lunedì 28 luglio 2008

È tempo di diventare vegetariani?

Immaginate il mondo come un enorme frigorifero. I piani superiori, riservati ai Paesi ricchi, saranno pieni di braciolie, quarti di prosciutto, bistecche e cosce di pollo. In quelli di mezzo, destinati alle economie emergenti come la Cina, si inizierà ad impilare qualche confezione di hamburger. Sui ripiani più bassi, quelli dei Paesi poveri come il Bangladesh, non solo non ci sarà carne ma mancheranno le proteine.
Sono gli abitanti di questi Paesi le vittime principali del rincaro globale (del 40%) degli alimenti, come dimostrano le recenti rivolte di Dhaka. In genere, l'aumento dei prezzi è attribuito ai biocarburanti.
Qualche settimana fa anche il Premier britannico Gordon Brown ne ha parlato e, prontamente, Ingrid Newkirk, presidente di People for ethical treatment of animals (PETA), ha colto l'occasione per suggerirgli di diventare vegetariano. Un consiglio sensato visto che gli animali allevati consumano 760 milioni di tonnellate di cereali all'anno, sette volte di più di quelli destinati a produrre biocarburanti.

Il 30% della superficie terrestre non coperta dai ghiacci è direttamente o indirettamente coinvolta nell'allevamento di bestiame, generando il 18% delle emissioni di gas serra - più di quelle generate dal settore dei trasporti. Forse per questo motivo i ricercatori di Chicago hanno dichiarato che diventare vegani è più utile per combattere il riscaldamento globale che comprarsi una Prius. Questo mi rende nervosa, perchè sembra che se mangi tofu sei libero di girare in Porsche. Non è così. E bisogna ricordare, inoltre, che alcuni vegetariani mangiano pesce non-sostenibile (i pescherecci consumano circa 3,4 litri di carburante per 1 kg di pesce), formaggi ricavati da latte di mucca (che ha un'impronta ecologica tra le 9 e le 21 volte più alta di quella dei formaggi vegani) e frutta od ortaggi importati in aereo (il trasporto aereo di 1 kg di alimenti ha quasi lo stesso impatto della produzione di 1 kg di carne).
Quindi questa tipologia di vegetariani non sono più ecosostenibili di carnivori attenti e scrupolosi - in particolare di quelli che mangiano carne biologica; e anche le verdure congelate possono risultare peggiori (in termini di impatto ambientale) della carne biologica proveniente da un allevamento locale. Ma le statistiche in favore del (corretto) vegetarianesimo parlano chiaro: in media, per produrre 1 grammo di proteine animali ne servono 10 di proteine vegetali, allora perchè continuo ad avere voglia di un panino al prosciutto per cibarmi? Forse perchè - ironia della sorte - mi piacciono gli animali e se sparissero gli allevamenti non vedremmo più maiali, né pecore, né mucche intorno a noi.

Ma con essi, potrà esserci in giro qualcos'altro? La maggior parte delle specie a rischio d'estinzione nel mondo (presenti nella World Conservation Union's Red List) sono minacciate dall'erosione dei loro habitat naturali divorati - come definito da Henning Steinfeld, esperto delle Nazioni Unite - dalla "irrefrenabile crescita del settore zootecnico". A ciò va aggiunto che la produzione di carne raddoppierà entro il 2050 e la mia voglia di farmi un panino al prosciutto diventerà insostenibile. Sì, è il momento di diventare vegetariani. O meglio, lo diverrò solo se voi lo diverrete. So yes, now is the time to go vegetarian. At least I will if you will.

Lucy Siegle, It is time to become vegeterian? - giornalista britannica e specializzata su questioni ambientali. Tiene dal 2004 su The Observer una rubrica settimanale chiamata Ethical living e tradotta per l'Italia da Internazionale. La traduzione di questo articolo è, però, personale.

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venerdì 25 luglio 2008

Darfur e Corte Penale Internazionale secondo Cassese.

Lo scorso 14 luglio (2008), il Procuratore della Corte penale internazionale (Cpi), Luis Moreno Ocampo, ha chiesto che la pre-trial chamber della Cpi emetta il mandato d'arresto per il presidente del Sudan Omar Hassan Al Bashir accusato di aver commesso crimini di guerra e genocidio relativamente alla guerra civile in atto nel Darfur. La decisione definitiva della giuria è in teoria prevista entro le 6-8 settimane, ma per un caso così complesso potrebbe volerci più tempo. Queste le considerazioni di Antonio Cassese, apparse il 15 luglio scorso su La Repubblica col titolo "Il colpo di scena del Procuratore".

