martedì 30 settembre 2008

Il Sudafrica congeda Mbeki.

Riporto qui il primo (secondo in assoluto) articolo scritto appositamente per la testata giornalistica settimanale "Meltin'pot on web", pubblicato lunedì 29 settembre dal titolo "Il Sudafrica congeda Mbeki - Scelto come Presidente ad interim il compagno di cella di Mandela, Kgalema Motlanthe".
L'articolo originale lo trovate qui.


Il Presidente Thabo Mbeki si è dimesso dopo essere stato sfiduciato dal suo partito, l'African National Congress (ANC, al potere dal 1994). Insieme a lui si sono dimessi anche la vicepresidente Phumzile Mlambo-Ngcuka e dieci ministri.
Thabo Mbeki, in carica dal 1999, è stato accusato dalla Corte di giustizia di aver fatto pressioni sulla magistratura affinché provvedesse a colpevolizzare per corruzione il leader dell'ANC, Jacob Zuma, successivamente prosciolto per vizio di forma. Mbeki avrebbe, così, tentato di impedire la partecipazione di Zuma alle elezioni presidenziali di aprile 2009 alle quali il Presidente dimissionario non avrebbe potuto partecipare per ‘raggiunto limite di mandati’.

In realtà i motivi che hanno portato alla decisione del partito di governo di compiere un gesto così grave ed estremo per una democrazia giovane come quella sudafricana, sono diversi. Per prima cosa, Mbeki non è stato in grado di reggere il confronto col suo predecessore (l’indimenticato ed indimenticabile Nelson Mandela) a livello di carisma e popolarità. Mbeki infatti, dopo vent’anni di esilio, non è stato capace di rinnovare la sua politica per adeguarla ad una società aperta e democratica come quella sudafricana. Non è mai riuscito a porsi in una condizione di favore nei confronti dei propri elettori e dell’informazione, diffidando di essa ed alimentando un sentimento di rancore.
In secondo luogo, si è circondato di consiglieri mediocri che hanno peggiorato la sua reputazione nei riguardi dell’opinione pubblica e creato un forte malumore in illustri esponenti dell’ANC ben più capaci di quelli al potere ma meno disposti a seguire la logica dello “yes-man”.
Infine, la quasi inesistente lotta verso un nemico senza pietà: l’AIDS. La Ministra della Sanità, Manto Tshabalala-Msimang, si è sempre rifiutata di distribuire i farmaci antiretrovirali anche dopo vari pronunciamenti di tribunali nazionali. Il recente dietro-front del governo non ha migliorato la situazione, anzi, lo ha coperto di ridicolo.
Diventa evidente, dunque, come l’episodio riguardante Zuma sia solamente l’ultimo di una lunga serie. La differenza rispetto agli altri sta nel fatto che, in questo caso, in pericolo vi era lo stesso concetto di democrazia.

Non è un caso che il parlamento abbia poi eletto come successore, ad interim, di Mbeki il vicepresidente dell'ANC, Kgalema Motlanthe, invece di Zuma. Motlanthe, infatti, rappresenta il ricongiungimento con Mandela: condannato a 10 anni di reclusione nel 1977 per ‘attività politica contro il regime dell’Apartheid’, egli scontò la sua pena proprio nel penitenziario di Robben Island dove si trovavano lo stesso Mandela e Walter Sisulu.
Anche se poco conosciuto all’estero, Motlanthe ha sempre avuto funzioni importanti all’interno dell’ANC e molto spesso ha avuto l’abilità di essere l’esponente moderato in grado di conciliare (come in questo caso) le posizioni di contrasto all’interno di esso. E’ facile capire, quindi, perché Zuma lo abbia scelto al suo posto proprio in un momento così critico.
Il Sudafrica è (e rimarrà) uno tra i più influenti Stati dell’Africa subsahariana sia politicamente che economicamente e ciò che vi succede ha inevitabili ripercussioni sui Paesi confinanti, primo fra tutti lo Zimbabwe il quale aveva visto nella figura di Mbeki il principale mediatore nel processo di pacificazione nazionale. Gli sviluppi che prenderà il già fragile accordo successivamente alle elezioni sudafricane del prossimo aprile è la principale incognita vista la necessità del prossimo Presidente di concentrarsi più sulle questioni di politica interna che su quelle di politica estera.

sabato 27 settembre 2008

Vincitori e vinti.

Dopo aver visto alcuni momenti del dibattito fra i candidati alla presidenza degli Stati Uniti d'America, la sensazione che ho avuto e che ritorna è sempre la stessa. Mi è parso di vedere, per la prima volta dopo anni, un confronto tra uomini che si rispettano, si stimano, quasi si "invidiano" per le esperienze che l'altro porta con sé.
Ho ascoltato diversi pareri sulla serata: "dibattito finito alla pari", "senza un candidato che ha saputo dare la stoccata decisiva", "entrambi sconfitti".
Forse è vero, nessuno è stato in grado di convincere gli indecisi a votare per sé ma entrambi hanno dimostrato di essere in grado di colpire nel cuore degli americani toccando corde diverse ma ugualmente efficaci.
Obama ha confermato la sua abilità di infondere protezione e sicurezza nel cittadino, tentando di unire (rassicurare) piuttosto che dividere. 
McCain, invece, da uomo navigato, ha dato l'impressione di essere più preciso e puntuale nelle questioni inerenti la politica di difesa e sicurezza (anche se questo non vuol dire essere d'accordo con le sue posizioni), settore ove dovrebbe districarsi con più facilità.
Ma proprio il fatto di non aver stravinto proprio su un tema a lui (McCain) congeniale ha fatto dire ai sondaggisti che questo può essere considerato un "pareggio favorevole a Barack Obama".

