sabato 29 marzo 2008

Verso le Olimpiadi.


Come disse saggiamente mio cugino, nel possibile, smorziamo la tensione sul Tibet.

da The Economist print edition - Illustration by Kevin Kallaugher

giovedì 27 marzo 2008

Lettera di Hu Jintao.


Eccezionale, straordinario. Il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Hu Jintao, dopo le denunce di mezzo mondo, si è sentito in dovere di rispondere per chiarire la situazione tibetana. Qualcosa di impensabile fino a pochi anni fa. La Cina si è sentita in dovere di giustificare azioni rispondenti all'intoccabile principio di Sovranità. E l'ha fatto scegliendo come destinatari non capi di Stato o di governo, ma persone che ideologicamente risultano più influenti nello spostare i sentimenti dell'opinione pubblica, in vista delle Olimpiadi estive. Una doppia eccezionalità che merita rispetto. Nonostante ciò, molte considerazioni sembrano alquanto forzate e non rispondenti a verità.
Buona lettura.

Lettera del presidente cinese Hu Jintao a Richard Gere, Beppe Grillo, Nancy Pelosi e altri.

“Ritengo di grande importanza che i leader che influenzano l’opinione pubblica, come voi siete, conoscano la verità sul Tibet. L’antica città di Lhasa è ricoperta da decorazioni di gala con bandiere rosse al vento nella piazza Potala e il fiume Yarlung Zambo gorgoglia deliziosamente. Noi membri della delegazione del Governo Centrale, insieme ai quadri e alla gente di tutti i gruppi etnici tibetani, stiamo tenendo questa grande celebrazione per rimarcare il 57 anniversario della pacifica liberazione del Tibet con gioia e esultanza. 57 anni fa, il Comitato Centrale CPC e il compagno Mao Zedong, avendo correttamente valutato la situazione, hanno preso una previdente, risoluta e significativa decisione politica di liberare pacificamente il Tibet. Il Governo Centrale del Popolo e il precedente Governo locale del Tibet firmarono l’ “Accordo sulle Misure per una Pacifica Liberazione del Tibet”. La liberazione pacifica del Tibet è stata uno degli eventi più importanti nella Storia moderna della Cina e un punto di svolta epocale per lo sviluppo del Tibet. Simbolizza che il Tibet, una volta per sempre, si è liberato dalla schiavitù dell’aggressione imperialista e che la grande unità della nazione Cinese e la sua grande volontà di riunificazione sono entrati in un nuovo periodo di sviluppo. Ci ha introdotto in una nuova era in cui il Tibet passa dal buio alla luce, dall’arretratezza al progresso, dalla povertà all’abbondanza, dall’isolamento all’apertura.Durante gli ultimi 57 anni, il Tibet ha fatto un balzo in avanti nello sviluppo storico di sistemi sociali per camminare nella via del socialismo. Con l’abolizione della servitù feudale, sotto la quale il popolo tibetano è stato a lungo soffocato e sfruttato, milioni di servi di allora, che non avevano neppure i minimi diritti umani, si sono ora alzati in piedi e sono diventati padroni delle loro vite. Oggi tutti i gruppi etnici godono pienamente dei diritti politici, economici, culturali e di altri ancora con un controllo completo del loro destino.Durante gli ultimi 57 anni, il Tibet ha fatto sostanziali progressi nel suo sviluppo economico, e il tenore di vita della gente è migliorato significativamente. Attraverso riforme democratiche, trasformazioni socialiste e aperture, le forze sociali produttive del Tibet si sono emancipate e sviluppate senza precedenti.Durante gli ultimi 57 anni, la civilizzazione spirituale socialista in Tibet è stata fermamente diffusa e la società si è sviluppata in ogni aspetto. Iniziative nell’educazione, scientifiche, tecnologiche, nella salute pubblica e altre di indirizzo sociale sono state sviluppate vigorosamente. Le popolazioni di tutti i gruppi etnici in Tibet hanno in generale aumentato la consapevolezza politica, più alti standard etici e livelli scientifici e di educazione. La meravigliosa tradizionale cultura in Tibet non solo è stata protetta, ereditata e trasmessa, ma anche sostanziata per riflettere la nuova vita delle persone e andare incontro alle nuove richieste di sviluppo sociale. Durante gli ultimi 57 anni, la solidarietà tra tutti i gruppi etnici in Tibet è stata costantemente rinforzata ed è stata mantenuta la stabilità sociale nel suo complesso.La libertà religiosa del popolo è stata pienamente rispettata e protetta. Tutti i gruppi etnici hanno lavorato in unità e hanno avuto successo nel mettere in luce le attività separatiste e distruttive della cricca del Dalai e delle forze contrarie alla Cina, e così salvaguardando la stabilità in Tibet e l’unità nazionale e la sicurezza dello Stato.Il corso di questi 57 anni di tempeste e vicissitudini ha portato alla luce una grande verità: soltanto sotto la guida del Partito Comunista Cinese, solo nell’abbraccio della madrepatria e solo mantenendo la via socialista con le caratteristiche cinesi, il Tibet può godere oggi della prosperità e del progresso e pensare a un domani persino migliore. Questa è la nostra più importante conclusione dopo 57 anni di sviluppo del Tibet e anche il principio fondamentale da seguire nella costruzione e nello sviluppo del Tibet nei giorni che verranno.Il Tibet è una bella regione, riccamente dotata, della nostra grande madrepatria. La gente industriosa e di talento di tutti i gruppi etnici del Tibet ha, in un lungo storico sviluppo, dato contributi eccezionali alla creazione di una cultura gloriosa della nazione Cinese e di una civiltà multi etnica. Nell’ultimo mezzo secolo, in particolare, il popolo tibetano ha scritto brillanti capitoli nello sviluppo e nel progresso del Tibet e ha aggiunto nuova gloria alla grande famiglia della nostra madrepatria socialista.Io sono orgoglioso di invitarvi personalmente a Pechino per i Giochi Olimpici. Sarà una grande opportunità per vedere insieme i progressi e lo sviluppo della Cina. Grazie.” 胡锦涛 Hu Jintao

Tratta da "Il Blog di Beppe Grillo".

mercoledì 26 marzo 2008

L'Antartide sull'orlo del collasso.



