime entrambe o sono entrambe azioni criminali.
Detto questo, anche all'interno dello stato di guerra esistono regole dettate dal diritto umanitario (ex diritto bellico); una di queste regole è la proporzionalità. Se Israele viene attaccata in maniera costante, ma con ampi intervalli fra un lancio e l'altro, da missili provenienti dalla Striscia o da qualsiasi altro luogo (si legga Libano) che provocano un numero limitato di vittime o feriti, Israele non può rispondere con la distruzione di città (Beirut) o insediamenti civili comportanti la morte di centinaia di persone. Dall'inizio della seconda Intifada (28 settembre 2000) sono morti 6650 palestinesi e 1096 israeliani (dati aggiornati al 18 febbraio 2009), senza contare tutte le vittime derivanti dalla guerra del Libano del 2006. Inoltre la maggior parte dei soldati israeliani sono morti in azioni promosse dal loro stesso esercito. I dati, quindi, parlano da soli e indicano una plateale violazione del principio della proporzionalità da parte di Israele (sempre dando per scontato che la guerra vi sia per davvero, altrimenti è chiaro che tali azioni assumono sfumature ancor più gravi ed inaccettabili).

Per tutti questi motivi considero inaccettabile l'altrettanta disproporzionalità di trattamento riservata dalla nostra stampa a questa vicenda. Sul Corriere della Sera di oggi, l'evento, pur raccontanto in maniera descrittiva, viene fatto successivamente analizzare (attraverso interviste) da "esperti" di esclusiva provenienza israeliana: Danny Rubinstein, "etichettato" come giornalista israeliano - tra i massimi esperti di conflitto mediorientale e Avraham Yehoshua descritto come uno dei maggiori scrittori israeliani. Seppur considerati aperti e progressisti all'interno del loro Paese per le loro idee contestatrici, essi sono inevitabilmente ed istintivamente inclini a difendere la propria terra, pur criticando, in parte, il suo governo.

Solo quando la situazione si stabilizzerà su un piano paritario (nel limite del possibile visto che i palestinesi non hanno ancora un proprio Stato) allora si potrà tentare di cercare ed analizzare una soluzione moderata ed accettabile per ambo le parti, fino ad allora sarà inutile anche soltanto dedicare altri post a riguardo; e non è un caso che finora non l'abbia mai fatto.

sabato 19 gennaio 2008

La Sapienza e la Scienza.

Nonostante il ritardo volevo dedicare un post sulla vicenda che ha visto coinvolti Papa Benedetto XVI e l'Università "La Sapienza" di Roma. La cronaca della vicenda si è conclusa con l'annullamento da parte del Vaticano della visita in programma all'Università degli studi di Roma (dichiarazione di oggi: «ho soprasseduto mio malgrado ... Il clima che si era creato ha reso inopportuna la mia visita all'università») in occasione delle celebrazioni per l'apertura dell'anno accademico a causa delle proteste sollevate da parte di un gruppo di professori (66) e di studenti alquanto radicali. Essi hanno accusato Benedetto XVI di essere un nemico della scienza poiché reo di aver difeso la condanna inflitta dal tribunale dell'inquisizione a Galileo, il papa della scienza.
Credo che la vicenda abbia un doppio risvolto: il primo vede l'ingiusta vittoria da parte di minoranze interne all'Università che, tramite forti e sentite proteste, hanno fatto sì che la vicenda si risolvesse a loro favore. In generale, e non solo per questa occasione, un atteggiamento simile non è plausibile poiché impone la volontà di pochi su molti.
Il secondo e più importante risvolto della vicenda è quello scaturito dal clamoroso ed ingenuo errore del rettore, vero (se non unico) colpevole dell'intera vicenda: a mio parere, infatti, non è plausibile ed in linea con i principi di una Università statale e laica invitare un esponente religioso con marcate idee conservatrici ad una occasione ufficiale come l'apertura dell'anno accademico; questa, infatti, è una celebrazione che serve per tracciare le linee guida dell'intero anno universitario, la rotta da intraprendere per il futuro. Ecco perchè questo invito lo considero sbagliato oltre che di cattivo gusto. Specie considerando il fatto che all'interno de "La Sapienza" vi sono facoltà scientifiche che fanno della ricerca la loro ragione di vita. Le pubbliche posizioni tenute dal Papa sono state viste come un implicito segno di "censura" e di avallo alle sue idee contrarie allo sviluppo ed al progresso della ricerca scientifica. Un suo invito in una qualsiasi altra occasione (tavola rotonda, dibattito, conferenza o altro) sarebbe stato, al contrario, perfino auspicabile.
Il giorno in cui il Papa avrebbe dovuto parlare a Roma, gli studenti universitari di Comunione e Liberazione di tutta Italia (inclusi quelli della - mia - Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano) si sono mobilitati (esattamente come gli esponenti di un qualsiasi altro partito) per far ricevere ad ogni studente e professore il discorso che Benedetto XVI avrebbe dovuto pronunciare.