Vi lascio (di seguito) un estratto del dibattito in cui si parla della guerra in Iraq, argomento in cui le divergenze fra i candidati si sono rivelate in modo concreto.
Prossimo appuntamento: 2 ottobre, Palin vs. Biden. 
Stay tuned.

Primo duello tra Obama e McCain.

In attesa di riuscire a vedere integralmente il dibattito televisivo che si è svolto questa notte alle 3 ora italiana (le 21 negli Stati Uniti), vi lascio un servizio riassuntivo preso dal sito di SKYTG24, unica rete italiana ad aver trasmesso integralmente ed in diretta l'evento.
Ci sentiamo molto presto!

venerdì 26 settembre 2008

La "benevolenza" della giunta birmana/2.


Uno dei 7 oppositori politici liberati dalla giunta lo scorso 23 settembre, U Win Htein (membro della Lega Nazionale per la Democrazia - NLD) è stato arrestato nuovamente nel giro di 24 ore.
Come riportato da AsiaNews.it "La notizia del nuovo ordine di arresto voluta dalla giunta è stata riferita da ambienti vicini alla famiglia dell’esponente della NLD: nella mattina di ieri una pattuglia ha prelevato U Win Htein dalla sua abitazione e lo ha riportato nella prigione di Katha. I familiari sono stati informati del nuovo provvedimento di fermo e si sono messi in viaggio da Mandalay alla volta della capitale e sperano di poterlo incontrare in carcere nei prossimi giorni.
La notizia dell’arresto è stata confermata da una fonte anonima interna alla prigione di Katha, senza peraltro fornire le ragioni alla base del fermo. L’attivista, 67 anni, in passato è stato ufficiale dell’esercito raggiungendo il grado di capitano; il 21 maggio 1996 è stato condannato a 14 anni di prigione, dodici dei quali sono stati scontati. Egli era stato arrestato una prima volta nel 1989 ed era rimasto in carcere fino al 1995. Durante il periodo di detenzione, Win Htein è stato rinchiuso nel carcere di Khata, poi ha trascorso un anno a Mandalay e 9 nella prigione di Myingyan".

Insomma, le poche e flebili speranze di cambiamento derivanti dal gesto, tutto di facciata, della giunta militare si sono esaurite nel giro di 24 ore.

La "benevolenza" della giunta birmana.

Il giornalista e oppositore politico Win Tin (79 anni, membro della "Lega Nazionale per la Democrazia) è stato liberato martedì 23 settembre dalle carceri di Insein, a nord di Rangoon. "Continuerò a fare politica per mettere fine al regime militare" ha dichiarato dopo essere tornato in libertà. Venne arrestato nel 1988 e avrebbe dovuto essere liberato, teoricamente, nel 2009 ma le cattive condizioni di salute (era il più vecchio tra i detenuti) e la buona condotta tenuta in questi anni hanno spinto la giunta per uno sconto di pena. Dal suo arresto, Win Tin ha dichiarato di essere stato torturato diverse volte ed interrogato senza soste per giorni, senza la possibilità di dormire.

Nella stessa giornata il governo militare birmano ha annunciato la liberazione di 9002 detenuti per buona condotta, tra cui 7 oppositori politici (oltre a Win Tin, May Win Myint, Aung Soe Myint, Khin Maung Swe, Win Htein, Than Nyein et Thein Naing). Molti di questi vennero arrestati durante le proteste di un anno fa che videro la morte di 31 persone e la sparizione di altre 74. La giunta ha affermato che queste potranno partecipare alle elezioni promesse nel 2010.
L'annuncio è arrivato successivamente alle manifestazioni di oppositori in esilio in occasione dell'anniversario delle brutali repressioni di monaci e civili birmani avutesi nel settembre/ottobre 2007. Per fortuna le Nazioni Unite non hanno mai smesso di chiedere la liberazione di tutti gli oppositori politici (dovrebbero essere all'incirca 2000), tra cui la Premio Nobel Aung San Suu Kyi, rispondendo così al suo appello di rimanere vigili sulla vicenda birmana.

Ti è piaciuto l'articolo?

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

giovedì 25 settembre 2008

Tutti ipocriti sul Caucaso.

Dopo aver letto questo articolo di Noam Chomsky (che sarà presente al prossimo festival a Ferrara) su "Internazionale" n. 762 del 19/25 settembre 2008 non potevo fare a meno di riportarlo qui per dare anche a voi la possibilità di avere una visione più ampia della questione "Caucaso" da me affrontata nel post "La fredda vendetta di Putin". Buona lettura.

George W. Bush, Condoleezza Rice e altri alti funzionari statunitensi hanno solennemente invocato la santità delle Nazioni Unite durante la crisi della Georgia. Hanno invitato la Russia a non prendere iniziative incompatibili con i princìpi dell'Onu. Hanno detto che bisogna rispettare la sovranità e l'integrità di tutte le nazioni. Tutte, tranne quelle che gli Stati Uniti decidono di aggredire: l'Iraq, la Serbia, un giorno forse l'Iran. Nei giorni della crisi l'Unione europea ha convocato un vertice di emergenza per condannare Mosca. Era la prima riunione del genere dall'invasione dell'Iraq: all'epoca, però, non c'era stata nessuna condanna. La Russia ha chiesto di convocare una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza dell'Onu, ma la proposta non è stata accolta, perchè secondo Stati Uniti, Gran Bretagna e altri conteneva una frase inaccettabile: quella in cui si chiedeva alle due parti di "rinunciare all'uso della forza".

