giovedì 28 febbraio 2008

Benvenuti, questo è un "green website"!

Questo post prende spunto da un articolo della rivista settimanale Internazionale (n. 731 - 15/21 febbraio 2008) intitolato "I giornali online sono più ecologici?" di Lucy Siegle dell'Observer.

La tesi di questo articolo è che, a differenza di quanto si crede, anche internet inquina. Secondo un rapporto del Global action plan intitolato An inefficient truth (il riferimento plateale è al documentario di Al Gore), l'impronta ecologica del settore informatico britannico è pari a quella dell'industria aeronautica. Nel 2005 ci è voluta l'energia di 14 centrali nucleari da 1000 megawatt per alimentare i grandi centri di elaborazione dati in tutto il mondo. Ovviamente queste ricerche non hanno come scopo ultimo un ritorno al passato, poichè l'impatto ambientale dei giornali cartacei è devastante, specialmente se si considerano tutti quei quotidiani gratuiti che invadono le città (e le metropolitane) di mezzo mondo (di recente anche quelle italiane), basandosi sull'abbattimento di intere foreste.
Un altro studio, questa volta di origine statunitense, afferma che internet è responsabile di più di 45 miliardi di chilogrammi di anidride carbonica all'anno.

Per compensare tali emissioni, nel dicembre del 2007 è stato lanciato il sito http://www.co2stats.com/ che, calcolando le emissioni di blog e siti web, permette di azzerarle inserendo all'interno di essi un banner a pagamento (la quota si definisce in base al numero di visite al mese).
Il progetto di questa inziativa prevede che le emissioni, calcolate tramite l'inserimento di questo banner, vengano successivamente azzerate grazie agli investimenti in progetti riguardanti energie rinnovabili fatti da sponsor interessati a rendere internet amico dell'ambiente. Qui di seguito riporto la "presentazione" ufficiale del sito:

CO2Stats Basic is a free tool that makes your website environmentally friendly. Whenever people view your web site or blog, they use electrically-powered computers and servers. To create electricity, power companies must burn fuels that emit carbon dioxide into the atmosphere and cause global warming. CO2Stats monitors how much electricity is being used to power your site, and then it "offsets" the emissions by investing in renewable energy projects that help to counteract global warming. Our offsets are funded by advertising sponsors who are committed to making the Internet more environmentally friendly.

Dunque questo studio, portato avanti da 2 studenti universitari americani, si basa sulla popolarità: più un sito è visitato, più saranno le emissioni di CO2 che esso produrrà (per essere visto).
Spero di trovare presto tanti banner verdi nei vostri blog, così che possiate anche voi dire: questo è un green website!

Aggiornamento:
Iniziativa analoga: Google in nero!
Secondo diversi studi la versione nera del motore di ricerca più utilizzato al mondo garantirebbe un risparmio energetico del 25% rispetto alla sua omologa white. Visto che su Google vengono effettuate, in media, 200 milioni di ricerche al giorno, risparmiare un quarto del consumo equivale a qualcosa come 750MWh all’anno! Peccato però che il risparmio dal bianco al nero sembra esserci solo se si utilizzano i vecchi monitor, quelli col tubo catodico o Ctr.
In ogni caso l'iniziativa Blackle rimane meritevole in termini di principio.

sabato 23 febbraio 2008

Sondaggio di «casa nostra».

Visto il grande, per le dimensioni di questo blog, successo e l'interesse suscitato dai sondaggi sui possibili candidati americani alla Casa Bianca (che, ricordo, hanno visto vincere Giuliani e Obama: scelta notevole), ho deciso di proporre un nuovo sondaggio sulle prossime elezioni in programma nel Bel Paese. Quale sarà, secondo voi, il governo migliore per essere rappresentati nell'intricato panorama delle Relazioni Internazionali? Chi meglio potrebbe garantire una forte impronta nel contesto europeo ed internazionale? Quale protagonista dell'Italia di oggi è ancora credibile agli occhi della comunità internazionale?
Per esprimere la vostra preferenza, rivolgete la vostra attenzione al box appositamente dedicato sulla colonna di destra.
Esprimetevi e commentate liberamente. Questa interfaccia è aperta a tutti.

giovedì 21 febbraio 2008

L'urlo silenzioso del popolo pakistano.