L'allocuzione prevedeva un'ampia discussione sulla ricerca della verità, intesa in modo cristiano come raggiungimento della fede, attraverso l'analisi dell'Università medievale dove filosofia e teologia (ai tempi vi erano quattro facoltà: filosofia, teologia, giurisprudenza e medicina) non devono scindersi se vogliono trovare il fine ultimo di ogni studio e ricerca: Teologia e filosofia formano una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall'altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. Il discorso poi, si sarebbe dovuto evolvere e concludere con la risposta alla domanda, posta fin da principio in maniera implicita: Che cosa ha da fare o dire il Papa nell'università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.

domenica 13 gennaio 2008

Che ne sarà di te?

Su consiglio di mio cugino Michelangelo, ho deciso di dedicare un post al film che ho visto oggi al cinema: Leoni per Agnelli (regia di Robert Redford, con Robert Redford, Meryl Streep e Tom Cruise).

Il film si sviluppa attraverso tre ambientazioni: un dialogo fra una un'esperta giornalista (Streep) ed un rampante governatore/senatore repubblicano (Cruise), uno fra un professore universitario (Redford) ed un suo studente ed, infine, una battaglia combattuta da due marines/studenti sul fronte afghano; tutti e tre gli "episodi" si svolgono nell'arco della stessa ora.

Tra i diversi spunti che si possono cogliere durante i velocissimi 90 minuti di pellicola, un paio sono degni di nota e di essere affrontati anche in questa sede.

Innanzitutto la capacità di descrivere tramite le parole di diversi esponenti della sua società il malessere attraversato dall'America in questi anni. Essa infatti starebbe vivendo uno dei periodi peggiori della sua storia. La domanda chiave è: com'è stato possibile passare dall'avere l'intera comunità internazionale al proprio fianco dopo l'11 settembre ad essere rimasti soli e malvisti dalla maggior parte degli Stati, anche alleati?
Un altro spunto, il migliore, è quello che si tenta di suscitare, positivamente, all'interno dello spettatore. Ogni uomo deve, nel possibile, tentare, provare a migliorare la situazione in cui vive perchè "è meglio fallire avendoci provato piuttosto che non averci tentato affatto". A questo proposito viene chiaramente evocato il problema dei nostri governanti (gli agnelli del titolo) che si arricchiscono (in tutti i sensi) sulle spalle del coraggio della gente (i leoni). Non bisogna rassegnarsi all'evidenza constatando l'incapacità e la malafede di chi ci governa, al contrario, bisogna tentare di reagire perchè è proprio sull'indifferenza e sulla rassegnazione che questi costruiscono le proprie impopolari strategie.