Sui fatti non c'è nessuna seria contestazione. A suo tempo, Stalin assegnò l'Ossezia del Sud e l'Abkhazia alla Georgia. Le due province sono state relativamente autonome fino al crollo dell'Unione Sovietica. Nel 1990 il presidente georgiano, l'ultranazionalista Zviad Gamsakhurdia, ha abolito le regioni autonome e ha invaso l'Ossezia del Sud, scatenando un conflitto che ha causato mille morti e decine di migliaia di profughi. Sotto la supervisione di una modesta forza russa, è stata proclamata una tregua, che è durata fino al 7 agosto 2008, quando il presidente georgiano Mikheil Saakashvili ha ordinato alle sue truppe di invadere l'Ossezia del Sud. Secondo "un gran numero di testimoni", si legge sul New York Times, le unità georgiane hanno subito "cominciato a martellare con l'artiglieria i quartieri della città di Tskhinvali e una base di peacekeeper russi". Dopo la prevedibile reazione russa, le forze georgiane sono state cacciate dall'Ossezia del Sud e le truppe di Mosca hanno occupato parti della Georgia. Ci sono state molte vittime e sono state commesse atrocità.

Sullo sfondo della crisi del Caucaso ci sono due questioni decisive. Una riguarda il controllo dei gasdotti e degli oleodotti che collegano l'Azerbaigian con l'occidente. E' stato Bill Clinton a scegliere la Georgia per aggirare la Russia e l'Iran. Per questo, sottolinea il politologo Zbigniew Brzezinski, la Georgia "è un paese di grande importanza strategica per gli Stati Uniti". La seconda questione è l'allargamento della Nato verso est. Con il crollo dell'Unione Sovietica, Mikhail Gorbaciov ha fatto una concessione che, alla luce della storia recente e delle realtà strategiche di oggi, può sembrare sorprendente: ha accettato che la Germania riunificata entrasse a far parte di un'alleanza militare ostile. Ma, come ricorda Jack Matlock, ambasciatore statunitense in Russia dal 1987 al 1991, Gorbaciov ha preso quella decisione solo dopo aver ricevuto una precisa assicurazione: la Nato non si sarebbe estesa verso est, "neanche di un centimetro", per citare le parole dell'ex segretario di stato James Baker. Bill Clinton, invece, si è rimangiato quell'impegno e ha liquidato gli sforzi di Gorbaciov per mettere fine alla guerra fredda promuovendo la cooperazione tra i partner. Poi è arrivato Bush, che con la sua aggressività ha rafforzato la strategia di Clinton. Come scrive sempre Matlock, la Russia avrebbe anche potuto tollerare l'ingresso di alcuni suoi ex satelliti nella Nato, se gli Stati Uniti "non avessero bombardato la Serbia e non avessero continuato le loro mosse espansionistiche. Ma con l'installazione di missili Abm in Polonia e con la campagna per far entrare Georgia e Ucraina nella Nato, Washington ha superato il limite. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo. Putin a quel punto ha capito che ogni concessione fatta agli Stati Uniti, invece di essere contraccambiata, sarebbe stata usata per promuovere l'egemonia americana nel mondo. E così, non appena ha avuto la forza per opporre resistenza, l'ha fatto".

In questo periodo si parla molto di "nuova guerra fredda", ma è un'ipotesi che mi sembra improbabile. In ogni caso, per valutare quest'eventualità, dovremmo prima fare chiarezza sulla vecchia guerra fredda. Retorica a parte, la guerra fredda è stata un tacito accordo in cui ogni blocco è stato libero di ricorrere alla violenza per imporre il controllo sulla sua sfera d'influenza: la Russia sui suoi vicini dell'est e la superpotenza globale su buona parte del resto nel mondo. Non è il caso di infliggere all'umanità una replica della guerra fredda, anche perché questa volta rischierebbe di non sopravvivere.

Un'alternativa sensata sarebbe quella proposta da Gorbaciov ma respinta da Clinton e poi scardinata da Bush. Su questa linea un ex ministro degli esteri israeliano, lo storico Shlomo Ben Ami, ha fatto di recente alcune osservazioni molto giuste: "Bisogna che la Russia costruisca una partnership strategica con gli Stati Uniti. Dal canto suo Washington deve capire se Mosca si vedrà esclusa e disprezzata, potrebbe trasformarsi in un guastafeste globale. Invece di alimentare lo scontro con l'occidente, è necessario integrare la Russia, ignorata e umiliata dagli Stati Uniti a partire dalla fine della guerra fredda, in un nuovo ordine globale che ne rispetti gli interessi".

Ti è piaciuto l'articolo?

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

lunedì 22 settembre 2008

Collaborazione con "Meltin'pot on web".


Volevo segnalarvi che, dopo aver ricevuto una proposta di collaborazione dalla rivista Meltin'Pot on web, l'articolo "Lo Zimbabwe segue il modello consensuale keniota" (già pubblicato su questo blog), rivisitato ed aggiornato sulla base degli ultimi risvolti verificatisi nel frattempo, è stato pubblicato!
"Meltin'Pot on web" è una testata giornalistica settimanale on line di informazione e approfondimento culturale regolarmente registrata presso il Tribunale Civile di Roma (n. 92/2006 del 29/12/2006).
Qui il link dell'articolo: http://www.meltinpotonweb.com/?q=articoli/lo-zimbabwe-segue-il-modello-consensuale-keniota.php

domenica 21 settembre 2008

Breaking News: strage all'hotel Marriot di Islamabad.



Come previsto, proprio nel giorno del suo primo intervento di fronte al Parlamento, l'arrivo di Zardari al posto di Musharraf non ha cambiato le cose. Anzi, i terroristi hanno proprio voluto dimostrare la loro trasversalità.
Non ci sono altre parole alle immagini proposte da questo collage di servizi messi a disposizione da SKYTG24. 
Solo una cosa: come giustamente fatto notare dall'Economist, il Pakistan è, ad oggi, lo Stato più pericoloso al mondo.

venerdì 19 settembre 2008

The Free Gaza Movement/3.


