giovedì 15 maggio 2008

La questione tibetana: tra fragilità ed ipocrisia - prima parte.

Leggetevi sul quaderno speciale di Limes dedicato al Tibet, appena uscito, l'articolo di Fabio Mini "Dalla Cina con furore". Un articolo a mio avviso decisamente illuminante, del quale spero di leggere un giudizio del nostro Tommi seguito dai vostri commenti.

Superg52 con questo commento lasciato al post Festa del 25 aprile mi ha "sfidato" a leggere il saggio all'interno del Quaderno speciale di Limes uscito come supplemento al n. 2/2008 intitolato Tibet - La Cina è fragile.
Così, dopo essere riuscito a trovarlo fisicamente (non è mai semplice trovare l'edicola che abbia Limes - lo cercavo fin da prima della segnalazione) e dopo esser riuscito a trovare il tempo per leggerlo, ora posso dedicarmi al commento che ho deciso di dividere in più parti per evitare un post eccessivamente lungo e "pesante".

Il saggio parte con una riflessione sui fatti dell'ultimo periodo. L'autore, infatti, analizza i punti di vista di cinesi e tibetani sulle manifestazioni ed i disordini avutisi negli ultimi mesi in Tibet.

Perchè l'opinione pubblica mondiale crede ciecamente (ossia immagina immagini che non ci sono) nella tesi della repressione cinese e non in quella (sostenuta da immagini concrete diffuse dalla Cctv) di civili tibetani che "attaccano quattro cinesi in bicicletta e distruggono banche e negozi"?

A tal proposito, i cinesi si chiedono «con quale faccia tosta governi e governanti minaccino il boicottaggio delle Olimpiadi sulla base di presunte violazioni dei diritti umani. Non solo non considerano violazione l'esercizio del proprio diritto di sovranità e la difesa della sicurezza dei propri cittadini, ma sono convinti che la reazione delle proprie forze di polizia sia stata di gran lunga più umana e contenuta di quella che la polizia di Los Angeles o quella di Parigi esercitano ogni notte contro dimostranti o soltanto contro le minoranze etniche. Non si spiegano le reazioni americane e gli inviti ipocriti alla moderazione mentre le loro forze armate e quelle di polizia stanno facendo massacri giornalieri in Afghanistan e Iraq, paesi sovrani illegalmente invasi e occupati. I cinesi non capiscono come i tibetani possano accusarli di gestire uno stato di polizia e chiedano aiuto a chi in Iraq riempe giornalmente i cimiteri e le prigioni di gente che si ribella a una forza straniera. La Cina guarda furibonda alla repressione contro afghani, iracheni, palestinesi, libanesi e tutti i ribelli islamici, mentre gli stessi repressori si affrettano a riconoscere l'indipendenza di altri ribelli [esplicito riferimento al Kosovo ed agli ex guerriglieri dell'Uçk, "smascherati" di recente anche dal libro di Carla Del Ponte]».

Dal canto suo, il Dalai Lama denuncia il genocidio culturale della propria popolazione, lamentando l'espansione della cultura cinese, il mancato insegnamento della lingua tibetana nelle scuole pubbliche, la conversione di molti tibetani al lavoro industriale, le limitazioni al monachesimo e l'ingerenza del governo negli affari religiosi. Ma non nega il coinvolgimento in atti violenti da parte di laici tibetani. Nell'intervista pubblicata sullo stesso numero, il Dalai dichiara che «fermare la violenza non è in [suo] potere». Nei giorni dell'intervista (a cura di Raimondo Bultrini) ha inoltre aggiunto di aver ricevuto una telefonata da Lhasa: «Per favore non ci domandare di fermarci».

Ma l'autore non si sofferma sulla correttezza di queste tesi, ma denuncia, piuttosto, la stupidità di entrambi gli atteggiamenti degli attori coinvolti che stanno autonomamente provocando il declino delle rispettive culture.
Secondo Mini il Dalai Lama sta snaturando, chiedendo l'appoggio materiale di Paesi terzi, la figura internazionale della propria religione che, se ha suscitato le simpatie di mezzo mondo, deve ringraziare il fatto di essere una forza esclusivamente religiosa, di avere come strumento soltanto la preghiera e di professare solo tolleranza, pace e compassione. Se tutto questo venisse sconfessato la simpatia si trasformerebbe in sospetto e repulsione.

I cinesi, invece, sembrano aver dimenticato che i diversi declini degli imperi dinastici si ebbero per logiche fondate sul fanatismo, sul mistero, sulla superstizione e sui complotti. Il comunismo si dovrebbe basare sul concetto di religione come superstizione usato come strumento di lotta dei potenti contro deboli ed ignoranti. I capi del Pcc, materialisti ed atei (che oggi si sono scoperti anche capitalisti), si sono fatti spaventare dalle faide religiose regredendo e dimenticando, in questo modo, il loro passato.

(continua...)

4 commenti:

Franca ha detto...

Conviene aspettare la fine...

Andrew ha detto...

si trova in edicola?

tommi ha detto...

edicola e libreria.

Andrew ha detto...

ok grazie tommi ;-)