venerdì 16 maggio 2008

La questione tibetana: la sua storia - seconda parte.

Il saggio continua con un excursus storico che sintetizza in maniera lucida e precisa come la regione tibetana non sia, in realtà, quell'oasi di felicità che tanti credono. Le teorie evoluzioniste che collocano in quest'area il centro di diffusione della razza umana sono false. Il mito di unitarietà etnica tibetana è falso, come quello di mitezza della sua popolazione: è stato il buddhismo, in realtà, a formare il collante di un insieme vario e complesso.
L'odierna popolazione è costituita da un crogiuolo di etnie che si sono stabilite nella zona himalayana; esse sono diverse tra loro e provengono dalle aree culturali dei bacini dei grandi fiumi che nascono dall'intricato sistema montuoso. Le popolazioni del Tibet, dunque, non potevano [seconda questa ricostruzione geografica] che essere etnicamente e culturalmente diverse.
Anche la famosa pax tibetana non è stata, secondo Mini, sempre tale. Essa avrebbe «funzionato soltanto quando l'impero cinese lasciava fare, quando ne ha fatto il proprio supporto religioso, quando comprava i governanti e quando li raggirava adottando i loro stessi princìpi».

La descrizione storica parte dal 127 a.C., anno simbolico a cui si fa risalire la nascita della storia del Tibet, passa dall'836 d.C., anno in cui il Re Lang Dharma perseguitò (per 6 anni) i buddhisti distruggendo monasteri, uccidendo monaci, bruciando libri sacri e rimuovendo le statue: da tibetano, egli fece ai buddhisti tibetani ciò che i cinesi avrebbero fatto un migliaio di anni dopo; attraversa il periodo di serenità dell'XI secolo, il cui periodo di anarchia favorì l'esplosione del buddhismo tantrico che creò quella condizione di unicità che li avrebbe resi non assimilabili e quindi "indipendenti"; arriva alla dinastia manciù Qing che, governando dal 1644 fino alla fine dell'impero, garantì allo stesso il periodo di massimo splendore ed espansione della sua storia plurimillenaria: l'impero venne articolato in 18 province, Tibet incluso.
Ed è con la fine della dinastia Qing (fine XIX secolo) ed il crollo sostanziale dell'impero, con conseguente passaggio di potere in mano delle potenze coloniali occidentali, che la storia si fa intrigante oltreché semi-sconosciuta.