Come anticipatoci da Marte, Vittorio Arrigoni è rimasto ferito in una battuta di pesca, investito da un getto d'acqua molto potente proveniente da una nave israeliana che ha distrutto i vetri della cabina di pilotaggio ove Vik si trovava.
Ieri sul suo blog, Vittorio ha riportato (oltre al video dell'accaduto) una lettera scritta dai suoi genitori ed indirizzata al Console italiano a Gerusalemme:

Siamo i genitori di Vittorio Arrigoni, attualmente in Gaza, con gli operatori del Free Gaza Movement e di ISM Rafah.
Vittorio non vi è sconosciuto, visto che ci ha parlato dei numerosi contatti che intrattenete benevolmentecon lui (grazie Console Francesco). Saprete quindi di quanto gli è accaduto oggi, mentre era in mare con un peschereccio. Ferito, ma poteva morire se le schegge di vetro lo avessero colpito alla gola o al cuore. Siamo certi che avrete già elevato alta la vostra protesta verso il sig. Olmert o verso chiunque sia il responsabile di questi attacchi che contravvengono al diritto internazionale e che si configurano come veri e propri crimini di guerra contro civili inermi, siano essi palestinesi o italiani o di chicchessia nazionalità. Ci piacerebbe saperlo, per poter continuare ad essere fiduciosi cle nostre istituzioni, ovunque, sappiano far valere i principi fondamentali della nostra Costituzione.
Restiamo in fiduciosa attesa di un comunicato che ci auguriamo, sia una forte presa di posizione rispetto agli eventi di oggi.
Con stima.

Ettore ed Egidia Arrigoni

PS. Io, Egidia, la mamma, sono un Sindaco. Quattro anni fa ho giurato di rispettare la Costituzione e di applicarne i princìpi fondamentali. Sto facendo del mio meglio soprattutto per chi, anche in questa nostra opulenta Brianza lecchese, vive con sofferenza la quotidianità, senza distinguere chi, fra i bisognosi, sia italiano o straniero.
Mi aspetto altrettanto da voi per un figlio che, come me, non considera nessuno straniero se non per la carta di identità, convinti, entrambi, che l'unica nazionalità sia l'essere umani.
Datemi fiducia, fate in modo che io sia ancora oggi orgogliosa della fascia tricolore che mi metto addosso. Alzate la voce! Dite forte che l'Italia ripudia la guerra e non solo entro i suoi
confini.
Altrimenti andrò dal Presidente della Repubblica e davanti a lui
rimetterò il mio mandato.


Ti è piaciuto l'articolo?

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

giovedì 18 settembre 2008

La fragilità di Sarah Palin.

Finito l'effetto Palin, la concretezza e la serietà (che in questi giorni di delirio mediatico si erano tramutate in noia) di Obama e, soprattutto, di Biden tornano a farsi sentire nei sondaggi quotidiani fatti da diversi istituti americani.

Dopo aver scandagliato ogni dettaglio della vita della candidata repubblicana alla vicepresidenza, un ultimo "scandalo" ha posto fine alla scia di novità e freschezza che iniziò con la presentazione della Palin durante la convention repubblicana di St. Paul: degli hackers sono entrati nella casella email personale di Sarah (gov.palin@yahoo.com) e hanno pubblicato diversi files su WikiLeaks, sito sulle cui pagine gli utenti pubblicano in modo anonimo documenti ed informazioni riservate.

Chi di spada ferisce, di spada perisce. Mai proverbio fu più azzecato come in questo caso, infatti tutta la novità della candidata si basava sulla profonda comprensione del marketing politico e della mente politica dei repubblicani. Ma l'altrettanto profondo e, soprattutto, moroboso bisogno degli americani di avere informazioni riguardanti la vita privata dei personaggi pubblici, ha fatto sì che un personalità così fresca quanto sconosciuta sia stata 'succhiata' a tal punto da svuotarla anche politicamente (cosa, peraltro, non difficile).
Come riportato da un articolo del Washington Post (tradotto da Antonio Lieto nel suo blog): "Se la Palin è stata così poco accorta nell'utilizzare il suo account personale di posta elettronica (che è stato poi violato) per comunicare questioni di Stato, cosa sarebbe potuto succedere nel caso in cui avesse avuto accesso ad informazioni vitali per la sicurezza nazionale?".

Sinceramente pensavo che questa sit-com politica sarebbe durata più a lungo, almeno fino al primo dibattito televisivo fra i candidati (26 settembre); invece, l'eccesso ha fatto sì che questa terminasse in anticipo. Speriamo ora che gli americani si sveglino definitivamente e capiscano che la politica non ha bisogno di essere divertente per essere efficace.

Per avere un quadro completo dei sondaggi degli ultimi giorni andate qui.

Ti è piaciuto l'articolo?

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

Elezioni in Rwanda: voglia di stabilità.

Questa settimana si stanno svolgendo le elezioni parlamentari in Rwanda, le seconde (le prime nel 2003) dalla fine della guerra civile ove furono massacrate più di 800.000 persone.
Il sistema elettorale ruandese è alquanto particolare. Esso è un sistema ibrido che prevede l’assegnazione di 80 seggi. Di questi, 53 vengono eletti direttamente dal popolo mentre i rimanenti 27 vengono assegnati in maniera indiretta da gruppi specifici. Nell'assegnazione dei 27 seggi, è previsto che 24 vengano riservati alle donne, 2 ai giovani ed uno ai disabili. Questo fa sì che il Rwanda abbia una quasi-equa rappresentanza di genere: infatti, il 48% dei parlamentari è donna. Questa forte presenza femminile in politica è dovuta alla sproporzione che si ha nella popolazione: la maggior parte degli uomini, infatti, sono rimasti uccisi nel genocidio o, nella migliore delle ipotesi, sono fuggiti.