Un iceberg di 415 km quadrati (appartenente alla banchisa antartica) si è staccato dall'area dello Wilkins Ice Shelf.
Il fenomeno non è da considerarsi come qualcosa d'improvviso poichè era un processo già noto agli scienziati americani, la straordinarietà dell'evento consiste nella rapidità con cui tale processo si è sviluppato. Essi, infatti, ritenevano che il collasso sarebbe avvenuto tra 15 anni.
L'Asse di Wilkins (così si chiama la parte staccatasi) è paragonabile, come ampiezza, all'intera isola d'Elba, o se si vuole, a 7 volte l'isola di Manhattan!
Il fenomeno è stato fotografato e ripreso (video sopra riportato) da un aereo mandato appositamente sul posto. Gli scienziati hanno dichiarato che quanto avvenuto è rarissimo anche perchè l'Asse di Wilkins esisteva da almeno 1500 anni. Il fenomeno è certamente dovuto agli effetti del surriscaldamento globale. Se il fenomeno continua, questa porzione ghiacciata potrebbe completamente disintegrarsi e nel corso dei prossimi anni potremmo perdere la metà della banchisa ghiacciata in questa regione.

E noi cosa dobbiamo fare in tutto ciò? Rimanere inermi e impassibili non può che essere equiparato ad una gravissima violazione del diritto internazionale, il peggiore dei crimini contro l'umanità. Qualcuno ci dica come possiamo renderci utili.

martedì 25 marzo 2008

Ritorno alla normalità.

Le elezioni pakistane, tenutesi lo scorso febbraio, hanno finalmente portato alla scelta del nuovo primo ministro. Nella sfida che ha visto contrapposti Chaudhry Pervez Elahi, candidato della Lega musulmana Qaid vicina al presidente Pervez Musharraf, e Yousuf Raza Gilani, quest'ultimo ha avuto la meglio con ben 264 su 342 voti dell'Assemblea nazionale. Il neo premier, capo del Partito del Popolo Pakistano di Benazir Bhutto, ha ricevuto il sostegno anche della Lega musulmana-N dell'ex premier Nawaz Sharif.

Ma la cosa più confortante è stato l'immediato rilascio di tutti i giudici della Corte Suprema fatti arrestare a più riprese da Musharraf, a partire dallo scorso novembre. Che sia l'inizio di nuovo periodo per il popolo pakistano? Dopo 9 anni, questo primo gesto, così veloce quanto simbolico, sembra voler restituire tutto il tempo rubato al processo democratico delle istituzioni ed alla voglia di normalità dei suoi cittadini. La folla festante che ha circondato la casa del giudice Iftikhar Chaudhry, diventato simbolo dell'opposizione democratica durante il periodo di emergenza proclamato da Musharraf, ne è la dimostrazione lampante.

domenica 23 marzo 2008

Italia, europea ma non troppo.

Ecco la nostra campagna elettorale vista con gli occhi di Michael Braun, giornalista della Tageszeitung di Berlino (traduzione in Internazionale n. 736 - 21/27 marzo 2008):

«Che noia questa campagna elettorale! Nelle ultime settimane lo dicono tutti. E basta seguire una puntata di Ballarò o di Porta a porta per capire che è vero. Due anni fa si combatteva, si urlava, tutti parlavano contemporaneamente. Oggi, invece, i contendenti sembrano avere tutti un unico scopo: dare lezioni di bon ton agli spettatori. I toni sono misurati, nessuno osa più urlare, le invettive e i colpi bassi sono banditi. Due anni fa lo spettatore era tentato di spegnere la tv perchè non ne poteva più delle urla. Oggi il problema non si pone: dopo mezz'ora si assopisce di fronte ad un dibattito che non riserva niente, né le mirabolanti promesse di una volta, né lo spettro di un orribile destino per l'Italia in caso di vittoria del nemico. Prendete Berlusconi: è l'ombra di se stesso. Non promette più "un nuovo miracolo italiano" ma tempi duri, non evoca più il "pericolo comunista". E come potrebbe con quell'avversario così educato, misurato, "yes we can"? E se proprio questa fosse la buona notizia? "Yes we can": anche in Italia si può fare una campagna elettorale noiosa, che non sia la caricatura di una guerra civile, ma un confronto pacato tra idee (neanche troppo distanti) e leader. Un confronto reso ancora più piacevole dalla semplificazione del sistema politico. Anche su questo l'Italia vive una normalità salutare e inaspettata: le forze che entreranno in Parlamento saranno cinque o sei in tutto.
Non illudiamoci: l'improvvisa normalità dello scenario italiano è effimera. Non è normale, infatti, che i due principali partiti siano partiti di nome ma non di fatto. Il Popolo della Libertà resta una formazione personale, mentre il PD è una forza in costruzione, senza vere strutture, un magma che deve ancora prendere forma. E poi resta l'anomalia più grande: la presenza di Silvio Berlusconi sulla scena politica. In Italia ci si è quasi dimenticati del fatto che è un'anomalia. Ma in Europa no. E le questioni bandite dalla campagna elettorale italiana - il conflitto d'interessi, le leggi sui mezzi d'informazione e la giustizia - saranno di nuovo sollevate a livello europeo se Berlusconi dovesse tornare al governo».

