mercoledì 15 dicembre 2010

Le ombre di WikiLeaks.


WikiLeaks è un’organizzazione no profit che pubblica via internet documenti segreti o confidenziali frutto di segnalazioni anonime. Nella giornata di domenica 28 Novembre è stato reso pubblico via twitter e sul sito dell'organizzazione un rapporto che è stato ribattezzato come Cable Gate, ovvero la pubblicazione di oltre 250 mila tra note, telegrammi e dispacci scambiati tra le ambasciate americane ed il Dipartimento di Stato americano, la maggior parte dei quali risalenti agli ultimi tre anni.

Dopo aver pubblicato documenti secretati di natura militare - in particolare riguardanti le recenti guerre in Iraq e in Afghanistan - Julian Assange ha deciso di prendere di mira l'intera struttura diplomatica americana e mondiale. Il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha addirittura definito tale episodio come "l'11 settembre della diplomazia". E forse non ha tutti i torti.

Ma perché Assange ha deciso di compiere questo gesto? Quali sono le motivazioni? Le ragioni che stavano dietro alle pubblicazioni relative alle disastrose guerre post-11 settembre sono abbastanza facili da intuire: smascherare agli occhi dell'opinione pubblica di tutto il mondo i veri scenari bellici (e non di pace) e opportunistici che hanno mosso gli eserciti occidentali; svelare episodi in violazione del diritto umanitario.

Ma perché pubblicare testi anche di scarso valore e attrattiva dal punto di vista geopolitico? Junio Valerio Palomba, nell'articolo scritto per Meridiani, afferma: "È stato detto da più parti che questo leakage rappresenta uno squarcio nel mondo della reale diplomazia, che finalmente è stato possibile andare al di là dei muri di vetro e delle vuote conferenze stampa per capire davvero le tattiche e la strategia diplomatica degli governi, quello statunitense in particolare". Ma ce n'era veramente bisogno? "Una risposta strumentale - prosegue Palomba - potrebbe essere quella che questi documenti sono stati pubblicati per ferire l’immagine della diplomazia americana. [...] Un’altra ipotesi è che l’unico scopo della pubblicazione sia tautologico, ovvero le informazioni sono state pubblicate punto e basta. Una pubblicazione fine a se stessa, in nome della Verità, della diplomazia trasparente di Woodrow Wilson e del diritto dell’opinione pubblica a conoscere".

Già, Woodrow Wilson. Il presidente americano nel 1918 aveva inserito nei suoi quattordici punti il concetto di "diplomazia aperta". Ma l'intenzione di Wilson non era rendere pubblici i negoziati, bensì i risultati, gli accordi finali. Infatti fino ad allora i trattati potevano rimanere segreti e prevedere la spartizione di territori e sfere di influenza all'insaputa non solo dei cittadini ma anche di molti membri degli stessi governi. Così, un maggior rispetto nei confronti dell'opinione pubblica fece uscire allo scoperto la diplomazia e i trattati internazionali dovettero essere pubblicati e registrati decretando ciò che venne definito come un "mutamento epocale".

E fin qui nulla da obiettare. Il passo successivo, però, quello di trasformare la diplomazia da aperta a democratica, cioè sottoposta alla volontà del popolo sovrano, non è immediato. Secondo molti teorici, infatti, i negoziati, per avere successo, richiederebbero una certa dose di segretezza. Un negoziato sottoposto alla pressione dell'opinione pubblica porterebbe i diplomatici a irrigidirsi ed elevare le proprie richieste, i "prezzi" per soddisfare le aspettative dei propri elettori e non apparire deboli o cedevoli. L'obiettivo dei negoziatori sarebbe quello di portare a casa l'intero risultato creando possibili situazioni di stallo e paralisi. Un caso concreto è quello dei negoziati tra Israele e Palestina: bloccati perché sovraesposti da ormai troppo tempo.

