lunedì 27 dicembre 2010

La Costa d'Avorio è sull'orlo di una nuova guerra civile.


Il 28 novembre 2010 si è tenuto in Costa d'Avorio il ballottaggio tra il presidente uscente Laurent Gbagbo e lo sfidante Alassane Ouattara. Secondo la commissione elettorale, il vincitore sarebbe Ouattara con il 54 per cento dei voti, ma lo sfidante Gbagbo si è categoricamente rifiutato di ammettere la sconfitta. Anzi, forte del sostegno dell'esercito e del Consiglio costituzionale, ha deciso di reagire. Proprio il Consiglio, infatti, ha dichiarato la presenza di brogli ribaltando il risultato finale.

Così le elezioni presidenziali che il Paese aspettava dal 2005 si sono rivelate un'ulteriore fonte di disaccordo e di scontro che stanno portando la Costa d'Avorio sull'orlo di una nuova guerra civile. Il 13 dicembre, per esempio, le truppe fedeli a Gbagbo hanno posto sotto assedio l'Hotel du Golf di Abidjan, il quartier generale del Presidente riconosciuto dalla comunità internazionale, Alassane Ouattara, rischiando di innescare un vero e proprio conflitto.

Nel frattempo sia le minacce di intervento militare che le continue violenze, che hanno causato la morte di centinaia di civili, stanno costringendo gli ivoriani a fuggire. Secondo le ultime stime dell'ONU, i rifugiati sarebbero almeno 14 mila, alcuni dei quali avrebbero camminato per quattro giorni per raggiungere la vicina Liberia. L'Unhcr ha aggiunto che altri 30 mila sarebbero pronti a migrare nonostante le condizioni precarie dovute alla scarsità di cibo.

Ma Laurent Gbagbo, internazionalmente riconosciuto come il candidato sconfitto (anche l'Ecowas - la comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale - gli ha chiesto di lasciare il potere), ha fatto sapere che sarebbe in atto un complotto contro di lui. Nell'intervista rilasciata al quotidiano francese Le Figaro, Gbagbo ha parlato di pressioni da parte dei Paesi occidentali e ha fatto l'esempio di Robert Mugabe, il Presidente dello Zimbabwe. "Non ha totalmente torto" avvrebbe dichiarato.

Gbagbo ha fatto l'unico esempio che non doveva fare: Mugabe, un altro democraticamente sconfitto che non se l'è sentita di abbandonare il potere...

venerdì 17 dicembre 2010

COP 16. Com'è andata a finire?


Non mi sono dimenticato della COP 16 di Cancún! Lavorando e scrivendo articoli relativi al tema ambiente, spesso accade che molti spunti che avrei usato per il blog, debba usarli anche per lavoro e, ovviamente, queste pagine passano in secondo piano.

Questa volta, però, voglio segnalarvi una puntata di LifeGate Internazionale (a cura di Claudio Vigolo) andata in onda su LifeGate Radio lunedì 13 dicembre. La puntata è dedicata agli accordi presi alla sedicesima Conferenza delle Parti svoltasi a Cancún, Messico. La puntata prende spunto dall'articolo "Clima. A Cancún soddisfazione a metà" che ho scritto per il portale di LifeGate.

Buon ascolto e fatemi sapere cosa ne pensate!



mercoledì 15 dicembre 2010

Le ombre di WikiLeaks.


WikiLeaks è un’organizzazione no profit che pubblica via internet documenti segreti o confidenziali frutto di segnalazioni anonime. Nella giornata di domenica 28 Novembre è stato reso pubblico via twitter e sul sito dell'organizzazione un rapporto che è stato ribattezzato come Cable Gate, ovvero la pubblicazione di oltre 250 mila tra note, telegrammi e dispacci scambiati tra le ambasciate americane ed il Dipartimento di Stato americano, la maggior parte dei quali risalenti agli ultimi tre anni.

Dopo aver pubblicato documenti secretati di natura militare - in particolare riguardanti le recenti guerre in Iraq e in Afghanistan - Julian Assange ha deciso di prendere di mira l'intera struttura diplomatica americana e mondiale. Il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha addirittura definito tale episodio come "l'11 settembre della diplomazia". E forse non ha tutti i torti.

Ma perché Assange ha deciso di compiere questo gesto? Quali sono le motivazioni? Le ragioni che stavano dietro alle pubblicazioni relative alle disastrose guerre post-11 settembre sono abbastanza facili da intuire: smascherare agli occhi dell'opinione pubblica di tutto il mondo i veri scenari bellici (e non di pace) e opportunistici che hanno mosso gli eserciti occidentali; svelare episodi in violazione del diritto umanitario.

Ma perché pubblicare testi anche di scarso valore e attrattiva dal punto di vista geopolitico? Junio Valerio Palomba, nell'articolo scritto per Meridiani, afferma: "È stato detto da più parti che questo leakage rappresenta uno squarcio nel mondo della reale diplomazia, che finalmente è stato possibile andare al di là dei muri di vetro e delle vuote conferenze stampa per capire davvero le tattiche e la strategia diplomatica degli governi, quello statunitense in particolare". Ma ce n'era veramente bisogno? "Una risposta strumentale - prosegue Palomba - potrebbe essere quella che questi documenti sono stati pubblicati per ferire l’immagine della diplomazia americana. [...] Un’altra ipotesi è che l’unico scopo della pubblicazione sia tautologico, ovvero le informazioni sono state pubblicate punto e basta. Una pubblicazione fine a se stessa, in nome della Verità, della diplomazia trasparente di Woodrow Wilson e del diritto dell’opinione pubblica a conoscere".

Già, Woodrow Wilson. Il presidente americano nel 1918 aveva inserito nei suoi quattordici punti il concetto di "diplomazia aperta". Ma l'intenzione di Wilson non era rendere pubblici i negoziati, bensì i risultati, gli accordi finali. Infatti fino ad allora i trattati potevano rimanere segreti e prevedere la spartizione di territori e sfere di influenza all'insaputa non solo dei cittadini ma anche di molti membri degli stessi governi. Così, un maggior rispetto nei confronti dell'opinione pubblica fece uscire allo scoperto la diplomazia e i trattati internazionali dovettero essere pubblicati e registrati decretando ciò che venne definito come un "mutamento epocale".

E fin qui nulla da obiettare. Il passo successivo, però, quello di trasformare la diplomazia da aperta a democratica, cioè sottoposta alla volontà del popolo sovrano, non è immediato. Secondo molti teorici, infatti, i negoziati, per avere successo, richiederebbero una certa dose di segretezza. Un negoziato sottoposto alla pressione dell'opinione pubblica porterebbe i diplomatici a irrigidirsi ed elevare le proprie richieste, i "prezzi" per soddisfare le aspettative dei propri elettori e non apparire deboli o cedevoli. L'obiettivo dei negoziatori sarebbe quello di portare a casa l'intero risultato creando possibili situazioni di stallo e paralisi. Un caso concreto è quello dei negoziati tra Israele e Palestina: bloccati perché sovraesposti da ormai troppo tempo.

La conclusione che inevitabilmente mi viene da suggerire è che, per tutti questi motivi, sarebbe opportuno evitare eccessi di pubblicità e mantenere un certo grado di riservatezza nell'ambito dei negoziati internazionali senza per questo impedire alla società civile e alle organizzazioni preposte di far sentire la propria voce e influenzare indirettamente i negoziatori. L'importante è rispettare i tempi della diplomazia.
Cosa sarebbe successo se Julian Assange fosse vissuto ai tempi della guerra fredda e avesse pubblicato le lettere di Krusciov a Kennedy durante la crisi dei missili di Cuba?

sabato 13 novembre 2010

Aung San Suu Kyi è libera



Alle 12.09 [alle 17.09, ora locale] di sabato 13 novembre Aung San Suu Kyi è stata liberata dagli arresti domiciliari. L'inviato della Bbc in Birmania, Adam Mynott, ha dichiarato che il premio Nobel della Pace era in piedi fuori dalla sua casa/prigione dove ha passato gli ultimi sette anni, salutando la folla e cercando di placarla per cominciare il suo discorso. Potete vedere e sentire il momento della liberazione qui.

Quasi un migliaio di persone, tra cui molti giornalisti, hanno elevato cori come "Lunga vita a Aung San Suu Kyi" guardati a vista da trenta poliziotti in tenuta antisommossa. In totale, Suu Kyi ha passato 15 degli ultimi 21 anni agli arresti domiciliari a causa della sua esplicita opposizione alla giunta militare al potere in Myanmar da ormai 48 anni.