«Chi ha seguito da vicino le vicende dal Darfur sa che Al Bashir è a capo di un gruppo di leader militari e politici responsabili dei gravissimi crimini che le forze armate e le milizie sudanesi commettono ogni giorno, dal 2003 contro i propri cittadini nel Darfur, colpevoli solo di appartenere a quelle stesse tribù da cui provengono i ribelli che hanno preso le armi soprattutto per chiedere a Khartoum investimenti economici, strade, scuole ed ospedali. Qualunque mossa mirante a far valere le gravi responsabilità di quel gruppo dirigente di Khartoum è dunque benvenuta. Tuttavia, alla luce degli argomenti sommariamente resi pubblici ieri dal Procuratore della Corte penale internazionale, si ha l'impressione che il suo passo sia soprattutto un coup de théatre, con scarsi effetti pratici positivi. E' un pò come se il Procuratore, avendo fatto finora solo pochi passi guardinghi, abbia deciso di prendere la rincorsa e fare un salto con l'asta e insieme anche un triplice salto mortale, ma più che per scavalcare l'asticella, per scuotere l'attenzione del pubblico. Ha sparato a tutto alzo e con il cannone: ha chiesto l'arresto non di uno o più ministri o generali, ma di un capo di Stato in esercizio, e per il più grave dei crimini, il genocidio.

Tutto ciò desta perplessità, essenzialmente per tre ragioni. Anzitutto, se avesse voluto avere qualche reale possibilità di far arrestare Al Bashir - un capo di Stato tutt'altro che in declino (come erano invece Milošević e Taylor) ma potente, astuto, ed in pieno controllo del Sudan da quasi venti anni - il Procuratore avrebbe dovuto sottoporre ai giudici una richiesta segreta e chiedere inoltre di non rendere pubblico il mandato di cattura, se sarà emesso dai giudici. In tal modo avrebbe potuto aspettare che il Presidente sudanese si recasse in un altro Stato, per rendere pubblico il mandato e fare arrestare Al Bashir. La competenza della Corte penale sul Darfur deriva da una decisione vincolante del Consiglio di sicurezza dell' Onu. Perciò tutti gli Stati - anche quelli che non hanno ratificato lo Statuto della Corte - hanno l' obbligo di eseguire le ordinanze ed i mandati dei giudici dell'Aja. Invece, il fatto di pubblicizzare la richiesta di cattura già prima che venga sottoposta al vaglio dei giudici (che potranno anche respingerla o ridimensionarla), renderà vana qualunque speranza di arresto: Al Bashir dovrebbe ordinare alle sue guardie di arrestarlo e consegnarlo all'Aja.

In secondo luogo, non si capisce perché si sia accusato solo il Presidente del Sudan e non anche tutti quegli altri membri del gruppo dirigente che sono certamente implicati nelle decisioni politiche e militari relative al Darfur: ad esempio, il vicepresidente Taha, il capo dei servizi segreti, il ministro della difesa, i capi di stato maggiore delle forze armate. Se Hitler fosse stato vivo nella seconda metà del 1945 sarebbe stato processato a Norimberga, ma insieme ai 21 alti dirigenti che furono effettivamente trascinati in giudizio.

Infine, non si capisce perché si sia voluto mirare così in alto ed accusare Al Bashir di genocidio quando lo si poteva accusare - più fondatamente e con migliori chance di accoglimento delle richieste da parte dei giudici - di crimini contro l'umanità quali il massacro di civili, lo sterminio, il trasferimento forzato di persone, eccetera. Certo, il genocidio è ormai diventato una "parola magica"; vi si ricorre con disinvoltura, credendo anche che, solo a pronunciarla, tutta la comunità internazionale si debba indignare. Ma si rischia così di banalizzare il concetto. In realtà il genocidio, crimine gravissimo, è tale solo a determinate e rigorose condizioni: tra l'altro, che si miri a uccidere o ledere in altro modo membri di un "gruppo tutelato" (etnico, nazionale, razziale o religioso) e si persegua l' "intento genocidario", quello cioè di distruggere un gruppo come tale, in tutto o in parte (ad esempio: uccido 10 curdi non perché li odio come persone, ma perché odio i curdi e attraverso l'uccisione di quei 10 voglio contribuire all'annientamento del gruppo etnico curdo).