Il Mondo si sta muovendo tutto insieme, nello stesso momento; molto difficilmente riesco a stargli dietro e, per questo, mi scuso: l'indipendenza dichiarata dal Kosovo, la defezione di Castro, le primarie presidenziali americane che stanno entrando nel rush finale, la visita in Africa di George W. Bush, la ripresa degli attentati in Afghanistan ed, infine, le elezioni politiche appena tenutosi in Pakistan, tanto attese, quanto "dimenticate" in queste ore. Ed è proprio su quest'ultimo avvenimento che mi vorrei soffermare.

Dopo clamorosi attentati che hanno ucciso, tra le centinaia di civili, anche un candidato del Partito Popolare del Pakistan, si sono svolte le elezioni politiche per il rinnovo del Parlamento che, pur non vedendo vittorie clamorose, hanno sancito l'unico e sicuro sconfitto: Musharraf ed il suo partito (la Lega musulmana pakistana-Q). Il Partito Popolare del Pakistan guidato dagli eredi di Benazir Bhutto e la Lega Musulmana-N dell'ex premier Nawaz Sharif, infatti, si sono spartiti la maggior parte dei seggi in palio pur non raggiungendo, singolarmente, la maggioranza assoluta. L'incertezza, dunque, rimarrà la caratteristica principale, ma con la sicurezza che l'attore oggi al potere non dominerà più la scena politica futura. Infatti, un accordo fra i due nuovi partiti, potrà mettere fuori causa il Presidente che, al contrario, ha dichiarato di non volersi dimettere.

Il popolo pakistano ha, quindi, espresso chiaramente la volontà di voler cambiare direzione, di distaccarsi dalla politica estera di subordinazione del loro Presidente (volta solamente a non irritare il grande protettore americano); ha manifestato la difficoltà economica del Paese; ha dichiarato di non voler diventare strumento in mano della minoranza islamista. Già perchè, col passare degli anni, il consenso verso gli estremismi religiosi non è aumentato, anzi, è vistosamente calato (basta vedere il risultato dei partiti fondamentalisti che hanno visto precipitare i loro seggi dai 50 delle elezioni del 2002 - truccate - ai 3 di oggi). Ma proprio per questa paura di perdere terreno, si è creata una situazione inversamente proporzionale: più il popolo ha manifestato l'intenzione di voler seguire la rotta democratica per risolvere il problema dell'instabilità interna ed ai confini con l'Afghanistan, controllato dai Taliban, più questi ultimi hanno incrementato il numero di attentati e stragi col fine di constrastare questa corrente e riportare il Paese nel clima di instabilità e caos, ideale per coloro che vogliono vincere (acquisire potere) senza rispettare le regole del gioco.

Così, queste elezioni, hanno urlato all'intera comunità internazionale la vera indole del popolo pakistano e hanno fugato ogni dubbio sulla possibilità che questo potesse propendere verso l'estremità.
Ora i nuovi leader dovranno cambiare la strategia, bocciata dal popolo, finora adottata da Musharraf che, per tenere sotto controllo i confini minacciati dalle roccaforti talebane, le ha sempre tollerate nella speranza che queste potessero ricambiare, in futuro, il favore lasciando in pace il territorio pakistano. Tutto ciò si è rivelato illusorio e Al-Qaeda ha tenuto fede alla sola regola che più gli appartiene: non rispettare le regole ed, anzi, contestarle apertamente secondo la ben nota, agli studiosi delle Relazioni Internazionali, teoria del "guastafeste".

Il nuovo governo potrà avere qualche speranza di successo se riuscirà a conquistare la popolazione Pashtun ai confini, aiutandola ad uscire dalla miseria in cui si trova e che la costringe ad accontentarsi della "protezione" offerta dai Taliban: a questo scopo, il governo americano ha già stanziato cifre considerevoli.

mercoledì 20 febbraio 2008

Aggiornamento americano.

Dai tempi ormai remoti del SuperTuesday del 5 febbraio ad oggi, Barack Obama si è aggiudicato tutti gli Stati in cui si è votato. Per la precisione, il senatore dell'Illinois ha inanellato 10 vittorie consecutive. Le ultime, in ordine di tempo, sono quelle confermate negli scorsi minuti in Wisconsin e alle Hawaii (Stato di nascita di Obama). Così, l'onda del cambiamento ha travolto anche Stati in cui la base elettorale avrebbe dovuto favorire la rivale Clinton. Nulla, però, è ancora deciso; il distacco fra i due è solamente di 72 delegati ed il prossimo 4 marzo (giorno in cui si voterà, tra gli altri, in Texas e Ohio) potrà completamente stravolgerlo e vanificarlo.
Tra i repubblicani, McCain ha battuto il superstite Huckabee sia in Wisconsin che nello Stato di Washington: ormai i delegati che mancano al reduce del Vietnam per conquistare la candidatura sono solamente 220 (numero magico 1191).


