sabato 4 luglio 2009

A Teddy Roosevelt preferisco Thomas Jefferson.

Mi sono appena imbattuto in un interessante quanto ambiguo articolo di Paul Kennedy dal titolo "Obama a Teheran" (Internazionale n. 802, pag. 19) dove l'autore porta avanti la tesi che gli Stati Uniti dovrebbero smettere di decidere per conto terzi su ogni situazione di crisi che si presenta in giro per il mondo lasciando l'iniziativa a quesi paesi che rischiano più dell'America per il bizzarro comportamento di alcuni "stati canaglia" - ad esempio all'Unione Europea nel caso in cui la Russia dovesse minacciare nuovamente di chiudere i rubinetti del gas o alla stessa Russia, all'India o alla Cina se la situazione in Pakistan dovesse peggiorare.
Egli dunque invoca un minor interventismo americano negli affari interni di Stati sovrani prendendo ad esempio il caso delle proteste iraniane. Kennedy apprezza "l'atteggiamento guardingo" del Presidente americano poiché, per risolvere la situazione iraniana, "la cosa peggiore che Washington può fare è offrire alle autorità iraniane la possibilità di dire che l'opposizione è manovrata dagli Stati Uniti" - situazione, peraltro, che si sta verificando proprio in questi giorni: dapprima con l'arresto dei funzionari dell'Ambasciata britannica, poi con l'accusa a Mousavi di essere manovrato dai servizi segreti americani. Ma ritiene anche che per questo comportamento verrà presto accusato di appeasement dai repubblicani poiché si è mostrato troppo esitante e passivo nei confronti del governo iraniano durante la repressione delle proteste dei sostenitori di Mousavi.
L'articolo però si conclude in maniera ambigua: "Forse nell'America di oggi, dove i talk show ospitano deputati e senatori che invitano all'azione, questa moderazione non è possibile. Ma per Obama non è il momento di mostrarsi 'più deciso' con l'Iran perché gli Stati Uniti non devono decidere nulla. E' invece il momento di seguire le orme di uno dei suoi più grandi predecessori, Theodore Roosevelt: evita di alzare la voce, ma porta con te un grosso bastone".

La mia critica nasce proprio dalla scelta di questa citazione per concludere una tesi, fino a quel momento, portata avanti in maniera impeccabile. Come può Kennedy concludere il suo pensiero affermando che Obama deve seguire le orme di Theodore Roosevelt? Roosevelt fu l'autore del "Corollario alla dottrina Monroe": se quest'ultima (James Monroe, 1823) esprimeva l'idea che gli USA non avrebbero accettato più interferenze nell'emisfero americano da parte delle potenze europee ma promettendo che questi non si sarebbero intromessi nelle loro dispute e nelle dispute fra queste e le loro colonie, l'emendamento di Roosevelt (1904) eliminava questa seconda parte dando, di fatto, la possibilità agli Stati Uniti di intervenire negli affari interni di Stati in difficoltà (specie latinoamericani) facendoli ergere a "poliziotti del pianeta". A Roosevelt io preferisco le parole di Thomas Jefferson citate dallo stesso Obama al Cairo: "Spero che la nostra saggezza cresca con il nostro potere e ci insegni che meno useremo questo potere, maggiore sarà la nostra grandezza" (vedi anche The Arrogance of Power di J. W. Fulbright - parte del saggio la potete trovare qui: The Two Americas).
Speriamo che Obama non segua il consiglio di Kennedy più improntanto verso un interventismo subdolo ed occultato da buone parole piuttosto che verso un reale cambiamento di rotta.

5 commenti:

Daniele Verzetti, il Rockpoeta ha detto...

Ecco il tuo é un ragionamento impeccabile.

Franca ha detto...

Sarebbe bene che gli USA fossero padroni solo in casa propria...

tommi ha detto...

ciao Franca!
che bello riaverti qui!

suburbia ha detto...

Una splendida analisi che mi leggo rapita; questo post e' degno di un giornale o piu'.
Bravissimo.

tommi ha detto...

Grazie Sub, ogni tuo complimento è una gioia e un onore!
tom