Ecco perchè Berlusconi e Veltroni non sono uguali, ecco perchè scegliere il meno peggio, anche in questo caso, significa evitare di ri-diventare lo zimbello d'Europa per altri cinque anni. Ecco il vero significato del "voto utile".

giovedì 20 marzo 2008

Iraq: 5 anni di "errori"?

5 anni fa (20 marzo 2003) cominciò la seconda guerra del Golfo che vide (e vede tuttora) impegnati in prima linea gli Stati Uniti d'America di George W. Bush (sostenuti unilateralmente dalla Gran Bretagna di Tony Blair) contro l'Iraq di Saddam Hussein. Finora sono calcolabili oltre 90.000 vittime fra gli iracheni e ben 4.000 morti tra i soldati statunitensi (oltre 300 fra quelli di altre nazionalità).

Questo conflitto si basò sulla cosiddetta strategia della "guerra globale al terrore": tale definizione, alquanto azzardata e sommaria, ha la presunzione di includere al proprio interno non solo la lotta serrata verso il terrorismo cominciata dopo l'11 settembre 2001, ma anche tutta una serie di situazioni che la rendono inefficace e inadeguata: gruppi terroristici, Stati che appoggiano tali gruppi, Stati che li sostengono, Stati "canaglia" (rogue states) che pur non sostenendo il terrorismo si macchiano del reato di volersi dotare di armi di distruzione di massa (Weapons of Mass Destruction - WMD) alterando i rapporti di forza regionali.

In coerenza con la teoria della cultura politica, che vede nel linguaggio un fattore essenziale, quando un politico tenta di giustificare una guerra, non bisogna chiedersi se sta mentendo, ma come. Ed all'interno di questa definizione la guerra in Iraq del 2003 vi rientra perfettamente. Il Presidente americano, per giustificare l'intervento militare, ha trasformato il suo obbiettivo in un insieme di tutte le minacce sopracitate: ha definito l'Iraq uno Stato "canaglia" che si stava dotando di WMD, che sosteneva il terrorismo e ha descritto Saddam Hussein, il suo dittatore, come l'immagine coerente del "terrore".
Perciò, in quest'analisi non bisogna concentrarsi sull'errore, seppur grave, della falsità delle accuse, ma sul fatto che queste non fossero coerenti fra loro e col diritto internazionale, creando uno stimolo per tutti coloro che da tali accuse fittizie hanno successivamente preso spunto per renderle concrete; ora, infatti, il territorio iracheno (completamente in preda all'anarchia istituzionale) è realmente un luogo che ospita terroristi di ogni genere e la guerra ha effettivamente spinto gli Stati vicini (come l'Iran) a considerare l'ipotesi di dotarsi di armi nucleari per sopperire alla palese inferiorità dei propri eserciti convenzionali rispetto a quello americano che, in Iraq, ha dimostrato ancora una volta di essere incontrastabile.
La mancanza di coerenza ha, dunque, messo in crisi il funzionamento dell'insieme di principi, norme e procedure decisionali assunte dalle diverse convenzioni (di diritto bellico prima, di diritto umanitario oggi) sulla guerra. Questa impostazione assunta da Bush e dalla sua amministrazione sembra dar credito alla teoria per cui ogni qualvolta che un attore emerge come nettamente più forte di tutti gli altri, diminuisce il suo incentivo a legarsi le mani o a sentirsi obbligato dagli impegni presi [a livello pattizio], nella stessa misura in cui diminuisce il suo timore che gli altri possano replicare facendo lo stesso [A. Colombo 2006, La guerra ineguale]. A questo proposito, Oppenheim [1905] conclude dicendo che «la morale che si può trarre dalla storia dello sviluppo del diritto internazionale è che il diritto internazionale può esistere solo dove c'è un equilibrio, una balance of power tra i membri della famiglia delle nazioni».

Un altro enorme errore è rintracciabile nella volontà dell'amministrazione americana di volere, a tutti i costi, far passare il messaggio che l'attentato alle twin towers debba essere considerato come una nuova Pearl Harbor, ossia come un episodio simbolo che ha posto fine alla pace per dare inizio ad un periodo di guerra globale. In questo modo essa ha dato legittimità giuridica, elevandolo, a ciò che, finora, era stato solo un metodo di utilizzo indiscriminato della violenza: il terrorismo, appunto. I nemici (i terroristi) potranno, in questo modo, far valere la nuova definizione americana per ergersi ad attori legittimati a muovere guerra a loro volta.
Ma una guerra, per di più mondiale, come quelle avutesi nel '900, deve avere 3 caratteristiche imprescindibili: tutte le grandi potenze devono essere coinvolte; i contesti regionali devono essere subordinati a quello mondiale; in gioco deve esserci l'egemonia globale.
Per fortuna, oggi questi fattori non sussistono: la "guerra al terrore" non si combatte ovunque e non vede coinvolte tutte le principali potenze mondiali (Cina, Russia e la maggior parte delle potenze europee si sono tirate fuori); non vi è una subordinazione degli esiti dei conflitti regionali a quelli globali (poiché è possibile perdere da una parte e vincere da un'altra); ma soprattutto, non vi è in gioco l'egemonia sul sistema, anzi, gli Stati Uniti si muovono proprio grazie alla consapevolezza di essere incontrastabili.