Infine è da notare il particolare effetto che il film ha sui giovani, specie sugli universitari: mai adagiarsi sugli allori di una vita agiata e tranquilla restando ai margini della vita sociale; è proprio quando le difficoltà si fanno più forti e la situazione più grave che bisogna tentare di inserirsi per vivere in pieno il momento che in futuro sarà considerato storia: è dalle nostre azioni di oggi che si costruisce il domani. Da qui la domanda finale, dal profumo epico (così come la colonna sonora) che assilla lo studente protagonista «hai deciso il tuo futuro? che ne sarà di te


P.S. Ultima notazione: la Streep/giornalista che, all'interno dello studio del suo caporedattore, abbassa ripetutamente la rotella del termostato domandando «ma come fai a sopportare questo caldo?». Dettaglio ambientalista da non sottovalutare, specie se all'interno di un film hollywoodiano.

giovedì 10 gennaio 2008

Il pil secondo Robert Kennedy

Sul Sole 24 Ore è apparso un articolo interessante riguardante i parametri con cui si misura la qualità della vita. A questo proposito è inevitabile il riferimento al pil (prodotto interno lordo) come parametro principale. Esso misura e valuta esclusivamente i dati quantitativi relativi alla crescita economica dei paesi, escludendo tanti altri valori e aspetti della vita dei cittadini.

Non a caso il parlamento europeo ha organizzato una due giorni di studio dal titolo "Oltre il pil". In questa sede sono state avanzate proposte per l'adozione di nuovo pil che tenga conto di dati relativi alla salute, al clima sociale e all'ambiente. In un sondaggio di Globescam si evince che la maggior parte dei cittadini europei è favorevole a questa proposta. Francesi e italiani, rispettivamente con l'86 e l'85 per cento di giudizi positivi, guidano la classifica di coloro che chiedono tale innovazione.

Il discorso pronunciato da Robert Kennedy nel 1968 andava esattamente in questa direzione e denunciava la concezione economicista nella valutazione della ricchezza di uno stato.

Di seguito riporto il discorso completo. Non tutto ciò che Kennedy ha descritto come un valore, forse, avrebbe un peso positivo nell'Italia di oggi.


«Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow Jones, né i successi del Paese sulla base del prodotto nazionale lordo. Il pil comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgomberare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle.

Il pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia dei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi. Il pil non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese.

Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani».

Robert Kennedy, 1968.

mercoledì 9 gennaio 2008

La rimonta di Hillary.

Dopo sondaggi enfatici, lacrime fra i candidati e ritorni di fiamma, finalmente si sono tenute le primarie per scegliere i candidati alla Presidenza americana nel New Hampshire.
I risultati hanno visto tra i democratici una forte rimonta all'ultimo minuto di Hillary Clinton che ha vinto con il 39% dei suffragi davanti ad un rampante Obama superato sul finale di soli 2 punti percentuali; terzo Edwards con il 15%. C'è da dire che alcuni sondaggi della vigilia davano Obama davanti rispetto a Hillary di addirittura 12 punti.

Tra i repubblicani vince McCain secondo pronostico col 37% dei voti; il reduce del Vietnam ha battuto il "ricco" Mitt Romney di ben 5 punti, decretando la sua seconda sconfitta dopo la prima vittoria raccolta col 67% nel caucus repubblicano in Wyoming svoltosi il 5 gennaio (quello democratico si svolgerà l'8 marzo). Visto il poco valore dato a questa votazione ecco dove trovare tutti i dati ad essa relativi: CNN

Prossima tappa: Michigan, 15 gennaio.

venerdì 4 gennaio 2008

Al via le primarie americane: Obama e Huckabee i primi vincitori.

Finalmente è cominciata la lunga maratona che porterà, il 4 novembre del 2008, alle tanto attese elezioni presidenziali americane.
Stanotte, infatti, si è tenuto il primo caucus democratico nell'Iowa e, contemporaneamente anche le prime votazioni repubblicane nello stesso Stato. Questi i risultati:

Democratici - Barack Obama 38%, John Edwards 30%, Hillary Clinton 29%.

