martedì 29 dicembre 2009

COPenaghen. Molto più di un semplice accordo


La conclusione della quindicesima Conferenza degli stati che fanno parte della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (Unfccc), come noto, ha prodotto solo un accordo formale (Copenhagen Accord). Il Protocollo di Kyoto non ha trovato un degno successore. La scadenza del 2012 non è stata né sostituita né prorogata. Non sono stati stabiliti nuovi target di riduzione delle emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera. Non sono stati creati nuovi meccanismi di controllo per accertare che le parti rispettino le promesse fatte volontariamente. Tutto è stato rimandato al 2010, anno che probabilmente segnerà la fine di una speranza o l'inizio di una nuova era.

Non credo, però, che quello di Copenaghen sia stato un summit inutile. Anzi. Credo che esso abbia rafforzato le coscienze in materia di cambiamenti climatici e sia servito da collante per l'intera comunità internazionale. Per la prima volta, praticamente tutti gli Stati (suddivisi tra G-77+Cina, Aosis, Opec da una parte e Oecd e Eit facenti parte dell'Annex I) hanno dichiarato di credere nel problema del riscaldamento globale e hanno riconosciuto la necessità di agire di concerto per contrastare tale fenomeno e renderlo reversibile. L'articolo 6 Educazione, formazione e sensibilizzazione del pubblico dell'Unfccc del 1992 chiede esplicitamente che le Parti si impegnino affinché venga raggiunta una consapevolezza globale sulla questione. Attualmente la temperatura è già salita di quasi 1°C rispetto ai livelli pre-industriali e le concentrazioni di CO2 nell'atmosfera hanno raggiunto le 390 ppm (parti per milione). Secondo il quarto rapporto dell'Ipcc sarebbe opportuno che l'aumento di temperatura rimanga sotto i 2°C per evitare che i cambiamenti climatici sfuggano anche dal controllo della scienza. E questo suggerimento sembra esser stato recepito dai politici che hanno inserito quest'obiettivo nell'accordo. Per questo, nonostante le aspettative fossero molto elevate a causa delle fortissime pressioni derivanti dall'opinione pubblica internazionale e dalle varie Ong ambientaliste, credo che i negoziati e i lavori per un nuovo protocollo abbiano subito una forte accelerazione.

Ma è proprio sull'aspetto dell'impegno della società civile che vorrei soffermarmi. Sappiamo benissimo che la buona volontà dei singoli cittadini non servirà a nulla se non verrà seguita da un accordo che modifichi il sistema politico-istituzionale, ma credo che il sistema non potrà rimanere invariato poiché la società ha dimostrato, e Copenaghen lo ha fatto in maniera straordinaria, di essere già su di un "piano superiore". Io credo che la trasformazione politico-giuridica sia ormai inevitabile e che sia solo questione di tempo, quello lungo e burocratico tipico delle Nazioni Unite e di accordi universali che richiedono il consenso della totalità per funzionare. Ma sono convinto che nulla potrà fermare questo processo. Copenaghen credo sia stato il luogo ideale per dimostrare che cambiare si può. Una città e una nazione, la Danimarca, che non si negano "stili di vita americani" pur essendo sostenibili dal punto di vista dello sfruttamento delle risorse. Una città che pur avendo un Pil pro-capite tra i più elevati al Mondo, risulta al primo posto in Europa nella classifica europea delle capitali più verdi. Lusso e fonti alternative vanno a braccetto a Copenaghen e chiunque volesse farsi un'idea di come potrebbe essere il futuro dovrebbe fare un viaggio proprio nella capitale danese: una città che entro il 2025 si è prefissa di essere carbon neutral. I danesi hanno capito l'importanza di tale obiettivo e hanno deciso di partecipare in prima persona a questa trasformazione che potrebbe essere la prima al Mondo. Design di qualità e rispetto dell'ambiente sono ossigeno per qualsiasi danese e ogni casa che si rispetti non può fare a meno di essere costruita ed arredata secondo queste due regole fondamentali. Altro che sacrifici: arrestare i cambiamenti climatici e decarbonizzare l'economia non sono affatto sinonimi di decrescita come minacciato da molti "eco-scettici".

Copenaghen, ribattezzata giustamente Hopenhagen, è stato il luogo ideale per far sì che la Conferenza appena conclusasi segnasse un passaggio obbligato, una tappa fondamentale nel processo negoziale: la realizzazione piena dell'articolo 6 della Convenzione. Da oggi in poi nessuno potrà negare l'esistenza del problema e nessuno potrà negare l'esigenza di stipulare accordi vincolanti e globali (vista l'indivisibilità dell'atmosfera) che abbiano come scopo principale la riduzione delle emissioni di gas serra. Rimanere fuori da futuri protocolli non porterà alcun beneficio, cavalcare il fenomeno del free-riding sarà nulla in confronto al senso di colpa derivante dalla consapevolezza di essere responsabili degli effetti che si paleseranno ovunque sul Pianeta. Ecco perché mi sento più vicino a coloro che pensano che Copenaghen sia stato un punto di partenza essenziale (come dichiarato dal Segretario Genarale dell'ONU Ban Ki-Moon) per trasformare l'accordo politico raggiunto in qualcosa di concreto, misurabile e verificabile (come dichiarato da Yvo de Boer) piuttosto che un fallimento totale.

La società civile ha definitivamente espresso il suo parere (o usando un'espressione del Wwf, l'opinione pubblica mondiale ha votato per la Terra) riportando il fattore umano al centro del fenomeno della globalizzazione, finora distante e burocratico. Il popolo sembra essersi ripreso la centralità che gli spetta di diritto; è il popolo che determina l'ascesa o la caduta di governi e l'implementazione di trattati internazionali. Ora sta ai decisori politici agire di conseguenza per far sì che il conflitto tra tecnocrazia e rappresentanza intesa in senso classico e popolo venga risolto in favore di quest'ultimo.

Nel mio piccolo, ho partecipato ai giorni della Conferenza passando da una evento culturale ad un altro. Dalle bellissime piazze di Copenaghen al Klimaforum. Dall'esibizione della mostra 100 posti da ricordare alla visione del film The Age of Stupid. Dall'incontro con il leader del movimento 350.org che lotta affinché le emissioni di gas serra vengano riportate entro le 350 ppm (che ha visto anche l'intervento del Presidente delle Maldive, Mohamed Nasheed) al corteo pacifico del 12 dicembre che ha invaso dapprima le vie del centro e poi l'ingresso del Bella Center.

Chi fosse interessato ai video che ho fatto a Copenaghen può cliccare qui.
Qui invece le foto.

sabato 19 dicembre 2009

giovedì 10 dicembre 2009

11-17 dicembre, il Blog a Copenaghen.

Ci siamo. Domani partirò per Copenaghen (o Copenhagen, decidete voi).
Dovrei portarmi il pc quindi spero di riuscire ad aggiornare i vari social network e caricare qualche foto in tempo reale. Magari ci scapperà anche un post.
Le ultime notizie non sono state molto confortanti. Il "testo danese" ha lasciato perplessi (per usare un termine politically correct) praticamente tutti i Paesi in via di sviluppo facenti parte del G-77 + Cina e dell'AOSIS (Alliance of Small Island States) creando una frattura praticamente incolmabile. Il portavoce del G-77 Lumumba Dia-Ping ha ricordato, come fosse una minaccia, che i cambiamenti climatici produrranno un flusso migratorio consistente verso i Paesi ricchi che potrebbe causare serie difficoltà socio-economiche.
C'è da sperare che questa brutta bozza, sostenuta invece dai Paesi industrializzati, sia un errore più che una reale intenzione. C'è da sperare che la colpa sia riconducibile alla fretta e alla voglia di concludere un trattato vincolante più che un accordo politico. C'è da sperare in Barack Obama e Wen Jiabao, leaders dei due gruppi contrapposti. Speriamo. Ci sono ancora 9 giorni.

lunedì 7 dicembre 2009

12 giorni per salvare il Pianeta.

Stamattina alle ore 10 si è tenuta la cerimonia di apertura della Conferenza sui cambiamenti climatici di Copenaghen alla quale partecipano 192 Stati.
Ecco a voi il filmato di apertura che è stato mostrato agli oltre quindicimila delegati presenti...



Vi lascio qualche link utile per seguire passo passo i lavori e capire come si muove la diplomazia internazionale. Anzitutto i siti ufficiali dell'UNFCCC e della COP15, poi il blog sull'ambiente del Guardian che segue il summit con aggiornamenti in tempo reale e video.

A presto per ulteriori aggiornamenti.

giovedì 3 dicembre 2009

Il mondo a Copenaghen.