Dati aggiornati al 25 febbraio (dati CNN):

DEMOCRATICI (numero magico 2025)
Barack Obama: 1327 delegati;
Hillary Clinton: 1255 delegati

REPUBBLICANI (numero magico 1191)
John McCain: 971 delegati
Mike Huckabee: 233 delegati

martedì 19 febbraio 2008

Fidel Castro lascia Cuba.

«Comunico che non cercherò né accetterò - ripeto - non cercherò né accetterò, l’incarico di Presidente del Consiglio di Stato e Comandante in capo». Queste le parole che hanno posto la parola fine alla lunga parabola rivoluzionaria dell'ormai ex lìder maximo Fidel Castro, durata ben 49 anni (Precisamente dal 1° gennaio 1959, quando la rivoluzione rovesciò il dittatore Fulgencio Batista). La dichiarazione è stata riportata dal sito del quotidiano cubano Granma (che prende il nome dall'imbarcazione con cui i guerriglieri affrontarono la rivoluzione), l'organo ufficiale del partito comunista cubano. E così non sarà lui ad essere (ri)eletto nel corso dell'Assemblea Nazionale che si terrà il prossimo 24 febbraio. Probabile successore, il fratello Raùl.
Finisce un'epoca: a voi, per ora, i commenti.

domenica 17 febbraio 2008

Lo Stato del Kosovo.

Finalmente dopo tante attese, smentite, promesse, minacce e quant'altro, il Parlamento di Pristina ha ufficializzato la proclamazione di indipendenza della (ex) provincia serba, a maggioranza albanese, da Belgrado.

Sembrano passati secoli dal precedente post (il Kosovo della discordia), ma in realtà sono passati solo poco più di 60 giorni da quando la situazione sembrava destinata ad uno stallo senza fine (il riferimento è al fallimento consumatosi lo scorso 10 dicembre quando il Consiglio di Sicurezza dell'ONU prese atto dell'impossibilità di giungere ad un compromesso fra la Serbia ed il Kosovo), entro i quali l'Alleanza Atlantica ha deciso di portare a termine la propria missione (per lasciare il posto a quella europea EULEX, post-indipendenza). E, infatti, fu proprio la constatazione di questa situazione senza uscita che spinse il premier Thaci ed i suoi sostenitori (USA e UE) a decidere per la via unilaterale che non considerasse più le posizioni della controparte: la Serbia. In ogni caso quest'azione comporterà diversi problemi per il nuovo Stato nell'ambito delle relazioni internazionali; il fatto di non essere riusciti a trovare un accordo né con il Consiglio di Sicurezza, né con il Gruppo di contatto delle Nazioni Unite precluderà la possibilità al Kosovo di diventare membro dell'ONU stessa.

Al fianco di Belgrado hanno continuato a schierarsi (e continuano ad esserlo tutt'ora) tutti quegli Stati che non condividono l'iter che ha portato alla proclamazione dell'indipendenza e che temono che il modello utilizzato dagli ex guerriglieri dell'UÇK (ora al potere) possa essere emulato dai separatisti sparsi per il globo. Russia, Cina, ma anche Spagna, Romania, Cipro. Tutti questi Stati temono che l'esempio del Kosovo possa provocare innalzamenti della tensione nei rapporti fra governi centrali e regioni all'interno dei confini statali che rivendicano, nei casi migliori, la propria autonomia, altrimenti l'indipendenza.

Fin dai bombardamenti del 1999, del resto, la situazione kosovara è sempre stata gestita al di fuori del diritto internazionale convenzionale e le stesse Nazioni Unite hanno assistito inermi ai bombardamenti NATO prima e alla proclamazione dell'indipendenza oggi. Sembra alquanto improbabile, infatti, che la convocazione del Consiglio di Sicurezza, richiesta d'urgenza da Russia e Serbia, possa revocare la decisione. E così, in un clima in cui i veri sconfitti sono la diplomazia ed il compromesso, le uniche strade che si sono potute perseguire da ambo gli schieramenti sono state quelle della chiusura e dell'unilateralità. In situazioni del genere non esiste una ragione ed un torto: tutti sono colpevoli in egual misura; il muro contro muro creatosi non poteva che avere come via d'uscita una decisione che andasse contro le richieste dell'altra parte.

