giovedì 12 marzo 2009

Sudan: giustizia senza pace

Il 4 marzo 2009 la prima Camera preliminare della Corte penale internazionale ha accolto la richiesta del procuratore Luis Moreno Ocampo del luglio del 2008 ed ha emesso un mandato d'arresto a carico del Presidente del Sudan Omar al Bashir per crimini contro l'umanità e crimini di guerra commessi in Darfur. Non sono stati confermati, invece, i tre capi d'accusa per atti di genocidio indicati nella richiesta del procuratore.

L'odierno conflitto in Darfur è scoppiato nel 2003 tra le forze del governo e due gruppi di ribelli: il Sudan Liberation Army/Movement (Sla/M) e il Justice and Equality Movement (Jem). Le cause sono molteplici e connesse fra loro; significativi sono gli scontri generati dall'emarginazione economica e politica delle aree periferiche aggravate negli ultimi anni da una grave siccità e dalla crescita demografica che hanno determinato una forte competizione per le risorse naturali e hanno dato origine a conflitti tra le popolazioni arabe e africane. In realtà, come sottolineato anche da Human rights watch, le divisione etniche non sono all'origine del conflitto odierno, ma piuttosto sono state strumentalizzate dai gruppi di ribelli e soprattutto dal governo per attrarre la popolazione civile sotto la propria influenza. Anche Ocampo ha dichiarato nella richiesta di mandato d'arresto che il contrasto tra etnie è stato usato dal Presidente sudanese per mascherare i propri crimini.

Nonostante la risposta della comunità internazionale sia stata tardiva e non sistematica, con la risoluzione 1593 del 31 marzo 2005, il Consiglio di sicurezza ha demandato la questione del Darfur alla Corte penale internazionale. Questa decisione è arrivata successivamente all'istituzione della Commissione di inchiesta chiamata ad indagare sulle violazioni dei diritti umani. L'allora presidente Antonio Cassese ha escluso che in Darfur fosse in corso un genocidio ma ha rituenuto che il governo fosse responsabile di crimini di guerra e contro l'umanità.

Particolare attenzione è da riservare alla scelta del procuratore di non sottoporre la richiesta di mandato d'arresto a segreto istruttorio, come fatto in passato. Con tale scelta, il procuratore ha preferito dare la precedenza all'esigenza di promuovere il cambiamento dell'atteggiamento non cooperativo del Sudan e scuotere l'opinione pubblica in modo che questa possa esercitare pressioni su di esso ma ha anche cancellato le probabilità che l'arresto si concretizzi poiché al Bashir, d'ora in poi, eviterà accuratamente di recarsi in Stati che cooperano con la Corte.

Per questi motivi, le reazioni alle decisioni del procuratore e della Corte sono state diverse: l'Unione europea ha ribadito l'importanza determinante della Cpi nella promozione della giustizia internazionale, mentre l'Unione africana e la Lega araba hanno manifestato contrarietà verso la scelta del procuratore poiché essa potrebbe minare il processo di pace in corso in Darfur. Inoltre vi è la concreta possibilità che aumentino le violenze nei confronti dei sostenitori della Cpi.

Le posizioni degli stati si sono espresse durante la votazione della risoluzione 1593: un forte sostegno è stato espresso da Italia, Belgio, Costa Rica e Croazia mentre Russia e Cina hanno definito la scelta inappropriata, presa in un momento inappropriato. Gli Stati Uniti, che si sono astenuti, hanno condannato le parole di Ua e Lega araba. Il governo di Khartum si è ovviamente espresso in maniera contraria e dura e ha ribadito di non riconoscere la giurisdizione della Cpi definendo il mandato d'arresto un grave attentato alla sovranità del Sudan.

L'eventualità che il Consiglio di sicurezza sospenda il procedimento nei confronti del presidente Al Bashir è remota ma quella che il governo cooperi con la Corte è inesistente. Il futuro del Paese è quindi molto incerto, il conflitto ha già causato cifre impressionanti di morti, sfollati e rifiugiati ma la comunità internazionale non sembra essere in grado di rispondere alle crisi interne di Paesi instabili.

Le conseguenze della vicenda sono già piuttosto gravi: il governo sudanese ha disposto l'espulsione di diverse organizzazioni tra cui Oxfam, Save the children, alcune sezioni di Medici senza frontiere. Non Emergency, per fortuna, che ha ben due centri in Sudan: probabilmente una sua espulsione risulterebbe insostenibile anche per un governo come quello di Karthum. Il vero problema da affrontare oggi sembra essere l'inconciliabilità tra pace e giustizia.

Fonte: ISPI Policy Brief - Sudan e Corte Penale Internazionale: ragioni e conseguenze del mandato di arresto per Al Bashir di Ludovica Poli.

4 commenti:

Il Blog | Attualità | Psicologia ha detto...

Praticamente i canali d'informazione continuano a ignorare certe situazioni geopolitiche in moltissimi paesi, e ci sono grossissime e mergenze umanitarie che puntualmente passano inosservate...

Ale ha detto...

ogni via che si prenderà ha costi altissimi...
ed è brutto dover scegliere tra giustizia e pace..
buon week end tommi

tommi ha detto...

Lo scandalo è che si è sentito parlare di darfur più in questi due giorni in cui un nostro connazionale è stato rapito che nel corso di tutta la guerra.
Brividi...

Franca ha detto...

Non ci potrà essere giustizia senza la pace...