In occasione dell'uscita del Quaderno speciale di Limes Il clima del G2, Martedì 1 dicembre presso Palazzo Clerici, sede dell'ISPI, a Milano si è tenuta una tavola rotonda dal titolo Il mondo a Copenaghen: successo o fallimento?
Gli spunti sono stati molti, anche se, a dire il vero, il dibattito è stato appannato/vivacizzato (a seconda dei punti di vista) dai differenti punti di partenza dei protagonisti. Lucio Caracciolo, direttore di Limes ma in veste di semplice moderatore, ha dato la parola a personaggi che hanno principalmente discusso sulla veridicità della questione dei cambiamenti climatici più che sulle possibili decisioni che potranno uscire dalla COP15 che partirà tra meno di una settimana. Ed anzi, in alcuni casi si è sfiorato il ridicolo quando Carlo Stagnaro ha sostenuto che un possibile riscaldamento globale non sarebbe un problema tanto grande di fronte alle questioni economiche in ballo. Anzi: "Meglio un mondo caldo ma ricco che freddo ma povero".

Ma entriamo nel merito. Giorgio Arafaras del Centro Einaudi ha aperto l'incontro con una riflessione lineare quanto banale: l'accordo vincolante (per quanto riguarda l'obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra) si farà perché è più facile seguire l'ipotesi più catastrofica. Sia che le previsioni si verifichino ("abbiamo fatto il possibile per salvare il clima") sia che non si verifichino ("siamo stati in grado di arrestare i cambiamenti climatici"), è meglio non lasciare nulla di intentato.
Marzio Galeotti, docente dell'Università degli Studi di Milano, è poi entrato più nei dettagli spiegando che se finora non si sono prese decisioni vincolanti è perché gli Stati non vi hanno percepito una convenienza. Infatti si sono preferite le politiche di adattamento (aiutare l'ambiente ad adattarsi alle nuove concentrazioni di gas serra) piuttosto che quelle di mitigazione (riduzione per evitare mutamenti climatici) poiché i costi percepiti di queste ultime sono stati comunque superiori ai benefici. Da qui la necessità di procedure di compliance (ossia l'obbligo di un soggetto di conformarsi a specifiche norme di un trattato) che impongano agli Stati i vincoli necessari per raggiungere gli obiettivi di salvaguardia del clima. Inoltre, per far sì che queste abbiano successo, bisogna evitare il fenomeno del free-riding, cioé la possibilità che uno Stato goda dei benefici del trattato senza però sostenerne i costi poiché immagina che qualcuno possa farlo al proprio posto (esempio possibile il caso degli Stati Uniti d'America col Protocollo di Kyoto). Così facendo, infatti, si rischierebbe un effetto domino che porterebbe tutti i maggiori Stati a non ratificare il trattato per non sostenere i costi anche per conto altrui.

L'intervento di Carlo Corazza, Rappresentante della Commissione europea a Milano, ha poi portato la discussione su di un piano prettamente geopolitico. Partendo dai dati dell'IPCC, Corazza ha sostenuto che il problema scientifico ormai è anche politico poiché il problema dell'efficienza e del risparmio energetico porterà gli Stati europei a rivedere le proprie strategie e le proprie linee guida nel campo delle risorse naturali: la Green economy è l'unica soluzione per ridurre la dipendenza da Russia ed altri Stati, come Libia e Algeria, ed avere le mani libere a livello di politica estera.
Infine riporto in breve il pensiero del già citato Stagnaro: "i benefici derivanti da maggiori emissioni di anidride carbonica, ossia crescita del PIL, ricchezza ed espansione demografica, sono maggiori dei benefici ambientali che trarremmo dal ridurle". Non credo siano necessari ulteriori commenti ad un pensiero che reputo rimasto ancorato al XIX secolo.

  • Chi avesse voglia di vedere parte dell'incontro può cliccare qui.
  • Per farvi un'idea maggiore e avere informazioni più precise che vi aiuteranno a seguire meglio la Conferenza della prossima settimana: Verso Copenaghen, successo o fallimento? di Antonio Villafranca.

martedì 1 dicembre 2009

Primo dicembre, World Aids Day


Oggi è la Giornata mondiale contro l'Aids. Dal 1988, si celebra ogni anno il primo dicembre. Ritenuta necessaria per informare correttamente la popolazione sui rischi del virus Hiv, vuole essere un momento di solidarietà e vicinanza alle milioni di persone che ne sono affette. A questo scopo è stato istituito anche il Programma delle Nazioni Unite per l'Aids (Unaids). Ad oggi si stima che questo virus abbia ucciso più di 25 milioni di persone. Gli ultimi dati, che risalgono al 2007, parlano di 33 milioni di persone infette, numero che ha reso il virus Hiv tra i più distruttivi della storia dell'umanità. Sul sito ufficiale della giornata informazioni utili, possibilità di fare qualcosa di concreto, ma anche di condividere la propria esperienza, diretta o indiretta. Segui @joired su Twitter per rimanere informato sulle ultime attività di sensibilizzazione.

martedì 24 novembre 2009

Greenpeace contro il G2.


Cari cyberattivisti,

i presidenti del Governo americano e cinese - Barack Obama e Hu Jintao - hanno recentemente affermato di voler ridurre il vertice di Copenaghen a un mero accordo politico senza impegni concreti. Perciò, insieme a Legambiente e WWF, abbiamo invitato tutti cittadini a mobilitarsi contro questo accordo al ribasso sul clima per ridurre la portata delle decisioni da prendere nel prossimo vertice sul Clima. Vogliamo che Obama e Jintao cambino idea!

Il summit deve rimanere la sede di un accordo concreto sul clima, con la sottoscrizione di obiettivi quantificati e di impegni finanziari precisi. Questa occasione non può essere rimandata a data da definire, perché l’innalzamento della temperatura del pianeta ha già raggiunto il livello di guardia e molti Paesi già ne patiscono pesantemente le conseguenze.

Inondiamo di email le sedi delle rappresentanze statunitensi e cinesi, scriviamogli su facebook, facciamogli capire che ai cittadini l’accordo “politico” USA-Cina non piace perché rimanderà ancora gli impegni concreti. Occorre, invece, che venga raggiunto un accordo “vincolante” su tutte le parti del nuovo trattato salva-clima che deve dare un futuro al Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012.

Ambasciata statunitense a Roma: uscitizensrome@state.gov
Ambasciata cinese a Roma: chinaemb_it@mfa.gov.cn
Facebook ufficiale Casa Bianca http://www.facebook.com/WhiteHouse

Testo tratto dalla newsletter di Greenpeace del 24 novembre 2009

lunedì 23 novembre 2009

Ecco a voi i Fratelli Moustache!



I Fratelli Moustache sono un gruppo di comici birmani che si oppongono, a colpi di satira, al regime militare di Yangoon (ex Rangoon) che tiene in pugno l'odierno Myanmar.
Come si legge dai cartelli finali di questo sketch di presentazione, i tre "fratelli" sono stati arrestati per ben tre volte e sono ancora sotto sorveglianza. Grazie alla comicità e al sostegno del pubblico della rete, essi tentano di mettere a conoscenza l'intera comunità internazionale degli abusi, delle violenze e dei crimini che la giunta militare attua nei confronti di cittadini innocenti.

Sosteniamoli e aiutiamoli nella loro incredibile impresa. Chissà, magari qualche risata informale potrà aiutare la diplomazia istituzionale ad accelerare il suo corso.

Spero di trovare presto questo video nei vostri blog, tra le vostre email e nei vostri profili.
A tal proposito, ringrazio un tweet di Internazionale per avermi messo a conoscenza di questi buffi e incredibili personaggi!

sabato 14 novembre 2009

Obama in Asia

Chiunque abbia comprato almeno una volta la rivista italiana di geopolitica, Limes, avrà sicuramente notato l'abilità nello spiegare concetti e relazioni tramite straordinarie mappe geografiche tematiche.
Bene, con l'introduzione della tecnologia e dell'interattività questa abilità è stata potenziata incredibilmente.
Limes ha scoperto le mappe personalizzabili di Google (Gmap) e ha decisamente fatto un salto in avanti rispetto ai mass media tradizionali dimostrando come la stampa ed internet possano convivere senza autoescludersi, anzi, migliorandosi.


Visualizza Il viaggio di Obama in Cina (e Asia) in una mappa di dimensioni maggiori

In questa straordinaria mappa potete seguire quotidianamente il viaggio asiatico che Barack Obama sta affrontando in questi giorni.
In rosso è segnato l'itinerario completo. Cliccando sui segnaposto azzurri potete trovare informazioni sulle tappe. Cliccando sulle immagini potete trovare i link per andare ai diversi articoli dello speciale. Nel riquadro blu, infine, potete trovare contenuti tratti dall'archivio di LimesOnline utili per inquadrare il contesto del viaggio.

giovedì 12 novembre 2009

Dall'Inferno alla Bellezza.