In conclusione, si può dire che nel "gioco" della guerra (paragone costante fra gli studiosi delle relazioni internazionali) gli Stati Uniti d'America hanno assunto un nuovo ruolo: da baro, ossia colui che inganna gli altri giocatori ma fingendo di attenersi ancora alle regole del gioco, compiendo azioni contrarie ai principi riconosciuti del diritto e della moralità internazionale ma accompagnandole con dichiarazioni che attestano la tenuta di tali nozioni, a guastafeste, ossia colui che non finge più di stare alle regole del gioco, ma, spavaldamente, vi si oppone e vi si sottrae, compiendo azioni che, oltre a violare i codici giuridici e morali della società internazionale, non sono neppure accompagnate da pretesti [A. Colombo 2006].

Quando si parla della guerra in Iraq, non bisogna limitarsi a commentare gli errori derivanti dalla scelta di iniziarla tramite false giustificazioni (pratica usuale), ma bisogna considerare anche tutti gli errori (se così si vuole continuare a chiamarli) di linguaggio e strategia che l'hanno accompagnata, aggravando e stravolgendo, ulteriormente e consistentemente, la situazione e la tenuta dell'odierno sistema internazionale.

lunedì 17 marzo 2008

La questione tibetana come specchio dell'economia mondiale contemporanea.


In Tibet è tornata la violenza e l'ultimatum fissato alle 17 (ora italiana, le 24 ora locale) fa correre la memoria al 1989 quando il ministro plenipotenziario del partito comunista cinese a Lhasa era Hu Jintao, oggi presidente della Repubblica popolare, il quale, l'8 marzo, non esitò a dichiarare la legge marziale e scatenare l'esercito contro la popolazione indifesa.
Poco o nulla è cambiato da allora: la maggioranza dei tibetani non riconosce l'annessione attuata nel 1950 dalla rivoluzione maoista; il governo cinese, invece, dichiara il Tibet territorio cinese per storia e cultura. Non solo, da allora il partito comunista ha iniziato una campagna di sinizzazione della popolazione tibetana, incentivando un'immigrazione serrata nelle principali città del Tibet che ha portato il Dalai Lama a parlare di genocidio culturale dovuto al dominio dell'etnia han su quella locale: «Intenzionalmente o no, assistiamo a una certa forma di genocidio culturale, è un tipo di discriminazione: i tibetani, nella loro terra, molto spesso sono cittadini di seconda classe. Recentemente le autorità locali hanno addirittura peggiorato la loro attitudine verso il buddhismo tibetano, è una situazione molto negativa, ci sono restrizioni e cosiddette rieducazioni politiche nei monasteri [...] Ho notato negli anni recenti che tra i tibetani che vengono qui dal Tibet è cresciuto il risentimento, inclusi alcuni tibetani comunisti, che lavorano in diversi dipartimenti e uffici cinesi. Sebbene siano ideologicamente comunisti, siccome sono tibetani hanno a cuore la causa del loro popolo. Secondo queste persone più del 95 per cento della popolazione tibetana è molto, molto risentita. Questa è la principale ragione delle proteste, che coinvolgono monaci, monache, studenti, persone comuni».

Fonti diverse danno una differente entità agli scontri avvenuti nei giorni scorsi nella capitale tibetana ed estesisi successivamente a macchia d'olio in molti altipiani della regione himalayana. Secondo il governo tibetano in esilio, presieduto dal Dalai Lama, voci provenienti da manifestanti e popolazione locale parlano di oltre centinaia di morti e polizia che, di fronte alle proteste pacifiche di monaci e cittadini civili, ha sparato ad altezza d'uomo. Secondo il governo di Pechino, invece, i morti sarebbero solamente 16, tutti civili, deceduti a causa dei disordini e degli scontri causati dai "ribelli".

La comunità internazionale come reagisce di fronte a questa delicata situazione?
Tutti sanno che proprio pochi giorni fa gli USA hanno cancellato la Cina dalla lista dei Paesi che violano consistentemente i diritti umani. Ieri, durante l'Angelus, il Papa ha evitato di pronunciarsi sulla questione, preferendo altre tematiche per evitare l'interruzione totale di un rapporto già compromesso. Insomma, tra la comunità internazionale sembra prevalere un sentimento di timore reverenziale nei confronti del gigante asiatico. Per la Cina valgono ancora tutte le regole di sovranità statale derivanti dal decadente modello westfaliano, ormai irrilevanti in molte altre situazioni analoghe: la Cina considera le situazioni riguardanti spinte secessioniste come questioni prettamente facenti capo alla sovranità nazionale alle quali il governo di Pechino deve rispondere in maniera autonoma da pressioni derivanti dall'esterno - oltre al Tibet, anche Taiwan. In questo caso i diritti umani, a differenza di quanto avvenuto in Kosovo, non prevalgono sulla sovranità statale.
Gli Stati Uniti sembrano molto spaventanti dallo strapotere economico cinese dal quale sono palesemente dipendenti: la Banca Centrale della Cina detiene oltre 1500 miliardi di dollari, gestiti da un fondo sovrano d'investimento, la China investment corporation. Specialmente in un periodo come quello attraversato attualmente dagli USA, l'ultima cosa che essi si possono permettere è di entrare in constrasto col governo di Pechino: una sua possibile ritorsione in ambito economico rischierebbe di aggravare ulteriormente la già annunciata recessione americana, facendole prendere una piega irreversibile.