Nel caso di Al Bashir, il Procuratore afferma che le tre tribù del Darfur contro cui si scagliano le forze armate sudanesi perché da esse provengono i ribelli (Fur, Masalit e Zaghawa), costituiscono ciascuna un gruppo etnico distinto: anche se hanno la stessa religione della maggioranza (musulmana), parlano la stessa lingua (arabo) e hanno lo stesso colore della pelle, ciascuna di esse formerebbe un gruppo etnico a sé perché parla, oltre all'arabo, anche un dialetto ed è stanziata in un certo territorio. In base a questo criterio, anche i siciliani, i napoletani o i milanesi formerebbero tre gruppi etnici distinti. Simili perplessità suscitano anche le considerazioni del Procuratore circa l' "intento genocidario" di Al Bashir che egli desume in maniera meramente indiziaria da una serie di comportamenti che si prestano anche ad altre e più attendibili deduzioni, in particolare ad essere classificati come atti costitutivi di crimini contro l'umanità. In conclusione, a causa delle perplessità che suscita, la richiesta di mandato di cattura presentata dal Procuratore difficilmente produrrà quei positivi effetti extra-giudiziali (delegittimazione politica, diplomatica e morale dell'accusato), che si sono invece verificati in altri casi di incriminazione di leader politico-militari.

Non sarà difficile per Khartoum controbattere vari argomenti dell' accusa. Inoltre, è probabile che quest'atto non solo avrà gravi ripercussioni nei rapporti tra autorità sudanesi e forze di peacekeeping in Darfur, ma creerà anche seri ostacoli all'assistenza umanitaria internazionale ai profughi del Darfur (più di 2 milioni), se Khartoum si "vendicherà" ponendo termine a quell'assistenza. C'è infine da sperare che alcune grandi potenze (Usa, Russia e Cina), tradizionalmente avverse alla Corte Penale, non ravvisino ora ulteriori motivi di ostilità».

La videointervista rilasciata da Cassese a Corriere.it sull'argomento.

Antonio Cassese: professore di Diritto Internazionale alla Facoltà di Scienze Politiche "C. Alfieri" dell'Università di Firenze, presidente del Comitato del Consiglio d'Europa contro la tortura dal 1989 al 1993, giudice [1993-2000] e presidente [1993-1997] del Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia, presidente [2004] della Commissione d'inchiesta sul Darfur.

mercoledì 23 luglio 2008

Radovan Karadžić vs Dragan Dabić

Ecco il confronto tra Radovan Karadžić a metà anni '90 ed oggi.
Non temete, la conferma dell'identità si è avuta tramite esame del DNA.

Il criminale si fingeva medico specializzato in cure alternative, come l'omeopatia, per conto di una clinica privata alla periferia di Belgrado sotto il falso nome di Dragan David Dabić.

Il Giudice Istruttore di Belgrado, Milan Dilparic, ha già firmato l'ordinanza per la consegna dell'ex criminale più ricercato d'Europa all'International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia (ICTY) con sede presso l'Aja (Paesi Bassi) ed attualmente presieduto dall'italiano Fausto Pocar.

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martedì 22 luglio 2008

Arrestato Radovan Karadžić!


Radovan Karadžić, capo politico dei serbo-bosniaci ed ex-Presidente della Republika Srpska di Bosnia, è stato "localizzato e arrestato" ieri sera - 21 luglio 2008 - vicino Belgrado.

Il responsabile, insieme a Ratko Mladić, del genocidio di Srebrenica del 1995 dove vennero massacrati oltre 8.000 bosniaci-musulmani tra i 12 e i 77 anni (il cui 13° anniversario si è tenuto l'11 luglio scorso), è stato fermato mentre viaggiava su un autobus.
Capelli e barba bianchi e lunghi, irriconoscibile rispetto alle foto di 13 anni fa, girava per Belgrado spacciandosi per medico.
Nato nel 1945, bosniaco di origini serbe, è stato condannato per crimini di guerra dal Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia (ICTY) dell'Aja nel 1996. A suo carico era stato emesso un mandato di cattura internazionale eccezionale in base all'articolo 61 dello stesso Tribunale. Il governo degli Stati Uniti d'America aveva anche offerto un premio di 5 milioni $ per la sua cattura.
Karadžić è già stato portato davanti ai Pubblici Ministeri della Corte per i crimini di guerra di Belgrado e interrogato, in accordo con la legge sulla cooperazione siglata dalla Serbia con il Tribunale Penale Internazionale.