Dopo le elezioni del 7 novembre - le prime da oltre vent'anni - che hanno visto vincere il partito che sostiene la giunta e organizzate per cercare una sorta di legittimità a livello internazionale, la liberazione di Suu Kyi potrebbe finalmente compattare il fronte democratico guidato dalla National League for Democracy (Nld). La volontà è quella di rimanere uniti, con il supporto della comunità internazionale, per portare il Paese verso un periodo di transizione pacifico verso la democrazia. Riuscirà Aung San Suu Kyi a ripetere le gesta del grande Nelson Mandela in Sudafrica?

mercoledì 10 novembre 2010

Liberiamo

Quel che è peggio è che ci ha colonizzato. Ha colonizzato la vita politica e il dibattito culturale, le chiacchiere nei bar e le pause pranzo, la televisione, la radio, pagine e pagine di giornali e libri, ha colonizzato le barzellette e lo sport, il linguaggio di tutti i giorni e l’immaginario erotico di uomini e donne, i nostri comportamenti e le nostre paure, ha colonizzato telefonate e email, Facebook e YouTube, ha colonizzato anche la sinistra e il sindacato, l’economia, la religione, le aule dei tribunali, ha colonizzato anni della nostra vita, ore e ore delle nostre conversazioni, delle nostre attenzioni, dei nostri interessi. Ha colonizzato perfino i sogni. Ha colonizzato la nostra vita privata e la nostra mente. I suoi guasti continueranno a farsi sentire a lungo, affioreranno nei tic, nei modi di dire, nei gesti. Anche per questo, prima ce ne liberiamo e meglio è.

"La Settimana" di Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale (n. 871)

martedì 9 novembre 2010

Quale sarà il clima del futuro?

Come saprete, martedì 2 novembre si sono tenute negli Stati Uniti d’America le elezioni americane di metà mandato che hanno visto un forte avanzamento del Partito repubblicano dopo la cocente sconfitta subita alle presidenziali del 2008.

Ma che risvolto avrà questo risultato sull’impegno ambientale di Obama?
Alcune dichiarazioni rilasciate da esponenti del Partito repubblicano purtroppo non lasciano ben sperare. Secondo Karl Rove, ex stratega di George W. Bush, la legge federale sul clima non sarà tra le priorità per i prossimi due anni di governo, ovvero quelli che rimangono prima delle elezioni presidenziali del 2012. Non solo. La metà dei nuovi deputati eletti lo scorso 2 novembre non crede che dietro ai cambiamenti climatici vi sia la mano dell’uomo.

Insomma, Barack Obama dovrà mettere da parte le sue aspirazioni ecologiste per scendere a compromessi con la maggioranza repubblicana del Congresso. Anche se al Senato i democratici, seppur per pochi seggi, detengono ancora la maggioranza. Ma non tutto è perduto. In California, infatti, il referendum per abrogare la legge sul clima varata dal governatore uscente Arnold Schwarzenegger (repubblicano) è stato respinto con il 61,3% dei voti.

Cos'è la legge sul clima?
La legge californiana sui cambiamenti climatici impone di porre un controllo alle emissioni di gas serra tramite investimenti nelle energie rinnovabili. La Proposition 23 (questo il nome della legge proposta), sostenuta dalla lobby del petrolio, avrebbe dovuto abrogare tale legge almeno fino a che il tasso di disoccupazione dello Stato della California - attualmente al 12,4% - non fosse sceso al 5,5% e rimasto su tali livelli per almeno un anno. I californiani hanno quindi reputato necessaria una legislazione che protegga il clima e l’ambiente, a maggior ragione nell'attuale condizione di crisi economica.

Proprio la legge sul clima della California è considerata, ad oggi, tra le più "verdi" degli Stati Uniti ed è stata indicata da Obama come un modello da riprendere su scala federale. La California ha deciso di guardare al futuro.

lunedì 1 novembre 2010

Il Brasile è donna

Dilma Rousseff, 62 anni, è la nuova presidente della Repubblica brasiliana, il più grande stato del continente latinoamericano. Il primo presidente donna. La vittoria è arrivata con largo consenso: 55,99 per cento. José Serra si è fermato al 44,01 per cento.

Durante il discorso di ringraziamento pronunciato dopo la notizia della vittoria arrivata alle 21.30 di domenica 31 ottobre (ora locale), la presidente ha annunciato i punti principali del suo mandato: intensificare la lotta contro la povertà, combattere la droga e dare opportunità a tutti senza rinunciare alla stabilità economica.

“Sarò il presidente di tutti i brasiliani e di tutte le brasiliane, rispettando le differenze di opinione, di religione e di fede politica” ha dichiarato Rousseff il cui insediamento avverrà il primo gennaio 2011. “Il nostro paese deve migliorare la condotta e la qualità della politica. Vorrei impegnarmi con tutti i partiti per una riforma politica che elevi i valori repubblicani, facendo avanzare la nostra giovane democrazia. Ringrazio in particolar modo e con emozione il presidente Lula”.

Proprio Lula, che ha chiuso il suo mandato con oltre l’80 per cento dei consensi, ieri non si è fatto vedere in pubblico lasciando godere a Rousseff il proprio momento di gloria. Ma non si esclude che lo stesso Lula possa decidere di ricandidarsi alle presidenziali del 2014. La Costituzione, infatti, prevede che un presidente non possa essere rieletto più di due volte consecutivamente ma non pone limiti al numero totale di mandati.

domenica 31 ottobre 2010

Attentato kamikaze a Istanbul. 32 i feriti.

Un kamikaze si è fatto esplodere domenica 31 ottobre a Istanbul, la capitale economica e culturale della Turchia. Secondo le televisioni locali, l'attentatore, unica vittima, aveva come obiettivo un'auto della polizia che si trovava sul lato europeo della città.

L'esplosione ha avuto luogo in piazza Taksim, il principale luogo d'incontro di Istanbul dove fanno capolinea diversi mezzi pubblici. 15 poliziotti e 17 civili sono rimasti feriti; due in condizioni gravi. In piazza si stava svolgendo una manifestazione e per questo era molto affollata.

Non sono ancora chiari i motivi dell'attentato. Le voci parlano di un'azione organizzata dalla rete terroristica di Al Qaeda, specie dopo l'allarme pacchi-bomba proveniente dallo Yemen. Ma non si può nemmeno escludere il coinvolgimento del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) vista la scadenza della tregua con il Governo di Ankara.
01/11/2010 - «Non siamo stati noi». Il PKK nega qualsiasi collegamento con l'attentato di ieri in piazza Taksim, che ha causato trentadue feriti.

sabato 30 ottobre 2010

La Terra è più protetta.

"Al summit sulla biodiversità di Nagoya è nata una nuova era per vivere in armonia con la Natura".

Questo il titolo del comunicato stampa pubblicato in seguito all'accordo raggiunto il 29 ottobre alla Conferenza (COP 10) svoltasi nella città giapponese. I 18 mila rappresentanti dei 193 Paesi firmatari hanno rilanciato le iniziative necessarie a rallentare la sparizione di numerose specie e si sono impegnati ad aumentare le quantità di superfici protette.

Il Presidente della Conferenza, nonché ministro dell'Ambiente del Governo giapponese, Ryu Matsumoto, ha dichiarato: "il risultato di questo incontro è il frutto di duro lavoro, della disponibilità al compromesso e una di una reale preoccupazione per il futuro del nostro Pianeta. Grazie a questo importante risultato, possiamo iniziare a costruire una relazione armonica con la Terra, verso il futuro". Anche il rappresentante europeo, Karl Falkenberg, si è definito entusiasta per il buon risultato raggiunto che servirà a "migliorare la qualità della vita di molte persone".

Il Piano strategico della COP 10 (anche chiamato "Aichi Target" dal nome della Prefettura giapponese dove si trova Nagoya) contiene venti punti suddivisi in cinque aree: identificare le cause che stanno alla base della perdita di biodiversità, ridurre la pressione dell'uomo, tutelare la biodiversità a tutti i livelli, incrementare i benefici derivanti dalla biodiversità e potenziare le sue capacità. Per fare tutto questo, tra le azioni principali, è da segnalare l'aumento dall’1 al 10 per cento delle superifici oceaniche protette e dal 13 al 17 per cento di quelle terrestri.

Il fronte dei negoziati si sposta ora a Cancún, Messico, per la sedicesima Conferenza delle Parti della Convenzione sui cambiamenti climatici (29 novembre - 10 dicembre). Su questo aspetto, però, lo spazio per il raggiungimento di un accordo si fa più ristretto. Diversamente dagli accordi sulla biodiversità (che non creano vincoli giuridici), quelli sul clima sono vincolanti solo per i Paesi che sottoscrivono il trattato.

martedì 26 ottobre 2010

Birmania alle urne.


Il 7 novembre si terranno in Birmania le elezioni politiche, le prime da vent'anni a questa parte. Dopo aver messo fuori gioco Aung San Suu Kyi, agli arresti domiciliari da tempo immemorabile, la commissione elettorale birmana ha annunciato che non saranno ammessi nel Paese osservatori internazionali o giornalisti stranieri. Secondo la commissione saranno sufficienti i diplomatici già presenti in Myanmar per supervisionare la correttezza del voto.

Di parere diverso, invece, sembrano essere alcuni giornalisti e politici birmani secondo i quali questa decisione favorirà inevitabilmente il verificarsi di brogli e scorrettezze minando ulteriormente la già scarsa credibilità dell'intera consultazione.

La stessa Suu Kyi, attraverso la voce del suo avvocato, ha fatto sapere che, in questo contesto, le elezioni sono da considerare non libere e ha quindi invitato i cittadini a non riconoscere il risultato finale. Un modo indiretto per invitare la popolazione a non recarsi alle urne.