Analogo discorso si può fare per tutti quei Paesi (India, Nepal, etc.) dove, in questi giorni, si sono tenute proteste pacifiche, soffocate con la violenza, di fronte alle Ambasciate cinesi da parte di tibetani in esilio e cittadini vicini alla loro causa.
Perchè una simile reazione da parte di questi governi?
La risposta si trova, nuovamente, nella volontà di non irritare il governo di Pechino che, a sentimenti di vicinanza con la causa tibetana, potrebbe rispondere attraverso ritorsioni economiche che metterebbero in ginocchio le loro economie che, ormai, dipendono completamente dalle sue esportazioni.
Fa notare giustamente Federico Rampini «se smettessimo di comprare cinese tutto si fermerebbe, perché non siamo più in grado di produrre molti beni essenziali. È sintomatico che di fronte alla tragedia del Tibet l'unico dibattito in Occidente è sull'opportunità di boicottare le Olimpiadi di Pechino. È un'ammissione implicita: il solo danno che possiamo immaginare di infliggere alla Cina è sul piano simbolico».

Beppe Grillo può mettersi l'anima in pace, le azioni simboliche non serviranno a fermare la politica del governo cinese orientata a non perdere il controllo del proprio popolo al fine di non arrestare la propria corsa economica che garantirà alla Repubblica popolare un potere tutt'altro che simbolico (nel lungo termine) sulle principali potenze economiche mondiali.

Nemmeno il Dalai Lama sposa l'idea dell'azione simbolica ed, anzi, fa notare che la popolazione cinese ha tutto il diritto di sentirsi premiata per gli sforzi fatti negli ultimi vent'anni: le Olimpiadi rappresentanto questo premio che nessuno ha il diritto di negarle. Le uniche soluzioni da lui trovate sono l'armonia e la concertazione, tratti comuni con la filosofia confuciana tanto decantata dal Presidente cinese: «nelle mie dichiarazioni, nel corso degli anni, ho spesso menzionato che davvero, dico davvero, vorrei supportare il presente leader Hu Jintao nel comune slogan di sostenere e creare un'armonia sociale. Voi sapete che noi non cerchiamo la separazione, il resto del mondo lo sa. Inclusi alcuni tibetani, inclusi i nostri sostenitori occidentali ed europei, o indiani che sono critici verso il nostro approccio perché secondo loro non cerchiamo l'indipendenza, la separazione. Ma sfortunatamente, i cinesi hanno trovato una scappatoia per accusare noi di quanto sta avvenendo». Hu Jintao è avvisato, nel lungo termine tutti sapranno identificare chiaramente i colpevoli di questa situazione.

Immagine tratta da limes online

venerdì 14 marzo 2008

Con Berlusconi si tornerebbe in Iraq?

Nonostante i grossissimi problemi interni che hanno, giustamente, monopolizzato la campagna elettorale, finalmente questa si è spostata su temi di politica estera.

Il Ministro della Difesa del secondo governo Berlusconi, Antonio Martino, ha rilasciato le seguenti dichiarazioni all'agenzia Reuters: «Occorrerebbe ridurre drasticamente o cancellare la nostra presenza militare in Libano, aumentare significativamente il numero dei nostri uomini in Afghanistan e inviare istruttori militari [militari che ne addestrano altri] in Iraq e Kosovo». A seguito di queste dichiarazioni le autorità di Beirut hanno convocato il nostro Ambasciatore in Libano per chiedere lumi e spiegazioni. Non solo, all'interno del PDL, Gianfranco Fini, consapevole dell'estremità ed insensatezza delle parole del suo collega (Fini è stato Ministro degli Affari Esteri nel medesimo governo) si è affrettato a smussarle e raddrizzarle: «Andarsene dal Libano sarebbe sbagliato. [...] Aver posto il problema della quantità di militari impegnati in Libano è un'altra cosa anche perchè abbiamo obblighi internazionali che debbono essere assolti ma dobbiamo anche essere consapevoli che le nostre forze armate hanno uomini e risorse limitate».

Gli italiani cosa devono pensare? Una vittoria del governo Berlusconi ci riporterebbe nel "pantano" iracheno? O forse ci farebbe lasciare il Libano e la delicata situazione che la missione UNIFIL deve gestire? L'Italia è membro delle Nazioni Unite e non può permettersi di venir meno agli accordi presi a livello internazionale rendendo l'organizzazione ridicola di fronte alla comunità internazionale. Come tali affermazioni siano potute uscire dalla bocca di un esponente così in vista della coalizione di destra è un mistero. C'è da sperare solo che queste non siano state un'anteprima delle intenzioni reali del Popolo della Libertà, fuoriuscite solamente nel momento "sbagliato", ma una voglia di protagonismo da parte di uno dei suoi esponenti.

Silvio Berlusconi, però, non sembra avvalorare quest'ultima ipotesi, confermando l'intenzione di mandare istruttori militari in Iraq (oggi che anche i più crudi - ex - sostenitori americani della guerra sembrano aver sposato l'idea della sconfitta e della necessità di trovare una exit strategy) e cambiare le regole d'ingaggio della missione in Libano. Insomma, quella di Martino non sembra essere stata una gaffe.
Gli italiani devono sapere quale sarà l'indirizzo che prenderà la politica estera del nostro Paese con i futuri, possibili governi; nasconderlo per evitare di andare contro le intenzioni della maggioranza dell'opinione pubblica è da vigliacchi.

A questo proposito rilancio il sondaggio attivo attualmente in questo blog: Quale sarà, secondo voi, il governo migliore per essere rappresentati nell'intricato panorama delle Relazioni Internazionali? Chi meglio potrebbe garantire una forte impronta nel contesto europeo ed internazionale? Quale protagonista dell'Italia di oggi è ancora credibile agli occhi della comunità internazionale? (box sulla colonna di destra).

mercoledì 12 marzo 2008

Il vento del cambiamento?