Per chi si fosse perso lo spettacolo "Dall'Inferno alla Bellezza" di Roberto Saviano, ospitato da uno speciale di "chetempochefa" di Fabio Fazio, la possibilità di recuperare sul sito Rai.tv.

Un vero e proprio pezzo di Storia.

mercoledì 11 novembre 2009

La "verticale del potere".

Articolo tratto da Per questo, una raccolta di articoli (anche inediti) di Anna Politkovskaja pubblicato da Adelphi il 4 novembre: "Di tutti i libri di Anna Politkovskaja, questo, uscito dopo il suo assassinio, è il più tragico e potente: ci dice infatti il perché di un destino, consentendo di leggere in successione le cronache che nel tempo hanno decretato la fine di una vita".
Ogni analogia che vi sembrerà di ritrovare tra la situazione russa e quella italiana non è frutto della vostra cupa fantasia ma è il preciso fine per cui ho deciso di dare spazio a queste profetiche quanto drammatiche parole di denuncia.


Mattaccino è una vecchia parola per dire pagliaccio. Solo più precisa. Il mattaccino si presentava sulla pista del circo e doveva far ridere. Il suo compito era divertire, sempre e comunque. Perché se non riusciva a strappare qualche risata al pubblico dei suoi padroni e veniva fischiato, lo sbattevano fuori seduta stante.
Quasi tutti i giornalisti russi di questa generazione e i mass media odierni sono mattaccini. Un bel circo di mattaccini, di buffoni. Il loro compito è divertire il pubblico e, se proprio devono scrivere di cose serie, l'argomento è uno solo: com'è bella la "verticale del potere" in tutte le sue incarnazioni. Perché - lasciate che ve lo ricordi - il presidente Putin ha passato gli ultimi cinque anni a costruirsela, una "verticale del potere" in cui tutti i funzionari dello stato, dal primo all'ultimo, così come tutti i gerarchi della burocrazia, vengono nominati o da lui personalmente o da coloro che lui ha nominato.
La "verticale del potere" è uno status dello stato grazie al quale chiunque sia in grado di pensarla in modo differente rispetto al capo supremo viene allontanato dai posti di comando. Per disposizione dello staff del presidente Putin - che di fatto tiene le redini del paese - questo status ha un nome e un movimento: i "nostri". "Nostro" è chi sta dalla nostra parte. E chi non è con noi è contro di noi. La stragrande maggioranza dei mass media si limita a proporre un dualismo fatto di "quanto sono bravi i nostri" e "quanto sono cattivi tutti gli altri". Di norma, dei nemici - i liberali, i paladini dei diritti umani, i democratici "cattivi" (il democratico "buono" è Putin va da sé) - si dice che si sono "venduti all'occidente": le prime pagine dei giornali e i servizi di punta delle trasmissioni televisive danno ampio spazio a scoop sui soldi che un politico "cattivo" ha ricevuto all'estero per comportarsi così.
Dal canto loro, sia i giornalisti televisivi sia quelli della carta stampata sembrano apprezzare non poco il circo per il quale lavorano. La battaglia per il diritto di offrire un'informazione che non sia di parte mettendosi al suo servizio (non a quello dell'amministrazione del presidente) è una battaglia dimenticata; nella cerchia professionale a cui appartengo domina la stagnazione morale e intellettuale. Ma i miei colleghi - va detto - non sembrano vergognarsi troppo di un ristagno che ha ridotto il giornalismo a una forma di propaganda del potere costituito. Anzi, molti non si vergognano di confessarlo: le segnalazioni dei "cattivi" arrivano dai collaboratori del presidente, come i suggerimenti sui temi da trattare.

[...] L'ideologia dominante - nostro/non nostro, buono/cattivo - mi ripugna. Un giornalista "buono" riceve gratifiche e rispetto, e magari si vede offrire anche una poltrona in parlamento. Offrire, sì. Senza passare per le elezioni. Perché i nostri parlamentari non vincono le elezioni in modo consueto: lottando per conquistare voti, esponendo un programma, confrontandosi. Da noi si convoca al Cremlino chi sulla lavagna è nella colonna dei "buoni" e gli si fa "l'onore" di iscriverlo al partito Russia unita, con tutto quel che ne consegue.
Se un giornalista è "cattivo", invece, l'ostracismo è garantito. Un ostracismo a cui non ho mai aspirato. Non ho mai voluto sentirmi come una balena spiaggiata. Perché io non faccio politica.

Ma che ho fatto? - Anna Politkovskaja.

lunedì 9 novembre 2009

Yoani Sánchez sequestrata.


Venerdì scorso (6 novembre) Yoani Sánchez, autrice del blog Generación Y, è stata sequestrata a L'Avana (Cuba), insieme ad un amico, da "tre robusti sconosciuti" mentre stava per partecipare ad una manifestazione per la pace. I 3 energumeni - successivamente identificati come agenti della sicurezza in un'intervista - l'hanno fatta salire su un'auto nera con targa gialla (ossia non identificabile), minacciata e riempita di botte per poi essere scaraventata in una strada della Timba. Vi chiederete perché? Perché Yoani "scrive un blog dove esprime le sue opinioni in kilobytes".

La descrizione dettagliata del brutto episodio potete trovarla sul suo stesso blog (in spagnolo) o nella versione italiana ospitata dal sito web del quotidiano La Stampa.

In ogni caso Yoani ha già annunciato che non si lascerà intimidire: "Quello che è accaduto potrebbe succedere ancora perché la mia casa è circondata dagli agenti della sicurezza" ma ha aggiunto "[n]on mi passa neppure per la testa di fare il loro gioco, di abbandonare il blog e di ritirarmi in buon ordine".

Chi volesse seguire in tempo reale Yoani ed esprimerle solidarietà può farlo su twitter.

sabato 7 novembre 2009

Le migliori/peggiori politiche per una riforma economica verde.

Le politiche climatiche "amiche del clima" e a basso impatto ambientale riducono le emissioni di gas serra, portano benefici all'ambiente e stimolano l'economia. È quanto rileva un rapporto su circa 100 politiche climatiche di Paesi appartenenti al G20, realizzato da Ecofys e Germanwatch per il WWF e E3G, organizzazione no-profit indipendente.

Lo studio valuta le politiche climatiche di diversi paesi distinguendo fra gli esempi da seguire e modelli da non imitare. Ai primi posti nella classifica ci sono due progetti dalla Germania: un programma di "Efficienza negli edifici" sviluppato dal governo tedesco, che riduce le emissioni di gas serra e crea nuovi posti di lavoro nelle costruzioni e il "Conto energia per l'elettricità rinnovabile" che garantisce ai produttori di energia rinnovabile una tariffa fissa per 20 anni. In Messico si segnala un sistema di Autobus a trasporto rapido e a basso impatto ambientale. C'è poi un programma cinese per le mille aziende a più elevato consumo energetico che ne ha migliorato l'efficienza energetica.
Poi ci sono le politiche negative, spesso anche degli stessi paesi che hanno sviluppato soluzioni innovative, come le sovvenzioni a miniere locali, il trattamento preferenziale di aziende a elevato consumo energetico concesso anche da Stati come la Germania, l'Australia e l'Olanda, o la mancanza di una gestione idrica appropriata in particolare nelle regioni aride o semiaride.

"Il rapporto mostra che i governi che sviluppano soluzioni 'verdi' e a basso impatto ambientale saranno vincenti e avranno una posizione di leadership nel mondo" - ha dichiarato Mariagrazia Midulla, Responsabile Clima ed Energia di WWF Italia - "I governi che non investiranno in soluzioni a basso contenuto di carbonio, invece, perderanno e i sostenitori [investitori che finanziano i loro debiti, ndr] volteranno loro le spalle. Chiediamo al G20 di proporre una strategia per sostenere gli investimenti nell'economia verde".

Per scaricare il rapporto clicca qui

mercoledì 4 novembre 2009

Obama, un anno fa



Un anno dopo la sua storica elezione, il Presidente americano Barack Obama si complimenta con il movimento di oltre due milioni di persone che hanno creato e partecipato al progetto Organizing for America. E ricorda ai suoi critici che le battaglie che sta affrontando non possono essere risolte in un anno o in un solo mandato.