Proprio in questo contesto, l'organizzazione Reporter senza frontiere ha ribadito che la Birmania è uno dei dieci paesi più pericolosi per fare giornalismo.

lunedì 25 ottobre 2010

Nagoya come Kyoto?




Fissare i venti obiettivi strategici del prossimo decennio per contrastare la perdita della biodiversità biologica. È questo lo scopo principale della decima Conferenza delle Parti (COP 10) della Convenzione sulla Biodiversità delle Nazioni Unite in svolgimento fino al 29 ottobre a Nagoya, Giappone, e che vede impegnati ottomila delegati provenienti da 193 paesi.

Secondo gli scienziati e gli entomologi di mezzo mondo, infatti, la Terra starebbe perdendo la propria biodiversità ad un ritmo mille volte superiore alla media storica. Tutto ciò nonostante il Summit mondiale sullo sviluppo di Johannesburg del 2002 avesse fissato nel 2010, anno della biodiversità, il tempo massimo per ridurre ed invertire questa tendenza.
Purtroppo, questo traguardo non solo non è stato raggiunto ma si è anche allontanato come dichiarato dallo stesso Segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon il 22 settembre: “La perdita della biodiversità sta accelerando”.

I nuovi target di riferimento, dunque, sono ora fissati al 2020 ma i contenuti del futuro accordo sono ancora da definire. Tra le maggiori difficoltà per giungere ad un’intesa globale vi è la spartizione di alcune risorse naturali presenti nei Paesi in via di sviluppo (PVS).

Il valore economico della natura.
I danni arrecati ogni anno al capitale naturale come foreste, paludi e praterie ammontano tra i 2 e i 4 mila miliardi di dollari. Questa stima risponde solo parzialmente all'esigenza espressa da molti delegati e ricercatori di conferire un valore economico all'intero patrimonio naturale presente sulla Terra. E' da diversi anni ormai che si cerca di creare una sorta di prodotto interno lordo della natura in modo da spingere anche il settore del commercio a valutare correttamente i costi e i benefici derivanti da un atto (per esempio di deforestazione) che inevitabilmente ha ripercussioni sull'ecosistema in generale.

Secondo Pavan Sukhdev, presidente de The Economics of Ecosystems and Biodiversity (TEEB), l'iniziativa creata dall'ONU proprio per portare avanti tale iniziativa, ha dichiarato: "Purtroppo, l'assenza di una lente economica che dia visibilità a questa triste realtà ha fatto sì che quest'argomento venisse trattato con troppa leggerezza sia dai politici che dafli economisti".

L'ultimo rapporto del TEEB pubblicato quest'anno ha tentato di rendere meno invisibili questi aspetti. Per esempio, se si dimezzasse la deforestazione da qui al 2030, si potrebbero evitare danni derivanti dai cambiamenti climatici pari a 3.700 miliardi di dollari.

giovedì 21 ottobre 2010

Tremonti taglia la Cooperazione.


"Un record negativo nella storia italiana". È il laconico commento di un coordinamento di dieci Organizzazioni non governative italiane alle anticipazioni, date del ministro dell'Economia Giulio Tremonti, sui tagli sostanziali ai fondi destinati all'Aiuto pubblico allo sviluppo (Asp) nella prossima manovra Finanziaria. Una decisione in controtendenza con il resto dell'Europa, in cui perfino il governo conservatore di Gran Bretagna si è distino per aver lasciato intatte le cifre destinate alla guerra contro la povertà. Dei 179 milioni di euro destinati all'Asp dal governo di Roma per il 2011, le ONG italiane, ne avranno, di fatto solo 90 milioni. Il resto sarà impegnato per affrontare i costi di gestione per l'attuazione dei nuovi progetti di solidarietà.

Le politiche del governo Berlusconi rimangono fedeli alla logica della guerra necessaria
da favorire alla pace auspicabile. In questa linea sono perfettamente coordinate le politiche di due ministri del Cavaliere: Ignazio La Russa, Difesa, che una settimana fa ha annunciato l'intenzione di armare i caccia dell'Aeronautica militare, e Giulio Tremonti che per superare la crisi e permettere di armare quei caccia, spezza le gambe, di fatto, ai principali attori della cooperazione italiana allo sviluppo.

Fonte e ulteriori informazioni su PeaceReporter.net

lunedì 18 ottobre 2010

La natura non fa credito




Stiamo bruciando più risorse di quelle che la Terra ci può fornire. Così il nostro pianeta rischia di ammalarsi ed esaurirsi. È questa la tesi del Living Planet Report presentato il 13 ottobre dal WWF.

Ma le brutte notizie, se possibile, non finiscono qui. Infatti, se non correggiamo la rotta e non riduciamo lo sfruttamento delle risorse presenti sul globo, il bilancio si aggraverà ulteriormente. Nel 2030 avremo bisogno delle risorse di due mondi! Attualmente stiamo rubando le risorse che la Terra non ci può fornire: dalle falde acquifere che non si rigenerano, bruciando foreste che si trasformano in deserto e pescando più pesci di quelli che potremmo.

Il rapporto biennale del WWF, scritto in collaborazione con la Zoological Society di Londra e il Global Footprint Network, è stato lanciato in diretta via webcast mondiale dall’Università Luiss di Roma e ha dato la possibilità a tutti coloro che si sono collegati sul sito dell’associazione griffata Panda di interagire e porre domande agli esperti del WWF tramite Twitter.

La speranza, ora, è quella che il documento riesca a sensibilizzare i delegati che da qui a una settimana si incontreranno a Nagoya [attualmente in corso, ndr], in Giappone, per la Conferenza sulla biodiversità delle Nazioni Unite che dovrà stabilire le nuove linee guida da seguire per fermare la perdita della biodiversità. Sovrappopolazione, sprechi e mancanza di rispetto verso la natura e le sue risorse saranno i principali argomenti di discussione.

domenica 17 ottobre 2010

Congo, 15mila stupri in un anno

Più di 15.000 stupri sarebbero stati perpetuati nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) nel 2009. In particolare nella provincia del Nord Kivu. Questo è quanto emerso dal rapporto presentato il 15 ottobre dal rappresentante speciale delle Nazioni Unite, Roger Meece, presso il Consiglio di Sicurezza. Meece ha dichiarato che “l'estensione del problema è enorme. Anche le operazioni di breve durata che hanno raggiunto risultati positivi, da sole non sono sufficienti a garantire la sicurezza a lungo termine”. Le missioni attive nella Rdc, dunque, non sono in grado di proteggere tutti i civili. Il rapporto è stato commissionato in seguito alla denuncia di Margot Wallstrom, rappresentate speciale del segretario generale dell'Onu in materia di crimini sessuali in zone di conflitto.

giovedì 14 ottobre 2010

[InternazFerrara] Sì al surplus, no all'eccesso (e agli sprechi).

Tra gli eventi che ho seguito nel corso della quarta edizione di Internazionale a Ferrara, ho deciso di dar spazio all’intervento di Tristram Stuart e Andrea Segrè per l’impatto che l’argomento ha sulla questione della sicurezza alimentare.

L'incontro dal titolo Dalla spazzatura alla tavola. Gli scarti dell'industria alimentare è stato preceduto da una colazione in piazza molto particolare: brioches fatte con le eccedenze dei fornai ferraresi e prodotti biologici.
Tristram Stuart, infatti, è il promotore del movimento free-gan (rapporto con il cibo vegano e gratuito, autore del libro Sprechi – Il cibo che buttiamo, che distruggiamo, che potremmo utilizzare edito da Bruno Mondadori).

Durante il suo intervento Stuart ha raccontato il suo appassionante viaggio, dall'Europa agli Stati Uniti passando per l'Asia, nel mondo del cibo sprecato ma ancora utilizzabile che il mondo quotidianamente manda in discarica per i motivi più disparati. Insieme a lui Andrea Segrè, preside della facoltà di Agraria dell'Università di Bologna e presidente di Last Minute Market, un progetto volto al recupero dei beni invenduti (o non commercializzabili) a favore di enti caritativi.

Secondo Stuart “se si va a guardare nei bidoni dei supermercati si scopre la presenza di migliaia di tonnellate di alimenti freschi che vengono buttati solo per la forma o la dimensione non conforme agli standard della grande distribuzione”. Questo è disgustoso secondo Stuart e non il gesto in sé di andare a rovistare nella spazzatura. “L’enorme spreco deve finire, i bidoni devono essere pieni di rifiuti e non di alimenti ancora buoni e pronti per essere mangiati”.

L’autore di Sprechi ha proseguito il suo intervento affermando che “il livello di spreco di cibo non è sempre stato così alto e ancora oggi in molte parti del mondo non è una pratica diffusa. In Cina, ad esempio, il cibo è sacro e sprecarlo è considerato un tabù, un insulto nei confronti della fatica fatta dal contadino e dal cuoco. Ogni alimento è un concentrato di risorse: lavoro, terra, acqua”.