La speranza è che la situazione non degeneri e che le manifestazioni varie (di assenso e dissenso) non sfocino in atti di violenza che vedano coinvolta la parte debole: la popolazione civile. Notizia di questi minuti l'esplosione di una bomba a mano nei pressi degli edifici di ONU e Unione Europea a Mitrovica (città del Kosovo a maggioranza serba). Chi vince non deve cedere al trionfalismo, chi perde non deve scadere in ritorsioni.

sabato 16 febbraio 2008

3° anniversario del Protocollo di Kyoto.

Immagine tratta da Wikipedia: in verde gli Stati che hanno firmato e ratificato il trattato, in giallo gli Stati che lo hanno firmato ma non ancora ratificato. Gli USA lo hanno firmato, ma successivamente si sono esplicitamente rifutati di ratificarlo. Gli altri non hanno partecipato alla stesura e, dunque, non lo hanno nemmeno firmato.

Aggiornamento 16/02/2009: quarto anniversario del Protocollo di Kyoto, per un bilancio della situazione attuale cliccate qui.

Oggi ricorre il terzo anniversario dall'entrata in vigore del Protocollo di Kyoto (allegato alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici).
Stipulato (dunque sottoscritto) nell'ormai lontano 1997 (11 dicembre), esso raggiunse il numero necessario di ratifiche per l'entrata in vigore solo nel più recente 2005 (16 febbraio, per l'appunto).
Dal numero iniziale di 169 Stati che lo hanno firmato, ad oggi se ne possono contare 130 che lo hanno realmente ratificato. Ovviamente tra le assenze, spiccano gli Stati Uniti d'America, i quali hanno attivamente partecipato alla sua stesura con l'amministrazione Clinton, ma si sono tirati fuori dai giochi con la lunga parentesi dell'amministrazione Bush. Ora si spera che, con la fine della lunga presidenza di George W. Bush, l'America possa riprendere il suo cammino da dove l'aveva lasciato nel 2001. Anche l'Australia, sempre contraria, ha finalmente ratificato il Protocollo (dicembre 2007) grazie all'avvento al governo di un premier laburista (Kevin Rudd).
Lo scopo principale del Protocollo è quello di ridurre entro il 2012, tramite obbligo in capo agli Stati aderenti, le emissioni di elementi inquinanti (prevalentemente gas serra) in una misura non inferiore al 5,2% (l'Unione Europea si è fissata una riduzione pari all'8%) rispetto alle emissioni registrate nel 1990.

Nel frattempo è da segnalare il successo dell'iniziativa "M'illumino di meno" (nata proprio per festeggiare il compleanno del Protocollo di Kyoto, vedi post precedente), che ha raggiunto un grande risultato, grazie all'adesione di diversi enti e comuni nazionali ed internazionali (fra tutti spicca lo "spegnimento" della Torre Eiffel):

«Nel pomeriggio di [ieri], alle ore 18.00 in concomitanza con l'avvio dell'iniziativa "M'illumino di meno" del programma Radio Rai Caterpillar, TERNA, la società responsabile della trasmissione e del dispacciamento dell'energia elettrica a livello nazionale, ha rilevato una riduzione istantanea del fabbisogno di energia elettrica dell'ordine di 400 Megawatt equivalente al consumo di circa 7 milioni di lampadine.
Il valore è superiore di 100 Megawatt rispetto al risparmio energetico registrato nell'edizione del 2007».

In conclusione c'è da sperare che il 2009 sia l'anno cruciale per il Protocollo, abbiamo tempo fino al 2012. Si può fare (Yes we can).

venerdì 15 febbraio 2008

M'illumino di meno.


Nonostante il lieve ritardo con cui ne sono venuto a conoscenza, volevo pubblicizzare l'iniziativa del programma "Caterpillar" di Radio2: "M'illumino di meno".
Di seguito in cosa consiste, quando e perchè.

