lunedì 21 luglio 2008

La responsabilità di proteggere lo Zimbabwe.

Ci risiamo.
Russia e Cina hanno utilizzato il loro potere di veto presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per bloccare la risoluzione che avrebbe imposto sanzioni allo Zimbabwe, reo (nella figura del proprio governo) d'aver fomentato violenza ed odio durante la campagna elettorale che ha visto il ritiro del partito d'opposizione dal ballottaggio per evitare eccessive violenze nei confronti dei suoi sostenitori che, in ogni caso, hanno causato circa 90 morti.
Il Consiglio, dunque, risulta nuovamente bloccato.
La risoluzione, preparata dagli USA, avrebbe previsto il divieto della vendita di armi al Paese, imposto restrizioni finanziarie e di viaggio al Presidente Robert Mugabe e a 13 suoi collaboratori e nominato un inviato speciale dell'ONU per lo Zimbabwe. La votazione si è conclusa con 9 voti favorevoli, 5 contrari e 1 astenuto. Tra i contrari, oltre alle Potenze con potere di veto, anche Libia, Sudafrica e Vietnam che hanno giustificato la loro posizione sostenendo che la crisi in Zimbabwe non pone alcuna minaccia per la sicurezza e la pace internazionale e non giustifica un'azione da parte del Consiglio di Sicurezza.

Ritorna, così, alla ribalta la questione della responsibility to protect ossia la responsabilità a carico degli Stati di proteggere e garantire i diritti dell'uomo e di impedire catastrofi umanitarie.
Dalla seconda guerra mondiale ad oggi, quando applicato, tale principio ha sempre assunto forme unilaterali e implicanti l'uso della forza armata e, per questo motivo, è tutt'ora considerato un illecito internazionale in contrasto con l'art. 2.4 della Carta delle Nazioni Unite. Anche la Corte Internazionale di Giustizia nel caso Nicaragua vs Stati Uniti del 27 giugno 1986 ha ribadito che "in alcun modo il ricorso alla forza può essere reputato un mezzo appropriato per verificare e assicurare il rispetto dei diritti umani".
Dopo la fine della guerra fredda si è parlato di "intervento d'umanità" che consiste nell'uso della forza armata in territorio altrui per salvaguardare i cittadini dello Stato territoriale da violazioni gravi dei diritti dell'uomo. Così nel caso dell'operazione Provide Comfort del 1991 attuata da Francia, Italia, Regno Unito e USA in Iraq per proteggere la popolazione curda dopo la guerra del Golfo; così, in maniera eclatante, nell'intervento armato della NATO in Kosovo nel 1999 giustificato con motivi umanitari e finalizzato a scongiurare un'ulteriore catastrofe umanitaria (come quella avutasi nella città bosniaca di Srebrenica nel 1995 di cui, l'11 luglio scorso, si è tenuto il 13° anniversario).