La Spagna ha riconfermato il governo socialista di Zapatero; la Francia ha visto una progressione del PS nelle consultazioni elettorali amministrative; Barack Obama ha ripreso la sua corsa a pieno ritmo vincendo in Wyoming e Mississippi.
Walter Veltroni ha definito questa serie di vittorie inanellate dagli esponenti riformisti come una nuova riconferma che qualcosa sta cambiando: il cosiddetto "vento del cambiamento" sembra aver ripreso a soffiare.

Ma è realmente così? Effettivamente, per quanto riguarda la Spagna, la vittoria di Zapatero è da considerare come un premio al suo operato; fra coraggio ed inesperienza, il governo socialista ha ben governato ed ha attuato riforme che, nonostante siano state considerate estreme da rappresentanti politici (e non) di mezzo mondo, hanno trovato un forte riscontro e dato risposta alle esigenze reali dell'opinione pubblica spagnola. Tale vittoria, però, in un contesto più ampio ed oggettivo non è da considerare come qualcosa di nuovo e potenzialmente "esportabile" per 2 motivi: il primo è quello che vede il governo uscente generalmente (l'Italia è la solita eccezione) favorito alle elezioni politiche; il secondo, invece, è riferibile alla storia delle elezioni democratiche spagnole avutesi dal 1975 ad oggi. In 9 legislature il PSOE ha prevalso per ben 6 volte, mentre il PP, di recente fondazione, è andato al governo solamente con Aznar.

Le amministrative avutesi in Francia hanno visto un incremento del Partito socialista rispetto alle elezioni presidenziali di 10 mesi fa. Ad oggi, in attesa del secondo turno di domenica prossima, il centrosinistra francese ha raccolto il 48% (il PS da solo il 35%, risultato definito «il migliore da 25 anni a questa parte» dal suo segretario, Hollande). Nonostante i dati effettivi, però, anche qui bisogna fare le dovute considerazioni per riuscire a leggere tali dati in maniera corretta e contestualizzata. Esattamente come da noi, il centrosinistra francese ha storicamente sempre avuto maggiori successi a livello territoriale (la gauche governa in ben 20 regioni metropolitane su 22) e parte dei successi avuti domenica sono in realtà delle rivincite nei confronti di sconfitte precedenti avute in zone generalmente rosse. In più, c'è da considerare il calo di popolarità di Nicolas Sarkozy dovuto alle sue esternazioni, provocazioni e dichiarazioni di cattivo gusto, condite da dosi massicce di vita privata (strabordate anche all'interno dei nostri confini). Solo quest'ultima considerazione, anche se nemmeno troppo, è politicamente rilevante ma non credo sia riferibile a quel "vento di cambiamento" di cui ha parlato Veltroni.

Infine, arriviamo al vero fautore del cambiamento, colui che ha fatto della parola change il suo cavallo di battaglia, poi ripreso e imitato dai riformisti di mezzo mondo: Barack Obama si è ripreso dalle sconfitte in Ohio e Rhode Island (il Texas, in realtà, l'ha visto vincitore in termini di delegati sommando la vittoria nei caucaus e la sconfitta nelle primarie) inanellando una doppietta tra Wyoming e Mississippi. Solo questo è considerabile un vento reale, qualcosa di nuovo nel panorama politico americano e globale grazie alle innovazioni che il senatore porta con sé (oltre al colore della sua pelle). Ma è ancora presto per gridare vittoria e, anche se così fosse, questa sarebbe solo all'interno di una lotta fratricida che, invece di rafforzare il Partito democratico americano, sembra aver rafforzato il già candidato repubblicano John McCain, il quale, essendosi aggiudicato le primarie con largo anticipo, potrà studiare la propria strategia con tutta la calma necessaria ed utile ad incrementare la propria popolarità.

La passione e l'entusiasmo di Veltroni sono contagiosi e degni di nota, ma la realtà è un'altra. In Italia ritornerà al governo la destra, come nella maggior parte dei governi europei e mondiali (in Europa solo Spagna e Gran Bretagna - tra le grandi - hanno un governo di centrosinistra). Per il riformismo vero, portatore di ideali e cambiamento, non c'è ancora spazio in questo mondo.

martedì 11 marzo 2008

11-M: Madrid, 11 marzo 2004.

In memoria delle vittime degli attentati dell'11 marzo del 2004 che furono trasferite all'ospedale da campo [improvvisato] che venne istituito in questo Impianto Sportivo Municipale Daoz y Velarde.
Come dimostrazione di solidarietà dei cittadini di Madrid e come ringraziamento per il coraggio e la generosità di tutti i servizi e le persone che accorsero in loro soccorso.

Al fine di colmare il vuoto informativo creato dai media, un semplice gesto per non dimenticare.
In questi giorni di elezioni politiche spagnole, bisogna ricordare che il successo di Zapatero, a prescindere da tutto il resto, derivò proprio dalla sua ferma posizione contro la guerra in Iraq del 2003.

venerdì 7 marzo 2008

L'ETA rimanda la sconfitta.

