giovedì 16 luglio 2009

Ambientiamoci - Gli 8 eroi e la lotta ai cambiamenti climatici.

A luglio riprende la rubrica Ambientiamoci dopo la sosta forzata di giugno e per l’occasione ho deciso di riportare il paragrafo della dichiarazione “Leadership responsabile per un futuro sostenibile” che fa riferimento ai cambiamenti climatici (Cambiamenti climatici e ambiente – lotta ai cambiamenti climatici) pubblicata a termine della prima giornata – 8 luglio – dei lavori del G8 dell’Aquila. “Come mai?” vi chiederete. Un po’ per informazione – visto il poco spazio riservato dai media italiani all’argomento, più impegnati ad incensare l’organizzazione che ad altro – un po’ per monito. Infatti il prossimo dicembre (7-18) si terrà la “nuova” Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici a Copenhagen che dovrebbe sostituire e rafforzare gli impegni presi a Kyoto. Conoscere gli impegni presi formalmente in questo G8 potrà essere un buon metodo di pressione affinché vengano mantenuti.


“63. Questo è un anno cruciale per intraprendere a livello globale azioni rapide ed efficaci per combattere i cambiamenti climatici. Sottolineiamo l'importanza della decisione presa nell'ambito della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite contro i Cambiamenti Climatici (UN Framework Convention on Climate Change - UNFCCC) di avviare concretamente i negoziati per raggiungere un accordo globale ed inclusivo per il post-2012 entro la fine del 2009 a Copenaghen, come stabilito dalla Conferenza di Bali nel 2007. Dobbiamo cogliere questa decisiva opportunità per raggiungere un ambizioso consenso globale.

64. Riaffermiamo il nostro impegno nell'ambito dei negoziati dell‟UNFCCC per il raggiungimento di un accordo globale, inclusivo e ambizioso per il post 2012 a Copenaghen, che coinvolga tutti i paesi e sia in linea con il principio delle responsabilità comuni ma differenziate e delle rispettive capacità. In questo contesto, sottolineiamo l'importanza del contributo del Foro delle Maggiori Economie su Energia e Clima (Major Economies Forum on Energy and Climate - MEF) per raggiungere un risultato positivo a Copenaghen. Chiediamo a tutte i Paesi che partecipano all'UNFCCC e al Protocollo di Kyoto di assicurare che i negoziati che si svolgano in tali ambiti si concludano con un accordo globale, coerente ed efficace dal punto di vista ambientale.

65. Riaffermiamo l'importanza del lavoro svolto dall'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), in particolare il IV Rapporto di Valutazione, che costituisce la valutazione più completa della comunità scientifica. Prendiamo atto dell'opinione scientifica ampiamente condivisa che l'aumento medio della temperatura globale al di sopra dei livelli preindustriali non dovrebbe superare i 2°C. Visto che tale sfida globale può essere affrontata solo con una risposta globale, reiteriamo la nostra volontà di condividere con tutti i paesi l‟obiettivo di raggiungere una riduzione di almeno il 50% delle emissioni globali entro il 2050, riconoscendo che ciò implica che le emissioni globali dovranno raggiungere il picco prima possibile e poi decrescere. All'interno di questo processo, siamo favorevoli anche a un obiettivo dei paesi industrializzati di ridurre le emissioni di gas serra nel loro insieme dell' 80% o più entro il 2050 rispetto al 1990 o ad anni più recenti. In coerenza con questi ambiziosi obiettivi di lungo termine, adotteremo significativi obiettivi aggregati ed individuali di riduzione di medio termine prendendo in considerazione che gli anni di riferimento possono variare e che gli impegni devono essere comparabili fra loro. In modo simile, le maggiori economie emergenti devono intraprendere azioni quantificabili per ridurre le emissioni in modo aggregato significativamente al di sotto dello scenario business as usual, rispetto ad un anno determinato.