«Per il quarto anno consecutivo Caterpillar, il noto programma di Radio2, in onda tutti i giorni dalle 18 alle 19.30, lancia per il 15 febbraio 2008 "M'illumino di meno", una grande giornata di mobilitazione internazionale in nome del risparmio energetico.
Dopo il successo delle passate edizioni, Cirri e Solibello, i conduttori di Caterpillar, chiederanno nuovamente ai loro ascoltatori di dimostrare come il risparmio sia una possibilità concreta e reale a cui attingere oggi stesso per superare i problemi energetici che assillano il nostro paese e gran parte delle nazioni del pianeta. L'invito rivolto a tutti è quello di spegnere le luci e tutti i dispositivi elettrici non indispensabili il 15 febbraio 2008 dalle ore 18. Semplici cittadini, scuole, aziende, musei, gruppi multinazionali, astrofili, società sportive, gruppi scout, istituzioni, associazioni di volontariato, università, cral aziendali, ristoranti, negozianti e artigiani uniti per diminuire i consumi in eccesso e mostrare all'opinione pubblica come un altro utilizzo dell'energia sia possibile.
Nelle precedenti edizioni "M'illumino di meno" ha contagiato milioni di persone impegnate in un'allegra e coinvolgente gara etica di buone pratiche ambientali. Lo scorso anno il "silenzio energetico" coinvolse simbolicamente le piazze principali di tutt'Italia: a Roma si spensero il Colosseo, il Pantheon, la Fontana di Trevi, il Palazzo del Quirinale, Montecitorio e Palazzo Madama, a Verona l'Arena, a Torino la Basilica di Superga, a Venezia Piazza San Marco, a Firenze Palazzo Vecchio, a Napoli il Maschio Angioino, a bologna Piazza Maggiore, a Milano il Duomo e Piazza della Scala, a Pisa Piazza dei Miracoli, a Siena Piazza del Campo, a Catania Piazza del Duomo, ad Agrigento la Valle dei Templi, e centinaia di altre piazze in centinaia di altri comuni grandi e piccoli, grazie al prezioso aiuto dell’ ANCI, l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani.
La campagna di "M'illumino di meno 2008" inizierà il 15 gennaio e si protrarrà per un mese fino al 15 febbraio (vigilia dell'anniversario dell'entrata in vigore del protocollo di Kyoto), dando voce al racconto delle idee più interessanti e innovative, in Italia e all'estero, per razionalizzare i consumi d'energia e di risorse, dai piccoli gesti quotidiani agli accorgimenti tecnici che ognuno può declinare a proprio modo per tagliare gli sprechi.
Sul sito internet del programma http://www.caterueb.rai.it/ sarà possibile segnalare la propria adesione alla campagna, precisando quali iniziative concrete si metteranno in atto nel corso della giornata, in modo che le idee più interessanti e innovative servano da esempio e possano essere riprodotte dagli altri aderenti. Quest'anno la campagna "M'illumino di meno" è patrocinata Ministero dell'Ambiente e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri».

mercoledì 13 febbraio 2008

La «presunta colpevolezza» di Olmert.

Ieri, a conclusione della sua visita in Germania, il premier israeliano Ehud Olmert ha tenuto a Berlino una conferenza stampa insieme alla cancelliera tedesca Angela Merkel. L'argomento di discussione che ha attirato l'attenzione della stampa e della comunità internazionale è stato l'Iran ed il suo presunto progetto di dotarsi, segretamente, della bomba atomica.
Secondo Olmert, l'Iran sta lavorando incessantemente per costruire armi nucleari e si sta dotando di missili balistici in grado di coprire distanze sempre più ampie. Per questo motivo, ha aggiunto il premier, Israele vuole tenere aperta ogni opzione per impedire la realizzazione di questo piano (dunque anche l'opzione di un attacco militare preventivo) poiché il mondo non può permettersi di titubare su un problema di tale gravità.

Per convincere l'opinione pubblica tedesca (ed europea) Olmert ha dichiarato di essere in possesso di prove. In realtà, Olmert ha specificato che quanto in loro possesso finora «non [li] convince del contrario»: per Israele l'Iran vuole dotarsi della bomba atomica, fino a prova contraria. In questa maniera, Olmert ha improvvisamente rovesciato il concetto della presunta innocenza in presunta colpevolezza.

Come spiegare una dichiarazione tanto radicale e sovversiva rispetto alla nozione condivisa di giustizia (il tentativo di modificare la nozione di giustizia è sempre stata considerata un'azione pericolosissima che in passato è stata causa di guerre civili)?

