lunedì 27 dicembre 2010

La Costa d'Avorio è sull'orlo di una nuova guerra civile.


Il 28 novembre 2010 si è tenuto in Costa d'Avorio il ballottaggio tra il presidente uscente Laurent Gbagbo e lo sfidante Alassane Ouattara. Secondo la commissione elettorale, il vincitore sarebbe Ouattara con il 54 per cento dei voti, ma lo sfidante Gbagbo si è categoricamente rifiutato di ammettere la sconfitta. Anzi, forte del sostegno dell'esercito e del Consiglio costituzionale, ha deciso di reagire. Proprio il Consiglio, infatti, ha dichiarato la presenza di brogli ribaltando il risultato finale.

Così le elezioni presidenziali che il Paese aspettava dal 2005 si sono rivelate un'ulteriore fonte di disaccordo e di scontro che stanno portando la Costa d'Avorio sull'orlo di una nuova guerra civile. Il 13 dicembre, per esempio, le truppe fedeli a Gbagbo hanno posto sotto assedio l'Hotel du Golf di Abidjan, il quartier generale del Presidente riconosciuto dalla comunità internazionale, Alassane Ouattara, rischiando di innescare un vero e proprio conflitto.

Nel frattempo sia le minacce di intervento militare che le continue violenze, che hanno causato la morte di centinaia di civili, stanno costringendo gli ivoriani a fuggire. Secondo le ultime stime dell'ONU, i rifugiati sarebbero almeno 14 mila, alcuni dei quali avrebbero camminato per quattro giorni per raggiungere la vicina Liberia. L'Unhcr ha aggiunto che altri 30 mila sarebbero pronti a migrare nonostante le condizioni precarie dovute alla scarsità di cibo.

Ma Laurent Gbagbo, internazionalmente riconosciuto come il candidato sconfitto (anche l'Ecowas - la comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale - gli ha chiesto di lasciare il potere), ha fatto sapere che sarebbe in atto un complotto contro di lui. Nell'intervista rilasciata al quotidiano francese Le Figaro, Gbagbo ha parlato di pressioni da parte dei Paesi occidentali e ha fatto l'esempio di Robert Mugabe, il Presidente dello Zimbabwe. "Non ha totalmente torto" avvrebbe dichiarato.

Gbagbo ha fatto l'unico esempio che non doveva fare: Mugabe, un altro democraticamente sconfitto che non se l'è sentita di abbandonare il potere...

venerdì 17 dicembre 2010

COP 16. Com'è andata a finire?


Non mi sono dimenticato della COP 16 di Cancún! Lavorando e scrivendo articoli relativi al tema ambiente, spesso accade che molti spunti che avrei usato per il blog, debba usarli anche per lavoro e, ovviamente, queste pagine passano in secondo piano.

Questa volta, però, voglio segnalarvi una puntata di LifeGate Internazionale (a cura di Claudio Vigolo) andata in onda su LifeGate Radio lunedì 13 dicembre. La puntata è dedicata agli accordi presi alla sedicesima Conferenza delle Parti svoltasi a Cancún, Messico. La puntata prende spunto dall'articolo "Clima. A Cancún soddisfazione a metà" che ho scritto per il portale di LifeGate.

Buon ascolto e fatemi sapere cosa ne pensate!



mercoledì 15 dicembre 2010

Le ombre di WikiLeaks.


WikiLeaks è un’organizzazione no profit che pubblica via internet documenti segreti o confidenziali frutto di segnalazioni anonime. Nella giornata di domenica 28 Novembre è stato reso pubblico via twitter e sul sito dell'organizzazione un rapporto che è stato ribattezzato come Cable Gate, ovvero la pubblicazione di oltre 250 mila tra note, telegrammi e dispacci scambiati tra le ambasciate americane ed il Dipartimento di Stato americano, la maggior parte dei quali risalenti agli ultimi tre anni.

Dopo aver pubblicato documenti secretati di natura militare - in particolare riguardanti le recenti guerre in Iraq e in Afghanistan - Julian Assange ha deciso di prendere di mira l'intera struttura diplomatica americana e mondiale. Il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha addirittura definito tale episodio come "l'11 settembre della diplomazia". E forse non ha tutti i torti.

Ma perché Assange ha deciso di compiere questo gesto? Quali sono le motivazioni? Le ragioni che stavano dietro alle pubblicazioni relative alle disastrose guerre post-11 settembre sono abbastanza facili da intuire: smascherare agli occhi dell'opinione pubblica di tutto il mondo i veri scenari bellici (e non di pace) e opportunistici che hanno mosso gli eserciti occidentali; svelare episodi in violazione del diritto umanitario.

Ma perché pubblicare testi anche di scarso valore e attrattiva dal punto di vista geopolitico? Junio Valerio Palomba, nell'articolo scritto per Meridiani, afferma: "È stato detto da più parti che questo leakage rappresenta uno squarcio nel mondo della reale diplomazia, che finalmente è stato possibile andare al di là dei muri di vetro e delle vuote conferenze stampa per capire davvero le tattiche e la strategia diplomatica degli governi, quello statunitense in particolare". Ma ce n'era veramente bisogno? "Una risposta strumentale - prosegue Palomba - potrebbe essere quella che questi documenti sono stati pubblicati per ferire l’immagine della diplomazia americana. [...] Un’altra ipotesi è che l’unico scopo della pubblicazione sia tautologico, ovvero le informazioni sono state pubblicate punto e basta. Una pubblicazione fine a se stessa, in nome della Verità, della diplomazia trasparente di Woodrow Wilson e del diritto dell’opinione pubblica a conoscere".

Già, Woodrow Wilson. Il presidente americano nel 1918 aveva inserito nei suoi quattordici punti il concetto di "diplomazia aperta". Ma l'intenzione di Wilson non era rendere pubblici i negoziati, bensì i risultati, gli accordi finali. Infatti fino ad allora i trattati potevano rimanere segreti e prevedere la spartizione di territori e sfere di influenza all'insaputa non solo dei cittadini ma anche di molti membri degli stessi governi. Così, un maggior rispetto nei confronti dell'opinione pubblica fece uscire allo scoperto la diplomazia e i trattati internazionali dovettero essere pubblicati e registrati decretando ciò che venne definito come un "mutamento epocale".

E fin qui nulla da obiettare. Il passo successivo, però, quello di trasformare la diplomazia da aperta a democratica, cioè sottoposta alla volontà del popolo sovrano, non è immediato. Secondo molti teorici, infatti, i negoziati, per avere successo, richiederebbero una certa dose di segretezza. Un negoziato sottoposto alla pressione dell'opinione pubblica porterebbe i diplomatici a irrigidirsi ed elevare le proprie richieste, i "prezzi" per soddisfare le aspettative dei propri elettori e non apparire deboli o cedevoli. L'obiettivo dei negoziatori sarebbe quello di portare a casa l'intero risultato creando possibili situazioni di stallo e paralisi. Un caso concreto è quello dei negoziati tra Israele e Palestina: bloccati perché sovraesposti da ormai troppo tempo.

La conclusione che inevitabilmente mi viene da suggerire è che, per tutti questi motivi, sarebbe opportuno evitare eccessi di pubblicità e mantenere un certo grado di riservatezza nell'ambito dei negoziati internazionali senza per questo impedire alla società civile e alle organizzazioni preposte di far sentire la propria voce e influenzare indirettamente i negoziatori. L'importante è rispettare i tempi della diplomazia.
Cosa sarebbe successo se Julian Assange fosse vissuto ai tempi della guerra fredda e avesse pubblicato le lettere di Krusciov a Kennedy durante la crisi dei missili di Cuba?