Fatta questa degna precisazione, passiamo ai risultati. Nelle elezioni dirette che si sono tenute lunedì 15 settembre, il partito del Presidente Paul Kagame, il Rwandan Patriotic Front (RPF), ha conquistato 42 dei 53 seggi in palio (nel 2003 ottenne il 74%).
Alla vigilia del voto Kagame ha dichiarato: "Non ho ragioni per non essere fiducioso. Penso che i risultati parlino da soli". Infatti, da quando Kagame (tutsi) andò al potere nel 2000, il Rwanda ha visto incrementare notevolmente gli investimenti provenienti dall'estero.
L'opposizione, però, composta da una dozzina di partiti, è rimasta in esilio dalla fine del genocidio e la loro assenza ha reso queste elezioni alquanto scontate.
Per la cronaca, i restanti 11 seggi sono stati assegnati al Social Democratic party (7) ed al Liberal Party (4). Le elezioni dei restanti 27 seggi, cominciate il 16 settembre, si chiuderanno oggi.

Ti è piaciuto l'articolo?

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

martedì 16 settembre 2008

The Free Gaza Movement/2.



Nuovo video proveniente da Gaza e pubblicato da Vittorio Arrigoni sul suo blog Guerrilla Radio. Qui sotto la dettagliata descrizione dell'avvenimento da lui raccontata nel post "terrorismo lungo le coste di Gaza":

Lunedì 10 settembre, alle ore 17 circa, a meno di 6 miglia dalle coste di Gaza, in acque palestinesi,
una nave da guerra israeliana si è volutamente lanciata ad alta velocità contro uno dei nostri pescherecci, quel giorno a pesca senza internazionali a bordo.
L'impatto è stato devastante per il fragile peschereccio palestinese (come documentano i danni visibili nel filmato), la nave militare israelina è andata a sbattare sul fianco del peschereccio,
letteralmente passandoci sopra e rimpiombando in mare dalla parte opposta.
Visibili sulla prua i segni scavati dal legno delle turbine del motore della nave israeliana.
Fortunatamente, il peschereccio stava pescando e quindi era ben assestato in acqua, altrimenti si sarebbe ribaltato conducendo a morte certa tutto l'equipaggio.
Ancora più fortunatamente, tutti i membri dell'equipaggio si trovavano a poppa, intenti a cucinare per il pasto che interrompe il digiuno del Ramadan, qui alle 18 pm. circa.
Sfortunatamente, il danno per il proprietario del peschereccio ammonta a più di 50 mila dollari,
e impossibili sono riparazioni in tempi brevi, dato che nella Gaza sotto assedio non si trovano i materiali necessari.
L'unico ferito per questo folle attacco terroristico, secondo fonti militari a Tel Aviv, è proprio un soldato israeliano, dato che la manovra suicida della nave da guerra ha seriamente rischiato la vita anche al suo di equipaggio.
Quotidianamente i pescatori palestinesi che escono in mare nell'intento di procurarsi di che sfamare i figli, sono soggetti ad attacchi da parte israliana, che, contro ogni trattato internazionale, e in palese fragranza di ogni diritto umano, impongono come punizione collettiva ai palestinesi una zona limite per la pesca di non oltre 6 miglia dalla costa. Anche se spesso gli attacchi avvengono a sole 3 miglia al largo.

Ti è piaciuto l'articolo?

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

domenica 14 settembre 2008

Lo Zimbabwe segue il modello consensuale keniota.


Dopo quattro giorni di intensi negoziati, il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, e il leader dell'opposizione, Morgan Tsvangirai, hanno siglato uno storico accordo per la creazione di un governo di coalizione che cercherà di creare un nuovo corso all'interno del Paese.
Mugabe resterà Capo di stato e di governo, ma Tsvangirai diventerà il Coordinatore del Consiglio dei ministri. Il governo sarà formato da 31 ministri: lo Zanu-PF (il partito di governo) avrà 15 ministri, il Movimento per il Cambiamento Democratico avrà 16 ministri (13 per la corrente che fa capo a Tsvangirai, MDC-T, e 3 per la corrente del leader Mutambara, MDC-M).
L'accordo mette (si spera) fine alla grave crisi politica derivata dal risultato del ballottaggio-farsa del 27 giugno scorso che, a sua volta, aveva fatto seguito alle altrettanto controverse elezioni del 29 marzo.

Così, dopo l'esempio del Kenya, anche lo Zimbabwe ha optato per una soluzione consensuale che ha visto nel Presidente sudafricano, Thabo Mbeki, il mediatore dei talks fra i due maggiori partiti. Mbeki, in riferimento all'accordo, ha dichiarato: "è stato fatto in Zimbabwe, è stato fatto dai zimbabwesi, il resto del mondo deve rispettare che il popolo dello Zimbabwe abbia preso una decisione riguardante il suo Paese. E' inevitabile che l'accordo avrà successo".
Staremo a vedere...

venerdì 12 settembre 2008

Morales non vuole diventare il nuovo Allende.