Repubblicani - Mike Huckabee 34%, Mitt Romney 25,3%, John McCain 13,5%.

Nonostante non fosse un segreto che Barack Obama si trovasse in vantaggio nei sondaggi in questo piccolo Stato degli USA, la clamorosa novità è rappresentata dal risultato di John Edwards che ha relegato al terzo gradino la ex-First Lady Hillary Clinton.
Stessa sorpresa tra i repubblicani che hanno visto sul primo gradino (Huckabee) colui che non ha primeggiato nel settore dei fondi spesi per la propaganda. Così la parola d'ordine in questa prima tornata di primarie è stata "change", ossia cambiamento. Cambiamento tra i democratici che per la prima volta vedranno come candidato un uomo di colore oppure una donna, in entrambi i casi saranno le minoranze a vedere un proprio esponente in trionfo. Cambiamento tra i repubblicani, i quali hanno visto trionfare l'ala modesta e più religiosa della propria sfera rispetto alle lobby fatte di illustri imprenditori e magnati: non è un caso se Huckabee abbia avuto ben 64 milioni di dollari in meno a disposizione per la sua campagna elettorale rispetto al (finora) più quotato Romney.

Ora bisognerà attendere l'8 gennaio per le primarie nel New Hampshire e il 15 gennaio in Michigan. Anche se tutto si deciderà con il cosiddetto Super Tuesday, ossia Super Martedì, di febbraio (per la precisione il 5) quando si svolgeranno le primarie in ben 21 Stati (tra cui Alabama, Arizona, Arkansas, California, Connecticut, Delaware, Georgia, Illinois, Massachusetts, Missouri, New Jersey, New York, Oklahoma, Tennessee, Utah).

La sfida è cominciata; qualsiasi cosa succederà è già un sollievo sapere che George W. Bush non potrà più ricandidarsi.

Ecco un link utile per avere tutte le informazioni necessarie per seguire correttamente questa lunga, e fondamentale per il nostro futuro, maratona elettorale.

giovedì 3 gennaio 2008

La crisi in Kenya come spettro di un nuovo Rwanda.

Facciamo un riepilogo di ciò che sta succedendo in questi giorni in Kenya.

Il 27 dicembre si sono tenute le elezioni presidenziali che hanno visto in contrapposizione il Partito di unità nazionale (PNU) che raggruppa tutti i movimenti che appoggiano il Presidente in carica Emilio Mwai Kibaki e il Movimento democratico arancione (ODM) del leader dell’opposizione kenyota Raila Odinga.

Inizialmente sembrava che il leader dell'opposizione fosse in netto vantaggio ma, col passare delle ore, tale distacco ha iniziato a ridursi fino a creare un clima di incertezza, fonte dei primi disordini causati dai sostenitori dell'ODM, i quali hanno subito pensato a brogli elettorali. Infine, il 30 dicembre la Commissione elettorale ha proclamato la vittoria definitiva di Kibaki, ribaltando così i pronostici e riconfermando la Presidenza in carica. I risultati vedono 4.584.721 voti in favore del PNU e 4.352.993 in favore dell'ODM.
Da questo momento in poi si sono creati due fronti, uno favorevole alla vittoria di Kibaki e sostenuto anche dagli USA, i quali si sono subito congratulati, e uno invece sostenitore della teoria dei brogli. Anche gli osservatori dell'OSCE, pur inizialmente soddisfatti dallo svolgimento delle elezioni, hanno iniziato a denunciare situazioni "fuori legge" durante il momento dello spoglio, creando sospetti in tutta l'Unione Europea.

Così, in questi giorni, sono scoppiati forti scontri tra le due fazioni politiche, distinte anche per etnia, (i kikuyu, tribù di Kibaki, e i luo, tribù di Odinga) che hanno suscitato timori in tutta la comunità internazionale, visto il facile parallelo con la pulizia etnica avutasi in Rwanda nel 1994. Anche le origini sono le stesse poiché i kikuyu sono bantu come gli hutu e i luo sono di origine nilotica come i tutsi.