L'ETA ha deciso di chiudere la campagna elettorale con qualche ora di anticipo. Ha voluto mettere in chiaro che, nonostante la tregua col governo socialista di Zapatero, da dicembre interrotta con un attentato a Madrid costato la vita a 2 cittadini spagnoli, l'organizzazione terroristica non ha smesso di lottare e l'ha voluto far capire con un assassinio. Forse i successi del governo del PSOE hanno messo paura all'ETA la quale si è trovata spiazzata di fronte a una non-chiusura. La negoziazione sembra essersi rivelata la miglior forma di combattimento nei confronti di movimenti senza regole. Ecco il motivo per cui l'organizzazione terroristica basca, esattamente come l'escalation di attentati voluta dai terroristi in Pakistan in palese contrasto con la tendenza pacifico-democratica della sua popolazione, ha cercato, attraverso la violenza ingiustificata, di mandare all'aria i giochi. Esattamente come fa un bambino dispettoso che si sta accorgendo di non poter evitare la sconfitta.
Così, Isaias Carrasco, ex assessore socialista di 42 anni, ha perso la vita a Mondragón colpito da 5 colpi di pistola sparatigli sotto gli occhi della propria famiglia. La politica ha risposto con l'unità. Rajoy e Zapatero hanno detto che l'ETA verrà sconfitta e i responsabili catturati e puniti senza alcuno sconto.

«Dalla barbarie ci salva l'Europa».

In un periodo in cui la tortura sembra essere tornata, assurdamente e stupidamente, di moda (Bolzaneto, Guantanamo, il film di denuncia in uscita nelle sale italiane Rendition), volevo qui riportare un (come al solito) formidabile articolo uscito mercoledì 5 marzo su "la Repubblica" di Antonio Cassese (professore di Diritto Internazionale nella Facoltà di Scienze Politiche "C. Alfieri" dell'Università di Firenze, presidente del Comitato del Consiglio d'Europa contro la tortura dal 1989 al 1993, giudice [1993-2000] e presidente [1993-1997] del Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia. Inoltre è autore di varie pubblicazioni fra cui il testo universitario "Diritto Internazionale" da me utilizzato per l'omonimo corso).


«Ogni mattina, quando ci leviamo, dovremmo rallegrarci di vivere in Europa. Non solo non ci sono più guerre, ma abbiamo la fortuna di essere protetti da uno straordinario organo di giustizia, la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che vigila sui nostri diritti fondamentali.
La settimana scorsa la Corte, che ha sede a Strasburgo, ha emesso due sentenze importanti in materia di terrorismo, in cui ha ancora una volta statuito che le giuste e sacrosante esigenze della lotta contro questo fenomeno devastante non possono assolutamente portare ad una compressione dei nostri diritti umani, né di quelli dei presunti terroristi.
La prima sentenza riguarda l'Italia. Saadi, un tunisino entrato in Italia verso la fine degli anni '90, era stato arrestato e processato per terrorismo a Milano, mentre veniva condannato in contumacia in Tunisia per lo stesso crimine. Scarcerato dopo quattro anni, l'8 agosto 2006 era stato infine espulso verso la Tunisia dal Ministro dell'Interno Amato. In ragione del suo ricorso alla Corte di Strasburgo l'espulsione venne sospesa. Secondo Saadi, se gli italiani lo consegnavano alle autorità tunisine, sarebbe stato colà sottoposto a tortura. La Corte Europea ha accertato che in effetti questo rischio era molto alto; inoltre, le autorità tunisine, cui l'Italia aveva chiesto precise assicurazioni, avevano risposto con un generico impegno a rispettare le norme internazionali.
La Corte ha detto di rendersi "conto delle difficoltà che gli Stati attualmente incontrano nella protezione dei civili contro la violenza terroristica" e di non "sottovalutare l'ampiezza del pericolo rappresentato attualmente dal terrorismo e della minaccia che fa pesare sulla collettività". Però, ha aggiunto la Corte, il divieto della tortura è "assoluto" e quindi nessuna eccezione è ammissibile: nessuno, nemmeno coloro che possono mettere a rischio la sicurezza nazionale o l'incolumità delle persone, può essere torturato o sottoposto ad atti crudeli. Notando che l'espulsione di Saadi verso la Tunisia violerebbe quel divieto categorico, la Corte ha imposto all'Italia di astenersene. Beninteso, la Corte si è resa conto della necessità, avvertita dalle nostre autorità, di liberarsi di un individuo pericoloso per l'ordine pubblico e la collettività. Ma siccome soddisfacendo questa necessità le nostre autorità rendevano possibile che Saadi venisse torturato in Patria, la Corte ha preferito sacrificare la prima esigenza a quella umanitaria. I diritti umani di un terrorista hanno prevalso su pur fondate considerazioni di ordine pubblico e sicurezza.
Questi concetti sono stati sostanzialmente ripresi dalla Corte lo stesso giorno in una sentenza contro la Turchia. Ecco i fatti: nel 1996 le forze speciali turche, avendo appreso che tre presunti terroristi del Pkk si trovavano in un villaggio della regione curda, radunarono nel giardino di uno dei tre presunti terroristi, Mansuroglu, la sua vecchia madre ed altri vicini, li fecero sdraiare a terra e li picchiarono con il calcio del fucile. Quando la madre protestò venne pestata anch'essa. Dopo di che il giovane venne allontanato ed ucciso. Secondo il governo turco i tre terroristi erano stati invece abbattuti a seguito di un conflitto a fuoco. Per la Corte Europea l'inchiesta aperta dalle autorità turche e le analisi balistiche ed autoptiche effettuate erano state assolutamente insoddisfacenti. La Corte ha dunque dato ragione ai genitori del "terrorista", che avevano fatto ricorso. Essa ha deciso tra l'altro che la Turchia aveva violato il "diritto alla vita" spettante al figlio, non avendo provato che l'uso della forza contro i presunti terroristi era "assolutamente necessario" e "strettamente proporzionato" all'esigenza di lottare contro la violenza terroristica.
La Corte di Strasburgo ha così autorevolmente avallato la tesi sostenuta da vari procuratori italiani: la lotta al terrorismo, pur se implacabile, va condotta sempre nel pieno rispetto delle regole. Direte: ma è un principio elementare in uno Stato democratico! Certo, ma in altre parti del mondo si pensa invece che la "guerra al terrore" giustifichi tutto. Ringraziamo dunque la Corte Europea, che contribuisce a tenerci lontano da arbitrii e imbarbarimenti.»