Il Presidente Evo Morales ha deciso ieri (11 settembre) di dare una svolta alla crisi che sta sconvolgendo da settimane la Bolivia.
L'Ambasciatore americano, Philip Goldberg, dovrà lasciare il Paese entro 72 ore perchè considerata "persona non gradita" (personae non gratae, come previsto dal primo paragrafo dell'art. 9 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche del 1961: "Lo Stato accreditatario può in ogni tempo, senza doverne indicare i motivi, informare lo Stato accreditante che il capo o un membro del personale diplomatico della missione è persona non grata oppure che un altro membro del personale della missione non è accettabile. Lo Stato accreditante richiama allora la persona della quale si tratta o, secondo i casi, pone fine alle funzioni della stessa nella missione.").
Pur non essendo obbligato a farlo, il Presidente Morales ha giustificato il suo gesto imputando agli Stati Uniti d'America (che non hanno mai visto di buon occhio l'ascesa al potere del Presidente Indio) la responsabilità dei moti e delle proteste scatenate dall'opposizione contro il suo governo. Finora 8 persone sono rimaste uccise.
Concretamente, il conflitto interno vede contrapposti i dipartimenti della Mezzaluna orientale (Santa Cruz, Tarija, Beni e Pando) ed il governo di Morales. I portavoce governativi hanno dichiarato che nel Paese è in atto un golpe civico "atipico" per il quale non vengono usati carri armati.

Solidarietà alla Bolivia è stata espressa dal Brasile, il quale ha definito gli episodi "atti di grave sfida alle istituzioni ed all'ordine legale".
Nemmeno Hugo Chávez si è lasciato sfuggire una così ghiotta occasione per esprimere il proprio disappunto nei confronti degli USA. Notizia di oggi è l'espulsione da parte di Caracas dell'ambasciatore americano, Patrick Duddy, in solidarietà con la Bolivia, col popolo di Bolivia ed il governo di Bolivia ed il contemporaneo richiamo dell'Ambasciatore venezuelano presso Washington, Bernardo Álvarez. Nel discorso tenuto presso lo Stato di Carabobo davanti a una folla acclamante, Chávez ha dichiarato che quando ci sarà un nuovo governo negli Stati Uniti, manderemo un Ambasciatore. Un governo che rispetti i popoli dell'America Latina!
Ed ha concluso la sua invettiva esclamando: "¡Váyanse al carajo, yanquis de mierda, que aquí hay un pueblo digno. Váyanse al carajo cien veces!" - A voi la traduzione. Qui sotto il video del discorso.



Non è difficile immaginare che dietro ai moti esplosi in Bolivia vi sia la mano del governo di Washington, infatti la decisione lapidaria di cacciare l'Ambasciatore americano da La Paz è stata presa dopo che questo ha incontrato diversi esponenti dell'opposizione.
Dopo decenni di imperialismo e colonialismo statunitense in America Latina, i suoi popoli e governi, tramite elezioni prima ed azioni di ritorsione poi, hanno deciso di ribellarsi ai giochi di potere provenienti da Washington tentando di ristabilire la loro autonomia e far valere effettivamente la loro sovranità.
Ricordando l'11 settembre 1973 ed aspettando una nuova amministrazione americana, la cacciata degli Ambasciatori si può considerare il gesto minimo.

Ti è piaciuto l'articolo?

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

mercoledì 10 settembre 2008

Elezioni in Angola: plebiscito trasparente.

La notizia è: le elezioni in Angola sono state trasparenti.
Sia gli osservatori dell'Unione Africana, sia quelli dell'Unione Europea si sono detti soddisfatti dello svolgimento delle elezioni legislative tenutesi lo scorso 5 settembre.
Secondo l'osservatrice-capo della missione europea, Luisa Morgantini, "le elezioni sono state trasparenti, la gente ha votato in tutta libertà e non abbiamo avuto alcuna segnalazione di violenze o di intimidazioni durante la campagna". Stesso tono per quanto riguarda la missione d'osservazione africana.

La non-notizia, invece, è l'esito: vittoria plebiscitaria dell'MPLA che ha vinto con oltre l'80% dei voti totali, superando la soglia dei 2/3 dei seggi del Parlamento, necessari per revisione costituzionale. Fermo a poco più del 10% il maggior partito d'opposizione, l'Unita.
Quest'ultimo, però, già il giorno successivo alle elezioni, aveva denunciato situazioni anomale, ove alcuni elettori erano stati obbligati a votare per un partito in particolare. Nonostante ciò, il leader dell'Unita, Isaias Samakuva, ha dichiarato di accettare l'esito elettorale e di augurare al partito vincitore di governare nell'interesse degli angolani.

lunedì 8 settembre 2008

America 2008: la sfida comincia adesso.

Terminata anche la convention del Partito repubblicano, il quadro delle elezioni presidenziali americane si può dire completo.
Tra vecchie facce e volti nuovi, vi propongo il calendario dei prossimi appuntamenti da non perdere ed un profilo per ognuno dei 4 candidati fatto da autorevoli giornalisti americani:

Obama e McCain - Andrew Sullivan, The Sunday Times.
"La domanda difficile che si devono porre gli americani non è quale sia l'uomo giusto, ma quale sia l'uomo giusto in questo momento. Dopo l'11 settembre, l'Afghanistan e l'Iraq, mentre la Russia cerca di riaffermare il suo potere, l'Iran sta per avere la bomba atomica, il Pakistan minaccia di spaccarsi in 2 e l'economia americana è sull'orlo di una crisi, quale di questi 2 uomini ha le qualità necessarie per controllare la situazione?
Se pensate che la guerra al terrorismo americana non sia stata abbastanza ambiziosa o dura o monumentale, McCain è il vostro uomo. Se pensate che gli USA abbiano bisogno di essere temuti più che amati, McCain è il vostro uomo. E se pensate che la politica economica degli ultimi 8 anni sia necessaria per la crescita, McCain è la scelta più ovvia.
Obama rappresenta qualcosa di più radicale: il ritorno al multilateralismo e all'internazionalismo della diplomazia americana. E' più probabile che invece di vedere il mondo come un terreno di lotta tra il bene e il male, Obama lo consideri un posto pieno di sfide difficili ma promettente, in cui gli interessi nazionali americani e il rispetto della dignità umana nel mondo in via di sviluppo possono coesistere. In politica interna promette un ritorno all'economia dell'era clintoniana, con tasse un pò più alte per i ricchi e un pò più basse per le classi medie. A differenza di McCain, che ama il modello imperiale di presidenza voluto da Bush e dal suo vice Cheney, Obama manterrebbe la sua presidenza entro i limiti del modello storico, rispettando il ruolo del Congresso e della magistratura, ristabilendo un rapporto più corretto tra il governo ed il parlamento."