Infine, Stuart ha descritto la problematica anche da un punto di vista economico: “Il surplus alimentare non è l’eccesso. Il surplus sta alla base della produzione alimentare e serve per dar da mangiare a chi, di mestiere, non produce cibo. Oppure per far fronte ad annate di penuria. Tutti i paesi dovrebbero produrre un po’ di più: circa il 130 percento del fabbisogno della propria popolazione. Ma oggi si produce il 300-400 percento in più”. Questo è l’eccesso. Questo è ciò che va eliminato e per farlo bisogna incominciare a intaccare questa cifra eliminando i nostri sprechi e cambiando le nostre abitudini alimentari.

martedì 12 ottobre 2010

Emergency. Un SMS per la Sierra Leone

In seguito alla richiesta arrivata direttamente da Emergency, ho deciso di dare spazio alla nuova raccolta fondi tramite SMS a favore dell'ampliamento del complesso ospedaliero di Emergency a Goderich, in Sierra Leone.

La Sierra Leone soffre ancora gli effetti della guerra combattuta oltre dieci anni fa. Una guerra spaventosa, combattuta a colpi di machete
anche per mano di soldati bambini che causò almeno 75mila vittime su una popolazione di quattro milioni e mezzo di persone. Attualmente tre quarti della popolazione vive con meno di due euro al giorno e la vita media è di quarant'anni. Un bambino su tre è denutrito.

In questo contesto dieci anni fa Eemergency ha aperto un ospedale che ha offerto cure gratuite a più di 300mila persone. Ma i pazienti continuano ad aumentare e ora l'ospedale ha bisogno di crescere. C'è bisogno di tre nuove sale operatorie, un nuovo reparto di terapia intensiva, un nuovo pronto soccorso e una foresteria per i parenti dei pazienti lungodegenti.

Per contribuire all'ampliamento dell'ospedale, dall'11 al 31 ottobre si possono donare 2 euro a Emergency inviando un SMS al numero 45506 tramite telefonino - per i clienti Tim, Vodafone, Wind, 3 e CoopVoce - o chiamando allo stesso numero da rete fissa Telecom Italia.

Per ulteriori informazioni visitate questo sito.

venerdì 1 ottobre 2010

Cronaca per Ferrara.


Oggi si è aperta la quarta edizione di Internazionale a Ferrara - Un weekend con i giornalisti di tutto il mondo.

Anche quest'anno il settimanale ha dato l'opportunità a una ventina di blogger di accreditarsi e di raccontare in tempo reale ciò che accadrà durante le tre giornate. Blog Internazionale ci sarà. A partire dalla giornata di domani.
Per tenervi aggiornati su conferenze, mostre e quant'altro tenete d'occhio i social network collegati al Blog: twitter e facebook.

Inoltre, nei prossimi giorni, anche la cronaca estesa degli eventi più interessanti.

lunedì 20 settembre 2010

Il meglio da LifeGate. Lo strato di ozono non è più in pericolo.

La miglior notizia in cui mi sono imbattuto questa settimana è quella relativa al "miglioramento delle condizioni" dello strato di ozono. In occasione della Giornata internazionale per la preservazione dello strato d'ozono, infatti, l'Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) ha mostrato i successi raggiunti dal Protocollo di Montreal.

L’OMM, che fa capo alle Nazioni Unite, ha pubblicato un nuovo rapporto il 16 settembre, in occasione della sedicesima Giornata internazionale per la preservazione dello strato di ozono, in cui rivela come l’azione intrapresa dalla comunità internazionale per contenere e invertire i danni causati dall’assottigliamento dello strato di ozono – come l’aumento dell’intensità dei raggi ultravioletti – stia raggiungendo ottimi risultati.

I benefici vanno collegati al divieto totale dell’utilizzo di quelle sostanze, chiamate clorofluorocarburi (CFC), che in precedenza venivano inserite nella produzione di bombolette spray o impianti refrigeranti come i condizionatori d’aria.

La riduzione del buco dell’ozono sta avendo effetti positivi anche nella lotta ai cambiamenti climatici. Infatti, i CFC e i gas chimici derivati influiscono sul riscaldamento globale e la loro messa al bando contribuisce al raggiungimento dell’altro protocollo, quello di Kyoto.

Unica nota stonata, l’aumento della domanda di sostanze di sostituzione dei CFC, ad esempio di idrofluorocarburi (HFC). Questi gas, pur non essendo vietati dal protocollo di Montreal perché meno dannosi per lo strato di ozono, sono potenti gas a effetto serra.

Propria questa, dunque, sarà un’ulteriore sfida che i negoziati internazionali dovranno affrontare per raggiungere un nuovo accordo che dovrebbe andare a sostituire il protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012. Appuntamento a dicembre, quindi, per i lavori della COP 16 di Cancún.


sabato 18 settembre 2010

Il capro espiatorio preferito dagli europei.

In seguito alle decisioni dei governi italo-francesi di rimpatriare (ma dove?) le popolazioni rom presenti sui loro territori, ho deciso di condividere con voi questo spunto di riflessione che trovo veramente lucido e diretto.
Si tratta di un estratto dell'articolo scritt
o da Antonio Tabucchi per Le Monde Magazine e tradotto da Internazionale sul n. 863. Ulteriori commenti e precisazioni li lascio a voi sperando di aprire un dibattito interessante e costruttivo.

"Il maggiore storico contemporaneo del razzismo, George Mosse, ha osservato che il razzismo tende a diventare il punto di vista della maggioranza. E che la maggioranza tende a eliminare naturalmente la minoranza, perché (e qui sta il salto logico constatabile oggi in Francia e in Italia) il razzismo fa credere che criminali si nasce, non si diventa. Si è criminali se si appartiene a una certa etnia, indipendentemente dal delitto che si può commettere. Rientrare in quella categoria è già un delitto. E infatti una spaventosa legge del governo Berlusconi considera ontologicamente criminali coloro che vivono in Italia senza documenti. Non si finisce in galera perché si è commesso un crimine, come vorrebbe il codice penale in un paese democratico, ma per un "meta-crimine", cioè perché non si è uguale agli altri.
Che il Consiglio d'Europa abbia accettato questa legge, che offende gli elementari diritti dell'uomo e va contro la volontà delle Nazioni Unite, è il sintomo di un vuoto giuridico. Purtroppo è ancora grande il passo che l'Europa deve fare se vuole costruire una solida idea di cittadinanza comune. Il problema è che esiste un circuito perverso tra istituzioni statali e politica: i politici sono lo stato, ma all'idea di stato antepongono il consenso elettorale, la ricerca del voto, gli affari. La crisi della democrazia, che è anche una crisi dello stato, consiste anche in questo".

Tratto da E' facile dare la colpa agli zingari, Antonio Tabucchi, Le Monde Magazine.
Traduzione Internazionale n. 863, pagina 24.

lunedì 13 settembre 2010

Il meglio da LifeGate. Economia e nucleare.

Il meglio da LifeGate. Questo il nome che ho pensato di dare a questa nuova rubrica (molto versione beta) che ha lo scopo di portare tra le pagine di Blog Internazionale la notizia che più mi ha colpito nella settimana trascorsa nella redazione di LifeGate. Purtroppo, il fatto di lavorare a tempo pieno navigando nel web alla ricerca di notizie, ha notevolmente ridotto lo spazio per aggiornare in maniera frequente questo spazio. Spero, però, di farvi cosa gradita riportando le mie sensazioni sulla "notizia della settimana", portando qualche spunto di riflessione in più.
Questa settimana vi segnalo l'articolo di approfondimento che ho scritto in seguito alla decisione della Germana di prolungare la vita delle centrali nucleari che avrebbero dovuto spegnersi entro il 2021.

Pochi giorni fa la decisione del Governo tedesco di prolungare la vita delle centrali nucleari. Oggi l’esigenza di spiegare il perché di tale scelta e cercare di far chiarezza sulle differenze tra la Germania e l’Italia a livello di convenienza, non solo ambientale ma anche economica, del nucleare.

Partiamo dal considerare i tempi che la tecnologia nucleare richiede per poter sfruttare l’energia prodotta da una centrale: circa 10-15 anni per la progettazione, 20-25 per la produzione di energia elettrica, altri 20 per la dismissione e la decontaminazione del suolo.

Secondo alcuni analisti, quindi, la scelta di prolungare la vita dei diciassette impianti attivi in Germania può essere considerata anche sotto l’aspetto economico, come modo per ammortizzare i costi totali. Infatti, come tutti i paesi, anche la “locomotiva d’Europa” sta vivendo una fase di recessione economica e, in questo contesto, allungare la fase di funzionamento di un impianto può contribuire concretamente a migliorare i bilanci del paese e aiutarlo a uscire dalla stagnazione.

Il contesto industriale italiano, diverso da quello tedesco per l’assenza di progetti o impianti attivi, non sembra poter riproporre lo stesso discorso economico. Lasciando per un attimo da parte i grandi problemi che lo sfruttamento dell’energia dall’atomo comporta, ovvero sicurezza tecnologica e deposito delle scorie, la scelta nucleare, per l’Italia, rischia di non essere conveniente nemmeno dal punto di vista economico.