Straordinario e storico passo avanti per l'integrazione della Serbia di Boris Tadić e per la voglia dei suoi cittadini di voltare pagina. A sole due settimane dall'instaurazione del governo democratico, Sarajevo si è svegliata con la sensazione di vivere un sogno più che un giorno di festa e di cambiamento. Migliaia di persone si sono riversate nella notte per le vie della capitale.
Ed ora tocca a Mladić.

lunedì 21 luglio 2008

La responsabilità di proteggere lo Zimbabwe.

Ci risiamo.
Russia e Cina hanno utilizzato il loro potere di veto presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per bloccare la risoluzione che avrebbe imposto sanzioni allo Zimbabwe, reo (nella figura del proprio governo) d'aver fomentato violenza ed odio durante la campagna elettorale che ha visto il ritiro del partito d'opposizione dal ballottaggio per evitare eccessive violenze nei confronti dei suoi sostenitori che, in ogni caso, hanno causato circa 90 morti.
Il Consiglio, dunque, risulta nuovamente bloccato.
La risoluzione, preparata dagli USA, avrebbe previsto il divieto della vendita di armi al Paese, imposto restrizioni finanziarie e di viaggio al Presidente Robert Mugabe e a 13 suoi collaboratori e nominato un inviato speciale dell'ONU per lo Zimbabwe. La votazione si è conclusa con 9 voti favorevoli, 5 contrari e 1 astenuto. Tra i contrari, oltre alle Potenze con potere di veto, anche Libia, Sudafrica e Vietnam che hanno giustificato la loro posizione sostenendo che la crisi in Zimbabwe non pone alcuna minaccia per la sicurezza e la pace internazionale e non giustifica un'azione da parte del Consiglio di Sicurezza.

Ritorna, così, alla ribalta la questione della responsibility to protect ossia la responsabilità a carico degli Stati di proteggere e garantire i diritti dell'uomo e di impedire catastrofi umanitarie.
Dalla seconda guerra mondiale ad oggi, quando applicato, tale principio ha sempre assunto forme unilaterali e implicanti l'uso della forza armata e, per questo motivo, è tutt'ora considerato un illecito internazionale in contrasto con l'art. 2.4 della Carta delle Nazioni Unite. Anche la Corte Internazionale di Giustizia nel caso Nicaragua vs Stati Uniti del 27 giugno 1986 ha ribadito che "in alcun modo il ricorso alla forza può essere reputato un mezzo appropriato per verificare e assicurare il rispetto dei diritti umani".
Dopo la fine della guerra fredda si è parlato di "intervento d'umanità" che consiste nell'uso della forza armata in territorio altrui per salvaguardare i cittadini dello Stato territoriale da violazioni gravi dei diritti dell'uomo. Così nel caso dell'operazione Provide Comfort del 1991 attuata da Francia, Italia, Regno Unito e USA in Iraq per proteggere la popolazione curda dopo la guerra del Golfo; così, in maniera eclatante, nell'intervento armato della NATO in Kosovo nel 1999 giustificato con motivi umanitari e finalizzato a scongiurare un'ulteriore catastrofe umanitaria (come quella avutasi nella città bosniaca di Srebrenica nel 1995 di cui, l'11 luglio scorso, si è tenuto il 13° anniversario).