66. Riconosciamo che la graduale eliminazione degli idro-cloro-fluoro-carburi (HCFC), come previsto dal Protocollo di Montreal, sta conducendo ad un rapido aumento dell'utilizzo di idro-fluoro-carburi (HFC), alcuni dei quali sono dei potenti gas serra. Per questa ragione, lavoreremo insieme ai nostri partner per garantire che la riduzione delle emissioni di HFC venga perseguita nel contesto più appropriato. Siamo inoltre impegnati nell'intraprendere rapide azioni per affrontare altri agenti che alterano il clima come il nerofumo (black carbon). Tuttavia, questo impegno non deve impedirci di effettuare ambiziose e urgenti riduzioni di altri gas serra che durano a lungo nell'atmosfera, che devono restare una priorità.”
Fonte: G8 Summit 2009 – sito ufficiale – Atti del Vertice






Di seguito coloro che hanno ospitato quest'articolo: futuribilepassato

lunedì 13 luglio 2009

I Grandi Numeri dell'Aquila.

Il G8 dell'Aquila ha dato i (suoi) numeri.

Stati Uniti d'America, Gran Bretagna ed i Paesi dell'area Euro hanno investito in aiuti contro la crisi economico/finanziaria 14 mila e 800 miliardi di dollari.

La Banca Mondiale aveva chiesto mesi fa ai Paesi industrializzati di destinare lo 0,70% (pari a 103 miliardi e 600 milioni di dollari) delle risorse stanziate dai provvedimenti nazionali anticrisi per interventi a sostegno di infrastrutture e welfare di base nei 43 Paesi in via di sviluppo più esposti alla crisi.

Al G8 dell'Aquila sono stati stanziati 20 miliardi di dollari - pari allo 0,13% - in tre anni: 5 volte meno di quelli richiesti dalla Banca Mondiale. Cioé ogni 1000 dollari andati ai ricchi ne andranno 13 ai poveri. 20 miliardi di dollari corrisponde ad un trentunesimo della cifra persa dalle sole borse europee nella giornata nera del 21 gennaio 2009. 20 miliardi significa, in rapporto ai 920 milioni di uomoni e donne che popolano il Continente africano, 5 dollari e 18 centesimi a testa all'anno, 43 centesimi di dollaro al mese.

Come segnalato da Paolo de Rienzo dell'Università di Oxford: "Quei 20 miliardi, di cui solo una parte dovuti a nuove iniziative, sono in realtà una semplice pezza per i problemi, aggravati, che tanti Paesi devono affrontare a causa di una crisi globale di cui non sono affatto responsabili".

Un G8 che ha messo d'accordo tutti i presenti. Nessuna obiezione dagli assenti.
A voi ulteriori commenti.

Fonte e dati: Gli aiuti (avari) dei ricchi all'Africa di Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, lunedì 13 luglio 2009.

sabato 11 luglio 2009

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venerdì 10 luglio 2009

Il modello di Obama.

Pochi giorni fa ho pubblicato un post dal titolo "A Teddy Roosevelt preferisco Thomas Jefferson" a commento dell'articolo di Paul Kennedy "Obama a Teheran" (uscito su Internazionale n. 802) che ho condiviso solo in parte. Un sunto del post l'ho inviato anche a posta@internazionale.it che ha deciso di pubblicarlo - lievemente modificato per esigenze di spazio, presumo - sul numero in edicola da oggi (10/16 luglio, n. 803).
Per i lettori assidui o saltuari del settimanale: il commento potete trovarlo a pagina 12.
Buona lettura!

giovedì 9 luglio 2009

Promemoria sulla Terra.

La recente polemica sui “respingimenti” ha tralasciato un piccolo particolare: chi sono quegli uomini e quelle donne sui barconi? Quali sono le loro storie? Che cosa hanno passato per arrivare in Italia? Al di fuori della polemica strumentale della politica scopriamo, attraverso i racconti dei protagonisti (uno di loro è il co-regista con Andrea Segre) l'agghiacciante realtà del passaggio nell'inferno libico, fatto di campi di concentramento nel deserto, di stupri e di esseri umani venduti e comprati. Un eccezionale documento che finalmente da voce a chi non l'ha mai avuta.

COME UN UOMO SULLA TERRA
di Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene.

trasmissione DOC3
GIOVEDI' 9 LUGLIO alle 23.50
RAITRE

lunedì 6 luglio 2009

McNamara è tornato da JFK.