Nell’intervista rilasciata a LifeGate Radio, Mauro Spagnolo, direttore di Rinnovabili.it – quotidiano delle fonti rinnovabili, ha affermato: “Nel 2010 c’è stato il sorpasso del solare sul nucleare anche dal punto di vista economico, ovvero produrre un watt di energia elettrica tramite energia solare costa meno che produrlo con energia nucleare”.

Tale affermazione trova riscontro anche in un recente rapporto dell’economista americano John Blackburn, docente presso la Duke University, il quale evidenzia come i pannelli fotovoltaici abbiano raggiunto una diffusione tale da aver drasticamente ridotto il costo dell’energia solare, fino a superare, in termini di convenienza, il costo dell’energia nucleare. Il costo di quest’ultima, al contrario, sta progressivamente aumentando anche a causa dei lunghissimi tempi di consegna delle centrali dovuti agli elevati investimenti, anche pubblici, necessari per la loro progettazione.


domenica 12 settembre 2010

Internazionale a Ferrara 2010.


Anche quest'anno Blog Internazionale sarà tra i venti blog accreditati per assistere ai vari eventi della quarda edizione di Internazionale a Ferrara come una vera e propria testata giornalistica che si svolgerà tra il primo e il tre ottobre tra le vie della città estense. Da poco è stato pubblicato il programma ufficiale del festival.

Quest'anno, però una piccola grande novità: Internazionale pubblicherà, la settimana successiva all'evento, un inserto dedicato al festival di Ferrara scritto dai blogger e dagli ospiti che parteciperanno alla manifestazione. Un vero e proprio riconoscimento alla blogosfera che rende la rivista all'avanguardia sul tema del citizen journalism, almeno per quanto riguarda la realtà italiana.

A presto, dunque, per aggiornamenti relativi alla manifestazione e per seguire in diretta, anche tramite i social network del blog, i vari eventi dell'ormai celebre "weekend con i giornalisti di tutto il mondo".

domenica 29 agosto 2010

BlogInt 2010/2011.

Con la fine dell'estate, molte saranno le novità che mi riguarderanno e che, spero, riguarderanno anche Blog Internazionale e i suoi fedeli lettori. Anzitutto mi sono laureato e questo ha segnato un traguardo spartiacque nella mia vita. Dopodiché molti sono stati i tentativi di cercare la strada che più potesse realizzare le mie aspettative. Finally, fortuna e impegno hanno fatto sì che trovassi (tramite il COSP) una delle soluzioni più idonee per la mia formazione/passione: uno stage di tre mesi presso LifeGate SpA; stage che mi vedrà impegnato nella consultazione, rielaborazione e pubblicazione su diverse piattaforme (web, radio, blog, social network) di news attinenti l'ecosostenibilità. Insomma, per chi frequenta da tempo le pagine di questo blog non può dirsi stupito da un mio sbocco simile. E per questo mi reputo veramente fortunato: aver trovato una soluzione di questo tipo mi sembra quasi incredibile, un sogno... Non avrei mai pensato di poter trovare in così breve tempo una professione (per ora) che credo sia "cucita su misura" rispetto alle mie caratteristiche. Spero ovviamente di non deludere o rimanere deluso e, ovviamente, spero di poter continuare a rendervi partecipi e tenervi informati anche per ciò che concerne notizie di politica internazionale che non riguardino solo l'ambiente. Insomma, spero di poter far tesoro delle mie esperienze professionali per continuare a coltivare le mie passioni.

In attesa di ricominciare, quindi, colgo l'occasione per salutarvi tutti, augurarvi un buon rientro al lavoro, all'università o a scuola e darvi appuntamento tra queste pagine e... tra quelle del sito di LifeGate!

Stay tuned.

martedì 27 luglio 2010

WikiLeaks, le reazioni.

Dopo il botto iniziale e dopo che diversi giornalisti e ricercatori hanno passato giorno e notte a visionare tutti i 92 mila files che WikiLeaks e i tre quotidiani Guardian, NYT e Der Spiegel hanno pubblicato/riportato su siti e versioni cartacee, le acque sembrano essersi calmate e la razionalità sembra aver ripreso il controllo della situazione. Anzitutto bisogna dare il merito al creatore di WikiLeaks, Julian Assange, di aver fatto un lavoro che nessuno finora aveva pensato, ovvero quello di mettere insieme migliaia di dati per riuscire a dare un quadro completo e corretto della guerra in Afghanistan; un lavoro reso possibile da internet, dall'intelligenza di Assange e dall'imprudenza dell'intelligence americana. In secondo luogo, però, bisogna stare attenti a non lasciarsi ingannare dalla voglia di scoop di giornalisti ed attivisti. Infatti, secondo quanto riportato in un editoriale di Andrew Exum sul NYT, l'inchiesta "The War Logs" non ha portato alla luce niente di più di quanto già sapevamo sul contesto e sulle difficoltà della guerra. Informazioni rese pubbliche in passato proprio grazie alle inchieste portate avanti dallo stesso trio di quotidiani. Semmai, la novità consiste nell'aver rivelato specifiche informazioni riguardanti le tecniche, le tattiche e le procedure di Stati Uniti e NATO considerate sensibili e che quindi hanno provocato irritazione all'interno dell'apparato militare americano. Da qui, si spiega la reazione della Casa Bianca che in una nota ufficiale del 25 luglio ha "fortemente condannato la diffusione di informazioni classificate [...] che potrebbero mettere in pericolo le vite degli americani e degli alleati [in Afghanistan, ndr] e che quindi minacciano la sicurezza nazionale" degli USA.
Dopo i tre giorni di attenzioni calamitate dalla figura di Assange, ora la palla passa nuovamente (e come sempre) al povero Obama, il quale dovrà sbrogliare una situazione ancor più difficoltosa di quanto non fosse già: rendere cristallina all'opinione pubblica mondiale la necessità e l'utilità (se esiste) della scelta di rimanere in Afghanistan a combattere una guerra ritenuta dai più impossibile da vincere - e non, ad esempio, spostare il focus su un intervento di stampo civile e costruttivo, in linea con la strategia utilizzata con l'Iran - e, da ora in avanti, stare ancora più attento a non perdere ulteriori vite americane che potrebbero rimanere vittime di imboscate dovute alla divulgazione di strategie militari.

lunedì 26 luglio 2010

Afghanistan, The War Logs

"La più grande fuga di dossier di intelligence nella storia militare", così viene definita la pubblicazione di documenti segreti da parte di WikiLeaks e di tre quotidiani che, insieme, hanno deciso di denunciare e rendere chiare all'opinione pubblica mondiale la situazione attuale e la storia della guerra in Afghanistan.
Guardian, New York Times e Der Spiegel hanno pubblicato contemporaneamente ieri un'inchiesta dal nome "The War Logs", ovvero il diario della guerra in Afghanistan.










Il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, ha spiegato in un'intervista (video sopra) al Guardian, i motivi che l'hanno spinto a rendere pubblici più di 90 mila files relativi al periodo 2004-2009 sulla guerra in Afghanistan: "il significato della pubblicazione di questo materiale è riconducibile sia alla necessità di inquadrare il contesto generale in cui la guerra si è svolta nel periodo 2004-2009, sia di rendere noti i singoli episodi in cui molte persone sono state uccise". In sostanza, l'intento è quello di mostrare la vera natura della guerra in Afghanistan.










In quest'altro video, viene spiegato come muoversi all'interno dei migliaia di files classificati che mostrano nei dettagli tutti i vari episodi di guerra pubblicati e catalogati in una mappa interattiva che suddivide i morti tra vittime civili, soldati della coalizione, truppe afghane e "altri trovati ed eliminati". In definitiva, un archivio che offre una visione nuda e cruda della guerra secondo il New York Times. Sempre secondo il NYT, la documentazione lascia intuire che il Pakistan, alleato degli USA sulla carta, avrebbe permesso a membri dei suoi servizi segreti di trattare direttamente con i talebani e alimentare, così, l'insurrezione nei confronti dei soldati statunitensi.

mercoledì 23 giugno 2010

Il Bel Paese. O quasi.



Forza Italia. Quella vera.
Peccato che la realtà e la nostra immagine internazionale vengano guastate da un governo e da un governante in particolare che non è all'altezza della nostra tradizione, della nostra passione.

martedì 8 giugno 2010

Maggio di sangue in Darfur.