L'estremista (nella giurisprudenza in questo caso, ma non solo) non è colui che agisce in favore della vita e dei diritti umani, pur sorvolando sulla "fedina penale" (sporca quanto si voglia) dell'imputato che si trova davanti. L'estremista è colui che davanti ad un uomo colpevole, si dimentica che rimane pur sempre un uomo.

mercoledì 5 marzo 2008

La Spagna di Zapatero (il futuro è adesso).

Dopo alcuni giorni di (meritata) pausa nella capitale spagnola, rieccomi, tra le pagine di questo blog, piacevolmente sorpreso. In primo luogo dalle reazioni suscitate dal mio ultimo post riguardante la possibilità di rendere il proprio sito più vicino alla causa ambientale (Benvenuti, questo è un "green website"!). A tal proposito, volevo ringraziare tutti coloro che hanno accolto positivamente l'iniziativa e mi hanno anche citato nei rispettivi post (suburbia, rudyguevara, gianluca). Il mio, infatti, non voleva essere in alcun modo un post per pubblicizzarmi, ma per dare visibilità a questa iniziativa che, nella sua semplicità, considero geniale.

In secondo luogo, e qui ci si addentra nel tema di questo intervento, da Madrid, città da cui sono appena tornato, invaghito.

La Spagna, ed in questo caso Madrid, mi ha dato quell'impressione che effettivamente essa stessa vuol dare all'estero: un Paese nuovo, recente, che però sta imparando in fretta e, a volte, migliorando anche le cose da cui, spesso e volentieri, ha preso spunto dai suoi vicini europei. Non è un caso, infatti, se recentemente si sono sentite notizie come «la Spagna supera l'Italia per la prima volta nella richezza per abitante» e sembra voler incalzare anche Paesi fino a poco tempo fa considerati irraggiungibili come la Francia.
Così, anche per quanto riguarda la democrazia e le elezioni che ne conseguono, la Spagna, fino a 30 anni fa praticamente estranea a tale pratica (sì, la dittatura di Franco è finita solo nel 1975), oggi sembra essere uno degli Stati più all'avanguardia: dagli spot elettorali nelle tv che mostrano discrezione ed intelligenza, ai manifesti elettorali che, considerando la temporaneità della situazione, non invadono muri e tetti di ogni viale in maniera disordinata e antiestetica, ma sono stati concepiti in modo tale da poter essere velocemente tolti il giorno dopo il voto (avete presente il modo in cui vengono esposte le luminarie natalizie? ecco, il concetto è quello).

Infine, ho assistito, più o meno, dall'interno al secondo e ultimo dibattito elettorale fra il candidato del PSOE e premier uscente Zapatero e il canditato del PP Rajoy (le elezioni sono in programma il prossimo 9 marzo). Il dibattito pre-elettorale, esattamente come da noi, è un'istituzione recente nel panorama politico spagnolo (questo era il primo anno), ma, nonostante ciò, sia l'impatto televisivo che quello politico sono stati ottimi. Lo scorso lunedì ha rivelato i veri punti forti e deboli dei due contendenti e ha reso giustizia agli elettori che, così, hanno realmente ricevuto una riposta alle loro domande. In particolare, Rajoy ha dimostrato come la sua strategia non fosse costruttiva, bensì distruttiva nei confronti dell'operato del governo socialista, al contrario, Zapatero, in continuità con quanto fatto finora, ha portato molte più proposte concrete ed esempi derivanti da fatti compiuti nei 4 anni appena trascorsi.
Un passaggio si è rivelato emblematico di questa situazione: Rajoy, portando il dibattito sul tema da lui preferito, l'ETA, ha tentato di mettere in difficoltà Zapatero, il quale, al contrario, raccogliendo il guanto di sfida, ha ricordato che durante la sua legislatura sono state assassinate 4 persone, durante l'ultimo governo Aznar 238. Tutto ciò ha reso evidente come le diverse posizioni sull'argomento - la negoziazione e la chiusura - abbiano portato a soluzioni opposte.

Cosa che mi ha ulteriormente sorpreso, la questione del matrimonio fra omosessuali non è tema elettorale (più di 2/3 degli spagnoli si è, infatti, dichiarato favorevole). Non è un caso, quindi, che i sondaggi fatti a dibattito concluso abbiano riportato il vantaggio del PSOE a 15-20 punti percentuali.

Insomma, la Spagna si è trasformata in pochissimo tempo da allieva modello ad aspirante maestra. Eppure, un editoriale de El Paìs ha rivelato come gli spagnoli non siano ancora soddisfatti dalla propria politica e, nonostante i rapidissimi progressi fatti, non si sono seduti sugli allori ed hanno dimostrato di voler continuare la propria corsa: «Con apprensione ci prepariamo a sopravvivere a un'altra campagna elettorale in cui sappiamo che non ci verrà risparmiato nulla: dalla volgarità dei manifesti agli scherzosi insulti durante i comizi. [...] Una campagna elettorale serve per enfatizzare le differenze, ridicolizzare l'avversario e alimentare le passioni, ma nel frattempo i problemi reali rimangono lì e ci si chiede con scetticismo e inquietudine se votare servirà a qualcosa».

Ma se il loro giudizio sul momento elettorale è questo, noi che stiamo rivivendo una seconda campagna nel giro di meno di 2 anni con le stesse facce e problemi anche maggiori, cosa dovremmo fare?