"Come dissi quella notte, la vittoria elettorale non era il cambiamento che cercavamo, ma solo una chance per noi di compiere quel cambiamento".

sabato 31 ottobre 2009

Le regole di Halloween

1. Festeggiare Halloween fuori dal continente americano è una scelta al limite del buon gusto 2. Se manderai tuo figlio a chiedere caramelle ai vicini, prima fai un giro del condominio per distribuirle 3. Halloween non è carnevale: lascia stare il costume da coniglietta di Playboy e vestiti da strega vecchia e brutta 4. Quando un bambino insiste per avere una zucca intagliata, è bene avvertirlo che poi mangerà risotto alla zucca per una settimana 5. Non sprecare energie a remare contro Halloween, ricorda che il vero nemico è sempre e solo San Valentino.

Le regole di Internazionale n. 819, 30 ottobre 2009, pag. 106

venerdì 30 ottobre 2009

L'Honduras torna alla democrazia.


Se Micheletti e i suoi davvero sperano che il prossimo governo dell'Honduras sia riconosciuto dalla comunità internazionale, dovrebbero far tornare Zelaya al suo posto subito.

Dopo pochi giorni dalla pubblicazione del post sul colpo di Stato in Honduras sembra che le richieste della comunità internazionale, con gli Stati Uniti in testa, siano state accolte da Micheletti e i suoi golpisti. Finalmente una bella notizia. Infatti è stato firmato un accordo che restituisce la Presidenza a Manuel Zelaya, deposto circa quattro mesi fa.
L'accordo, firmato questa notte, prevede che il ritorno di Zelaya al potere venga valutato preventivamente da Congresso e Corte Suprema. Questi i punti principali:

  1. Creazione di un governo di riconciliazione nazionale
  2. Rifiuto dell'amnistia per i reati politici che potrebbero esser stati commessi
  3. Riconoscimento e conferma delle elezioni presidenziali del 29 novembre
  4. Richiesta di ritiro di tutte le sanzioni internazionali adottate dalla comunità internazionale in questo periodo
  5. Creazione di una commissione per la verifica dell'accordo
  6. Creazione di una commissione per la verità sui fatti accaduti prima, durante e dopo il golpe del 28 giugno
E poi dicono che un'amministrazione americana sensibile a temi come i diritti umani e determinata a farli rispettare, non faccia realmente la differenza.
Considero questo successo una conferma dell'utilità dell'assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Obama.
Prossima tappa: Copenhagen e la lotta ai cambiamenti climatici.

Ulteriori informazioni le potete trovare QUI.

martedì 27 ottobre 2009

Fatti processare, buffone!

Secondo giorno del processo a Radovan Karadžić - l'uomo responsabile per il genocidio di Srebrenica e per l'assedio di Sarajevo - e secondo giorno che questo vigliacco non si presenta in aula. Forse ti nascondi dallo sguardo delle donne di Srebrenica?

sabato 24 ottobre 2009

In Zimbabwe è sempre la solita storia.


Sembrava strano che dallo Zimbabwe non giungessero aggiornamenti su litigi e tensioni.
Infatti è del 17 ottobre la notizia che il Primo Ministro Morgan Tsvangirai ha annunciato la decisione di troncare i rapporti con lo Zanu-Pf, il partito del Presidente Robert Mugabe. La decisione trova le sue radici nell'arresto del - solito - Roy Bennett, Viceministro dell'agricoltura, accusato di complotto contro le istituzioni. Bennett è stato rilasciato su cauzione in attesa del processo.

Il partito del PM, il Movimento per il Cambiamento Democratico (MDC), ha dichiarato di non voler più partecipare alle riunioni dell'esecutivo finché non ci sarà fiducia e rispetto reciproco. Oltre alla questione Bennett, però, i disaccordi si estendono anche su altre decisioni rimaste in sospeso come la riconferma del governatore della Banca Centrale, la nomina del Ministro della giustizia e quella dei governatori delle province.
Jameson Timba, membro dirigente dell'MDC e Viceministro dell'informazione, ha spiegato che il suo partito "non si è ritirato dal governo di unità nazionale. Ha deciso di boicottare le due istituzioni statali dove interagisce con lo Zanu-Pf: il gabinetto e il consiglio dei ministri. L'ufficio del PM, i nostri ministeri e il Parlamento continueranno a lavorare per cambiare il Paese".
Uno dei portavoce dello Zanu-Pf, Ephraim Masawi, ha invece dichiarato che il gesto dell'MDC non inciderà sulla vita politica del Paese anche se sembra che Mugabe abbia cercato di ristabilire i contatti con Tsvangirai subito dopo l'annuncio dell'MDC.
Lo stesso Tsvangirai ha anche dichiarato che è consapevole delle conseguenze del gesto ma ha aggiunto che se la situazione di crisi costituzionale dovesse aggravarsi potrebbe chiedere che vengano organizzate nuove elezioni sotto la supervisione delle Nazioni Unite.
Ci mancherebbe solo questo, mi vien da aggiungere.

Non ci resta da capire se questa nuova situazione sarà utile per risolvere le diatribe tra partiti o se la "resa" dell'MDC verrà sfruttata dallo Zanu-Pf per prendere decisioni politiche unilaterali proprio nel consiglio dei ministri che continuerà a svolgere regolarmente il proprio lavoro.
Si spera solo che anziché evolvere, il Paese non ritorni nella situazione di stallo avutasi fra il marzo 2008 e il febbraio di quest'anno...

giovedì 22 ottobre 2009

Honduras, un colpo di stato del XXI secolo.


Dal 28 giugno scorso è in atto in Hoduras un colpo di stato che ha visto la destituzione del Presidente eletto democraticamente Manuel Zelaya e l'insediamento al governo di Roberto Micheletti.

Zelaya, inizialmente costretto all'esilio in pigiama dai golpisti è tornato in Honduras il 21 settembre trovando rifiugio presso l'ambasciata brasiliana di Tegucigalpa. Questo gesto ha provocato non poche tensioni nel Paese: in particolare gli scontri tra i sostenitori di Zelaya e l'esercito hanno causato la morte di almeno due persone come confermato dal governo de facto. Successivamente alla notizia del rientro di Zelaya, Micheletti ha deciso di sospendere le libertà civili, decretare lo stato di assedio e ordinare la chiusura delle uniche emissioni radiotelevisive critiche nei confronti dei golpisti (la tv Canal 36 e Radio Globo). Inoltre ha espulso quattro diplomatici dell'Organizzazione degli Stati Americani (OAS) successivamente fatti rientrare e dato un ultimatum di dieci giorni al Brasile per decidere sullo status di Zelaya. Allo stesso tempo, però, si è dichiarato amico del popolo brasiliano dichiarando che mai ne invaderà l'ambasciata e disposto a revocare lo stato d'assedio per non ostacolare il processo che porterà alle elezioni previste per il prossimo 29 novembre. Questa ambivalenza di comportamento ha rivelato l'isolamento creatosi attorno a Micheletti e ha provocato non poche divisioni fra gli stessi partiti del Congresso che lo hanno nominato presidente per acclamazione solo un'ora dopo che un comando dell'Esercito cacciava Zelaya dal Paese.

Ma facciamo un passo indietro. Cosa ha causato il colpo di stato?
Manuel Zelaya ha iniziato a polarizzare le forze politiche presenti nel Paese quando ha deciso di stringere alleanza con il Presidente venezuelano Hugo Chávez. La Corte Suprema honduregna ha addirittura ordinato il suo arresto nel momento in cui Zelaya insisteva nel voler organizzare una consultazione elettorale per cambiare la Costituzione, apparentemente per permettergli di candidarsi per un secondo mandato consecutivo. Così Micheletti ne ha preso il posto con l'appoggio del Congresso, della Corte e dell'Esercito promettendo di uscire di scena dopo le elezioni presidenziali. Egli afferma che l'estromissione di Zelaya è da intendersi come "una successione costituzionale" e non come un colpo di stato.
Ma nel continente americano nessun governo ha riconosciuto Micheletti e Barack Obama ha dichiarato di non voler commettere gli errori del suo predecessore che si dimostrò clemente nei confronti del breve colpo di stato contro Chávez nel 2002. Al contrario, in molti hanno appoggiato la mediazione del Presidente di Costa Rica Óscar Arias che ha proposto il reinsediamento di Zelaya alla presidenza ma solo fino alla fine del suo naturale mandato (gennaio 2010) e con poteri ridotti (ossia senza la possibilità di diventare presidente a vita e di riformare la Costituzione prima delle elezioni). Micheletti ha rifiutato questa proposta. Conseguenza di tutto ciò è stato il mancato arrivo in Honduras di aiuti internazionali pari al 6% del suo PIL ma, per fortuna, nessuno stato ha imposto sanzioni economiche. Dunque, come al solito, sono i cittadini, in questo caso gli honduregni, a pagare il prezzo più alto.