Joseph Biden - The Washington Post.
"L'esperienza di Biden rassicurerà quelli che si lamentano dello scarno curriculum di Obama in materia di politica internazionale. Biden è un internazionalista convinto e ha sfruttato la presidenza della commissione affari esteri del Senato per promuovere in modo intelligente il ruolo degli USA. Prima della guerra in Iraq, di cui è stato un sostenitore, non ha mai sottovalutato le difficoltà che sarebbero seguite all'intervento militare.
Verboso fino all'autolesionismo, Biden è stato a volte il peggior nemico di sé stesso. La sua tendenza a parlare troppo prima di pensare ci preoccupa un pò. Ma, in fin dei conti, con un curriculum così lungo chiunque avrebbe qualcosa da rimpiangere. Saggiamente, Obama ha deciso che questo fosse il prezzo da pagare per l'esperienza."

Sarah Palin - George Lakoff, Alternet.
"...la scelta di Sarah Palin come vice di John McCain riflette la loro [dei repubblicani, ndr] profonda comprensione della mente politica e del marketing politico. I democratici non devono minimizzare l'importanza di questa scelta, ma prenderla molto seriamente.
Finora la reazione dei democratici si è basata sulla realtà esterna: è inesperta, sa poco di politica estera e dei problemi nazionali; in realtà è un'antifemminista, vuole che lo Stato interferisca nella vita delle donne vietando l'aborto, ma non vuole che gli garantisca lo stesso salario per lo stesso lavoro, né un'adeguata assistenza medica per i loro figli, né l'istruzione per la prima infanzia; è favorevole a trivellare l'Alaska per cercare petrolio e gas; nega il riscaldamento globale e l'evoluzione; fa un uso scorretto del suo potere politico; è contraria all'educazione sessuale e sua figlia è incinta; è un'ideologa radicale di destra. Tutto vero. Ma queste verità potrebbero risultare irrilevanti nella campagna elettorale. E' questo che devono imparare i democratici. Devono imparare la realtà della mente politica."

Ecco i prossimi appuntamenti da non perdere:
  • 26 settembre 2008: primo dibattito tv tra i candidati alla presidenza
  • 2 ottobre: dibattito tv tra i candidati alla vice-presidenza
  • 7 ottobre: secondo dibattito tv tra i candidati alla presidenza
  • 15 ottobre: ultimo dibattito tv tra i candidati alla presidenza
  • 4 novembre: elezioni presidenziali
  • 20 gennaio 2009: giuramento ed insediamento del nuovo Presidente.
Ti è piaciuto l'articolo?

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

domenica 7 settembre 2008

Da Musharraf a Zardari: niente di nuovo.

"Che il vedovo di Benazir Bhutto sia un personaggio controverso è dire poco" così l'articolo sull'elezione del nuovo Presidente del Pakistan apparso oggi sul Corriere della Sera.
Altro aggettivo non sarebbe stato più azzeccato per un personaggio che nel 1990 venne arrestato con l'imputazione di aver abusato dei poteri della moglie collezionando mazzette e riuscendo in pochi anni a incrementare i patrimoni di famiglia. Ma del resto, già il fatto che un Presidente venga eletto e non assuma la carica tramite un colpo di stato (vedi Musharraf nel 1999) è già una gran cosa. Chiedere anche l'integrità morale dell'eletto sarebbe troppo, specie se chi scrive vive in Italia, Paese ove il Primo Ministro ha una collezione di processi invidiabile.

Asif Ali Zardari è stato eletto da ambo le camere del Parlamento pakistano e dalle 4 assemblee provinciali con 481 voti su 702 (quorum: 352). Zardari prende in eredità una situazione difficilissima ed un Paese in piena crisi devastato da continui attentati di matrice islamica e non solo. Proprio nella giornata del suo trionfo, un attentatore kamikaze si è fatto esplodere in un villaggio vicino Peshawar causando più di 30 morti.
Vedremo cosa saprà fare ora Zardari, il quale deve ringraziare il carisma di cui ancora gode la moglie se è riuscito nell'impresa di passare da delinquente a presidente.
Zardari succede a Musharraf che si dimise il 18 agosto scorso per evitare l'impeachment dovuto alla cacciata dei giudici della Corte Suprema che si sono dimostrati a lui ostili in conseguenza dello stato d'emergenza imposto successivamente ai disordini causati dall'assassinio dell'ex premier Benazir Bhutto avvenuto il 27 dicembre 2007.
Il legame con gli USA non sembra in pericolo. Ma non si vede come Zardari potrà riuscire dove Musharraf ha fallito.

Ti è piaciuto l'articolo?

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

The Free Gaza Movement.



Rispondo all'appello di Vittorio Arrigoni da Bulciago (LC), amministratore del blog "Guerrilla Radio", pubblicando l'ultimo video proveniente dalle acque di Gaza.
Vik è impegnato in una missione avente lo scopo di denunciare i costanti crimini perpetrati da Israele ai danni dei palestinesi della Striscia. A voi ogni commento.
Ecco tutti i dati utili per tenersi informati su questa missione di pace:

Vittorio Arrigoni's blog "Guerrilla Radio": http://guerrillaradio.iobloggo.com/
Website della missione:
http://www.freegaza.org/

mail: guerrillaingaza@gmail.com
telefono: +972 598 826 516


venerdì 5 settembre 2008

L'Angola richiama la nostra attenzione.