Le cause sono diverse e possono essere innanzitutto ricercate nella conclusione dell'era Bush. Olmert, infatti, è chiaramente scosso dall'imminente passaggio di consegne alla Casa Bianca e non ritiene di potersi fidare di nessuno dei potenziali candidati alla presidenza. George W. Bush è stato, fino ad oggi, il Presidente più filo-israeliano di sempre ed Olmert è ovviamente preoccupato dal vuoto che potrebbe crearsi intorno ad Israele, a partire da dicembre 2008.
Da qui la chiara esigenza palesata dal governo israeliano di premere a fondo sull'acceleratore, in modo tale da poter scrivere la parola fine sulla pratica iraniana entro la fine dell'anno. Spingersi oltre potrebbe voler dire fare un salto nel vuoto per Israele, soprattutto nel caso di una possibile presidenza Obama, il quale ha sempre dichiarato che, per sedare la polveriera mediorientale, si deve coinvolgere tutti gli attori della regione, «inclusi coloro che non vorremmo» (si legga Iran e Siria).

Per capire come evolverà la situazione bisognerà aspettare le prossime settimane, quando sarà più chiaro chi potrebbe essere il futuro inquilino della Casa Bianca ma, soprattutto, quali saranno le prossime azioni dell'attuale amministrazione americana: approfittare della libertà derivante dai mesi di fine mandato (ossia fare tutto ciò che non si è fatto finora per salvaguardare la popolarità) o tentare di lasciare un ricordo di sé più positivo, ossia degno di uno statista che ha tentato il tutto e per tutto per lasciare il mondo in pace?

domenica 10 febbraio 2008

Yes, we can.

Inevitabile per un blogger così interessato alle elezioni presidenziali americane, dedicare un post all'avvenimento digital-politico che sta suscitando un enorme interesse in questi giorni. Barack Obama, dopo le primarie democratiche in New Hampshire, ha pronunciato un discorso già entrato a far parte di quella categoria di momenti storici ed emozionanti (I have a dream di Martin Luther King è il più celebre) a tal punto da rimanere indelebili nella memoria dell'opinione pubblica (americana e non). Yes, we can è la frase, lo slogan rimasto sulla bocca di tutti e ripreso da artisti di mezzo mondo che si sono voluti ispirare al clima di cambiamento suscitato dalla candidatura di Obama. Walter Veltroni, Luis Zapatero sono stati i primi a citarlo. Molti altri ne seguiranno.

Will.i.am dei Black Eyed Peas ha creato un video musicale (qui sottotitolato in italiano) come gesto personale per sostenere la sfida di Obama. Al video hanno partecipato molte celebrità (fra le altre anche Scarlett Johansson ed il Michael di Lost). Di seguito anche il testo integrale del discorso che fa da lyric alla canzone. Buon ascolto, buona lettura: buone sensazioni.



It was a creed written into the founding documents that declared the destiny of a nation. Yes we can.
It was whispered by slaves and abolitionists as they blazed a trail toward freedom through the darkest of nights. Yes we can.
It was sung by immigrants as they struck out from distant shores and pioneers who pushed westward against an unforgiving wilderness. Yes we can.
It was the call of workers who organized; women who reached for the ballot; a President who chose the moon as our new frontier; and a King who took us to the mountaintop and pointed the way to the Promised Land.
Yes we can to justice and equality. Yes we can to opportunity and prosperity. Yes we can heal this nation. Yes we can repair this world. Yes we can.
And so tomorrow, as we take this campaign South and West; as we learn that the struggles of the textile worker in Spartanburg are not so different than the plight of the dishwasher in Las Vegas; that the hopes of the little girl who goes to a crumbling school in Dillon arethe same as the dreams of the boy who learns on the streets of LA; we will remember that there is something happening in America; that we are not as divided as our politics suggests; that we are one people; we are one nation; and together, we will begin the next great chapter in America's story with three words that will ring from coast to coast; from sea to shining sea - Yes. We. Can.

Barack Obama, 8 gennaio 2008 - New Hampshire.

Martedì tutti i giorni.

Il Super Tuesday è passato senza lasciare traccia. Non ha sbrogliato la matassa democratica, ha confermato la supremazia di McCain in campo repubblicano facendo uscire definitivamente di scena il miliardario Romney.

