venerdì 24 ottobre 2008

La crisi di fiducia.

Ogni Stato industrializzato che si rispetti è stato coinvolto in questa crisi finanziaria che ci sta avvolgendo ormai dall'estate scorsa, anche se, in realtà, secondo molti la data d'inizio della crisi è retrodatabile al 9 agosto 2007, giorno in cui la banca francese BNP Parisbas annunciò una crisi di liquidità legata ai titoli di due suoi fondi.

Le cause dirette di questa implosione, come tutti ormai sanno, vengono fatte risalire allo scoppio della bolla immobiliare favorita dall'allora presidente della Federal reserve, Alan Greenspan, che durante l'amministrazione Bush tentò di stimolare la finanza sostenendo i consumi effettuati tramite debiti e prestiti stranieri.
Ma le radici sono ben più profonde. Dalla fine degli anni '70 ad oggi si è avuto un trionfo della liberalizzazione finanziaria attraverso la quale si sono totalmente svincolati i mercati dalle regole pubbliche. In trent'anni, i broker hanno offerto fondi d'investimento ai singoli risparmiatori, le banche si sono fuse tra loro per entrare in nuovi settori finanziari, la percentuale di americani in possesso di azioni è salita dal 16 al 50%. Dopo il 2001, l'economia è cambiata nuovamente, complicando le cose ai cosiddetti "speculatori" ma i soldi hanno continuato a circolare grazie a tassi d'interesse sempre più bassi: nel 2003 la FED di Greenspan li portò all'1%. Da qui l'esplosione del mercato dei derivati legati ai crediti, proprio quei titoli che oggi sono la causa diretta della crisi: i banchieri cercavano un modo per aumentare ulteriormente i profitti nonostante i bassi interessi.
Mentre persone colte e avvedute definivano i derivati delle vere e proprie armi finanziarie di distruzione di massa, il buon vecchio Alan (Greenspan) insisteva nel considerarli un mezzo importante per distribuire i rischi. Alcune banche "imprudenti" arrivarono addirittura a concedere mutui del 105%, ossia concedevano non solo l'intero capitale necessario per comprarsi una casa senza alcun esborso di contanti, ma anche un 5% in più. Così, dal 2001 al 2005, i prezzi delle case sono, dapprima, schizzati alle stelle e poi crollati tragicamente.

In concreto, le banche hanno sottostimato i rischi e hanno completamente snobbato i criteri di autoregolamentazione stabiliti nei cosidetti accordi Basilea 2. Questi prevedevano che quanto più alti fossero stati i rischi dei movimenti finanziari (obbligazioni, mutui o quant'altro), maggiore avrebbe dovuto essere il capitale immagazzinato dalla banca per far fronte a possibili complicazioni. Al contrario, le banche hanno mantenuto una bassa capitalizzazione a fronte di alti rischi.
Così il sistema è crollato e la comprensibile quanto improvvisa mancanza di fiducia dei cittadini ha fatto sì che la scarsità di contante a breve termine delle banche per pagare le obbligazioni venisse completamente azzerata. La stessa mancanza di fiducia ha, inoltre, fatto sì che le transazioni finanziarie si fermassero impedendo al mercato di stabilire prezzi credibili ai titoli che, come conseguenza, hanno visto crollare il loro valore in maniera vertiginosa.

Ora la domanda è: come ridare fiducia ai cittadini? Come rendere le banche ed il loro sistema di nuovo accettabile agli occhi dei piccoli risparmiatori?
La crisi che stiamo vivendo, seppur complicata nei suoi dettagli, è molto chiara. Essa è basata su due fattori: l'ingordigia e l'insaziabile fame di profitto che ha fatto totalmente perdere di vista l'individuo attorno al quale avvrebbe dovuto modellarsi il sistema di finanziamento e la totale mancanza di fiducia del man of the street verso il mercato.
Quando i "padroni" capiranno che anche la più fredda logica di mercato è basata su un sentimento umano (come la fiducia) e si accorgeranno che questo è molto più fragile di qualsiasi sistema, allora si potrà costruire un modello economico quasi-stabile e funzionante che eviterà di costruire profitti alle/sulle spalle di coloro che quegli stessi profitti li rendono possibili.

16 commenti:

dario ha detto...