Ovviamente non esiste una opinio juris generalizzata in questo campo ma solamente una tendenza facente capo alla componente occidentale della comunità internazionale. Sulla scia di questa ed in vista di una riforma dell'Organizzazione, le Nazioni Unite hanno elaborato il documento High Level Panel on Threats, Challenges and Change - A more secure world: our shared responsibility. Il rapporto dedica ampio spazio al conflitto che vede domestic jurisdiction e sovranità statale di fronte alla possibilità di intervento negli affari interni di uno Stato per prevenire o porre termine ad atti di genocidio, crimini contro l'umanità, pulizia etnica etc...
Secondo il Panel, questa responsabilità collettiva di proteggere i cittadini di uno Stato quando esso mostri incapacità o non volontà di salvare la vita degli individui in pericolo, sarebbe una "norma emergente" e consentirebbe di autorizzare azioni militari quando il Consiglio dichiari che la situazione è una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. Per far ciò bisogna stabilire criteri di legittimità facilmente condivisibili e tali da eliminare le tentazioni degli Stati di ricorrere ad azioni unilaterali, tagliando fuori il Consiglio.
Questi criteri sarebbero:
  • serietà della minaccia tale da giustificare l'uso della forza armata anche in casi di violenza interna (crimini contro l'umanità, genocidio o uccisioni su larga scala, pulizia etnica, serie violazioni del diritto internazionale umanitario)
  • scopo appropriato (porre fine o evitare la minaccia)
  • ultima risorsa, ossia si devono aver tentato precedentemente e senza successo tutte le altre possibilità a disposizione
  • proporzionalità dell'intervento per ampiezza, durata e intensità
  • equilibrio delle conseguenze dell'azione militare, di modo che le conseguenze dell'intervento non risultino peggiori di quelle che deriverebbero dall'inazione.
Tali considerazioni sono state accettate e ribadite anche dal Rapporto del Segretario Generale dal titolo In a larger freedom del 2005 e dal Documento adottato per consensus al Summit di New York dai Capi di Stato e di Governo del 14-16 settembre 2005.
Dunque, ora come ora, giuridicamente parlando si può solamente sostenere l'inizio del processo di formazione di una norma che potrebbe in futuro collocare fra le eccezioni al divieto di usare la forza nei rapporti internazionali, anche questo tipo di giustificazione.

A prescindere dai mezzi utilizzabili per garantire il rispetto dei diritti dell'uomo, su cui il dibattito è opportuno ed auspicabile che si svolga all'interno della comunità internazionale in modo da portare ad una soluzione mediata e condivisa, non si può più pensare che il modello di Westfalia come concepito nel 1648 (in seguito all'omonima Pace che pose fine alla guerra dei trent'anni) possa ancora risultare il modello di riferimento a cui gli Stati possano ricorrere per difendere l'esclusiva sovranità sul proprio territorio. I soggetti del diritto internazionale non sono più solo gli Stati e la loro libertà d'azione si è modificata e ristretta in maniera inversamente proporzionale al crescente rilievo che si è creato intorno all'individuo, al singolo.
In futuro potremo scontrarci e discutere su quale potrà essere il metodo di coercizione più idoneo per la salvaguardia di tali diritti (forza armata, economica o politica), ma non si potrà più discutere sull'effettiva e comune resposabilità di proteggerli. Gli ultimi Stati a cedere e a sostenere ancora l'esistenza tout court della domestic jurisdiction saranno proprio quegli Stati che si mostreranno incapaci o inidonei a rispettare le individualità.

Tornando allo Zimbabwe (ma si potrebbe parlare indifferentemente anche di Darfur e Sudan), col consenso o meno del Consiglio di Sicurezza, la comunità internazionale deve far propria questa responsabilità ed è quindi fondamentale che Mugabe ed il suo partito-squadrista non risultino un precedente a cui gli Stati potranno in futuro appellarsi per infrangere i diritti degli individui.
L'isolamento politico del governo-fantoccio non può che essere il miglior punto di partenza.
Come ci si è affrettati a riconoscere il Kosovo (pur in presenza di ambiguità e difetti consistenti), a maggior ragione ed in maniera altrettanto veloce bisogna disconoscere ed interrompere ogni forma di dialogo con l'attuale governo di Harare.

L'immagine, la stessa usata per il post Lo Zimbabwe verso il ballottaggio, è un fotomontaggio.

2 commenti:

Daniele Verzetti il Rockpoeta ha detto...

Un grande post di diritto internazionale oserei dire!

Il problema è chi dirime la controversia dottrinale e giuridica sull'interpretazione di questa norma.

Ed il diritto di veto, secondo me, sarebbe stato importante limitarlo concretamente ed esplicitamente a casi ben delimitati. Escludendo situazioni come questa. E intanto innocenti subiscono ingiustizie senza che nessuno alzi un dito in loro soccorso.

Andrew ha detto...

Complimenti tommi per il post! ;-)