Ad oggi Micheletti non sembra voler mollare ed, anzi, è convinto che nel lungo periodo la comunità internazionale cederà e che l'elezione di un nuovo presidente metterà fine all'isolamento diplomatico. Ma secondo l'editoriale del New York Times del 10 ottobre, Micheletti non ha capito che "i colpi di stato contro i leader eletti democraticamente - un tempo normali in America Latina - oggi non sono più accettabili".
Gli incontri intrapresi nella capitale honduregna a inizio ottobre con un gruppo di inviati dell'OAS (che comprendeva delegati di Stati Uniti, Canada e diversi governi sudamericani) si propongono cinque punti: il ritorno di Zelaya; la formazione di un governo di unità nazionale; la garanzia che non vi saranno iniziative finalizzate a modificare la Costituzione; amnistia per i reati politici che potrebbero esser stati commessi; supervisione internazionale sull'accordo.
Sempre secondo il NYT anche "[g]li imprenditori cominciano ad essere insofferenti per l'isolamento in cui si trova il Paese. Un ex ministro dell'economia che ha appoggiato il colpo di stato ha detto di essere d'accordo con il reinsediamento di Zelaya [...]. Ma il tempo scorre: se Micheletti e i suoi davvero sperano che il prossimo governo dell'Honduras sia riconosciuto dalla comunità internazionale, dovrebbero far tornare Zelaya al suo posto subito".

lunedì 19 ottobre 2009

Silvio, è tempo di andarsene.


"[...] Il ministro degli esteri Franco Frattini, alleato di lunga data di Berlusconi, lo difende: 'Se uno guarda la prima pagina dei quotidiani vede i titoli sugli scandali, ma se va a pagina quattro o cinque legge che il mondo chiede l'aiuto dell'Italia in Libano, o che gli Stati Uniti apprezzano l'impegno italiano in Afghanistan. Del resto si sa, le buone notizie non fanno notizia'.
Le cose, però, non sono così semplici. L'Italia è ancora la settima economia del mondo. Fa parte della Nato, del G20, della zona euro e di quasi tutti i gruppi di potenze mondiali. Ma ha molto meno peso di quanto vuole far credere. La reputazione di Berlusconi e le sue battute di pessimo gusto mettono a disagio gli altri leader. Non sorprende, quindi, che l'Italia sia spesso messa in disparte. Roma, per esempio, è stata esclusa dal gruppo di contatto impegnato nei negoziati con l'Iran sul programma nucleare [nonostante l'Italia sia il primo partner commerciale di Teheran, ndr]. Berlusconi peggiora le cose attribuendosi il merito di iniziative in cui ha avuto un ruolo marginale. Per esempio, di aver inviato il presidente francese Nicolas Sarkozy in Georgia, nell'estate del 2008, per fermare l'invasione russa. E' vero che l'esercito italiano è stato impegnato in Iraq e in Afghanistan e ha subìto gravi perdite. Ma ha lasciato l'Iraq da tempo e vuole ritirarsi dall'Afghanistan appena possibile [...]".

Articolo originale: Silvio, it's Time to Go di Christopher Dickey - Newsweek del 19 ottobre 2009.
Traduzione: Internazionale n. 817 del 16/22 ottobre 2009, pagina 12.

venerdì 16 ottobre 2009

Ambientiamoci - [InternazFerrara] Racconti/3.


Per questo mese ho deciso di unire l'utile al dilettevole, ossia l'ultima cronaca proveniente da Ferrara con la rubrica Ambientiamoci. Ecco a voi, dunque, il resoconto della conferenza Greenwash: confessioni di un eco-peccatore con Fred Pearce e Sylvie Coyaud tenutasi Sabato 3 ottobre alle ore 17.30 presso il Cinema Apollo.

Greenwash è una rubrica ambientalista del sito del Guardian - potete trovarla anche su Internazionale - che smaschera le bugie che le pubblicità ci "vendono" su prodotti cosiddetti green ma che, in realtà, hanno un loro impatto sull'ambiente. Le aziende, ovviamente, sanno che i loro prodotti non sono ecologici come ci voglio far credere ma, ciononostante, mentono.

Da questo presupposto e dalla curiosità di conoscere la storia delle cose che acquistiamo nei nostri supermercati, Fred Pearce, giornalista e saggista britannico, ha scritto un libro di recente pubblicazione in cui racconta il suo viaggio in più di venti paesi per conoscere le persone e i luoghi da cui provengono le cose che usiamo quotidianamente.

Ci racconta del Mare di Aral ormai prosciugato perché utilizzato dalle industrie di Bangladesh e Uzbekistan per produrre T-shirt di cotone che vengono vendute nei paesi occidentali. Ci racconta delle donne pagate 8 centesimi di euro all'ora che lavorano in queste fabbriche e che sono felici di essere sfruttate perché per loro questa situazione è comunque migliore di quella che hanno lasciato nei villaggi: dobbiamo continuare ad anteporre i diritti umani (in questo caso delle donne) o l'etica ambientale?
Ci racconta dei fagiolini kenyoti che Pearce ha deciso di continuare a comprare anche se il loro impatto ambientale dovuto al trasporto è considerevole (apriti cielo: in sala come nella prefazione al libro scritta da Luca Mercalli). Perché? Perché ha constatato che i contadini che li coltivano ne ricavano un effettivo benessere: dobbiamo aiutare gli agricoltori kenyoti o ridurre la propria impronta di CO2?
E ancora: la cioccolata proveniente dalla Costa d'Avorio e dal Camerun deve essere boicottata poiché lo stesso Pearce ha scoperto che i contadini che coltivano il cacao non sanno nemmeno che gusto abbia la cioccolata. In questo caso non c'è "diritto" che tenga.

Insomma il libro Confessioni di un eco-peccatore. Viaggio all'origine delle cose che compriamo non da una risposta concreta ed univoca sul comportamento che un cittadino sensibile a certi temi dovrebbe tenere. Anzi.
Diversi passaggi del libro ed il racconto fatto personalmente da Pearce hanno destato perplessità. Uno spettatore in sala ha addirittura sollevato la possibilità che lo stesso libro sia un caso di greenwash. A mio avviso la linea di pensiero tenuta da Pearce si espone facilmente a critiche per un semplice motivo: non pone la tutela dell'ambiente e la lotta ai cambiamenti climatici al centro delle sfide che l'umanità si trova ad affrontare oggi. Al contrario, mantiene l'uomo e il raggiungimento del suo benessere al centro e l'ambiente come qualcosa che dev'essere funzionale al suo sviluppo: una visione antropocentrica dell'ambiente che, secondo me, rischia di sottovalutare l'irrimandabile soluzione che il problema dell'effetto serra ci propone.

giovedì 15 ottobre 2009

BAD2009 - No Impact Project.

In occasione del Blog Action Day 2009 vi propongo un esperimento.

Si chiama No Impact Project e sfida coloro che hanno veramente a cuore l'ambiente a provare una settimana a impatto zero. L'esperimento è graduale e cambierà un aspetto della vostra vita ognuno dei sette giorni: si comincia con zero rifiuti la domenica, il lunedì bisogna aggiungere il tentativo di ridurre l'impronta di carbonio per gli spostamenti (usate bicicletta o mezzi pubblici), il martedì zero rifiuti, no auto e comprare solo frutta e verdura di stagione e così via...
L'inventore dell'esperimento si chiama Colin Beavan e l'ha fatto per un anno intero!
Se pensate di essere pronti allora registratevi sul sito, scegliete la settimana in cui volete mettervi alla prova e raccontate la vostra esperienza su blog e social network!



Ringrazio il Gruppo Bonobo per avermi informato di questo esperimento!

mercoledì 14 ottobre 2009

Domani è il Blog Action Day 2009.

Domani è il Blog Action Day.
Come funziona? E' molto semplice: basta iscriversi e pubblicare un post il 15 ottobre che abbia come topic i cambiamenti climatici.
Vi lascio col video di presentazione dell'evento.

venerdì 9 ottobre 2009

[InternazFerrara] Saviano su YouTube.

L'intera conferenza 'Mafia SpA: gli affari ai tempi della crisi' con Loretta Napoleoni, Roberto Saviano e Misha Glenny è stata interamente caricata su YouTube.



Ringrazio Internazionale per aver reso in questo modo partecipi anche coloro che non sono riusciti a entrare nel Teatro o non erano presenti a Ferrara durante i giorni del festival.
Nel canale YouTube di Internazionale trovate tutte le altre parti.

Buona visione a tutti!

Obama vince il Nobel per la Pace 2009.