La conclusione che inevitabilmente mi viene da suggerire è che, per tutti questi motivi, sarebbe opportuno evitare eccessi di pubblicità e mantenere un certo grado di riservatezza nell'ambito dei negoziati internazionali senza per questo impedire alla società civile e alle organizzazioni preposte di far sentire la propria voce e influenzare indirettamente i negoziatori. L'importante è rispettare i tempi della diplomazia.
Cosa sarebbe successo se Julian Assange fosse vissuto ai tempi della guerra fredda e avesse pubblicato le lettere di Krusciov a Kennedy durante la crisi dei missili di Cuba?

1 commento:

dario ha detto...

Tommi,
Tanto per cominciare secondo me e' un po' sbagliato definire "tautologica" una pubblicazione in nome della Verita'. Non e' fine a se stessa. E' fine invece alla divulgazione della Verita', obiettivo secondo me tutt'altro che trascurabile.
Secondo, dici che "l'intenzione di Wilson non era di rendere pubblici i negoziati, bensi' i risultati". Io sono un po' stupido, ma non riesco bene a capire la differenza tra i negoziati e i risultati. Cioe', prendiamo ad esempio l'ipotesi complottistica di Pearl Harbor. Secondo alcuni c'era un accordo coi giapponesi, o almeno una intenzione di lasciar fare, in modo da avere una scusa da sbattere in faccia all'opinione pubblica americana per intervenire nella seconda guerra mondiale. Ora, secondo questa ipotesi, qual'e' secondo te il risultato? Il ritiro delle navi americane da quell'area del Pacifico? Oppure l'attacco di Pearl Harbor? Oppure la convinzione dell'opinione pubblica? Oppure l'intervento alla seconda guerra mondiale? Oppure la vittoria del patto atlantico nella seconda guerra mondiale? oppure l'egemonia economica americana dal dopoguerra in poi? Oppure l'inizio della guerra fredda? Quale di queste cose che ho elencato qui sopra si puo' considerare l'effetto della precedente piuttosto che non la causa della successiva? E quindi quale, secondo la tua lettura dell'intenzione di Wilson e' cosa che deve essere pubblica e quale invece che deve rimanere segreta?

Io francamente non ho nulla in contrario nel fatto stesso che alcune manovre che influiscono pesantemente sull'ordine mondiale, e di conseguenza sulla vita di tutti, ed in particolare sulla mia, rimangano segreti. Mi da' un po' fastidio non averne il controllo, ma lo posso accettare. Di tante cose non ho il controllo, ad esempio potrebbe cadermi un pianoforte in testa, ma accetto il rischio.
La cosa che invece mi atterrisce e' che c'e' una manciata di persone nel mondo che invece queste cose non solo le sa, ma le decide, stringendo la mano a coloro che sono avversari politici e contemporaneamente compagni di merende. Queste persone non sono elette democraticamente, ne' nominate con un sistema che possa dirsi in qualche modo democratico. Queste persone, addirittura, non sono nemmeno sotto il controllo di coloro che l'opinione pubblica considera i piu' potenti. Eppure sono uomini anche loro, con tutte le debolezze che ogni uomo puo' avere. Chi e' che mi assicura che questi uomini lavorino per il bene dell'umanita' e non per il loro interesse personale? Anche supponendo che si tratti di modelli di onesta', come possiamo sapere che siano dotati della capacita' necessaria per svolgere questi delicati compiti?

Per assurdo, se fossimo sicuri che un sovrano assoluto per definizione lavorasse attivamente e proficuamente per realizzare il massimo bene possibile per la societa' dei suoi sudditi e per ogni singolo individuo, a che cosa ci servirebbe la democrazia? Perche' dovrei eleggere la persona che penso che possa governare meglio la mia societa' quando so gia' che quella nominata in un sistema assoluto sarebbe sicuramente migliore?

Il punto non e', secondo me, se la diplomazia debba essere nascosta o palese. Il punto e' che chi la controlla debba a sua volta essere controllato. Chi mi assicura che il controllore del treno non ne approfitti per viaggiare gratis e per far viaggiare gratis la cricca dei suoi amici?

Piuttosto c'e' un'altra cosa che mi sembra inquitetante. Che se c'e' qualcuno che controlla chi controlla, questi dovrebbe a sua volta essere controllato. In altre parole, come facciamo a sapere che WikiLeaks stessa e' in effetti imparziale nella sua denuncia?

ciao
dario