venerdì 7 marzo 2008

«Dalla barbarie ci salva l'Europa».

In un periodo in cui la tortura sembra essere tornata, assurdamente e stupidamente, di moda (Bolzaneto, Guantanamo, il film di denuncia in uscita nelle sale italiane Rendition), volevo qui riportare un (come al solito) formidabile articolo uscito mercoledì 5 marzo su "la Repubblica" di Antonio Cassese (professore di Diritto Internazionale nella Facoltà di Scienze Politiche "C. Alfieri" dell'Università di Firenze, presidente del Comitato del Consiglio d'Europa contro la tortura dal 1989 al 1993, giudice [1993-2000] e presidente [1993-1997] del Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia. Inoltre è autore di varie pubblicazioni fra cui il testo universitario "Diritto Internazionale" da me utilizzato per l'omonimo corso).


«Ogni mattina, quando ci leviamo, dovremmo rallegrarci di vivere in Europa. Non solo non ci sono più guerre, ma abbiamo la fortuna di essere protetti da uno straordinario organo di giustizia, la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che vigila sui nostri diritti fondamentali.
La settimana scorsa la Corte, che ha sede a Strasburgo, ha emesso due sentenze importanti in materia di terrorismo, in cui ha ancora una volta statuito che le giuste e sacrosante esigenze della lotta contro questo fenomeno devastante non possono assolutamente portare ad una compressione dei nostri diritti umani, né di quelli dei presunti terroristi.
La prima sentenza riguarda l'Italia. Saadi, un tunisino entrato in Italia verso la fine degli anni '90, era stato arrestato e processato per terrorismo a Milano, mentre veniva condannato in contumacia in Tunisia per lo stesso crimine. Scarcerato dopo quattro anni, l'8 agosto 2006 era stato infine espulso verso la Tunisia dal Ministro dell'Interno Amato. In ragione del suo ricorso alla Corte di Strasburgo l'espulsione venne sospesa. Secondo Saadi, se gli italiani lo consegnavano alle autorità tunisine, sarebbe stato colà sottoposto a tortura. La Corte Europea ha accertato che in effetti questo rischio era molto alto; inoltre, le autorità tunisine, cui l'Italia aveva chiesto precise assicurazioni, avevano risposto con un generico impegno a rispettare le norme internazionali.
La Corte ha detto di rendersi "conto delle difficoltà che gli Stati attualmente incontrano nella protezione dei civili contro la violenza terroristica" e di non "sottovalutare l'ampiezza del pericolo rappresentato attualmente dal terrorismo e della minaccia che fa pesare sulla collettività". Però, ha aggiunto la Corte, il divieto della tortura è "assoluto" e quindi nessuna eccezione è ammissibile: nessuno, nemmeno coloro che possono mettere a rischio la sicurezza nazionale o l'incolumità delle persone, può essere torturato o sottoposto ad atti crudeli. Notando che l'espulsione di Saadi verso la Tunisia violerebbe quel divieto categorico, la Corte ha imposto all'Italia di astenersene. Beninteso, la Corte si è resa conto della necessità, avvertita dalle nostre autorità, di liberarsi di un individuo pericoloso per l'ordine pubblico e la collettività. Ma siccome soddisfacendo questa necessità le nostre autorità rendevano possibile che Saadi venisse torturato in Patria, la Corte ha preferito sacrificare la prima esigenza a quella umanitaria. I diritti umani di un terrorista hanno prevalso su pur fondate considerazioni di ordine pubblico e sicurezza.
Questi concetti sono stati sostanzialmente ripresi dalla Corte lo stesso giorno in una sentenza contro la Turchia. Ecco i fatti: nel 1996 le forze speciali turche, avendo appreso che tre presunti terroristi del Pkk si trovavano in un villaggio della regione curda, radunarono nel giardino di uno dei tre presunti terroristi, Mansuroglu, la sua vecchia madre ed altri vicini, li fecero sdraiare a terra e li picchiarono con il calcio del fucile. Quando la madre protestò venne pestata anch'essa. Dopo di che il giovane venne allontanato ed ucciso. Secondo il governo turco i tre terroristi erano stati invece abbattuti a seguito di un conflitto a fuoco. Per la Corte Europea l'inchiesta aperta dalle autorità turche e le analisi balistiche ed autoptiche effettuate erano state assolutamente insoddisfacenti. La Corte ha dunque dato ragione ai genitori del "terrorista", che avevano fatto ricorso. Essa ha deciso tra l'altro che la Turchia aveva violato il "diritto alla vita" spettante al figlio, non avendo provato che l'uso della forza contro i presunti terroristi era "assolutamente necessario" e "strettamente proporzionato" all'esigenza di lottare contro la violenza terroristica.
La Corte di Strasburgo ha così autorevolmente avallato la tesi sostenuta da vari procuratori italiani: la lotta al terrorismo, pur se implacabile, va condotta sempre nel pieno rispetto delle regole. Direte: ma è un principio elementare in uno Stato democratico! Certo, ma in altre parti del mondo si pensa invece che la "guerra al terrore" giustifichi tutto. Ringraziamo dunque la Corte Europea, che contribuisce a tenerci lontano da arbitrii e imbarbarimenti.»

L'estremista (nella giurisprudenza in questo caso, ma non solo) non è colui che agisce in favore della vita e dei diritti umani, pur sorvolando sulla "fedina penale" (sporca quanto si voglia) dell'imputato che si trova davanti. L'estremista è colui che davanti ad un uomo colpevole, si dimentica che rimane pur sempre un uomo.

3 commenti:

Andrew ha detto...

d'accordissimo sulla tua ultimissima frase. Il post è molto interessante!

Tommi abbiamo pubblicato sul nostro blog le risposte corrette al gioco"Indovina chi lo ha detto?". Fatti un salto se vuoi

Ciao buona giornata

Daniele Verzetti il Rockpoeta ha detto...

Condivido il post. Anche l'ultima frase. niente toture, ma se uno è colpevole pene durissime. Cella di isolamento con condanna all'ergastolo. E niente sconti di pena.

fermoimmagine ha detto...

Sono d'accordo che la Corte di Strasburgo in questi anni abbia fatto un ottimo lavoro (nonostante sia ancora un organo abbastanza "debole"), ma leggendo il post, mi sono ritornati in mente alcuni momenti del corso di penale internazionale.
Dopo aver analizzato in classe (facoltà di Relazioni internazionali) casi come quello di Erdemovich, dove l'accusato è stato ritenuto colpevole di crimini di guerra (membro delle truppe serbo-bosniache uccise circa 100 persone quando aveva 24 anni) e condannato a 5 anni di carcere, abbiamo discusso delle pene che dovrebbero essere inflitte ai condannati. Personalmente ero favorevole a pene forse più dure-lunghe per "punire" gli autori dei crimini internazionali più efferati, ma il professore, che ha vissuto in prima persona taluni avvenimenti, ci ha fatto riflettere sulle condizioni in cui questi individui sono detenuti e sul fatto che in diritto penale internazionale non è fondamentale la pena, ma il ragionamento della Corte e la sua pronuncia finale.

Buonanotte

p.s.Se non l'avete letto, è fatto molto bene: Diritti umani oggi di Antonio Cassese