Il Presidente statunitense Barack Hussein Obama ha ricevuto oggi il premio Nobel per la Pace 2009 "per i suoi straordinari sforzi compiuti per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli". Particolare importanza è stata attribuita alla sua visione e al suo lavoro improntato verso un Mondo senza armi nucleari.
Ciò che più ha portato la Fondazione a scegliere per Obama è stata la condivisione dei valori, in particolar modo multilateralismo, democrazia, diritti umani. "Per 108 anni il Comitato norvegese ha cercato di stimolare esattamente la linea politica e gli atteggiamenti di cui ora Obama si fa il principale portavoce. In particolare, il Comitato sposa l'appello di Obama: 'Ora è tempo per tutti noi di prenderci le nostre dosi di responsabilità per una risposta globale verso le sfide globali'.

Probabilmente qualcuno potrà pensare che questo premio sia arrivato in anticipo, ma credo che la mancanza di reali avversari e la forza caratteriale dirompente con cui Obama ha sovvertito le politiche unilateraliste dei suoi predecessori abbia portato alla sua "vittoria". Chissà, forse nei prossimi anni Obama non verrà premiato per azioni molto più grandi e concrete perché altri faranno meglio di lui. Ma il Nobel è un premio che si riferisce esclusivamente ai 12 mesi precedenti la sua assegnazione.

Qui potete trovare le motivazioni originali, qui il video dell'annuncio.

giovedì 8 ottobre 2009

[InternazFerrara] Racconti/2.

Iran. La rivoluzione che verrà. Sabato 3 ottobre, ore 11.00, Teatro Comunale

[dalla presentazione dell'evento] Sono passati solo pochi mesi dalla feroce repressione delle rivolte seguite alla contestata rielezione del Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. A Internazionale a Ferrara si è parlato di Iran insieme a Masoud Benhoud, giornalista e scrittore iraniano, fondatore di più di 20 giornali tutti costretti a chiudere dal regime; Firouzeh Khosrovani, documentarista iraniana, al festival anche con il suo ultimo lavoro Rough Cut; Petr Lom, regista ceco*. Ha introdotto e moderato Paolo Conti del Corriere della Sera.

Dopo aver introdotto i due documentari, il primo (Rough Cut) incentrato sul controllo ossessivo e spesso drammatico della morale, il secondo sul populismo del Presidente, si è tentato di dare un senso ed una spiegazione ai recenti eventi avutisi in Iran.
Secondo Lom il regime iraniano, seppur apparentemente democratico, è considerabile come una 'mafia religiosa' che applica una forma di clientelismo, sia interno che internazionale, che gli impedisce di raggiungere una forma democratica completa: nel tentativo di accaparrarsi i consensi dei suoi interlocutori, il regime non sa più distinguere le promesse reali da quelle false. In questo contesto, la questione dell'energia nucleare non è da considerarsi una reale necessità per il popolo iraniano ma un mezzo per il regime di fargli credere di essere sullo stesso piano delle potenze mondiali. Da qui la necessità per il regista di mostrare il popolo iraniano come pieno di umanità e per questo non considerabile come un nemico reale dal resto della comunità internazionale: dove c'è umanità non può esserci antagonismo.
Khosrovani si è invece concentrata sul ruolo e sull'importanza del cinema iraniano, notevolmente cresciuto dopo la rivoluzione del 1979 che trasformò il paese in una Repubblica islamica. Nella sua semplicità e purezza, esso utilizza metafore e simbolismi [come 'il taglio dei seni' ai manichini femminili dei negozi in Rough Cut] per aggirare la censura ma senza alterare il suo carattere "compromettente". Secondo la documentarista, infatti, in futuro i manichini rischieranno di non avere nemmeno la testa, ossia si tenterà di impedire alle donne anche di pensare poiché la femminilità non è contemplata dal regime. Ma la nuova generazione sta cambiando: come ben mostrato dal film Persepolis di Marjane Satrapi, anche le donne stanno iniziando ad avere un'istruzione universitaria e a partecipare allo 'spazio pubblico'. I giovani si guadagnano la loro libertà clandestinamente e questo rende il tutto più eccitante perché ogni gesto viene compiuto all'interno di una illegalità che mantiene alta la paura ma anche l'adrenalina: "le discoteche underground di Teheran sono più divertenti di quelle di Milano".
Benhoud ha tentato di elaborare una biografia della cosiddetta 'onda verde'. Essa pur essendo "borghese" esprime il proprio dissenso rispetto al populismo del governo finalizzato ad influenzare l'orgoglio dell'intera popolazione e rivolgerla contro i nemici che di volta in volta minacciano la Repubblica. Il movimento ha smascherato questa consuetudine e ha riportato Ahmadinejad in una dimensione reale: esiste un 'altro' popolo che non è d'accordo con il governo senza, per questo, essere guidato da 'fili' occidentali: si può essere contrari al populismo senza essere spie. Nonostante ciò, secondo Benhoud il regime non cadrà nei prossimi 4 anni poiché il governo di Ahmadinejad non è dittatoriale ed improntato sulla figura di un uomo solo, ma costituito da diversi strati che subentrano l'uno dopo l'altro: quando uno cede, ve n'è sempre un altro pronto a sostituirlo.

*Letters to the President di Petr Lom (Canada/Iran, 2009, 74'). Dopo mesi di attesa, a Petr Lom è stato concesso quello che a decine di altri registi (tra cui Oliver Stone) è stato negato: documentare l'attività del Presidente iraniano. Lom lo ha seguito nelle zone rurali del Paese, dove Ahmadinejad raccoglie la maggior parte dei consensi e dove migliaia di poveri attendono le sue visite per consegnargli le loro richieste d'aiuto. Un'immagine assolutamente inedita e attuale dell'Iran che rivela l'estrema complessità sociale, religiosa e politica del Paese.

Per le altre foto visitate la pagina Blog Internazionale su facebook.

mercoledì 7 ottobre 2009

[InternazFerrara] Racconti/1.

Scatti di denuncia. Francesco Zizola presenta Mondi al limite. Francesco Zizola per Medici senza frontiere. Venerdì 2 ottobre, ore 15.30, Sala Borsa

[dalla presentazione dell'evento] Mondi al limite è una mostra di fotografie che Francesco Zizola ha scattato in più di 19 anni di viaggi in 35 paesi. Le immagini raccolte in questo percorso non sono una semplice descrizione della necessità dell'intervento umanitario, ma una ricerca di ciò che è alla radice della solidarietà, il filo che lega il destino delle vittime a quello di chi cerca di salvare le loro vite. Sono scatti che raccontano vicende epocali del nostro tempo, dalle pandemie come Aids e malaria, alle guerre in Somalia, Colombia, Darfur, Iraq, fino ai volti e alle storie di chi è sopravvissuto alla catastrofe dello tsunami, alla grave carestia in Etiopia, alla tragedia ecologica del Mare [Lago] di Aral. Ma l'uomo è vittima del meccanismo economico e sociale anche in luoghi a noi più vicini: Milano, Los Angeles, New York.

"Il lavoro più difficile di un fotogiornalista è mettere in comune umanità diverse", Francesco Zizola, unico fotografo italiano a vincere il premio 'Foto dell'anno' al World press photo nel 1996. Inoltre è stato premiato 4 volte al Pictures of the year. Potete trovare le sue foto nei volumi Born somewhere (Fusi orari, 2004) e Iraq (Ega, 2007).

Per le altre foto visitate la pagina Blog Internazionale su facebook.

lunedì 5 ottobre 2009

[InternazFerrara] Terza edizione al top.


Poche righe per dire che sono tornato da poco da Ferrara e per fissare 'a caldo' le sensazioni di questo weekend.
Anzitutto complimenti a tutti: staff, redazione, ospiti, pubblico. Tutti si sono dati da fare al 100 per cento per ripetere il clamoroso exploit dell'anno scorso. Con successo. Già perché se nella prima edizione del 2007 si sono registrate 17.000 presenze diventate clamorosamente 32.000 nel 2008 causando non pochi disagi per gli organizzatori, quest'anno è stata raggiunta quota 35.000. Le code ovviamente si sono ripetute (io stesso non sono riuscito ad entrare all'incontro con ospite Roberto Saviano) ma memori dell'anno scorso, si è deciso di programmare diverse conferenze di punta in contemporanea in modo da distribuire gli spettatori in maniera proporzionata.
Poi c'è stata la novità degli accrediti ai blogger. Proabilmente questa innovativa scelta andrà migliorata perché non vi era una sala per permettere ai blogger di scrivere comodamente (senza corrente elettrica è dura poter aggiornare un blog in tempo reale) e la wi-fi, seppur presente nei luoghi chiave del festival, ha dato non pochi problemi. In ogni caso l'intenzione è stata ottima. E non è poco.