«Gli inglesi, con le due guerre dell'oppio, mettono in ginocchio le finanze dell'impero e, controllando l'India, si interessano al Tibet per gli aspetti naturali, per le ricchezze dei monaci e per la posizione strategica di controllo delle rotte della lana e del sale. Così invadono il Tibet nel 1888 e nel 1903 [...] rendendolo semi-indipendente per decreto. I tibetani oppongono una strenua resistenza ma sono battuti ed il tredicesimo Dalai Lama è costretto a fuggire. [...] Nel 1907 inglesi e russi firmano il Trattato di San Pietroburgo nel quale si stabilisce la relazione di pari sovranità fra Cina e Tibet».
Dopo vari tira e molla fra ripresa del controllo cinese e dichiarazioni di indipendenza non riconosciute da alcuno Stato, nel 1927 la neonata Repubblica cinese del Guomingdang ne assunse il controllo.
Si passa così alla seconda guerra mondiale (1942) ed i britannici convincono le autorità locali tibetane ad aprire un Ufficio per gli Affari Esteri e ne incoraggiano l'indipendentismo. Nel 1950 la vittoria dei comunisti di Mao, arrivata dopo una sconfitta sul campo, portò ad un'intesa in 17 punti che sancì la completa rinuncia tibetana a qualsiasi forma di indipendenza: si ristabilisce la situazione in vigore a partire dal 1279 con la dinastia mongola Yuan.
Ma non è finita: durante il periodo della guerra fredda l'attenzione internazionale sulla regione non fu molto alta.
Ed ecco qui il passaggio (fondamentale perchè ci fa capire il motivo dello stato attuale della situazione) che anche io non conoscevo: «Gli USA si adoperano per contenere il comunismo: la regione himalayana è un importante baluardo contro la sua diffusione nel subcontinente indiano e in Asia centrale. Nel 1957 la CIA seleziona sei giovani tibetani e li manda a Formosa [Taiwan, ndr] e a Guam per addestramento militare. Successivamente addestra 170 giovani tibetani [...] a Camp Hale in Colorado. Dopo l'addestramento, tenuto nascosto allo stesso Congresso americano, gli uomini sono introdotti in Tibet e nel 1958 iniziano le operazioni di destabilizzazione. La CIA paracaduta anche armi e munizioni incluse 20 mitragliatrici, 2 mortai, 100 fucili, 600 bombe a mano, 600 granate d'artiglieria e circa 40 mila cartucce. Nel 1959 scoppia la ribellione che determina un altro intervento repressivo [crudele e violentissimo, ndr] cinese. Il Dalai Lama [attuale, ndr] viene fatto fuggire con l'aiuto di agenti CIA e si stabilisce in India dove instaura un governo in esilio e da dove inizia [...] la sua crociata di liberazione del Tibet, per l'indipendenza, per l'autonomia e poi per il diritto a esercitare in Cina la sua autorità religiosa. Un mix e un'alternanza di posizioni temporali e religiose delle quali i cinesi percepiscono soltanto il tentativo di sottrarre il Tibet alla loro sovranità».
Gli occhi non possono, a questo punto, che rimanere sbarrati.

Settimana prossima, le conclusioni.
Nel frattempo mi piacerebbe leggere qualche vostro commento per riuscire a costruire insieme una visione più aperta e meno legata a prese di posizione.

13 commenti:

Andrew ha detto...

qualche giorno fa sotto casa mia a Roma hanno disegnato una scritta: TIBET LIBERO DAI ROSSI! sono rimasto senza parole, che vergogna!

BLOG NEWS ha detto...

Ottimi post ti ho risposto sul mio blog!

Francesco ha detto...

Ciao vorrei proporti uno scambio link, mi fai sapere? Ciao e grazie.

Franca ha detto...

Non so se il tuo prossimo post farà anche l'analisi della situazione di vita nel Tibet prima dell'"occupazione" cinese. E' molto interessante...
Per quanto riguarda l'intervento americano (tanto per cambiare), credi che il tanto rumore che si sta facendo oggi sia casuale?

Franca ha detto...

P.S.

Lascio come contributo alla discussione alcuni passaggi di un articolo di Sara Flounders, pubblicato qualche anno fa sulla rivista statunitense Workers World, in cui si faceva una disamina della situazione:
“(…) Il Tibet pre-rivoluzionario era totalmente sottosviluppato… senza sistema viario… una teocrazia feudale basata sull’agricoltura, con il 90% della popolazione in servitù o schiavitù… non vi erano scuole, eccetto i monasteri riservati a pochi… l’educazione delle donne era sconosciuta. Non vi era alcuna forma di assistenza sanitaria e ospedali. (…) Un centinaio di famiglie nobili e gli abati dei monasteri (di famiglie nobili anch’essi) possedevano tutto. Il Dalai Lama viveva nel palazzo di 1.000 stanze di Potala… per il contadino la vita era breve e misera. Il Tibet aveva il più alto tasso di tubercolosi e mortalità infantile nel mondo…”
Tra l’altro, visto il generale (e superficiale) interesse che adesso in tanti mostrano, in quanti sanno che il Dalai Lama non è tibetano?
Egli non è nato nel Tibet storico, ma in territorio incontestabilmente cinese, per l’esattezza nella provincia di Amdo che, nel 1935, l’anno della nascita, era amministrata dal Kuomintang. In famiglia si parlava un dialetto regionale cinese, sicché egli impara il tibetano come una lingua straniera a partire dall’età di tre anni, e cioè dal momento in cui, riconosciuto come l’incarnazione del 13° Dalai Lama, viene sottratto alla sua famiglia e segregato in un convento per essere sottoposto all’influenza esclusiva dei monaci che gli insegnano a sentirsi, a pensare, a scrivere, a parlare e a comportarsi come il Dio-Re dei tibetani ovvero come Sua Santità...