L'Angola oggi, venerdì 5 settembre, è chiamata alle urne dopo ben 16 anni (la prima e ultima volta nel 1992) per rinnovare il proprio Parlamento.
Dopo la fine della guerra civile, conclusasi nel 2002, che ha provocato circa mezzo milione di morti, il Paese è alla ricerca di stabilità e vuole dimostrare alla comunità internazionale di essere definitivamente uscito dalla crisi.
Con una rinnovata produzione di circa 2 milioni di barili di greggio al giorno, l'Angola è diventato un punto di riferimento strategico per le importazioni petrolifere americane e la sua economia ha beneficiato di una crescita del 21% nel solo 2007. All'interno del continente africano, solo la Nigeria (numero uno nella produzione di oro nero) resiste alla rapida ascesa dell'ex colonia portoghese, indipendente dal 1975.

Ed ecco, dunque, il vero valore di queste elezioni legislative, un valore simbolico finalizzato al tentativo di attirare capitali stranieri. Infatti, la vittoria del Movimento popolare per la liberazione dell'Angola (MPLA), non è in discussione, ma il Presidente José Eduardo dos Santos, 66 anni, al potere da 29 (un anno in più di Robert Mugabe) senza mai essere stato eletto, avrà bisogno di una vittoria a larga maggioranza per portare a termine il processo di revisione della Costituzione e per aprirsi facilmente la via ad un nuovo mandato presidenziale.
A questo fine, tutto è stato preparato per un risultato plebiscitario a tutto danno dell'opposizione facente capo all'Unione nazionale per l'indipendenza totale dell'Angola (Unita), da sempre perseguitata. Anche diverse ONG hanno messo in discussione il risultato che uscirà dalle urne. La direttrice africana di Human Rights Watch, Georgette Gagnon, ha dichiarato: "Less than a month before elections, it’s clear Angolans aren’t able to campaign free from intimidation or pressure. Unless things change now, Angolans won’t be able to cast their votes freely".
Insomma, nonostante le buone intenzioni, il popolo angolano non sembra ancora in grado di gestire la libertà e a dimostrarlo vi è una lunga storia di repressione da parte del governo stranamente ignorata dai giornalisti occidentali.

Non si può chiedere ad un Paese con una storia tanto martoriata di adeguarsi e di imparare subito le regole della democrazia, ma gli si può chiedere di dimostrare di essere in grado di convivere pacificamente, evitando di prendere ad esempio il troppo "vicino" Zimbabwe.
Un piccolo passo per l'Angola, un grande balzo per l'Africa.

Ti è piaciuto l'articolo?

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

martedì 2 settembre 2008

Internazionale a Ferrara - 3/5 ottobre 2008.


Dopo il grande successo della prima edizione torna a Ferrara dal 3 al 5 ottobre 2008 il Festival "Internazionale a Ferrara. Un weekend con i giornalisti di tutto il mondo".
Un appuntamento che – promosso dal Comune di Ferrara e dal settimanale Internazionale - si è rivelato come la grande sorpresa della passata stagione nel panorama dei festival italiani: sono state ben 17.000 le persone arrivate nella città estense, lo scorso ottobre, per partecipare agli incontri che vedevano come protagonisti le più conosciute firme del giornalismo mondiale e i grandi nomi dell'attualità.

Entusiasmo e partecipazione hanno accolto personaggi del calibro di Roberto Saviano, William Langewiesche, Amira Hass, David Rieff e Arundhati Roy, mentre una folla quasi inaspettata si è messa pazientemente in fila per assistere all'anteprima nazionale del film d'animazione Persepolis, della vulcanica Marjane Satrapi.
Una seconda edizione molto attesa dunque non solo dai tanti lettori di Internazionale - la rivista che, sotto la direzione di Giovanni de Mauro, ogni settimana seleziona e pubblica i migliori articoli di politica, attualità, cultura e economia apparsi sui giornali dei cinque continenti – ma anche da tutti coloro che cercano occasioni per approfondire tematiche legate alla politica internazionale, alle trasformazioni sociali e ai futuri scenari dell'economia. [...]

Tra le prime anticipazioni del programma, un incontro sulla transizione politica a Cuba che vedrà dialogare il giornalista di Repubblica Omero Ciai, lo scrittore cileno Roberto Ampuero, vissuto in esilio a Cuba dopo il colpo di stato di Pinochet, e il romanziere e giornalista cubano Norberto Fuentes, in passato grande amico di Castro e oggi tra i suoi più critici oppositori.
Si affronterà invece la questione cecena grazie al contributo di una giovane scrittrice cecena, Milana Terloeva, che nel suo recente libro/diario Ho danzato sulle rovine racconta l'intreccio tra la tragedia geopolitica cecena e la sua storia personale.
Il festival ospiterà anche Loretta Napoleoni, uno dei massimi esperti mondiali nello studio dei sistemi finanziari ed economici del terrorismo, mentre chiuderà la prima giornata l'atteso intervento Stati Uniti D'America. Verso il Voto di Noam Chomsky collegato in videoconferenza direttamente dal Massachusetts Institute of Technology di Boston.
Ma si discuterà anche di finanza creativa, Africa, ambiente e energia, Romania, viaggi sostenibili e non mancheranno proiezioni di documentari, tra cui, per la prima volta in Italia, Letter to Anna dedicato alla storia di Anna Politkovskaja e A pervert's guide to cinema, presentata dal carismatico filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Zize

Presentazione tratta da http://festival.internazionale.it/ dove potrete trovare (a breve) anche programma dettagliato, protagonisti ed un blog con informazioni aggiornate.
Ci vediamo a Ferrara?

Ti è piaciuto l'articolo?

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.