Arriviamo ai contenuti. Personalmente la giornata più tranquilla è stata il venerdì. Code accettabili ed entusiasmo a mille. Nella stessa giornata son riuscito a seguire la presentazione della mostra fotografica 'Mondi al limite. Francesco Zizola per Medici senza frontiere' con Giovanni De Mauro (direttore di Internazionale) e Kostas Moschochoritis (direttore generale di Msf Italia) di cui ho pubblicato le foto in tempo reale, e la conferenza 'Romania: Roma-Bucarest, andata e ritorno' moderata da Beppe Severgnini.
Sabato forse è stata la giornata più fruttuosa. Si è iniziato con 'Iran. La rivoluzione che verrà' con Masoud Benhoud (giornalista iraniano), Firouzeh Khosrovani (documentarista iraniana - consiglio ROUGH CUT), Petr Lom (regista ceco e autore del documentario Letters to the President). Poi tutti a parlar d'ambiente con Fred Pearce (giornalista britannico) e Sylvie Coyaud del Sole 24 ore attraverso il libro 'Confessioni di un eco peccatore'. In serata Canzoni impopolari, spettacolo serio con ironia di Ascanio Celestini e dj set esplosivo con Jovanotti.
Infine domenica: incontro col famoso grafico britannico (tra i suoi lavori migliori c'è il quotidiano 'the guardian') Mark Porter che ha presentato il nuovo progetto grafico di Internazionale in edicola da questa settimana e coda chilometrica inutile per Saviano.
Poi ripetutasi sull'autostrada Verona-Milano...

Nei prossimi giorni foto e commenti. Ora mi godo un pò di riposo.

giovedì 1 ottobre 2009

Tutti a Ferrara/2.

Domani (2 ottobre, ore 10.30 presso il Cinema Apollo) si apre la terza edizione di Internazionale a Ferrara - Un weekend con i giornalisti di tutto il mondo.

Come già anticipato, quest'anno il settimanale ha dato l'opportunità ad un numero limitato di blogger di accreditarsi e di raccontare in tempo reale ciò che accadrà durante le tre giornate: io sono riuscito a rientrare tra i fortunati.
Quindi per chi non riuscisse a raggiungere Ferrara ma è interessato a tenersi informato su conferenze, mostre e quant'altro consiglio di tenere d'occhio queste pagine perché cercherò di tenere il più possibile aggiornato il blog tramite articoli e foto.

Inoltre anche vi consiglio di tener d'occhio anche Twitter (box in alto nella colonna di destra) e la nuova Pagina di BI su facebook.

Stay tuned.

martedì 29 settembre 2009

Ha vinto Angela Merkel.

Niente più Große Koalition in Germania.
Dopo quattro anni di convivenza tra cristiani e socialisti, la solida democrazia tedesca premia il buongoverno di Angela Merkel a dispetto del suo ex Ministro degli Esteri e candidato premier dell'SPD, Frank-Walter Steinmeier.
Il partito della PM uscente (Union), seppur in flessione (33,8% - 239 seggi su 622), potrà allearsi con i più affini liberali della FDP (14,6% - 93 seggi) che, al contrario, hanno raggiunto il loro massimo storico.
Disfatta totale per la SPD (in controtendenza rispetto ai partiti socialisti di mezzo mondo) che perde più di dieci punti percentuali e ben 76 seggi. Punti che sembrano essersi riversati all'estremità; infatti comunisti e verdi raggiungono rispettivamente l'11,9% e il 10,7% ossia, se sommati, praticamente gli stessi seggi della SPD (Linke+Grüne 144; SPD 146 seggi).

La stabilità di Merkel si è rivelata vincente in un periodo di crisi e di incertezza come quello che hanno vissuto e stanno vivendo i tedeschi; per una volta è stata premiata la persona a dispetto di un programma: la sicurezza dei fatti alle promesse di un futuro più regolamentato.
In una grossa coalizione come quella avutasi in Germania non c'era un partito da punire ma una persona da premiare.

Qui potete trovare i risultati in dettaglio e confrontarli con quelli delle passate elezioni.

sabato 26 settembre 2009

Un mondo senza armi nucleari?

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite appena conclusosi (24 settembre) a New York ha approvato all'unanimità la risoluzione 1887 presentata dagli Stati Uniti d'America in favore del disarmo e della non proliferazione nucleare.

L'inizio della fine della corsa agli armamenti nucleari ebbe inizio con il processo di distensione dei rapporti fra Usa e Urss. Nel gennaio del 1967 l'allora presidente americano Lyndon Johnson lanciò una proposta di negoziato per la riduzione degli armamenti nucleari che venne recepita positivamente ma con scetticismo dai sovietici. Essi vennero successivamente ribattezzati Salt, Strategic Armaments Limitation Talks, cioè “negoziati per la limitazione degli armamenti strategici”. La situazione si sbloccò solo il primo luglio 1968 quando venne firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) il quale proibì agli Stati firmatari privi di armamenti nucleari di procurarseli. Questo, però, non li privò del diritto inalienabile di dotarsi dell'energia atomica per scopi civili. Anzi, gli Stati già nucleari si sarebbero impegnati a fornire il know-how necessario a tale scopo sotto il controllo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA). Gli Stati che facevano parte del club nucleare erano inzialmente tre: Usa, Urss (poi Federazione Russa) e Gran Bretagna. Nel 1992 si aggiunsero Francia e Cina. Attualmente però vi sono ben quattro Stati che, pur non aderendo al TNP sono in possesso di tali armamenti: India, Pakistan, Israele e la “neopromossa” Corea del Nord - che lo sottoscrisse nel 1985 ma vi uscì nel 2001.

Gli accordi Salt I vennero effettivamente firmati il 26 maggio 1968 durante la prima visita ufficiale che un presidente americano - Nixon - avesse mai compiuto nella capitale sovietica. L'intesa portò solo ad una regolamentazione delle forze (non un vero e proprio disarmo, dunque) poiché stabiliva i tetti entro i quali ciascuna potenza si sarebbe dovuta mantenere nei successivi cinque anni.

L'ultimo vertice degli anni della distensione ebbe luogo fra Brežnev e il successore di Nixon (dimessosi in seguito allo scandalo Watergate), Gerald Ford, a Vladivostok, il 23 e 24 novembre 1974. Esso decretò il principio di eguaglianza fra Usa e Urss (in termini di testate possedute), riaffermato e reso definitivo solo nel giugno 1979 a Vienna quando Brežnev incontrò anche Jimmy Carter.

Questa situazione rimase pressoché invariata fino all'avvio della presidenza Bush (padre) quando ebbe inizio la fase conclusiva del processo di smantellamento dell'arsenale militare della guerra fredda. George Bush e il presidente sovietico Michail Gorbačëv si incontrarono a Washington e Camp David nella primavera del 1990 e misero a punto i termini del trattato che i negoziati Start, Strategic Arms Reduction Treaty, avrebbero dovuto completare: riduzione del 50 per cento delle rispettive forze nucleari e distruzione dell'arsenale chimico. Il negoziato venne firmato il 31 luglio 1991 (Start I) a Mosca e diede l'avvio ad una nuova era delle relazioni internazionali. A questo accordo iniziale se ne aggiunse un secondo nel dicembre del 1992 definitivamente modificato nel 2001 che portò alla riduzione dell'80 per cento delle armi nucleari in circolazione.

Ultima versione sono gli accordi Sort, Treaty on Strategic Offensive Reductions, firmati a Mosca il 24 maggio 2002 da George Bush (figlio) e Vladimir Putin dove sia Stati Uniti che Russia si impegnano a ridurre le proprie testate tra le 1.700 e le 2.200 entro il 31 dicembre 2012.

E ora? Sembra che il presidente americano Barack Obama abbia deciso di cambiare strategia rispetto a quella tenuta dal suo predecessore. Infatti la politica seguita dalla nuova amministrazione sembra più simile a quella del buon esempio di Carter che a quella incoerente di Bush (figlio) e del suo scudo antimissile che aveva nuovamente posto l'arma nucleare al centro della dottrina difensiva americana. Secondo le intenzioni di Obama, ridurre concretamente l'arsenale americano spingerà il resto della comunità internazionale a seguire l'esempio e sostenere la politica americana di prevenzione della proliferazione. Quale occasione migliore dunque, - il G20 allargato - per smascherare le vere intenzioni di Mahmud Ahmadinejad e costringere in un angolo l'Iran e il suo progetto nascosto (impianto di Qom che potrebbe ospitare 3000 nuove centrifughe) di arricchimento dell'uranio?