superg52 ha detto...

senza nulla togliere alla mia simpatia per il buddismo

una delle prime conclusioni che traggo è che il Tibet non è mai stato in realtà veramente indipendente a partire dal XIII secolo, periodo nel quale divenne parte integrante dell'Impero cinese mongolo della dinastia Yuan, e probabilmente non lo era neanche prima, essendo stato nei secoli precedenti uno stato vassallo e tributario dell'ingombrante vicino...

forse prima di prendere per oro colato tutto quello che il Grande Fratello mediatico vuol farci credere, sarebbe bene rileggersi con attenzione "1984" di George Orwell!

BLOG NEWS ha detto...

Prima era free ora volgliono i soldi

pabi71 ha detto...

...io forse sono pessimista ma la vedo ancora lunga e dura....
un saluto e buon W.E.

Simona ha detto...

difficile commentare per me. dovrei essere più informata, cioè dovrei approfondire al di là di quel che passa la tv e purtroppo non l'ho ancora fatto. ciao e buona domenica

Gianluca Pistore ha detto...

ciao, ti aspetto con un meme sul mio blog, ti ho dedicato il PREMIO [R]EVOLUTION

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Blog news ha detto...

Hola prova con questo link

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Carmen ha detto...

c'è una cosa che non capisco da tutto ciò che ho letto.......
che la tv non è da prendere per oro colato, questo è sicuro, ma persone pestate a sangue, o bruciato o atrocemente ancor di più, io non lo mica sognato, e tantomeno credo non era un montaggio televisivo, ciò che sta succedendo, e ora con il terremoto ormai è passato tutto in secondo piano, la cosa è ancora più grave, non bastava quello che quel popolo che sia cinese o tibetano stava già passando, tranne per chi là porta la divisa verde,scusate l'andirivieni delle parole, ma quei morti a me sembravano veri e giudicare su parole scritte in un libro boh!
se ho capito male, me ne scuso, ma il senso che ho recepito è contro la povera gente del Tibet

superg52 ha detto...

carmen ha scritto:
"...il senso che ho recepito è contro la povera gente del Tibet"

nessun essere pensante può essere contro la povera gente del Tibet, ma nessun essere pensante può essere contro la verità dei fatti

la dura repressione cinese è avvenuta dopo che una folla selvaggia ha distrutto e bruciato proprietà di piccoli commercianti cinesi, dei quali venti (fra i quali quattro ragazze) morirono bruciati vivi assieme ai loro negozi, mentre la folla aggrediva e pestava per puro odio etnico ogni cinese che si trovasse suo malgrado nelle vicinanze

ora, pensiamo a cosa è successo in Italia nel 2001 al G8 Genova per reprimere manifestazioni molto molto meno violente...

quanto poi al "genocidio culturale del popolo tibetano" se questa fosse stata la volontà dei governi cinesi, questi ultimi non avrebbero esentato la popolazione tibetana dalle leggi che impongono la politica del figlio unico, leggi valide invece per tutti i cinesi! sarebbe semmai accaduto l'inverso...

quindi, va bene la difesa dei diritti umani e delle libertà civili, ma non come argomento strumentale a senso unico usato da chi dovrebbe saper guardare anche in casa propria

per esempio, all'amministrazione Bush che tanto si riempie la bocca di belle parole, vorremmo ricordare Abu Graib, Falluja, Guantanamo e le prigioni segrete della CIA dove si pratica sistematicamente la tortura...