Così, in questa convulsa lotta verso la Casa Bianca, ogni giorno diventa un nuovo SuperTuesday. Lo è stato ieri, sabato, giornata in cui si sono tenute le primarie in soli quattro Stati.
Barack Obama ha "stracciato" Hillary Clinton in tutti gli Stati in cui si è votato (Washington, Lousiana, Nebraska) riducendo ad un pugno di delegati il vantaggio aquisito dalla Clinton vincendo negli Stati più popolosi lo scorso Martedì.
McCain ha subito una mini-lezione dall'ex pastore Huckabee; quest'ultimo ha, infatti, vinto in 2 dei 3 Stati in cui si è votato "repubblicano". In ogni caso, con l'uscita di scena di Romney, McCain sembra irraggiungibile.

L'unica certezza, in queste ore, è che la lotta intestina all'interno del partito democratico ha rinforzato la figura di McCain e che la sfida fra Obama e Clinton potesse, in realtà, essere una vera e propria "finale" visto il forte consenso suscitato da entrambi i democratici. Non è un caso, dunque, se le fonti di informazione mondiali si siano concentrate sull'inedito testa a testa.

Prossimo SuperTuesday: martedì 12 febbraio con primarie in Virginia, Maryland e Columbia's district.

lunedì 4 febbraio 2008

La Serbia che piace all'UE.

La Serbia ha eletto il suo nuovo Presidente: Boris Tadic si è riconfermato vincendo il ballottaggio con il 50,5% delle preferenze.

Tutti i timori della vigilia (fondati, visti i risultati del primo turno che hanno visto piazzarsi al primo posto il nazionalista Tomislav Nikolic) sono stati spazzati via e la Serbia potrà continuare a perseguire il suo progetto democratico ed europeista.

Già, perchè, a prescindere dalla politica interna e dalle differenze ideologiche, questa votazione è stata percepita come una sorta di referendum per decidere sotto quale influenza internazionale la politica estera della Serbia avesse dovuto collocarsi: se avesse vinto Nikolic, la Serbia avrebbe spostato il proprio baricentro sotto il cappello offertole dalla vecchia e rinata Russia; al contrario, con Tadic, essa continuerà a perseguire il progetto, tanto accarezzato anche dagli Stati europei occidentali, di entrare a far parte dell'UE, ricostruendo e ricucendo, seppur parzialmente ed in maniera differente, ciò che la guerra dei Balcani negli anni '90, ha inevitabilmente sgretolato e spezzato.

Tutto ciò, ovviamente, fa da involucro al vero nocciolo della questione: la possibile ed imminente dichiarazione d'indipendenza paventata in questi giorni dal Kosovo e dal suo premier Hashim Thaci.
Infatti, seppur entrambi i leader abbiano ripetutamente e fortemente condannato quest'azione, le sfumature che potrà assumere la politica estera serba sotto Tadic sono più confortanti per diversi punti di vista: la possibilità di salvaguardare e proteggere gli interessi (tramite una mediazione con l'UE) di quella minoranza serba che ancora si trova entro i confini della provincia kosovara a maggioranza albanese e la possibilità di evitare la chiusura verso la comunità internazionale dopo che questa avrà (per la maggior parte) riconosciuto il nuovo Stato del Kosovo (Nikolic, infatti, aveva promesso la rottura di ogni rapporto con coloro che avessero riconsciuto la sovranità della provincia).

Dunque, un futuro che, nell'incertezza del momento, garantirà una risposta razionale ad ogni eventuale situazione traumatica che si dovesse presentare. Reazioni, insomma, dettate più dalla coscienza che dall'istinto e dal furore (sbandierato ostentatamente da Nikolic che, solo di recente e per questioni di "apparenza", si è tolto la spilla con la faccia di Seselj, uomo imputato al Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia - presieduto da Fausto Pocar* - per crimini di guerra).
Questo sottile ottimismo non dovrà, comunque, portare ad una sottovalutazione delle conseguenze che la dichiarazione d'indipendenza potrà produrre rispetto ad altre situazioni analoghe sparse per il mondo (non è un caso che gli Stati più scettici - se non ostili - ad un possibile riconoscimento siano proprio quelli che sono costretti a gestire internamente spinte indipentiste, vedi Russia, Spagna e Cipro su tutti). Ecco perchè la stessa comunità internazionale non dovrà agire con azioni unilaterali e frettolose: la moderazione dovrà essere l'atteggiamento dominante in tutto e per tutto, anche nei confronti delle possibili reazioni/sanzioni che la stessa Serbia potrà avere/subire.

