martedì 27 luglio 2010

WikiLeaks, le reazioni.

Dopo il botto iniziale e dopo che diversi giornalisti e ricercatori hanno passato giorno e notte a visionare tutti i 92 mila files che WikiLeaks e i tre quotidiani Guardian, NYT e Der Spiegel hanno pubblicato/riportato su siti e versioni cartacee, le acque sembrano essersi calmate e la razionalità sembra aver ripreso il controllo della situazione. Anzitutto bisogna dare il merito al creatore di WikiLeaks, Julian Assange, di aver fatto un lavoro che nessuno finora aveva pensato, ovvero quello di mettere insieme migliaia di dati per riuscire a dare un quadro completo e corretto della guerra in Afghanistan; un lavoro reso possibile da internet, dall'intelligenza di Assange e dall'imprudenza dell'intelligence americana. In secondo luogo, però, bisogna stare attenti a non lasciarsi ingannare dalla voglia di scoop di giornalisti ed attivisti. Infatti, secondo quanto riportato in un editoriale di Andrew Exum sul NYT, l'inchiesta "The War Logs" non ha portato alla luce niente di più di quanto già sapevamo sul contesto e sulle difficoltà della guerra. Informazioni rese pubbliche in passato proprio grazie alle inchieste portate avanti dallo stesso trio di quotidiani. Semmai, la novità consiste nell'aver rivelato specifiche informazioni riguardanti le tecniche, le tattiche e le procedure di Stati Uniti e NATO considerate sensibili e che quindi hanno provocato irritazione all'interno dell'apparato militare americano. Da qui, si spiega la reazione della Casa Bianca che in una nota ufficiale del 25 luglio ha "fortemente condannato la diffusione di informazioni classificate [...] che potrebbero mettere in pericolo le vite degli americani e degli alleati [in Afghanistan, ndr] e che quindi minacciano la sicurezza nazionale" degli USA.
Dopo i tre giorni di attenzioni calamitate dalla figura di Assange, ora la palla passa nuovamente (e come sempre) al povero Obama, il quale dovrà sbrogliare una situazione ancor più difficoltosa di quanto non fosse già: rendere cristallina all'opinione pubblica mondiale la necessità e l'utilità (se esiste) della scelta di rimanere in Afghanistan a combattere una guerra ritenuta dai più impossibile da vincere - e non, ad esempio, spostare il focus su un intervento di stampo civile e costruttivo, in linea con la strategia utilizzata con l'Iran - e, da ora in avanti, stare ancora più attento a non perdere ulteriori vite americane che potrebbero rimanere vittime di imboscate dovute alla divulgazione di strategie militari.

lunedì 26 luglio 2010

Afghanistan, The War Logs

"La più grande fuga di dossier di intelligence nella storia militare", così viene definita la pubblicazione di documenti segreti da parte di WikiLeaks e di tre quotidiani che, insieme, hanno deciso di denunciare e rendere chiare all'opinione pubblica mondiale la situazione attuale e la storia della guerra in Afghanistan.
Guardian, New York Times e Der Spiegel hanno pubblicato contemporaneamente ieri un'inchiesta dal nome "The War Logs", ovvero il diario della guerra in Afghanistan.










Il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, ha spiegato in un'intervista (video sopra) al Guardian, i motivi che l'hanno spinto a rendere pubblici più di 90 mila files relativi al periodo 2004-2009 sulla guerra in Afghanistan: "il significato della pubblicazione di questo materiale è riconducibile sia alla necessità di inquadrare il contesto generale in cui la guerra si è svolta nel periodo 2004-2009, sia di rendere noti i singoli episodi in cui molte persone sono state uccise". In sostanza, l'intento è quello di mostrare la vera natura della guerra in Afghanistan.










In quest'altro video, viene spiegato come muoversi all'interno dei migliaia di files classificati che mostrano nei dettagli tutti i vari episodi di guerra pubblicati e catalogati in una mappa interattiva che suddivide i morti tra vittime civili, soldati della coalizione, truppe afghane e "altri trovati ed eliminati". In definitiva, un archivio che offre una visione nuda e cruda della guerra secondo il New York Times. Sempre secondo il NYT, la documentazione lascia intuire che il Pakistan, alleato degli USA sulla carta, avrebbe permesso a membri dei suoi servizi segreti di trattare direttamente con i talebani e alimentare, così, l'insurrezione nei confronti dei soldati statunitensi.