Secondo un documento delle Nazioni Unite diffuso lo scorso lunedì 7 giugno, gli scontri in Darfur hanno causato circa 600 morti nel solo mese di maggio, il più letale dal dispiegamento - nel 2008 - della Missione di pace che vede Nazioni Unite e Unione Africana agire congiuntamente (UNAMID) nella regione occidentale del Sudan, in guerra dal 2003. Il documento precisa che i combattimenti tra i ribelli e le forze governative hanno causato 440 morti mentre gli scontri tra le tribù arabe rivali ne hanno causati 126. Infine, 31 persone sono decedute a causa di incidenti o omicidi. Secondo i caschi blu, l'aumento della violenza va maggiormente attribuito agli scontri tra le tribù arabe; mentre ribelli e forze filogovernative non sono riusciti a dar seguito all'accordo siglato in Qatar nel mese di febbraio per raggiungere una pace definitiva che avrebbe dovuto comprendere il 'cessate il fuoco' seguito da un'intesa sulla spartizione del potere. Il rapporto sottolinea proprio come il fallimento dell'accordo tra il Movimento per la giustizia e l'uguaglianza (il gruppo ribelle più militarizzato) e il governo sudanese sia tra le cause del record negativo di vittime registrato nel mese di maggio.

venerdì 4 giugno 2010

Obama è furioso (finalmente)


Il presidente americano Barack Obama sollecitato dal giornalista della Cnn, Larry King, si è dichiarato furioso, e non solamente arrabbiato, con la British petroleum 'per non aver pensato alle conseguenze delle sue azioni'. Poi, però, Obama è tornato quello di sempre (per fortuna) dicendosi più preoccupato e arrabbiato per le sorti della popolazione che vive e lavora nei pressi delle coste americane minacciate e per l'impatto negativo che la marea nera avrà sull'ecosistema del golfo del Messico per molti anni a venire.

martedì 1 giugno 2010

La "scontata" reazione delle Nazioni Unite.


Diplomazia in azione dopo l'attacco israeliano nei confronti della Freedom Flotilla di domenica scorsa che ha provocato, secondo fonti del governo israeliano, almeno 10 vittime e molti altri feriti. I 15 membri del Consiglio di Sicurezza (CdS) delle Nazioni Unite, riunitisi in sessione d'emergenza, dopo 12 ore di dibattito, hanno espresso, nelle prime ore di questa mattina, tramite documento ufficiale, il loro "profondo rammarico per la perdita di vite umane e per i feriti causati dall'uso della forza" durante l'operazione militare isrealiana avvenuta in acque internazionali. Il CdS esorta Israele a permettere l'ingresso nel Paese delle delegazioni diplomatiche dei vari Paesi coinvolti in modo da identificare i morti, recuperare i feriti e assicurare l'assistenza umanitaria necessaria. Inoltre, viene richiesta l'apertura di un'inchiesta approfondita in linea con gli standard internazionali (prompt, impartial, credible and transparent investigation).
Come spesso accade, il documento finale, frutto di intense mediazioni, è molto meno "aggressivo" rispetto a quanto sperato dai delegati che avevano richiesto la convocazione della sessione straordinaria. In particolare, la rigida posizione della delegazione turca, la quale chiedeva una forte condanna di Israele e del suo esercito, è stata smussata da quella americana che ha evitato di condannare Israele in quanto tale, concentrando l'oggetto del documento esclusivamente sull'operazione militare. Oggi si terranno riunioni straordinarie anche della Nato e della Lega araba.
Niente di nuovo sotto il sole, insomma. Per questo vi lascio con il commento conclusivo di Lucio Caracciolo apparso oggi sul sito di Limes:

E’ scontato che il governo Netanyahu non ammetterà mai l’errore, ma si confermerà nella convinzione di essere ingiustamente incompreso anche da coloro che continuano a guardare con rispetto alle ragioni di Israele. Da una simile nevrosi ipersecuritaria non è facile guarire. Altri atti di autolesionismo appaiono scontati, fino a che qualcuno a Gerusalemme non si accorgerà di star segando il pur robusto ramo su cui è seduto. Se non sarà troppo tardi.

lunedì 31 maggio 2010

Israele distrugge l'umanitarismo

Era solo ieri quando, leggendo l'articolo di Francesco Battistini apparso sul Corriere della Sera, mi sono sentito in dovere di scrivere una mail alla 'redazione esteri' del quotidiano di via Solferino per esprimere il mio imbarazzo e disappunto per il modo con cui era stata trattata la notizia relativa alla possibilità di incursione nella Striscia di Gaza di alcuni pacifisti della Freedom Flotilla, la flotta di navi carica di aiuti umanitari che, pur di aiutare la popolazione palestinese, ha tentato, nella notte, di forzare il blocco navale israeliano. Nell'articolo, oltre a parole grosse nei confronti dei pacifisti, erano già state messe in evidenza le intenzioni del governo israeliano di rispondere a quella che era stata definita una 'provocazione' promettendo che non sarebbe andato troppo per il sottile senza che però nessuno si fosse preoccupato nemmeno di capire cosa ciò avrebbe potuto significare.

Bene, il risveglio di questa mattina ha definitivamente chiarito quelle parole: almeno 10 morti (il numero iniziale di 19 non è stato confermato, ndr) tra i pacifisti in seguito ad un vero e proprio abbordaggio in stile 'piratesco' da parte dei soldati israeliani che, una volta trovatisi sul ponte della nave contenente migliaia di tonnellate di aiuti umanitari, hanno sparato a raffica uccidendo 10 tra attivisti e cooperanti. Nonostante le prime reazioni della comunità internazionale siano già apparse sottotono, spero che più la vicenda verrà chiarita e più le ore passeranno, coloro che si son sempre riempiti la bocca di parole pesanti e gravi nei confronti di ben altre meno preoccupanti situazioni, possano fare altrettanto e anche di più nei confronti di un paese, di un governo e di un esercito che han fatto della dottrina Bush e del disprezzo di ogni forma di principio presente nel diritto umanitario, carta straccia.

Le prime parole sono giunte dagli Stati che fino a ieri erano considerati estremisti nella loro posizione di vicinanza alla popolazione palestinese e di diffidenza nei confronti del governo di Gerusalemme. Abu Mazen, Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, ha parlato di vera e propria "carneficina" mentre il Presidente iraniano, Mahmud Ahmadinejad, ormai scalzato dalla sua posizione di prima minaccia mondiale, ha definito l'episodio un "atto disumano del regime sionista". Inoltre, in Turchia diverse manifestazioni di protesta sono in atto davanti alle sedi diplomatiche israeliane mentre i governi svedese e spagnolo hanno convocato gli ambasciatori di Gerusalemme in missione nelle rispettive capitali. L'Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite si è detto "scioccato"; l'Alto rappresentante della politica estera dell'Ue ha espresso profondo rammarico per le vittime e le violenze chiedendo la rapida apertura di un'inchiesta.
Non è il primo episodio di violenza compiuto da Israele e non sarà l'ultimo. Ma questo nuovo vero e proprio atto di terrorismo, che neanche i pirati somali sarebbero stati in grado di compiere con tanta lucidità e freddezza, ci deve far capire che parole e gesti non devono essere messi sullo stesso piano. Parlando ancora più chiaramente, le parole, le minacce di Ahmadinejad, per quanto gravi, non possono essere trattate come veri e propri atti di aggressione e di violenza: al contrario, c'è bisogno di far capire agli israeliani che non sono immuni dalle ritorsioni e dalle sanzioni della comunità internazionale. I loro gesti sono inaccettabili e pongono l'intero Stato in una condizione di vera e propria minaccia nei confronti dell'umanità che deve in qualche modo essere neutralizzata.

Netanyahu è il nuovo Ahmadinejad, con una piccola differenza: il primo ha realmente compiuto gesti di violenza e di terrorismo, il secondo li ha sempre e solo minacciati. Il governo israeliano ha veramente un arsenale composto da 80-100 testate nucleari acquisite al di fuori del Trattato di non proliferazione nucleare, l'Iran, per ora, no.

Chi è la vera minaccia per la sicurezza mondiale? Chi può veramente decidere di far partire un'escalation militare e nucleare nella regione mediorientale? Chi ha dimostrato di non farsi scrupoli o problemi nell'aprire il fuoco?

Rispondere a queste domande ci potrà far capire quali sono le reali minacce da contrastare, ma soprattutto, da temere.

giovedì 27 maggio 2010

Onorevoli senza ritegno alla Duma.


Altro che pianisti. Questi sono dei veri e propri orchestrali!
In 88 votano per 449 (su 450) per non far arrabbiare il Presidente russo Medvedev.
Vista la crisi dei nostri teatri, il governo italiano potrebbe chiedere manovalanza alla Russia del buon vecchio democratico Putin.

martedì 25 maggio 2010

Parole di guerra.



Un tuffo negli anni Cinquanta. Così può essere definita la condizione di tensione creatasi tra le due Coree nelle ultime settimane. L'episodio scatenante è stato l'affondamento della corvetta sudcoreana "Cheonan", colpita da un siluro sottomarino, avvenuto nel marzo scorso. Il governo di Seul, sostenuto pienamente dal governo americano, ha accusato quello di Pyongyang dell'episodio che ha causato la morte di 46 marinai sudcoreani. Dal canto suo, la Corea del Nord ha negato il proprio coinvolgimento e anche la Cina, suo principale alleato, ha fatto intendere che non vi sono prove certe per attribuire la responsabilità dell'incidente alla Corea del Nord. Sulla scia di queste tensioni, il Presidente sudcoreano, Lee Myung-bak, in un discorso alla Nazione tenuto proprio presso il memoriale di Seul dedicato ai caduti della Guerra di Corea, ha annunciato di voler chiedere nuove ed ulteriori sanzioni al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro il governo del Nord e, insieme al Pentagono, di intraprendere manovre navali anti-sottomarini.

