giovedì 29 gennaio 2009

L'inferno dello Zimbabwe.


L'ultimo rapporto (aggiornato al 28 gennaio 2009) dell'OMS - Organizzazione mondiale della sanità - sullo Zimbabwe ha decretato che dal mese di agosto 2008 sono morte 3028 persone per l'epidemia di colera; i contagi sono 57702. Il rapporto, uscito martedì 27 gennaio, ha subìto un aggiornamento poiché in meno di 24 ore si sono aggiunti 57 decessi e 1579 persone sono state contagiate.
La portavoce dell'OMS, Fadela Cahib, ha confermato che «il colera non è mai stato sotto controllo, è tuttora fuori controllo e questa situazione non cambierà nel prossimo futuro. Purtroppo ci stiamo avvicinando al peggiore degli scenari possibili, con più di 60 000 persone malate».
Sempre secondo l'OMS, circa la metà dei 12 milioni di abitanti dello Zimbabwe sono suscettibili di contrarre il virus a causa delle condizioni insalubri della vita nel Paese. Inoltre, l'epidemia ha cominciato a propagarsi anche nei Paesi vicini, in particolare nel Sudafrica dove si sono registrati più di 2600 casi e 31 decessi.

Questa crisi va di pari passo con la drammatica situazione economica e politica che il Paese sta vivendo da ormai quasi un anno: la banca centrale del Paese ha annunciato l'emissione di un biglietto da centomila miliardi di dollari zimbabwiani, mentre il vertice dei Paesi della Comunità per lo Sviluppo dell'Africa Australe non è riuscito a far accordare il Presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe e il capo dell'opposizione Morgan Tsvangirai per la formazione dell'ormai tristemente famoso governo di coalizione. Sembrava si fosse deciso che Tsvangirai avrebbe ricoperto la carica di Primo Ministro e Arthur Mutambara quella di vice, mentre Mugabe avrebbe conservato la carica di Presidente e, per 6 mesi, insieme a Tsvangirai, anche quella di Ministro dell'interno ad interim. Ma l'opposizione ha negato che si sia raggiunto un accordo.

Per chi si fosse perso gli sviluppi di questa tragica vicenda, ho creato l'etichetta, tag dal nome "Zimbabwe" (che potete trovare sulla colonna di destra) che vi rimanderà agli articoli inerenti.

martedì 27 gennaio 2009

Morales non è Chávez: approvato il referendum costituzionale.

Il Presidente boliviano Evo Morales ha proclamato l'inizio della rifondazione della Bolivia successivamente all'approvazione, con il 60% di voti favorevoli, del referendum costituzionale tenutosi domenica 25 gennaio 2009. Morales ha proclamato "la fine dell'età coloniale" e degli enormi sfruttamenti agricoli da parte dei grandi proprietari terrieri "grazie alla coscienza del popolo boliviano".
La nuova costituzione - promossa dal primo Presidente indio della storia del Paese - concede autonomia ai popoli indigeni e aumenta il potere e le prerogative statali in tema di risorse naturali. Infatti, i programmi di aiuto ai disagiati ed agli anziani presenti sugli altopiani andini (dove si raggiungono i livelli di povertà più alti di tutta l'America Latina) vengono finanziati proprio con l'aumento delle royalties sul gas. La nuova Carta, inoltre, rafforza il controllo del governo sull'economia dopo l'affermazione del monopolio statale sulle risorse energetiche e sull'acqua.

Nonostante la vittoria, il Paese si ritrova ancora diviso in due poiché nelle regioni autonomiste più ricche - Santa Cruz (Est), Tarija e Chuquisaca (Sud), Pando e Beni (Nord) - dove vivono i latifondisti di destra e i boliviani di origini europee, ha vinto ampiamente il fronte del no.
Il voto, comunque, si è svolto senza irregolarità o disordini ed il clima appare decisamente più tranquillo rispetto ai mesi scorsi.

martedì 20 gennaio 2009

Inauguration speech.