Ovviamente non esiste una opinio juris generalizzata in questo campo ma solamente una tendenza facente capo alla componente occidentale della comunità internazionale. Sulla scia di questa ed in vista di una riforma dell'Organizzazione, le Nazioni Unite hanno elaborato il documento High Level Panel on Threats, Challenges and Change - A more secure world: our shared responsibility. Il rapporto dedica ampio spazio al conflitto che vede domestic jurisdiction e sovranità statale di fronte alla possibilità di intervento negli affari interni di uno Stato per prevenire o porre termine ad atti di genocidio, crimini contro l'umanità, pulizia etnica etc...
Secondo il Panel, questa responsabilità collettiva di proteggere i cittadini di uno Stato quando esso mostri incapacità o non volontà di salvare la vita degli individui in pericolo, sarebbe una "norma emergente" e consentirebbe di autorizzare azioni militari quando il Consiglio dichiari che la situazione è una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. Per far ciò bisogna stabilire criteri di legittimità facilmente condivisibili e tali da eliminare le tentazioni degli Stati di ricorrere ad azioni unilaterali, tagliando fuori il Consiglio.
Questi criteri sarebbero:
  • serietà della minaccia tale da giustificare l'uso della forza armata anche in casi di violenza interna (crimini contro l'umanità, genocidio o uccisioni su larga scala, pulizia etnica, serie violazioni del diritto internazionale umanitario)
  • scopo appropriato (porre fine o evitare la minaccia)
  • ultima risorsa, ossia si devono aver tentato precedentemente e senza successo tutte le altre possibilità a disposizione
  • proporzionalità dell'intervento per ampiezza, durata e intensità
  • equilibrio delle conseguenze dell'azione militare, di modo che le conseguenze dell'intervento non risultino peggiori di quelle che deriverebbero dall'inazione.
Tali considerazioni sono state accettate e ribadite anche dal Rapporto del Segretario Generale dal titolo In a larger freedom del 2005 e dal Documento adottato per consensus al Summit di New York dai Capi di Stato e di Governo del 14-16 settembre 2005.
Dunque, ora come ora, giuridicamente parlando si può solamente sostenere l'inizio del processo di formazione di una norma che potrebbe in futuro collocare fra le eccezioni al divieto di usare la forza nei rapporti internazionali, anche questo tipo di giustificazione.

A prescindere dai mezzi utilizzabili per garantire il rispetto dei diritti dell'uomo, su cui il dibattito è opportuno ed auspicabile che si svolga all'interno della comunità internazionale in modo da portare ad una soluzione mediata e condivisa, non si può più pensare che il modello di Westfalia come concepito nel 1648 (in seguito all'omonima Pace che pose fine alla guerra dei trent'anni) possa ancora risultare il modello di riferimento a cui gli Stati possano ricorrere per difendere l'esclusiva sovranità sul proprio territorio. I soggetti del diritto internazionale non sono più solo gli Stati e la loro libertà d'azione si è modificata e ristretta in maniera inversamente proporzionale al crescente rilievo che si è creato intorno all'individuo, al singolo.
In futuro potremo scontrarci e discutere su quale potrà essere il metodo di coercizione più idoneo per la salvaguardia di tali diritti (forza armata, economica o politica), ma non si potrà più discutere sull'effettiva e comune resposabilità di proteggerli. Gli ultimi Stati a cedere e a sostenere ancora l'esistenza tout court della domestic jurisdiction saranno proprio quegli Stati che si mostreranno incapaci o inidonei a rispettare le individualità.

Tornando allo Zimbabwe (ma si potrebbe parlare indifferentemente anche di Darfur e Sudan), col consenso o meno del Consiglio di Sicurezza, la comunità internazionale deve far propria questa responsabilità ed è quindi fondamentale che Mugabe ed il suo partito-squadrista non risultino un precedente a cui gli Stati potranno in futuro appellarsi per infrangere i diritti degli individui.
L'isolamento politico del governo-fantoccio non può che essere il miglior punto di partenza.
Come ci si è affrettati a riconoscere il Kosovo (pur in presenza di ambiguità e difetti consistenti), a maggior ragione ed in maniera altrettanto veloce bisogna disconoscere ed interrompere ogni forma di dialogo con l'attuale governo di Harare.

L'immagine, la stessa usata per il post Lo Zimbabwe verso il ballottaggio, è un fotomontaggio.

giovedì 17 luglio 2008

Ecocho: il motore di ricerca che mangia CO2.

Novità nel settore dei motori di ricerca: è nato ecocho.

Ecocho (il nome deriva da eco, classica particella che fa venire subito in mente la causa ambientalista, e cho che in giapponese significa super, ultra, estremamente) cerca di fare la differenza per quanto riguarda il problema del surriscaldamento globale e dei cambiamenti climatici che stanno distruggendo il nostro Pianeta.
Ogni 1000 ricerche effettuate tramite ecocho, vengono piantati 2 alberi finanziati attraverso le pubblicità esposte sulle sue pagine. Circa il 70% degli introiti pubblicitari, infatti, vengono devoluti a progetti come quelli di Carbonfund.org, equivalenti al nostro Impatto Zero, per intenderci, impegnate nella riforestazione per compensare le emissioni di gas serra.