Infine si arriva ad oggi; l'opposizione aveva organizzato una manifestazione di protesta nel parco centrale di Uhuru vietata dal governo, poi fortunamente cancellata ed "eventualmente" rinviata all'8 gennaio. Nonostante ciò, continuano gli scontri che, finora, hanno causato oltre 350 vittime e migliaia di feriti, provocando una situazione di vera e propria guerra civile con l'accusa da parte di Kibaki nei confronti di Odinga di incitare forme di pulizia etnica.

Come in ogni contesto drammatico, però, anche in questo caso non si può trovare la responsabilità in maniera netta e definita; situazioni di attacchi e vendette si stanno avendo in ogni villaggio del Kenya dove esiste una maggioranza e una minoranza. L'unica vera vittima è la popolazione civile, costretta ad abbandonare le proprie case in fiamme e a patire la fame per la scarsità di risorse reperibili in una situazione che, anche nella normalità, vede la gente costretta a sopravvivere con meno di un dollaro al giorno. Inoltre, saccheggi, devastazioni di ogni tipo che non si vede come si possano fermare.

Non si può che sperare in un'apertura al dialogo tra Kibaki, rimasto nel "ruolo" di Presidente («Sono pronto ad avere un dialogo con le parti interessate quando la nazione sarà calma e la temperatura politica sarà scesa abbastanza per un impegno costruttivo e produttivo»), e Odinga il quale si è dichiarato da subito disposto ad aprire un tavolo di trattative che veda nella figura di mediatore un personaggio culturalmente rilevante per la regione. Del resto la stessa Commissione elettorale, nonostante la proclamazione, ora non si dichiara più convinta che Kibaki avesse realmente vinto, ma, al contrario, parla di pressioni effettuate su di essa dall'entourage del Presidente.

mercoledì 2 gennaio 2008

La prova del Pakistan.

Il Presidente del Pakistan Pervez Musharraf ha deciso di rinviare le elezioni, previste per l'8 gennaio, al 18 febbraio 2008. Tale decisione è stata giustificata con motivi di carattere tecnico-logistico, infatti durante le devastazioni seguite all'uccisione di Benazir Bhutto, molti luoghi destinati ad ospitare seggi elettorali sono stati saccheggiati e danneggiati, impedendo il loro concreto utilizzo per l'8 gennaio; anche l'addestramento del personale ha subito notevoli rallentamenti.

Inoltre, il Presidente pakistano ha ulteriormente condannato l'assassinio e ribadito la propria determinazione nel contrastare il fondamentalismo: «dobbiamo combattere il terrorismo con tutte le forze e penso che se non avremo successo in questa battaglia il futuro del Pakistan sarà oscuro».
Dunque, nonostante tutte le critiche e le conseguenze derivanti dall'incapacità a tenere sotto controllo la situazione interna, l'amministrazione al governo continua a sembrare ferma sul proprio scopo, tanto da chiamare in causa anche uomini facenti capo a Scotland Yard per riuscire a conoscere le reali cause e identificare i colpevoli dell'omicidio di Benazir Bhutto, leader del PPP (Partito popolare del Pakistan).
Ora bisogna solo aspettare e tentare di capire se tali gesti porteranno a conseguenze positive o se tutto ciò rimarrà esclusivamente un modo per mascherarsi e rendersi ancora credibili di fronte alla comunità internazionale ed, in particolar modo, a USA e UE.

Nel frattempo non si può che cogliere positivamente la decisione dei partiti di opposizione di NON boicottare le elezioni, questo gesto vale più di ogni altra formalità. Una decisione diversa avrebbe potuto mettere in crisi ogni minimo spiraglio di speranza democratica.