Uhm... ingordigia e mancanza di fiducia. Si'.
Pero' mi pare che la situazione che hai ben descritto tu (che poi e' anche quella che ho riscontrato in altri organi di informazione) sia soltanto la faccia piu' aggressiva di un sistema che ci coinvolge tutti, nel senso che e' il modello applicato in misura maggiore o minore a seconda dei casi, ma sempre in qualche modo applicato, a tutti i settori del sistema economico e produttivo dell'Occidente.
Si', bisognerebbe che ci si accontenti di sazieta' e che si riponga piu' fiducia.
Pero' accontentarsi della sazieta', cioe' ammettere di essere appagati da un certo livello di ricchezza personale, e' l'antitesi della filosofia del capitalismo consumista. Questo sistema infatti si basa sull'aumento del consumo per aumentare i profitti in modo che si possa reinvestire. Ma il motivo per aumentare i consumi non puo' che essere l'ingordigia. Mi mangio due polli anche se me ne basta uno solo.
E la fiducia...
la fiducia e' una cosa seria. Tanto che io la chiamerei in un altro modo. L'investimento in borsa lo faccio non perche' ripongo un sentimento di fiducia nei confronti della moralita', del valore umano ed etico, della serieta' dell'azienda quotata, ma nella sua capacita' di arricchirsi rispetto alle altre. Piu' una azienda dimostra di essere capace di guadagnare aggressivamente piu' delle altre, piu' la gente compra le azioni di quella azienda, perche' si suppone che tali azioni aumentino il proprio valore con il tempo. Ma questo non ha niente a che vedere con il fatto che l'azienda produca ortaggi biologici sostenibili oppure mine antiuomo, che impieghi forza lavoro ben retribuita in contratti stabili piuttosto che sfrutti minori del terzo mondo, o che, semplicemente, contribuisca favorevolmente all'economia della gente comune. Insomma, riporre il proprio denaro in investimenti non ha niente a che vedere con la fiducia. Ecco.

tommi ha detto...

Due considerazioni:
1) Innanzitutto, hai parlato solo di coloro che investono il loro denaro in azioni. Ma c'è un altro aspetto da considerare in questa crisi, ossia il fatto che anche le persone comuni che non sono investitori ma semplici risparmiatori, abbiano ritirato il proprio denaro e chiuso i propri conti correnti perché insicuri e malfidenti rispetto alla reputazione della banca a cui avevano affidato i propri soldi. Questa gente non era mossa, come giustamente dici tu in riferimento ai "giocatori di borsa", da un desiderio di guadagno aggressivo, ma semplicemente dalla reputazione (asset intangibile) dell'istituto bancario, ossia dalla sua serietà, stabilità e, perché no, moralità. Ebbene anche questi "men of the street" hanno percepito il pericolo e hanno ritirato il loro denaro aggravando la già disastrosa situazione di liquidità
2) La situazione che deve cambiare è proprio quella da te descritta nella seconda parte del commento, ossia è diventato impossibile investire i propri risparmi in azioni solo per il mero profitto. Ciò che deve cambiare è l'esigenza di investire anche sulla reputazione e sulla credibilità di un'impresa oltre che sul guadagno. Sulla forza dei suoi asset (tangibili o intangibili). L'investitore medio sta cambiando e non è più disposto ad accettare speculazioni e sfruttamenti indiscriminati. E' per questo che il sistema deve cambiare rotta, per riconquistare la nostra fiducia. La fiducia di coloro che vogliono guadagno ma anche regole precise per evitare ulteriori crisi di panico.

dario ha detto...

Tommi, credo di non essere stato capace di spiegarmi. Ci riprovo, in modo piu' conciso, se ci riesco.

Sono d'accordo con te che in questa crisi l'elemento scatenante e' stata la speculazione in borsa. Pero', perche' lo e' stato? Perche' si e' cercato di generare piu' ricchezza di quella prodotta dal sistema economico. In sostanza, io ho un pollo che produco a costo 100, e la mia societa' e' quotata 100mila e non 100, non perche' la gente si fida di me e dei miei polli, ma perche' ci sono giochi di compravendita delle azioni tali da indurre il mercato a crescere e scendere come gli speculatori vogliono.
Pero', anche se io non fossi quotato in borsa, il pollo che mi costa 100 non lo vendo a 100 ma a 110, perche' se lo vendessi a 100 non potrei reinvestire. i 10 che guadagno li reinvesto e cosi', invece di produrre 10 polli alla settimana, ne pruduco 11. Siccome ne produco 11, la gente ne deve comprare 11. La settimana dopo ne produco 12, e la gente ne compra 12 e cosi' via. Questo e' possibile solo se la gente compra tutto quel che produco. Se non lo fa, io sono costretto a produrre10 e non 11. E siccome non ho il costo del reinvestimento, faro' pagare il mio pollo100 e non 110, per non essere sbaragliato dalla concorrenza. Totale, io, per fare ricchezza, ho bisogno di gente che mi compra sempre piu' polli. O in altre parole di gente che spende la ricchezza che a sua volta fa con il proprio lavoro. Siccome i polli che si comprano sono sempre di piu', loro dovranno accumulare sempre piu' ricchezza.
E' esattamente la stessa faccenda rivoltata. Gli speculatori speculano in borsa, la gente comune specula sui miei polli. Gli speculatori creano soldi dal niente, la gente comune crea ricchezza da beni di minor valore. E' la regola principe del capitalismo.
E allora io dico, cosi' come la borsa e' destinata a crollare dal burrone, la societa' e' destinata a crollare. Magari piu' dolcemente, giu' dal pendio, pero' e' in basso che inesorabilmente va. Perche' non e' possibile creare ricchezza dalla ricchezza in un sistema chiuso.
Mi sa che non sono stato piu' chiaro di prima, ma tant'e'.
dario

PS: io ci abito, dalle tue parti!

suburbia ha detto...