Al lancio del progetto australiano, il 14 aprile 2008, ecocho poteva contare sulla collaborazione di Google e della sua tecnologia di ricerca. A partire dal 23 aprile, però, il colosso di Mountain View ha deciso di non appoggiare più il progetto a causa di una presunta violazione della sua politica riguardante le "impressioni ed i clic non validi" e "l'incoraggiamento a fare clic". Lo staff del motore di ricerca ecologico è stato, infatti, accusato da Google di spingere gli utenti a cliccare su banner pubblicitari e ciò va contro la policy del motore di ricerca.
Le ricerche effettuate tramite ecocho utilizzano, ora, la stessa tecnologia di Yahoo.
Non sono specificati in maniera precisa i luoghi, ma viene riferito nelle pagine informative che "gli alberi verranno piantati tramite progetti finanziati dai Governi", immagino dei vari Paesi in cui ecocho ha deciso di tradurre le sue pagine.
Ovviamente non sarà facile abbandonare la genialità, i servizi e la perfezione offerta dal motore di ricerca più utilizzato al mondo (Google) ma impostando ecocho come pagina iniziale del vostro browser ed effettuando come prima ricerca "google" il gioco è fatto.
In attesa che il servizio possa migliorare ed offrire nuovi spunti, questo può essere già un primo passo per contribuire alla salvaguardia del Pianeta senza perdere le comodità e le vecchie, care abitudini, ma sopratutto stando seduti tranquillamente sul divano, letto o su una sedia di casa propria.

Ringrazio vivamente Andrew ed il suo blog Diego Garcia per avermi messo a conoscenza di questa opportunità.
Vi segnalo anche le pagine di link di ecocho collegate alla causa ambientalista.

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martedì 15 luglio 2008

Un anno fa.

Così un anno fa, giorno in cui "nacque" questo blog:

"Apre oggi i battenti un'interfaccia per tutti coloro che, come me, sono appassionati delle relazioni internazionali che cambiano, sconvolgono e migliorano il nostro pianeta.
Dal clima alle guerre, dalla musica all'energia.
Tutto in un unico blog, tutti in una finestra senza nessun tipo di discriminazione o requisito necessari per partecipare: solo la passione per il nostro pianeta e la sua evoluzione".

Questo il primo post originale: A Real World Wide...


Grazie a tutti per aver contribuito alla sua crescita ed al suo miglioramento in questo lungo anno.

domenica 13 luglio 2008

Sondaggio - 7


Come tutti saprete, nel viaggio compiuto dalla fiamma olimpica verso il territorio cinese, si sono avute diverse contestazioni e manifestazioni di dissenso soprattutto dovute alla questione tibetana (per sapere la posizione del blog in merito, potete consultare la relativa etichetta) ed alle plurime violazioni dei diritti umani messe in pratica dalle autorità di Pechino e denunciate da diversi enti ed associazioni internazionali (in particolar modo da Amnesty International).
In questi mesi in molti Stati democratici (non solo "occidentali") si è sviluppato un dibattito sulla opportunità di partecipare con la propria delegazione sportiva nazionale alle Olimpiadi, ma soprattutto sull'opportunità di presenziare in maniera istituzionale (tramite Capi di Stato e di Governo, Ministri degli Affari Esteri e altre personalità) alla "cerimonia di apertura". Anche l'opinione pubblica mondiale (soprattutto quella facente capo alla comunità di blogger ed internauti) si è divisa ed in molti hanno deciso di boicottare (nel loro piccolo, evitando di seguire la diretta televisiva della celebrazione o lo svolgimento integrale dei giochi) la manifestazione.
Così, a meno di un mese dall'inizio dei Giochi della XXIX Olimpiade (estiva) che si svolgeranno a Pechino dall'8 al 24 agosto prossimo, Blog Internazionale ha deciso di proporre un nuovo sondaggio (il 7°) per carpire i sentimenti dei propri lettori su questa tanto contestata manifestazione:

Ritieni sia opportuno boicottare i Giochi della XXIX Olimpiade che si svolgeranno in Cina?

Per votare utilizzate il box sulla colonna di destra; non esitate a lasciare commenti che spieghino più approfonditamente la vostra scelta.

giovedì 10 luglio 2008

Il Kuomintang riscopre il nazionalismo

Ristabiliti i collegamenti aerei tra Taiwan e la CinaSono stati ufficialmente ristabiliti i collegamenti aerei tra l'isola di Taiwan e la Cina continentale.