L'unica cosa certa, ora, è che questa vittoria ha scongiurato nuovi possibili scenari di guerra derivanti dall'ennesimo e, con ogni probabilità, ultimo distacco da Belgrado.
Guardandosi indietro e riportando la memoria al recente passato (Srebrenica, Drenica), non bisogna assolutamente considerare la pace come qualcosa di scontato.


*Ordinario di Diritto Internazionale presso l'Università degli Studi di Milano e Presidente del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia.
Martedì 12 febbraio 2008 alle ore 16.30 avrò la fortuna di assistere ad una conferenza, organizzata all'interno del corso di Diritto Internazionale Privato che sto frequentando, dello stesso Pocar presso la sala lauree della Facoltà di Scienze Politiche di via conservatorio a Milano: La trasformazione della convenzione di Roma del 19 giugno 1980 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali in regolamento comunitario.

Sondaggio - 4/5


Risultati dei due sondaggi del Blog Internazionale relativi alle vostre preferenze rispetto ai candidati repubblicani e democratici in lizza per diventare nuovi inquilini alla Casa Bianca.

Chi preferisci come candidato repubblicano?


  • Rudolph Giuliani - 52% (13 voti)

  • Mike Huckabee - 32% (8 voti)

  • John McCain - 12% (3 voti)

  • Mitt Romney - 4% (1 voto)

Chi preferisci come candidato democratico?


  • Barack Obama - 70% (44 voti)

  • Hillary Clinton - 20% (13 voti)

  • John Edwards - 8% (5 voti)

I lettori di Blog Internazionale auspicano uno scontro Giuliani vs. Obama! Purtroppo, però, questo è già da considerare irrealizzabile vista la rinuncia del candidato repubblicano dopo la cocente sconfitta in Florida. In effetti, una corsa fra un afroamericano ed un italoamericano avrebbe completamente segnato il futuro dell'America: complimenti a tutti per l'ottima scelta! In ogni caso ci rimane ancora da sperare, Barack è in corsa più che mai!

sabato 2 febbraio 2008

In attesa del Super Tuesday!

Piccolo riassunto prima della fatidica data del 5 febbraio utile a decidere (quasi certamente) chi saranno i candidati repubblicani e democratici che correranno per la Casa Bianca il prossimo novembre.

In casa repubblicana abbiamo assistito ad una lotta serrata tra John McCain e Mitt Romney che, spartendosi quasi la totalità di Stati finora assegnati, ha decretato l'uscita di scena del cosiddetto "Sindaco d'America" Rudolph Giuliani (ora disposto ad appoggiare McCain al 100%). Rimane, come terzo incomodo, Mike Huckabee, vincitore a sorpresa delle primarie in Iowa col 34% dei consensi.

In casa democratica, invece, le cose sono state molto più lineari, con Clinton e Obama che si sono divisi, più o meno equamente, l'intera torta finora a disposizione. John Edwards esce di scena senza vittorie, ma con la possibilità concreta di favorire uno dei due candidati ancora in corsa tramite il proprio appoggio quantificabile in un 10-15% di elettori democratici.

Ecco le cifre:


REPUBBLICANI
delegati totali 2380; delegati assegnati 226; numero magico 1191

  • John McCain - 97 delegati (vincitore in Florida, South Carolina, New Hampshire)
  • Mitt Romney - 92 delegati (vincitore in Michigan, Nevada, Wyoming, Maine)
  • Mike Huckabee - 29 delegati (vincitore in Iowa)



DEMOCRATICI
delegati totali 4049; delegati assegnati 452; numero magico 2025

  • Hillary Clinton - 232 delegati (vincitrice in Florida - ma delegati azzerati, Michigan, New Hampshire, Nevada)
  • Barack Obama - 158 delegati (vincitore in South Carolina, Iowa)

Gli Stati in cui si svolgeranno le primarie martedì prossimo sono: Alabama, Alaska, Arizona, Arkansas, California, Colorado, Connecticut, Delaware, Georgia, Idaho (solo democratici), Illinois, Kansas (solo democratici), Massachusetts, Minnesota, Missouri, Montata (solo repubblicani), New Jersey, New Mexico (solo democratici), New York, North Dakota, Oklahoma, Tennessee, Utah, West Virginia (solo repubblicani).