La contro-risposta di Pyongyang non si è fatta attendere. Questa mattina, la Corea del Nord ha accusato quella del Sud di aver sconfinato diverse volte all'interno delle proprie acque territoriali nel periodo compreso tra il 14 e il 24 maggio e ha minacciato di reagire militarmente.

Infine, il Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, in missione a Pechino per il forum delle relazioni sino-americane, ha invitato la Cina a condannare apertamente la tragedia della corvetta e a contribuire nel lavoro diplomatico finalizzato ad evitare che l'escalation militare possa passare dalle parole, dai gesti ai fatti.

venerdì 21 maggio 2010

Crisi alimentare in Niger, cosa possiamo fare?

7,8 milioni di abitanti stanno soffrendo la fame in Niger a causa della crisi alimentare nascosta dall’ex presidente nigerino Mamadou Tandja, deposto a febbraio con un colpo di stato. La giunta militare subentratagli al potere, al contrario, ha riconosciuto l’urgenza della situazione dichiarando che i granai sono ormai vuoti.

Per capire l’attuale situazione politica nigerina è necessario fare un passo indietro. Nell’ottobre del 2009, l’allora presidente Tandja, giunto alla fine dei due mandati consecutivi previsti dalla costituzione, decise di mantenere la propria carica sostenendo di avere l’appoggio dell’esercito. Successivamente, per istituzionalizzare il suo potere decise di modificare la costituzione nigerina. In particolare concentrò tutti i poteri politici nella figura del Presidente della Repubblica ed eliminò il limite di mandati presidenziali tramite un referendum-farsa che vide oltre l’80% di affluenza e consenso, nonostante la maggior parte dei nigerini non si recò nemmeno ai seggi. Inoltre sciolse il parlamento e la corte costituzionale formalizzando un colpo di stato non violento che portò alla sospensione del seggio nigerino nelle maggiori organizzazioni internazionali come l’Unione economica e monetaria ovest-africana, ma soprattutto la sospensione degli aiuti umanitari.

Per attirare nuovamente il consenso della comunità internazionale e migliorare la propria immagine Tandja assunse scelte che andarono contro il benessere della propria popolazione. In seguito all’alluvione verificatasi nel settembre scorso, Tandja decise di destinare la maggior parte degli aiuti agli stati confinanti che si trovavano in difficoltà, lasciando ben poche risorse per contrastare lo stato di emergenza del proprio territorio. Ma la situazione è precipitata verso la fine del 2009 quando Tandja, per evitare critiche e sollevazioni popolari, ha nascosto la penuria di cereali; deficit che secondo dati recenti ammonta a circa 400 mila tonnellate. Nonostante questo tentativo, il 18 febbraio 2010 il malessere generale è sfociato in un nuovo colpo di stato, questa volta militare, che ha rovesciato il governo di Tandja portando al potere una giunta militare tuttora al potere.

Secondo l’indagine condotta dal nuovo governo nigerino, circa il 58% della popolazione (7,8 su 15 milioni) sta finendo le scorte di cibo. Situazione che ha portato diverse ONG a lanciare un appello per mobilitare la comunità internazionale e attivare un piano di aiuti alimentari d’emergenza in favore delle fasce più vulnerabili della popolazione, in particolare nei villaggi rurali.

A questo scopo, Les Cultures, associazione con cui collaboro, ha organizzato un'assemblea pubblica per mercoledì 26 maggio alle ore 21 presso la sala conferenze di Palazzo Falk in Piazza Garibaldi a Lecco. Ospite d'onore sarà Mohamed Cheloutan, sindaco di Tchirozerine, Comune del distretto di Agadez.

Per contribuire a divulgare l'iniziativa è stato creato un Evento su Facebook
Per informazioni su donazioni o altro contattare Les Cultures ONLUS al numero 0341/284828 o all’indirizzo informazioni@lescultures.it.

mercoledì 12 maggio 2010

L'onda nera travolgerà Obama?

Altro incontro degno di nota in quel dell'ISPI...

13 maggio 2010 - ore 18.00
L'onda nera sulle politiche energetiche e ambientali di Obama
Tavola Rotonda

All'evento parteciperanno: Emanuele Massetti, Fondazione ENI; Frank Raes, Centro Comune di Ricerca Commissione Europea; Luca Salvioli, Il Sole 24 Ore; Antonio Villafranca, ISPI.

La sede dell'ISPI si trova in via Clerici 5, Milano.

martedì 11 maggio 2010

750 miliardi per un "veicolo speciale".


La crisi del debito pubblico che si è verificata in queste settimane in Europa è una conseguenza diretta della crisi globale che, in una prima fase, aveva colpito gli eccessi di debito privato delle famiglie - in particolare - americane. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, però, la crisi non è solo europea, anzi: il debito pubblico mondiale, infatti, passerà dal 75% del PIL mondiale registrato nel 2007 al 109% del 2014. Andando a verificare i conti pubblici, fra gli altri, di USA e Giappone ci si accorge che questi sono in una situazione ben peggiore di molti Membri dell'Unione europea. Perché, quindi, gli attacchi speculativi stanno interessando solo tali Stati? La differenza principale consiste nell'assenza di istituzioni economico-finanziarie in grado di far fronte ad eventuali pericoli che impediscano allo Stato di fallire - il cosiddetto default tecnico. Ad esempio, negli USA, la Federal Reserve garantisce l'acquisto di titoli del debito americano, mentre in Giappone, nonostante il debito pubblico superi il 200% del PIL, questo è quasi interamente (94%) detenuto da banche e famiglie giapponesi. Si capisce, dunque, che ciò che manca in Europa è, o meglio, era la presenza di un'istituzione sovranazionale che garantisse da situazioni di crisi come quella che stiamo attraversando e fornisse la fiducia necessaria per evitare attacchi speculativi.

Fatta questa doverosa premessa, si intuisce come, in questo contesto, il caso greco abbia una rilevanza ben più limitata di quanto finora mostrato dagli addetti ai lavori. La Grecia, infatti, è un'economia relativamente piccola e i duri sacrifici che dovrà sostenere la sua popolazione si ripercuoteranno solo marginalmente sulle condizioni del resto dei cittadini europei (e del mondo). Nonostante ciò, il caso greco ha mostrato le carenze del Trattato di Maastricht il quale non prevede una exit strategy dall'unione monetaria - situazione che ha favorito comportamenti poco rigorosi; l'inadeguatezza dei soli interventi di solidarietà bilaterali; la riluttanza della Banca Centrale Europea (BCE) a intervenire sull'acquisto di titoli di stato di Paesi in difficoltà.
Così, l'euro-scudo da 750 miliardi € entrato in funzione ieri ha avuto proprio l'obiettivo di colmare tale lacuna e formare diverse reti di sicurezza al fine di proteggere la stabilità finanziaria della zona euro dando una risposta finalmente politica ai suoi problemi finanziari. In tale scudo sono racchiusi sia interventi per far fronte ad emergenze imminenti che interventi di sostegno di lungo periodo.

In particolare, nel caso in cui un Paese, come successo per la Grecia, dovesse trovarsi nella condizione di non riuscire a pagare i propri debiti in scadenza decretando la non "spendibilità" a tassi adeguati dei titoli di stato sul mercato, questo verrà sostituito dall'UE attraverso tre istituzioni: il FMI (che ha messo a disposizione 250 miliardi di euro), la Commissione europea (60 miliardi) e un nuovo "veicolo speciale", lo Special Purpose Vehicle (440 miliardi). Ovviamente, gli Stati potranno attingere a tali risorse solo se saranno disposti ad adottare severi programmi di risanamento dei conti pubblici.

Ulteriori informazioni:

- Alcune considerazioni sulla crisi del debito pubblico in Europa fornite dal Sole 24 Ore.
- Il piano di salvataggio europeo spiegato dal Finacial Times tramite un breve ma puntuale video.


Le fonti principali di questo articolo si basano sull'incontro tenutosi il 10 maggio all'ISPI e su diversi articoli del Sole 24 Ore dell'11 maggio 2010.

venerdì 7 maggio 2010

ISPI e Limes vanno in Grecia.

Per chi fosse interessato, segnalo questo evento organizzato dall'ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) di Milano che si terrà lunedì prossimo:

10 maggio 2010 - ore 18.30
Crisi greca: rischio contagio in Europa?
Tavola Rotonda

All'evento, che trarrà spunto anche dall'ultimo Quaderno Speciale di Limes L'Euro senza Europa, parteciperanno: Giorgio Arfaras, Centro Einaudi; Franco Bruni, ISPI e Universita' Bocconi; Marco Cecchi de' Rossi, Fitch Ratings; Gregorio De Felice, Intesa Sanpaolo; Roberto Giovannini, La Stampa.

La sede dell'ISPI si trova in via Clerici 5, Milano.

Che 'hung parliament' sia.

La Gran Bretagna si è risvegliata senza sapere quale sarà il suo governo. Il Partito conservatore di David Cameron sarà quello con più seggi nella Camera dei Comuni ma non è riuscito a raggiungere la soglia di 326 seggi necessari per avere la maggioranza assoluta e formare un governo monocolore.

