giovedì 22 ottobre 2009

Honduras, un colpo di stato del XXI secolo.


Dal 28 giugno scorso è in atto in Hoduras un colpo di stato che ha visto la destituzione del Presidente eletto democraticamente Manuel Zelaya e l'insediamento al governo di Roberto Micheletti.

Zelaya, inizialmente costretto all'esilio in pigiama dai golpisti è tornato in Honduras il 21 settembre trovando rifiugio presso l'ambasciata brasiliana di Tegucigalpa. Questo gesto ha provocato non poche tensioni nel Paese: in particolare gli scontri tra i sostenitori di Zelaya e l'esercito hanno causato la morte di almeno due persone come confermato dal governo de facto. Successivamente alla notizia del rientro di Zelaya, Micheletti ha deciso di sospendere le libertà civili, decretare lo stato di assedio e ordinare la chiusura delle uniche emissioni radiotelevisive critiche nei confronti dei golpisti (la tv Canal 36 e Radio Globo). Inoltre ha espulso quattro diplomatici dell'Organizzazione degli Stati Americani (OAS) successivamente fatti rientrare e dato un ultimatum di dieci giorni al Brasile per decidere sullo status di Zelaya. Allo stesso tempo, però, si è dichiarato amico del popolo brasiliano dichiarando che mai ne invaderà l'ambasciata e disposto a revocare lo stato d'assedio per non ostacolare il processo che porterà alle elezioni previste per il prossimo 29 novembre. Questa ambivalenza di comportamento ha rivelato l'isolamento creatosi attorno a Micheletti e ha provocato non poche divisioni fra gli stessi partiti del Congresso che lo hanno nominato presidente per acclamazione solo un'ora dopo che un comando dell'Esercito cacciava Zelaya dal Paese.

Ma facciamo un passo indietro. Cosa ha causato il colpo di stato?
Manuel Zelaya ha iniziato a polarizzare le forze politiche presenti nel Paese quando ha deciso di stringere alleanza con il Presidente venezuelano Hugo Chávez. La Corte Suprema honduregna ha addirittura ordinato il suo arresto nel momento in cui Zelaya insisteva nel voler organizzare una consultazione elettorale per cambiare la Costituzione, apparentemente per permettergli di candidarsi per un secondo mandato consecutivo. Così Micheletti ne ha preso il posto con l'appoggio del Congresso, della Corte e dell'Esercito promettendo di uscire di scena dopo le elezioni presidenziali. Egli afferma che l'estromissione di Zelaya è da intendersi come "una successione costituzionale" e non come un colpo di stato.
Ma nel continente americano nessun governo ha riconosciuto Micheletti e Barack Obama ha dichiarato di non voler commettere gli errori del suo predecessore che si dimostrò clemente nei confronti del breve colpo di stato contro Chávez nel 2002. Al contrario, in molti hanno appoggiato la mediazione del Presidente di Costa Rica Óscar Arias che ha proposto il reinsediamento di Zelaya alla presidenza ma solo fino alla fine del suo naturale mandato (gennaio 2010) e con poteri ridotti (ossia senza la possibilità di diventare presidente a vita e di riformare la Costituzione prima delle elezioni). Micheletti ha rifiutato questa proposta. Conseguenza di tutto ciò è stato il mancato arrivo in Honduras di aiuti internazionali pari al 6% del suo PIL ma, per fortuna, nessuno stato ha imposto sanzioni economiche. Dunque, come al solito, sono i cittadini, in questo caso gli honduregni, a pagare il prezzo più alto.

Ad oggi Micheletti non sembra voler mollare ed, anzi, è convinto che nel lungo periodo la comunità internazionale cederà e che l'elezione di un nuovo presidente metterà fine all'isolamento diplomatico. Ma secondo l'editoriale del New York Times del 10 ottobre, Micheletti non ha capito che "i colpi di stato contro i leader eletti democraticamente - un tempo normali in America Latina - oggi non sono più accettabili".
Gli incontri intrapresi nella capitale honduregna a inizio ottobre con un gruppo di inviati dell'OAS (che comprendeva delegati di Stati Uniti, Canada e diversi governi sudamericani) si propongono cinque punti: il ritorno di Zelaya; la formazione di un governo di unità nazionale; la garanzia che non vi saranno iniziative finalizzate a modificare la Costituzione; amnistia per i reati politici che potrebbero esser stati commessi; supervisione internazionale sull'accordo.
Sempre secondo il NYT anche "[g]li imprenditori cominciano ad essere insofferenti per l'isolamento in cui si trova il Paese. Un ex ministro dell'economia che ha appoggiato il colpo di stato ha detto di essere d'accordo con il reinsediamento di Zelaya [...]. Ma il tempo scorre: se Micheletti e i suoi davvero sperano che il prossimo governo dell'Honduras sia riconosciuto dalla comunità internazionale, dovrebbero far tornare Zelaya al suo posto subito".

1 commento:

il Russo ha detto...

Tutto giusto, tutto ben raccontato.
Purtroppo però il fronte pro Zelaya si sta incrinando, addirittura è stata imputato a Zelaya il rientro tramite ambasciata del Brasile l'essere stato un "colpo di testa imperdonabile" da alti papaveri degli USA.
Intanto le elezioni si avvicinano, Zelaya non si potrà ricandidare e le normali libertà di opinione e manifestazione in campagna elettorale non saranno garantite a causa delle leggi liberticide del golpista Micheletti.
C'è poco da sperare per la (ex) democrazia Honduregna...