Poco importa quindi se la politica seguita nei confronti della repubblica islamica sia simile nei modi a quella di Bush se ciò che spinge l'odierna amministrazione americana ad agire è reale e sincero. Coreani e iraniani - forse - si sentiranno più soli e imbarazzati di fronte alla coerenza americana e un mondo senza armi nucleari, seppur lontano nel tempo, potrebbe essere più concreto.

martedì 22 settembre 2009

The Age of Stupid.


Il 22 settembre si è tenuta in contemporanea in oltre 45 paesi e 550 cinema la prima del film sui cambiamenti climatici: The Age of Stupid.
The Age of Stupid - letteralmente l'Era degli Stupidi - è un film/documentario e di animazione ambientato nel 2055. In un mondo devastato, Pete Postlethwaite (nomination agli Oscar) interpreta un anziano, che si trova a riguardare filmati di archivio del 2008 e a chiedersi: perché non abbiamo fermato il cambiamento climatico quando ne avevamo la possibilità?
Cazzo, spero di non dover essere in grado di rispondere.

Per ulteriori informazioni: WWF.
Ad ottobre si apre la possibilità di organizzare visioni indipendenti anche in Italia. Diamoci una mossa!
Ringrazio Suburbia di MemoRandom per avermi messo a conoscenza dell'evento.

Vi lascio col trailer sottotitolato in italiano.

lunedì 21 settembre 2009

L'OSCE ammonisce Berlusconi.

Miklos Haraszti, rappresentante dell'OSCE per la libertà di informazione, ha esortato il Primo Ministro Silvio Berlusconi a ritirare le cause civili intentate contro i quotidiani La Repubblica e l'Unità.
In una lettera indirizzata al Primo Ministro, Haraszti ha espresso preoccupazione in merito alla cifra di 3 milioni di euro che Berlusconi ha chiesto come risarcimento danni morali ai due quotidiani per gli articoli pubblicati a luglio e agosto. In alcuni di essi venivano poste domande sulla sua condotta in qualità di pubblico ufficiale e sul suo abuso di potere sui mezzi di informazione italiani.

"Porre persistentemente delle domande, anche di natura politica, è un importante strumento della funzione correttiva dei media" ha scritto Haraszti a Berlusconi.

Haraszti ha sottolineato che in diverse occasioni la Corte europea dei diritti umani ha ritenuto che i pubblici ufficiali dovrebbero mostrare un maggior grado di tolleranza verso la critica rispetto ai cittadini comuni proprio per la carica pubblica che ricoprono e ha invitato Berlusconi a lasciar cadere le denunce per permettere ai media di adempiere alla funzione di watchdog (lett. cane da guardia del potere) che è vitale per una società democratica.

"Il diritto dei cittadini di sapere include inevitabilmente quello dei media di domandare" ha detto Haraszti.

Traduzione dalla notizia originale apparsa il 20 settembre sul sito ufficiale dell'OSCE.

Silvio Berlusconi ha annunciato che aprirà delle azioni giudiziare anche contro El País e Le Nouvel Observateur. I dirigenti del giornale spagnolo, che ha pubblicato delle foto di feste nella residenza di Berlusconi in Sardegna dove apparivano donne nude, hanno fatto sapere recentemente di non aver ricevuto notizie dagli avvocati di Berlusconi. (Le Monde)

venerdì 18 settembre 2009

Internazionale a Ferrara 2009.

Manca veramente poco alla terza edizione del festival di Internazionale che anche quest'anno verrà ospitato dalla stupenda città di Ferrara dal 2 al 4 ottobre. Tante novità, tanti ospiti e nuove collaborazioni. Quest'anno infatti, tra gli spazi offerti dal festival, ci sarà anche il team di Current: oltre ad un paio di appuntamenti incentrati sul modello d'inchiesta Vanguard, durante tutti i giorni della rassegna sarà aperta a blogger, filmmaker, giornalisti indipendenti e contributor Casa Current - "Uno spazio di dialogo e d'incontro dove lasciare proposte e suggerimenti, ma anche un'occasione per approfondire e capire l'offerta del network e conoscere più da vicino il lavoro svolto dal team italiano di Current". Insomma, per chi è un assiduo lettore di queste pagine, in un colpo solo avrò la possibilità di immergermi nelle vere fonti di ispirazione di questo blog.
Gia perché anche io sarò a Ferrara e, grazie all'opportunità offertami dagli organizzatori, potrò raccontare le giornate del festival in tempo reale e alle stesse condizioni di un vero giornalista! Insomma, non vedo l'ora...

Inoltre conferenze con Roberto Saviano, Loretta Napoleoni, Sergio Romano, Tito Boeri e tutti i migliori collaboratori del settimanale.

E voi che fate? Non venite?

- Programma del festival.
- twitter del festival.

mercoledì 16 settembre 2009

Ambientiamoci - Il fenomeno dell'eco-migrazione.

Sembra ormai impossibile parlare di ambiente senza far riferimento ai cambiamenti climatici che stanno avvenendo ad un ritmo ed ad un’intensità maggiore rispetto a quanto inizialmente previsto.

Nel nuovo studio In search of shelter (In cerca di riparo) elaborato dall’Università delle Nazioni Unite, dall’organizza
zione Care e dalla Columbia University di New York viene messo in luce un nuovo fenomeno globale dovuto al surriscaldamento globale: quello dell’emigrazione ambientale. Secondo questo rapporto, infatti, l’aumento anche di un solo metro del livello degli oceani potrebbe causare il trasferimento di ben 24 milioni di persone lungo le coste delle aree più a rischio come le sponde del Gange o dell’Irrawaddy; l’aumento della desertificazione ridurrà la disponibilità di acqua e terre coltivabili e da pascolo come nella regione settentrionale del Kenya popolata dall’etnia turkana dove da qualche tempo una grave siccità colpisce la regione a cadenza triennale.

Globalmente, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) stima che i migranti ambientali saranno circa 200 milioni entro il 2050, anche se le fonti più pessimistiche parlano addirittura di 700 milioni di esseri umani coinvolti. Inevitabile sarà il moltiplicarsi di conflitti che potrebbero finire per confondersi con le lotte di religione. Secondo alcuni esperti, infatti, i cambiamenti climatici avrebbero già provocato l’inasprimento della guerra nel Darfur favorendo l’infiltrazione di jihadisti nel Sud della Somalia.

Come gestire questo nuovo fenomeno? L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) difficil
mente potrà occuparsi anche degli “eco migranti” visto l’enorme numero di persone di cui già difficilmente si occupa. Per questo alcune forme di cambiamento climatico, come l’innalzamento degli oceani e lo scioglimento dei ghiacciai, richiedono principalmente interventi governativi su larga scala. Ad esempio, il governo vietnamita sta attuando una migrazione interna forzata di quelle popolazioni che vivono in aree minacciate dallo straripamento di corsi d’acqua e soggette a tempeste violente. Il Primo Ministro etiopico, invece, ha previsto che alcune zone del continente africano diventeranno presto inabitabili ed alla Conferenza di Copenhagen chiederà un risarcimento danni per aiuti elargiti pari a 40 miliardi di dollari.

Dunque la portata e le previsioni future portano gli Stati coinvolti e non ad assumere un ruolo da protagonista. Ma l’esperienza insegna che i risultati possono essere raggiunti e i rischi ridotti al minimo solo se an
che le popolazioni direttamente minacciate verranno coinvolte ed informate su comportamenti e stili di vita da tenere al fine di coordinare al meglio le risposte che verranno intraprese.

Per concludere riporto la frase conclusiva del rapporto In search of shelter: “Namely, that the scope and scale of challenges we face may be unprecedented; but we meet them already having many of the resources—including knowledge, skills and relationships—needed to protect the dignity and basic rights of persons threatened by displacement from environmental change”.

martedì 15 settembre 2009

Dentro il cuore di internet.

Guardando quella stanza piena di computer, su cui girano programmi che analizzano da soli le notizie finanziarie e aiutano i broker a prendere decisioni, mi veniva in mente Karl Marx quando diceva che l'industria avrebbe cercato di "produrre macchine per mezzo di macchine" e quando prevedeva che "più il capitale crescerà" più cercherà di "annullare lo spazio attraverso il tempo".



Tom Vanderbilt, giornalista statunitense che si occupa di tecnologia e scienza, all'interno dell'articolo Data Center Overload, (New York Times) in cui rivela come tutti i servizi offerti dalla rete - dall'email ai siti di social network - funzionino grazie a migliaia di computer custoditi nei cosiddetti data center, centro nevralgico del web.