
5 anni fa (20 marzo 2003) cominciò la
seconda guerra del Golfo che vide (e vede tuttora) impegnati in prima linea gli Stati Uniti d'America di
George W. Bush (sostenuti unilateralmente dalla Gran Bretagna di
Tony Blair) contro l'Iraq di
Saddam Hussein. Finora sono calcolabili oltre 90.000 vittime fra gli iracheni e ben 4.000 morti tra i soldati statunitensi (oltre 300 fra quelli di altre nazionalità).
Questo conflitto si basò sulla cosiddetta strategia della "
guerra globale al terrore": tale definizione, alquanto azzardata e sommaria, ha la presunzione di includere al proprio interno non solo la lotta serrata verso il terrorismo cominciata dopo l'11 settembre 2001, ma anche tutta una serie di situazioni che la rendono inefficace e inadeguata: gruppi terroristici, Stati che appoggiano tali gruppi, Stati che li sostengono, Stati "canaglia" (
rogue states) che pur non sostenendo il terrorismo si macchiano del reato di volersi dotare di armi di distruzione di massa (
Weapons of Mass Destruction - WMD) alterando i rapporti di forza regionali.
In coerenza con la teoria della cultura politica, che vede nel linguaggio un fattore essenziale,
quando un politico tenta di giustificare una guerra, non bisogna chiedersi se sta mentendo, ma come. Ed all'interno di questa definizione la guerra in Iraq del 2003 vi rientra perfettamente. Il Presidente americano, per giustificare l'intervento militare, ha trasformato il suo obbiettivo in un insieme di tutte le minacce sopracitate: ha definito l'Iraq uno Stato "canaglia" che si stava dotando di
WMD, che sosteneva il terrorismo e ha descritto Saddam Hussein, il suo dittatore, come l'immagine coerente del "terrore".
Perciò, in quest'analisi non bisogna concentrarsi sull'errore, seppur grave, della falsità delle accuse, ma sul fatto che queste non fossero
coerenti fra loro e col diritto internazionale, creando uno stimolo per tutti coloro che da tali accuse
fittizie hanno successivamente preso spunto per renderle
concrete; ora, infatti, il territorio iracheno (completamente in preda all'anarchia istituzionale) è realmente un luogo che ospita terroristi di ogni genere e la guerra ha effettivamente spinto gli Stati vicini (come l'Iran) a considerare l'ipotesi di dotarsi di armi nucleari per sopperire alla palese inferiorità dei propri eserciti convenzionali rispetto a quello americano che, in Iraq, ha dimostrato ancora una volta di essere incontrastabile.
La mancanza di coerenza ha, dunque, messo in crisi il funzionamento dell'insieme di principi, norme e procedure decisionali assunte dalle diverse convenzioni (di diritto bellico prima, di diritto umanitario oggi) sulla guerra. Questa impostazione assunta da Bush e dalla sua amministrazione sembra dar credito alla teoria per cui
ogni qualvolta che un attore emerge come nettamente più forte di tutti gli altri, diminuisce il suo incentivo a legarsi le mani o a sentirsi obbligato dagli impegni presi [a livello pattizio]
, nella stessa misura in cui diminuisce il suo timore che gli altri possano replicare facendo lo stesso [A. Colombo 2006, La guerra ineguale]. A questo proposito, Oppenheim [1905] conclude dicendo che «la morale che si può trarre dalla storia dello sviluppo del diritto internazionale è che il diritto internazionale può esistere solo dove c'è un
equilibrio, una
balance of power tra i membri della famiglia delle nazioni».
Un altro enorme errore è rintracciabile nella volontà dell'amministrazione americana di volere, a tutti i costi, far passare il messaggio che l'attentato alle
twin towers debba essere considerato come una nuova
Pearl Harbor, ossia come un episodio simbolo che ha posto fine alla pace per dare inizio ad un periodo di
guerra globale. In questo modo essa ha dato legittimità giuridica, elevandolo, a ciò che, finora, era stato solo un
metodo di utilizzo indiscriminato della violenza: il terrorismo, appunto. I nemici (i terroristi) potranno, in questo modo, far valere la nuova definizione
americana per ergersi ad attori legittimati a muovere guerra a loro volta.
Ma una guerra, per di più mondiale, come quelle avutesi nel '900, deve avere 3 caratteristiche imprescindibili: tutte le grandi potenze devono essere coinvolte; i contesti regionali devono essere subordinati a quello mondiale; in gioco deve esserci l'egemonia globale.
Per fortuna, oggi questi fattori non sussistono: la "guerra al terrore" non si combatte ovunque e non vede coinvolte tutte le principali potenze mondiali (Cina, Russia e la maggior parte delle potenze europee si sono tirate fuori); non vi è una subordinazione degli esiti dei conflitti regionali a quelli globali (poiché è possibile perdere da una parte e vincere da un'altra); ma soprattutto, non vi è in gioco l'egemonia sul sistema, anzi, gli Stati Uniti si muovono proprio grazie alla consapevolezza di essere incontrastabili.
In conclusione, si può dire che nel "gioco" della guerra (paragone costante fra gli studiosi delle relazioni internazionali) gli Stati Uniti d'America hanno assunto un nuovo ruolo: da
baro, ossia
colui che inganna gli altri giocatori ma fingendo di attenersi ancora alle regole del gioco, compiendo
azioni
contrarie ai principi riconosciuti del diritto e della moralità internazionale ma accompagnandole con dichiarazioni che attestano la tenuta di tali nozioni, a
guastafeste, ossia colui che
non finge più di stare alle regole del gioco, ma, spavaldamente, vi si oppone e vi si sottrae, compiendo
azioni che, oltre a violare i codici giuridici e morali della società internazionale, non sono neppure accompagnate da pretesti [A. Colombo 2006].
Quando si parla della guerra in Iraq, non bisogna limitarsi a commentare gli errori derivanti dalla scelta di iniziarla tramite false giustificazioni (pratica usuale), ma bisogna considerare anche tutti gli errori (se così si vuole continuare a chiamarli) di linguaggio e strategia che l'hanno accompagnata, aggravando e stravolgendo, ulteriormente e consistentemente, la situazione e la tenuta dell'odierno sistema internazionale.