La situazione definitiva vede i tories con 306 seggi (36% dei voti), i laburisti con 258 (29%) e i liberaldemocratici con 57 (23%). 28 seggi vanno a partiti minori.

Nella notte, Cameron ha dichiarato che "i laburisti hanno perso il mandato popolare per governare il Paese", il Primo ministro uscente, Gordon Brown, dopo aver ringraziato i suoi elettori per aver conquistato il seggio in Parlamento in Kirkcaldy e Cowdenbeath, ha dichiarato che la partita non è ancora chiusa. Infine, il lib-dem Nick Clegg ha parlato di una "notte deludente" dopo aver condotto una campagna piena di speranza e entusiasmo.

UK General Election.

Oggi si sono tenute le elezioni politiche nel Regno Unito ed i primi exit poll sembrano confermare quanto previsto: sono state le elezioni più combattute ed incerte di questa generazione (politica). I laburisti sembrano aver perso la loro attitudine a governare ma David Cameron non sembra in grado di raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi della House of Commons. Tutto ciò potrebbe lasciare aperte diverse possibilità: la più probabile quella di una coalizione tra uno dei due maggiori partiti e i Liberaldemocratici di Nick Clegg, vera sorpresa della campagna elettorale. Se così fosse, a hung Parliament, ovvero un Parlamento in cui nessun partito riesce a raggiungere la maggioranza, provocherebbe l'inizio di negoziati serrati che impedirebbero la rapida instaurazione - ed azione - di un governo. Un problema se si considera la necessità di ridurre al minimo il periodo di stallo in favore di azioni che rimettano in sesto il Paese, fortemente minato dalla crisi economica globale; ma allo stesso tempo, un governo di coalizione - come non si vedeva dal 1977 - potrebbe creare quello spirito di unità necessario per rimettere il Paese sulla giusta carreggiata. Proprio quello spirito che in Italia sembra impossibile da raggiungere anche per i festeggiamenti del 150° anniversario dell'Unità.

Seggi necessari per avere la maggioranza: 326
Exit poll: Conservatori 305 - Laburisti 255 - LibDem 61

Per seguire in diretta i risultati vi lascio un paio di link: Guardian, BBC News (dove potete seguire live in streaming il canale BBC World News).

Nella foto David Cameron

giovedì 22 aprile 2010

22 aprile 2010 - 40° Earth Day.

Il nostro pianeta sta affrontando la più grossa sfida di tutti i tempi. Le nostre foreste primarie vengono abbattute e i nostri oceani vengono saccheggiati in modo sconsiderato e inquinati a un ritmo mozzafiato. La caccia alle balene, l’inquinamento di sostanze tossiche, il carbone sporco, la pericolosa energia nucleare e le coltivazioni geneticamente modificate minacciano la qualità e anche la sostenibilità della vita dell’intero pianeta. Si profilano cambiamenti climatici catastrofici perché i governi e le aziende spendono tempo e risorse nella speranza di aumentare i profitti, ma senza affrontare i cambiamenti necessari per ridurre le emissioni di carbonio.

dalla Newsletter di Greenpeace.




Buona Giornata della Terra a Tutti.
Per scoprire tutti gli eventi che si svolgeranno oggi in tutta Italia, cliccate qui.

martedì 6 aprile 2010

Omicidi collaterali a Baghdad. Agghiacciante.



Il 12 luglio 2007 due elicotteri statunitensi Apache hanno sparato contro un gruppo di persone alla periferia di Baghdad, uccidendone almeno dieci. Tra le vittime, un fotografo e un autista della Reuters e due bambini gravemente feriti.

WikiLeaks ha pubblicato un video, ripreso da uno degli elicotteri, in cui è chiaro che l’attacco è stato ingiustificato. Nelle immagini si vede che dopo aver sparato sul fotogafo, Namir Noor-Eldeen, sul suo autista, Saeed Chmagh, e su un gruppo di persone che erano vicino a loro, gli elicotteri statunitensi sparano anche sui soccorsi che cercano di portare via i feriti.

La Reuters aveva più volte cercato di ottenere il video, ma l’esercito americano lo aveva sempre negato, sostenendo che si era trattato di una regolare azione di combattimento e che le vittime erano dei ribelli iracheni. Tutto nel rispetto delle regole d’ingaggio.

Notizia tratta da Internazionale.it

mercoledì 31 marzo 2010

La Serbia chiede scusa per il massacro di Srebrenica.

Il parlamento serbo ha adottato una risoluzione in cui chiede pubblicamente perdono per il massacro di ottomila musulmani bosniaci a Srebrenica nel 1995. “La risoluzione condanna i crimini perpetrati a Srebrenica ed estende le scuse ai familiari delle vittime, riconoscendo di non aver fatto tutto il necessario per evitare il massacro, ma evita di usare la parola genocidio”, scrive il sito d’informazione Balkan Insight.

La risoluzione è passata con 127 voti a favore, 21 contrari e un astenuto. Ma molti parlamentari non si sono presentati in aula. “Il Partito democratico serbo e il Nuovo partito Serbo hanno votato contro la dichiarazione, mentre il Partito radicale serbo e il Partito liberaldemocratico non hanno partecipato al voto. Il Partito progressista serbo è uscito dall’aula prima della votazione”, continua Balkan Insight.

Nada Kolundzija, una parlamentare a capo del gruppo Per una Serbia europea, ha detto che attraverso questa dichiarazione la Serbia chiude un capitolo tragico della sua storia recente. “Condannare i crimini di Srebrenica, offrire le condoglianze ai parenti delle vittime e rispetto ai morti innocenti, libererà da un pesante fardello le nuove generazioni”, ha affermato Kolundzija.

Il massacro di Srebrenica è diventato un simbolo dell’orrore della guerra in Bosnia dal 1992 al 1995. A luglio del 1995 circa ottomila musulmani di Bosnia, uomini tra i 14 e i 65 anni, sono stati uccisi dalle forze armate serbo bosniache guidate dal generale Ratko Mladić, nella zona che era sotto la protezione delle Nazioni Unite. Il leader serbo bosniaco al governo ai tempi della strage Radovan Karadzic è attualmente sotto processo a L’Aia accusato di aver ordinato l’esecuzione di pesanti crimini di guerra tra cui il massacro di Srebrenica. Karadzic rifiuta le accuse, dichiarandosi innocente.

lunedì 22 marzo 2010

GreenSaver by Current.

Ecco a voi uno dei migliori programmi attualmente in onda in Italia.
Current ha inaugurato una trasmissione dedicata all'ambiente dal titolo GreenSaver. Lo stile e l'accuratezza farebbero pensare ad una produzione straniera, al classico documentario importato con sottotitoli; ma forse, finalmente, qualcosa in Italia sta cambiando.
In questa puntata, "Politica e Ambiente", una ricostruzione quantomai precisa dei negoziati che hanno portato alla Conferenza di Copenaghen dello scorso dicembre.

Buona visione e buona conoscenza.




venerdì 5 marzo 2010

Il massacro fu genocidio.

Dopo quasi cento anni, la Commissione esteri del Senato americano ha approvato, con 23 voti favorevoli e 22 contrari, la risoluzione che riconosce come genocidio quello che finora era sempre stato definito dalle amministrazioni statunitensi (Reagan a parte) come "semplice" massacro; ovvero la carneficina perpetrata dall'Impero ottomano nel 1915 ai danni della popolazione di origine armena presente sul suo territorio.

Probabilmente molti di voi avranno letto dell'iniziativa che ha avuto luogo lo scorso gennaio a Olginate (LC) e da me promossa tra queste pagine proprio in memoria del genocidio degli armeni. Non posso quindi che accogliere con soddisfazione quanto deciso dal Congresso degli Stati Uniti e sperare che la Turchia eviti di utilizzare la questione come pretesto per interrompere il processo di riconciliazione avviato lo scorso anno con il Governo armeno ed incrinare le relazioni diplomatiche con gli stessi USA.

Come ben espresso dal Presidente della Commissione esteri, Howard Berman (nella foto), in risposta ai tentativi di Clinton di ostacolare il voto e riportato sul Sole 24 ore: «La Turchia è un alleato vitale e leale - ha detto all'inizio di un'audizione parlamentare sulla risoluzione - ma nulla giustifica la sua cecità davanti al genocidio armeno. La Germania ha accettato le sue responsabilità per l'Olocausto. Il Sudafrica ha creato una commissione per esaminare l'apartheid. E negli Stati Uniti continuiamo a fare i conti con l'eredità della schiavitù e del terribile trattamento degli indiani d'America. È ora che la Turchia accetti la realtà del genocidio armeno».

Il prossimo passo spetta a Obama. A lui il dovere di usare quella parola durante il messaggio annuale del 24 aprile in ricordo della tragedia del 1915. Sarebbe un gesto grave decidere di tirarsi indietro proprio ora e venir meno ad una promessa avanzata anche in campagna elettorale.

A tal proposito ricordo che, come ultimo evento della manifestazione culturale promossa da DinamoCulturale, proprio il 24 aprile si terrà la proiezione del film Uomini, anni vita.
Cliccare qui per ulteriori info che saranno disponibili a breve.