Venerdì 4 luglio 2008, un aereo della China Southern proveniente da Guangzhou è stato il primo velivolo cinese di linea ad atterrare a Taipei dal 1949, anno dell'occupazione dell'isola da parte del Kuomintang di Chiang Kai-shek, come conseguenza della vittoria di Mao Tse-Tung e del Partito comunista cinese nella estenuante guerra civile che ha dato vita alla Repubblica Popolare. L'aereo trasportava 662 persone, ma si pensa che la cifra possa salire in breve tempo e facilmente a tremila turisti in un solo giorno.

Il volo è stato etichettato come "internazionale" nonostante la Cina comunista consideri l'isola "parte della Repubblica Popolare a tutti gli effetti". Queste ambiguità nell'utilizzo delle parole mostrano come gli attori in gioco siano ancora distanti sulle tematiche fondamentali, ma il recente (marzo 2008) ritorno al potere del Taiwan’s ruling Kuomintang party (Kmt) ha dato una svolta, fino ad allora insperata, alla vicenda.

Il nuovo presidente Ma Yieng-jeou ha fin da subito mostrato un'ampia disponibilità al dialogo rendendo possibile, lo scorso 28 maggio, uno storico incontro col presidente Hu Jintao (il primo dal 1949, quando ad incontrarsi per l'ultima volta furono i 2 leader storici) ed ha formalmente deciso di porre fine alle richieste indipendentiste dell'isola, con esse anche alla conseguente possibilità di un intervento militare da parte della Cina continentale.

venerdì 4 luglio 2008

Lo Zimbabwe è di nuovo nel limbo.

Il 27 giugno si è tenuto in Zimbabwe il ballottaggio presidenziale.
Il leader del Movimento per il Cambiamento Democratico, Morgan Tsavangirai, non vi ha partecipato e Robert Mugabe è stato confermato Presidente.
Tsavangirai, inoltre, ha chiesto e ottenuto asilo politico presso l'ambasciata olandese ad Harare successivamente ad un attacco subito dai sostenitori di Mugabe durante un suo comizio elettorale. Il leader dell'opposizione ha, quindi, giustamente giustificato il suo ritiro dal ballottaggio con le diverse violenze subite da membri e simpatizzanti del suo partito da parte di sostenitori del Presidente Mugabe e con il rischio, rimanendo in corsa, di mettere in pericolo la vita di diverse migliaia di suoi supporters. Secondo l'MDC, infatti, i morti tra le sue fila sarebbero almeno 90.

Così il ballottaggio ha perso ogni valore e ha decretato la vittoria di Mugabe contro sé stesso con l'85% dei voti di cui molti "forzati".

L'Unione Africana (UA) ha sollecitato un accordo di unità nazionale come quello avutosi di recente in Kenya, ma Tsvangirai ha respinto la proposta affermando che non sussistono le condizioni necessarie. Addirittura la Southern African Development Community (SADC) - ossia l'influente associazione dei 15 Stati che persegue la cooperazione e l’integrazione socio-economica così come la cooperazione politica e nella sicurezza tra i Paesi dell'Africa meridionale - ha dichiarato che il ballottaggio non può essere considerato "legittimo".

In molti oggi si chiedono come mai le "potenze occidentali" non facciano nulla.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è visto bocciare una risoluzione che prevedeva una dichiarazione unanime di sdegno e che chiedeva fermamente al governo dello Zimbabwe di criticare e fermare le violenze all'interno del Paese. Il tutto per colpa del "veto" posto dal membro non permanente sudafricano. Il suo Presidente Thabo Mbeki, infatti, continua a rifiutarsi di criticare il vicino Mugabe e l'azione è stata bloccata dall'Ambasciatore di Pretoria presso il Palazzo di vetro. Per un'azione dell'ONU, dunque, bisognerà aspettare diverso tempo viste anche le posizioni non proprio favorevoli di Cina e Russia.
L'unica soluzione è procedere per gradi e tentare di creare un isolamento politico ed economico nei confronti del governo di Mugabe, evitare di riconoscere la vittoria sua e del suo partito e tentare in ogni modo di convincere i suoi vicini, Sudafrica in primis, a fare lo stesso.