Robert Strange McNamara ha raggiunto JFK questa notte.
Il Presidente - che vinse contro Nixon le elezioni del 1960 - lo volle con sé in qualità di Segretario della difesa, carica che ricoprì fino al 1968, anni della Guerra del Vietnam. Egli fu l'ideatore della cosiddetta Risposta flessibile (vs URSS), strategia difensiva che sostituì la Massive retaliation di Eisenhower;
Di seguito un estratto del film Fog of War - La guerra secondo McNamara di Errol Morris vincitore dell'Oscar come miglior documentario nel 2004.


Ho voluto dedicare un post a questa notizia perché l'ambiguità e l'importanza storica del personaggio è stata a lungo oggetto dei miei studi universitari e ha contribuito notevolmente alla mia formazione.

Dal Tibet allo Xinjiang: Pechino deve cambiare politica.

Nuova rivolta etnica e nuovo bagno di sangue in Cina. Questa volta gli scontri si sono avuti tra gli Uiguri di religione musulmana, presenti in maniera considerevole nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang (Nord-Ovest della Cina) ma minoranza nel Paese, e il gruppo etnico Han che costituisce circa il 90% della popolazione cinese (nonché il 12% della popolazione mondiale).
Domenica 5 luglio a Ürümqi, capitale dello Xinjiang, proteste violentissime hanno portato ad una situazione che non si vedeva da decenni nella Repubblica Popolare Cinese: almeno 156 morti e circa 1.800 feriti (aggiornamento 7 luglio 2009). Tra questi molti Cinesi Han ma anche Uiguri e appartenenti ad altre minoranze etniche. L'agenzia di stampa Nuova Cina ha fatto sapere che i manifestanti di etnia uigura "si sono illegalmente riuniti in diversi angoli della città e hanno cominciato a colpire, distruggere, saccheggiare e incendiare". Alcuni cittadini cinesi sono riusciti ad aggirare la censura che ha colpito, tra gli altri, anche Twitter e hanno caricato immagini e descrizioni della rivolta.
Ora però sembra essere tornata la calma dopo che migliaia di manifestanti sono stati arrestati dalle forze dell'ordine e poliziotti paramilitari hanno preso il controllo della zona meridionale della regione.

Diversi video sono stati caricati in rete e inseriti nei siti dei maggiori quotidiani occidentali (Guardian, Le Monde tra gli altri).


In questo video, la notizia e le immagini riportate dalla televisione pubblica. Secondo Pechino, le prosteste sono state manovrate dai dissenti uiguri in esilio tramite l'incitamento alla violenza in appelli postati su internet. Essi avrebbero quindi attaccato deliberatamente i Cinesi di etnia Han.


In quest'altro video amatoriale, e per questo confuso, si può notare come la rivolta sia stata numericamente consistente, "dettaglio" non visibile dalle immagini di Stato. Secondo il World Uighur Congress, gli Uiguri stavano manifestando pacificamente in seguito all'episodio che ha visto il coinvolgimento e l'uccisione di due lavoratori uiguri avvenuta all'interno di violenze etniche circa una settimana fa nel Guangdong. Sempre secondo il Congress, la polizia ha sparato sui manifestanti e alcuni Uiguri sono stati schiacchiati da mezzi corazzati nei pressi dell'Università di Xinjiang.

Episodio a parte, anche in questo caso, il problema principale sembra essere la politica di sinizzazione (e di discriminazione economica e politica) del governo centrale - identica a quella attuata in Tibet - che crea tensioni tra le varie minoranze e la crescente popolazione di etnia Han. Pechino incoraggia da decenni la migrazione di Cinesi Han che oggi rappresentano il 40% della popolazione dello Xinjiang contro il 5% negli anni Quaranta.

sabato 4 luglio 2009

A Teddy Roosevelt preferisco Thomas Jefferson.