In questo post i due video dell'inaugural speech, ossia il discorso inaugurale d'insediamento, pronunciato subito dopo il giuramento (con traduzione simultanea in italiano).
Qui riporto il video del giuramento.

PRIMA PARTE.


SECONDA PARTE.

Il primo giuramento di Barack Obama

Oggi, martedì 20 gennaio 2009, inizia l'era di Barack Hussein Obama eletto 44° Presidente degli Stati Uniti d'America lo scorso 4 novembre. Tante, forse troppe parole sono state spese per descrivere questo evento. Ognuno, a suo modo, ha visto in Obama la possibilità di continuare a credere, a sperare. Anche io mi sono lasciato coinvolgere (in senso positivo) da questo clima di rinnovata fiducia da tempo messa da parte.

D'ora in avanti, però, si farà sul serio. Le parole lasceranno spazio alle azioni e a noi, finalmente, si materializzarà la concreta possibilità di valutare con obiettività e buon senso i gesti che il Presidente compierà, specialmente in campo internazionale.

Qui i video del discorso di insediamento; di seguito il giuramento di Barack Obama tenutosi alle ore 18.00 (le 12.00 ora locale) a Washington (con sottotitoli in italiano).

martedì 13 gennaio 2009

martedì 6 gennaio 2009

Gli illeciti internazionali di Israele, potenza occupante

Un attacco aereo israeliano su Gaza City, 18 novembre 2012 (AP Photo/Bernat Armangue)

L'articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite recita così: "I membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite".

Così, invece, l'articolo 51, relativo alla legittima difesa, unica eccezione ammessa per l'utilizzo della forza: "Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Le misure prese da membri nell’esercizio di questo diritto di autotutela sono immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza e non pregiudicano in alcun modo il potere e il compito spettanti, secondo il presente Statuto, al Consiglio di Sicurezza, di intraprendere in qualsiasi momento quell’azione che esso ritenga necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale".

Israele è un membro delle Nazioni Unite. Fatta questa premessa entriamo nel vivo della discussione per capire giuridicamente perché Israele sta infrangendo diverse regole di diritto internazionale attaccando ed invadendo militarmente la Striscia di Gaza e compiendo azioni militari al di fuori dei propri confini ai danni di un attore privo di un esercito regolare e privo di sovranità statale.

I due articoli sopra riportati appartengono al cosiddetto ius cogens, ossia al "diritto cogente" che è costituito da un sistema di valori inderogabili all'interno del quale vi sono i principi enunciati dalla Carta Onu. Non solo, proprio per il loro carattere di inderogabilità essi definiscono obblighi erga omnes, ossia "nei confronti di tutti" e danno il conseguente diritto (cosiddetto "diritto diffuso") a qualsiasi membro di esigere da ogni altro stato il rispetto dei diritti in questione (in questo caso il divieto di minaccia e uso della forza) sia che esso venga toccato direttamente da una loro violazione, sia che ad essere toccato sia uno stato terzo.

Ultimamente, all'interno della comunità internazionale, si sta diffondendo la questione della determinazione del momento in cui sono consentiti la minaccia e l'utilizzo della forza per legittima difesa. Secondo alcuni essa deve essere usata successivamente al momento in cui l'attacco è stato sferrato e/o subito, secondo altri essa può essere usata anche in un momento precedente al momento dell'attacco, ma in questo caso la minaccia deve essere imminente.

A sostegno dei teorici della dottrina successiva, vi sono due argomentazioni: 1) l'argomento letterale poiché l'art. 51 dice solo "nel caso abbia luogo un attacco armato"; 2) i sostenitori della teoria preventiva prima dell'entrata in vigore della Carta Onu hanno preso atto dell'entrata in vigore dell'ipotesi successiva proprio con l'art. 51.