Ottimo post, per celebrare l'avviversario del giovedi nero del '29 :-)
Io leggo il post e i commenti e mi addentro sempre piu' in qualcosa che conosco pochissimo.
Lascio allora un saluto senza sbilanciarmi, ciao e buon we

tommi ha detto...

Devo ammettere che è stata una pura coincidenza :)

tommi ha detto...

Ci siamo dario... mi sa che diciamo le stesse cose, però tu ti sei soffermato più sulle cause ed io sulle speranze. il tuo esempio è chiaro e preciso.

Franca ha detto...

"...Mentre persone colte e avvedute definivano i derivati delle vere e proprie armi finanziarie di distruzione di massa..."

Decisamente azzeccata come definizione...

Crocco1830 ha detto...

Probabilmente si può affermare che questa crisi non è estranea alle contraddizioni del capitalismo.
L'accumulazione del capitale, passa per la riduzione del costo del lavoro, ricercato attraverso la più ampia produttività.
Quest'ultima può essere ricercata fino ad un certo limite con la contrazione dei salari, ma sempre più con l'aumento di unità di prodotto per tempo unitario.
Ma quei beni prodotti dovranno pure essere acquistati, proprio da coloro che sono in una condizione di sopravvivenza economica: i lavoratori.
Con il credito al consumo, si era pensato di avere trovato la strada per mantenere un basso salario ed alti i consumi. Ma a quanto pare, non è andata bene.
Non credo perciò nelle dichiarazioni che da più parti si sentono, secondo le quali sarebbero stati fatti degli errori. E' il sitema in sè, che non può reggere.

dario ha detto...

Esatto, sono proprio daccordo con te, Crocco. Allargare il mercato non si puo' piu', quindi la ricchezza puo' aumentare solo generandone di finta, ecco.

il Russo ha detto...

Il problema è che le conseguenze devono ancora iniziare a sentirsi sull'economia reale nostrana, mi aspetto che la fortissima contrazione dei consumi che deriverà dal mix di paura/meno liquidità circolante/effetti diretti colpirà fortissimamente le nostre piccole e medie imprese, allora si che i capitalisti all'amatriciana nostrani capiranno cos'è accaduto...

Daniele Verzetti il Rockpoeta ha detto...

Standing ovation! Ottimo post. Concordo anche sul tuo commento.

Il problema è che chi dovrebbe cambiare le regole continua a fare orecchie da mercante....

Ciao Tommi e complimenti per nuovo look del tuo blog!

Daniele

Daniele Verzetti il Rockpoeta ha detto...

ERRATA CORRITE: Tuo primo commento quello con le due considerazioni :-)))

Andrew ha detto...

tommi voglio farti i complimenti per il post, molto bello e completo

SCHIAVI O LIBERI? ha detto...

Se mi permetti un 'aggiunta al tuo bellissimo post questa è anche a mio parere una crisi di sovrapproduzione: si produce più di quanto si è in grado di consumare aggiungo io fortunatamente.
Hai ragione: è un sistema da rimodellare sull'essere umano e sull'ambiente.
Un caro saluto

dario ha detto...

Schiavi o Liberi:
Mi pare che sia un po' piu' complessa di una crisi di sovrapproduzione.
Si produce di piu' di quanto sia necessario, ma si consuma anche di piu' di quanto sia necessario, e lo si fa proprio per consumare esattamente tutto quello che si produce. E questo secondo me e' proprio il nocciolo della questione.

Se poi consideriamo che per produrre di piu' di quanto sia necessario si consumano piu' risorse di quanto sia necessario, e considerando che le risorse scarseggiano, non mi pare che si possa proprio definire una fortuna.

:-/ questa e' una mia opinione, ovviamente. Molto modesta, per giunta... sai... io sono solo un umile informatico ;-)

SCHIAVI O LIBERI? ha detto...

Dario, mi trovi perfettamente d'accordo con te.
Ho voluto accennare solo un fattore aggiuntivo, ma sono convinto anch'io che la crisi abbia radici ben più complesse.
L'irrazionalità di questo sistema sta proprio nella tua descrizione.
Un saluto