WikiLeaks è un’organizzazione
no profit che pubblica via internet documenti segreti o confidenziali frutto di segnalazioni anonime. Nella giornata di domenica 28 Novembre
è stato reso pubblico via
twitter e sul sito dell'organizzazione
un rapporto che è stato ribattezzato come
Cable Gate, ovvero la pubblicazione di oltre 250 mila tra note, telegrammi e dispacci scambiati tra le ambasciate americane ed il Dipartimento di Stato americano, la maggior parte dei quali risalenti agli ultimi tre anni.
Dopo aver pubblicato documenti secretati di natura militare - in particolare riguardanti le recenti guerre in Iraq e in Afghanistan -
Julian Assange ha deciso di prendere di mira l'intera struttura diplomatica americana e mondiale. Il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha addirittura definito tale episodio come "l'11 settembre della diplomazia". E forse non ha tutti i torti.
Ma perché Assange ha deciso di compiere questo gesto? Quali sono le motivazioni? Le ragioni che stavano dietro alle pubblicazioni relative alle disastrose guerre post-11 settembre sono abbastanza facili da intuire: smascherare agli occhi dell'opinione pubblica di tutto il mondo i veri scenari bellici (e non di pace) e opportunistici che hanno mosso gli eserciti occidentali; svelare episodi in violazione del diritto umanitario.
Ma perché pubblicare testi anche di scarso valore e attrattiva dal punto di vista geopolitico? Junio Valerio Palomba, nell'
articolo scritto per Meridiani, afferma: "È stato detto da più parti che questo
leakage rappresenta uno squarcio nel mondo della reale diplomazia, che finalmente è stato possibile andare al di là dei muri di vetro e delle vuote conferenze stampa per capire davvero le tattiche e la strategia diplomatica degli governi, quello statunitense in particolare". Ma ce n'era veramente bisogno? "Una risposta strumentale - prosegue Palomba - potrebbe essere quella che questi documenti sono stati pubblicati per
ferire l’immagine della diplomazia americana. [...] Un’altra ipotesi è che l’unico scopo della pubblicazione sia tautologico, ovvero le informazioni sono state pubblicate punto e basta. Una pubblicazione fine a se stessa, in nome della Verità, della diplomazia trasparente di Woodrow Wilson e del diritto dell’opinione pubblica a conoscere".
Già, Woodrow Wilson. Il presidente americano nel 1918 aveva inserito nei suoi
quattordici punti il concetto di "diplomazia aperta". Ma
l'intenzione di Wilson non era rendere pubblici i negoziati, bensì i risultati, gli accordi finali. Infatti fino ad allora i trattati potevano rimanere segreti e prevedere la spartizione di territori e sfere di influenza all'insaputa non solo dei cittadini ma anche di molti membri degli stessi governi. Così, un maggior rispetto nei confronti dell'opinione pubblica fece uscire allo scoperto la diplomazia e i trattati internazionali dovettero essere pubblicati e registrati decretando ciò che venne definito come un "mutamento epocale".
E fin qui nulla da obiettare. Il passo successivo, però, quello di trasformare la diplomazia
da aperta a democratica, cioè sottoposta alla volontà del popolo sovrano, non è immediato. Secondo molti teorici, infatti, i negoziati, per avere successo, richiederebbero una certa dose di segretezza. Un negoziato sottoposto alla pressione dell'opinione pubblica porterebbe i diplomatici a irrigidirsi ed elevare le proprie richieste, i "prezzi" per soddisfare le aspettative dei propri elettori e non apparire deboli o cedevoli. L'obiettivo dei negoziatori sarebbe quello di portare a casa l'intero risultato creando possibili situazioni di stallo e paralisi. Un caso concreto è quello dei negoziati tra Israele e Palestina: bloccati perché sovraesposti da ormai troppo tempo.
La conclusione che inevitabilmente mi viene da suggerire è che, per tutti questi motivi, sarebbe opportuno
evitare eccessi di pubblicità e mantenere un certo grado di riservatezza nell'ambito dei negoziati internazionali senza per questo impedire alla società civile e alle organizzazioni preposte di far sentire la propria voce e influenzare indirettamente i negoziatori. L'importante è rispettare i tempi della diplomazia.
Cosa sarebbe successo se Julian Assange fosse vissuto ai tempi della guerra fredda e avesse pubblicato le lettere di Krusciov a Kennedy durante la crisi dei missili di Cuba?