venerdì 18 aprile 2008

Il Kenya e la democrazia consensuale.


Da una crisi aperta ad un'altra che sembra essersi chiusa. Il Kenya ha concretizzato un compromesso per uscire dai quasi 4 mesi di scontro civile seguito alla elezioni del 27 dicembre 2007 che ha causato più di 1500 morti, oltre 600.000 sfollati e violenze, anche etniche, tremende.

Il 3 gennaio scrissi: "Non si può che sperare in un'apertura al dialogo tra Kibaki, rimasto nel "ruolo" di Presidente (...) e Odinga il quale si è dichiarato da subito disposto ad aprire un tavolo di trattative che veda nella figura di mediatore un personaggio culturalmente rilevante per la regione". E così è stato.
La figura di mediatore si è materializzata nella persona dell'ex-Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan ed il dialogo, anche se lento e pieno di insidie, ha portato alla nascita di un maxi-governo di coalizione composto da ben 41 ministri, all'introduzione della figura del Primo Ministro, non previsto dalla Costituzione, e alla nomina di 2 vicepremier.
In questo modo si è riusciti a "soddisfare" le esigenze di entrambi gli schieramenti garantendo posizioni di rilievo ai loro maggiori esponenti: Kibaki ha mantenuto l'incarico di Presidente, Odinga ha assunto il neonato ruolo di Primo Ministro. Mentre gli incarichi di vice sono stati assegnati a Uhuro Kenyatta, membro del Partito di unità nazionale, e, per l'opposizione (Movimento democratico arancione), a Musalia Mudavadi, braccio destro di Odinga.

Come evolverà questa difficile convivenza non è facile da prevedere. Il nuovo governo è il più numeroso della storia del Kenya e molti osservatori internazionali non considerano la crisi politica conclusa. Tornare alla normalità richiederà molto tempo. In ogni caso se le cose dovessero risolversi positivamente, questo nuovo modello di transizione verso la democrazia potrà essere usato, ad esempio, per future (deprecabili) situazioni di crisi che potranno nascere nel continente africano, prima fra tutte quella attualmente in corso in Zimbabwe.

Del resto non è una scoperta di oggi che la democrazia consensuale, basata sulla teoria della condivisione del potere esecutivo con governi di grande coalizione, sull'inclusione piuttosto che sull'esclusione partitica e su di una "società plurale" piuttosto che su di una "dittatura della maggioranza" come, invece, previsto dal modello maggioritario, sia migliore per scongiurare la rivolta di parti della popolazione insoddisfatte poiché non si sentono rappresentate e pericolose perché non hanno altro modo per farsi sentire che quello della violenza.
A questo proposito invito i politici italiani a rileggersi la bibbia della politica comparata scritta da Arendt Lijphart: "Le democrazie contemporanee" (pubblicato in Italia da "il Mulino"). La nuova composizione del nostro Parlamento, infatti, potrebbe portare alla ricomparsa ed alla nascita di nuove forme di violenza da parte di quella popolazione che non ha modo di esprimersi e di sentirsi rappresentata.

5 commenti:

Andrew ha detto...

bel post Tommi

"Anna" ha detto...

Ciao.
Ti ho aggiunto all'elenco blog amici.
ciao
vieni a trovarmi quando vuoi.

www.noidisabili.blogspot.com

Andrew ha detto...

Tommi anche a me preoccupa in effetti la composizione del nuovo parlamento, soprattutto certe persone...

Ti aspettiamo sul blog

Buona giornata

Franca ha detto...

Io non sono per i governi di coalizione, ma ovviamente parlo dal nostro punto di vista e nella nostra situazione.
Ovvio, che lì è una situazione di compromesso tesa ad evitare una guerra civile. Potrebbe anche funzionare come soluzione transitoria.
Per quanto riguarda la possibilità di forme di violenza da parte di chi non è rappresentato in Parlamento, io ci andrei molto cauta, primo perchè la sinistra italiana non è mai stata così e secondo perchè è un tema su cui mi sembra che già vogliamo far leva...

Fidya ha detto...

Concordo in pieno. :=)