Coloro che sostengono l'ipotesi preventiva dicono che con l'ingresso di armi di distruzione di massa o con la presenza di un potenziale distruttivo molto elevato, aspettare di difendersi successivamente potrebbe condurre ad un risultato "manifestamente assurdo o irragionevole" (art. 32 della convenzione di Vienna). Anche in questo caso, però, la nozione di imminenza di un attacco deve essere concepita in senso restrittivo.

Il panel di alto livello delle Nazioni Unite del 2004, incaricato di studiare e fornire un rapporto in previsione di una revisione della Carta, si è espresso a favore della legittima difesa preventiva ma solo nell'imminenza di un attacco armato a condizione che essa sia assolutamente necessaria e proporzionata. Lo stato che ne vorrà fare uso, dovrà comunque chiedere autorizzazione al Consiglio di Sicurezza previa la presentazione di tesi e prove convincenti. Detto ciò, si può evincere che oggi, nonostante gli studi al vaglio, vale ancora l'interpretazione "successiva" dell'art. 51.

A che pro scrivo tutto ciò? Nella Striscia di Gaza non vi è un potenziale distruttivo elevato e non vi sono le condizioni per un attacco preventivo. Inoltre i razzi lanciati dalla Striscia verso le città meridionali di Israele non dipendono da un esercito. Secondo l'art. 51 la legittima difesa può considerarsi tale solo se l'attacco subito è stato sferrato da parte di uno stato attraverso forze regolari. In questo caso, non vi è stato un attacco da parte di un esercito appartenente ad un altro Stato poiché i missili non vengono lanciati dall'Olp o da suoi responsabili - Hamas, che ricordo essere stata democraticamente eletta dai palestinesi della Striscia, nella peggiore delle ipotesi, è accusata di omissione, della mancanza di volontà di fermare tali lanci, non del lancio vero e proprio - ma da privati.

In ogni caso non vi sarebbe nemmeno la possibilità di attribuire gli sporadici lanci di razzi provenienti dalla Striscia di Gaza ad uno stato poiché questo non esiste; come già stabilito dal parere del 2004 della Corte internazionale di giustizia relativo alla costruzione del muro nei territori palestinesi occupati, la legittima difesa può attivarsi solo in caso di attacco subito da uno stato terzo verso il proprio. La Striscia di Gaza non è uno stato indipendente riconosciuto da Israele ma è solamente un territorio autonomo occupato illegalmente da Israele.

Ed anche se vi fosse uno stato dietro alle attività militari, come stabilito dalla Cig nella sentenza Attività militari e paramilitari in Nicaragua del 1986, esso dovrebbe essere accusato di essere pienamente responsabile delle azioni compiute da forze irregolari. In quel caso gli Stati Uniti vennero assolti nonostante sostennero attivamente i contras (gruppo di ribelli controrivoluzionari) contro i sandinisti.

Infine, anche se vi fosse uno stato pienamente responsabile dietro all'attacco (in questo caso il lancio sporadico di razzi), le condizioni dell'eventuale legittima difesa dovrebbero essere: necessità, richiesta di autorizzazione alle Nazioni Unite da parte dello Stato aggredito, proporzionalità. E come può esservi proporzionalità fra i lanci provenienti da territorio straniero che uccidono o feriscono qualche decina di civili israeliani e l'impiego dell'aviazione, della marina militare, di carri armati e di un esercito regolare composto da migliaia di militari all'interno del territorio considerato "aggressore" con la conseguente morte di centinaia e centinaia di civili senza distinzione fra uomini, donne o bambini?

Arrivare al conteggio delle vittime è la cosa peggiore che si possa fare, ma vedere uno stato sovrano comportarsi in questa maniera, infrangendo anche il diritto internazionale dei conflitti armati che prevede, fra gli altri, il divieto di compromettere la salute o la sopravvivenza della popolazione, situazione costantemente infranta non solo tramite l'utilizzo di armi, ma anche tramite l'utilizzo di misure coercitive quali l'embargo e il divieto di pesca (Vittorio Arrigoni insegna), porta anche a queste basse e modeste considerazioni.