Mi sono appena imbattuto in un interessante quanto ambiguo articolo di Paul Kennedy dal titolo "Obama a Teheran" (Internazionale n. 802, pag. 19) dove l'autore porta avanti la tesi che gli Stati Uniti dovrebbero smettere di decidere per conto terzi su ogni situazione di crisi che si presenta in giro per il mondo lasciando l'iniziativa a quesi paesi che rischiano più dell'America per il bizzarro comportamento di alcuni "stati canaglia" - ad esempio all'Unione Europea nel caso in cui la Russia dovesse minacciare nuovamente di chiudere i rubinetti del gas o alla stessa Russia, all'India o alla Cina se la situazione in Pakistan dovesse peggiorare.
Egli dunque invoca un minor interventismo americano negli affari interni di Stati sovrani prendendo ad esempio il caso delle proteste iraniane. Kennedy apprezza "l'atteggiamento guardingo" del Presidente americano poiché, per risolvere la situazione iraniana, "la cosa peggiore che Washington può fare è offrire alle autorità iraniane la possibilità di dire che l'opposizione è manovrata dagli Stati Uniti" - situazione, peraltro, che si sta verificando proprio in questi giorni: dapprima con l'arresto dei funzionari dell'Ambasciata britannica, poi con l'accusa a Mousavi di essere manovrato dai servizi segreti americani. Ma ritiene anche che per questo comportamento verrà presto accusato di appeasement dai repubblicani poiché si è mostrato troppo esitante e passivo nei confronti del governo iraniano durante la repressione delle proteste dei sostenitori di Mousavi.
L'articolo però si conclude in maniera ambigua: "Forse nell'America di oggi, dove i talk show ospitano deputati e senatori che invitano all'azione, questa moderazione non è possibile. Ma per Obama non è il momento di mostrarsi 'più deciso' con l'Iran perché gli Stati Uniti non devono decidere nulla. E' invece il momento di seguire le orme di uno dei suoi più grandi predecessori, Theodore Roosevelt: evita di alzare la voce, ma porta con te un grosso bastone".

La mia critica nasce proprio dalla scelta di questa citazione per concludere una tesi, fino a quel momento, portata avanti in maniera impeccabile. Come può Kennedy concludere il suo pensiero affermando che Obama deve seguire le orme di Theodore Roosevelt? Roosevelt fu l'autore del "Corollario alla dottrina Monroe": se quest'ultima (James Monroe, 1823) esprimeva l'idea che gli USA non avrebbero accettato più interferenze nell'emisfero americano da parte delle potenze europee ma promettendo che questi non si sarebbero intromessi nelle loro dispute e nelle dispute fra queste e le loro colonie, l'emendamento di Roosevelt (1904) eliminava questa seconda parte dando, di fatto, la possibilità agli Stati Uniti di intervenire negli affari interni di Stati in difficoltà (specie latinoamericani) facendoli ergere a "poliziotti del pianeta". A Roosevelt io preferisco le parole di Thomas Jefferson citate dallo stesso Obama al Cairo: "Spero che la nostra saggezza cresca con il nostro potere e ci insegni che meno useremo questo potere, maggiore sarà la nostra grandezza" (vedi anche The Arrogance of Power di J. W. Fulbright - parte del saggio la potete trovare qui: The Two Americas).
Speriamo che Obama non segua il consiglio di Kennedy più improntanto verso un interventismo subdolo ed occultato da buone parole piuttosto che verso un reale cambiamento di rotta.

mercoledì 1 luglio 2009

Come un Uomo in TV.

Finalmente e, mi vien da dire, sorprendentemente arriva sulla tv pubblica italiana il film che da mesi mette a nudo il nostro coinvolgimento nel disumano trattamento dei migranti che, da ogni parte del Continente africano, quotidianamente, tentano di raggiungere le nostre coste attraverso la Libia.
Io ho avuto la fortuna di vedere questo film in una delle tante proiezioni che si sono tenute in giro per l'Italia (Lecco) e da quel giorno la mia visione sui flussi migratori non è più la stessa.
Non perdetevelo
, registratelo e divulgate la notizia.
Dopo centinaia di proiezioni in tutta Italia, dopo
riconoscimenti e premi di prestigio nazionale e internazionale
(SalinaDocFest, David di Donatello, Arcipelago Film Festival,
Per il Cinema Italiano, BellariaFilmFestival e molti atri),
finalmente in onda sulla RAI.

COME UN UOMO SULLA TERRA
di Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene
prodotto da Asinitas Onlus e ZaLab (52’ – 2008)

GIOVEDI
9 LUGLIO 2009
ore 23.40RAITRE (trasmissione DOC 3)



Per la prima volta in un film, la voce diretta dei migranti africani sulle
brutali modalità con cui la Libia controlla i flussi migratori, su richiesta e
grazie ai finanziamenti di Italia ed Europa.

Per scaricare il volantino cliccate qui;
Per ulteriori informazioni comeunuomosullaterra.blogspot.com