Mi ero promesso di non trattare più l'argomento dopo il post Israele e territori palestinesi sono in guerra? scritto esattamente un anno fa, quando la popolazione palestinese esausta aprì un varco verso l'Egitto pur di trovare beni di prima necessità, ma dopo il rapido peggioramento della situazione e le parole scandalose (ricordo, su tutte, quelle dell'attuale presidenza dell'Unione europea, la Repubblica Ceca) pronunciate in questi giorni, non me la sono sentita di tacere e questo è il risultato.

Intanto le Nazioni Unite, divenute praticamente impotenti dopo il diffondersi della dottrina Bush, attendono l'insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca per agire e tornare influenti nella speranza di riuscire ad imporre una tregua permanente e multilaterale; al contrario, Israele, proprio perché ancora non sa che tipo di appoggio gli riserverà Obama, ha deciso di precederlo e attaccare negli ultimi giorni di presidenza Bush i territori palestinesi. George W. Bush, infatti, ha ancora una volta ribadito che Israele ha tutto il diritto di difendersi offendendo pur di fermare gli attacchi terroristici di Hamas. Già, ma qual è questo diritto di cui parla Bush?

Per una integrazione storica sull'argomento vi segnalo questo post di Antonio Candeliere: L’imbroglio palestinese ed il conflitto Arabo-Israeliano.

sabato 3 gennaio 2009

La conferma democratica del Ghana.

In mancanza del materiale utile per svolgere in maniera regolare il ballottaggio presidenziale previsto per il 28 dicembre 2008 in Ghana, la regione (consituency) del Tain ha posticipato ad oggi il proprio ballottaggio.
Essendo ristrettissimo il margine fra i 2 candidati, anche una piccola regione come questa (di soli 56.000 votanti) si è rivelata decisiva per l'elezione del Presidente dell'intero Stato.
Infatti, i risultati parziali provenienti da 229 su 230 constituencies hanno visto, a sorpresa, in vantaggio il candidato del partito d'opposizione (NDC) John Evans Atta Mills con il 50,13% dei voti, ossia con soli 23.055 voti di differenza.
I risultati definitivi per il Tain hanno però solamente confermato l'esito del ballottaggio: il Professor Atta Mills è, infatti, il nuovo Presidente del Ghana con il 50,23% (pari a 4.521.032 voti) contro il 49,77% (pari a 4.480.446 voti) del candidato dell'ormai ex partito al governo (NPP) Nana Addo Dankwa Akufo-Addo. Qui il manifesto del National Democratic Congress, neo-partito di governo. L'affluenza alle urne è stata del 77,91%.

Come già scritto nel post Ghana, modello di democrazia, il Ghana si è rivelato essere una piccola isola felice democratica circondata da Stati governati da dittatori più o meno credibili: dopo i colpi di Stato degli anni 70/80, il Paese si trasformò in democrazia quando il leader dell'ultimo colpo di Stato, Jerry Rawlings, organizzò le elezioni - che vinse per 2 mandati consecutivi. Poi, sorprendentemente, lo stesso cedette il potere all'odierno Presidente uscente John Kufuor quando questo vinse nel 2000.

Un piccolo segno di questa "avanguardia" in campo democratico è la presenza di siti facenti capo a testate giornalistiche (il migliore è l'African Elections Project) e pagine di social network che hanno seguito minuto per minuto e senza timori di censure questo lungo periodo elettorale cominciato il 7 dicembre scorso. Su tutti ha spiccato la pagina di twitter che non ha perso un colpo e si è rivelata essere indispensabile per tutti coloro che, anche se distanti, volevano sentirsi più vicini alla realtà del luogo. Un esempio? Tramite un reply ho chiesto se il ballottaggio si è svolto in maniera regolare e tranquilla e ho ricevuto dopo pochi minuti questa risposta, come in una sorta di conferenza stampa a distanza: "the elections ended ok with no major problems, results are coming in".
Eccezione USA/Obama a parte, quanti altri Stati Occidentali possono godere di cotanta web-activity?