mercoledì 21 dicembre 2011

Anche in Ruanda si può avere giustizia

La sede del Tribunale penale internazionale per il Ruanda ad Arusha, Tanzania
Due personalità chiave del genocidio ruandese sono state condannate all'ergastolo il 21 dicembre 2011 dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda. Édouard Karemera e Matthieu Ngirumpatse, questi i loro nomi, sono stati dichiarati colpevoli di genocidio, incitamento diretto e pubblico a eseguire il massacro che ha portato alla morte di circa 800mila persone in soli cento giorni. Inoltre, sono stati accusati di altri crimini contro l'umanità (come sterminio e violenze sessuali) perpetrati con il preciso intento di cancellare una minoranza etnica.

Nel 1994 Ngirumpatse era dirigente del Movimento rivoluzionario nazionale per lo sviluppo (Mnrd, in quel momento al governo), mentre Karemera era il suo vice. La Corte delle Nazioni Unite, che ha sede ad Arusha, in Tanzania, ha emanato la sentenza dopo aver provato che i due uomini hanno progettato lo sterminio dell'etnia Tutsi. Sono stati quindi dichiarati responsabili non solo per i loro atti criminali o per non aver impedito quelli altrui, ma sono stati dichiarati colpevoli anche dei crimini commessi da coloro che condividevano le idee del progetto da loro stessi creato.

Inoltre, il Tribunale ha stabilito che Ngirumpatse e Karemera sono "largamente responsabili" anche delle diffuse e prevedibili violenze sessuali su donne e ragazze.

mercoledì 14 dicembre 2011

One like, one forest


Mi piace la foresta. One like one forest, di cosa si tratta? È molto semplice. Per tutti gli utenti di facebook che cliccano "mi piace", e quindi diventano fan, della pagina istituzionale di LifeGate viene tutelato un metro quadrato di foresta in Argentina. Per la precisione nella riserva di El Pantanoso. La campagna è partita il 14 dicembre e continuerà per diverso tempo.

Non solo. L'iniziativa vale anche per i fan storici del portale d'informazione sostenibile. Si parte da 16.779 fan, altrettanti metri quadrati. Tutti possiamo fare la nostra parte per conservare un'area ricchissima di biodiversità che si trova all'interno della riserva della biosfera - qualifica internazionale assegnata dall'Unesco per la conservazione e la protezione dell'ambiente - di Las Yungas. Cosa aspetti? Basta un click.

domenica 4 dicembre 2011

Il futuro del clima attende una nuova capitale

Alexander Joe/AFP/Getty Images

Finalmente siamo a Durban. La diciassettesima Conferenza delle parti dell’Unfccc ha aperto i battenti e con essa si sono aperte le prime falle. Il Canada vuole ritirarsi da Kyoto anzitempo. Il Brasile, un paese in via di sviluppo, ha registrato la crescita più elevata delle proprie emissioni di gas serra nel 2010. L’India è diventato il terzo paese che produce più emissioni in assoluto dopo Cina e Stati Uniti. Non solo: le previsioni danno per certo un prossimo raggiungimento degli Stati Uniti da parte della Cina per quanto riguarda le emissioni storiche, cioè quelle che si sono accumulate in atmosfera nel corso degli anni.

Questi sono i fatti. Ora bisogna agire. Tanto per cominciare deve iniziare a fare la propria parte chi avrebbe già dovuto nel 2005, ma non lo ha fatto. Stati Uniti, Australia, Giappone. Poi ci sono i cosiddetti paesi in via di sviluppo. Quelli più grossi, come Cina, India e Brasile, non possono più nascondersi dietro a un dito. Okay, il Brasile non è l’America, ma l’India non è la Tanzania. Quindi?

lunedì 21 novembre 2011

La crisi del debito in Europa

Che cos'è il deficit fiscale? Cos'è lo spread? Cosa sono i Piigs?
Ricevo e pubblico l'ultimo video dei bravissimi ragazzi di Quattrogatti.info. In questo appuntamento, vengono ricostruiti fedelmente e semplicemente i fatti che hanno caratterizzato la crisi del debito europea negli ultimi mesi. Dalla Grecia all'Italia. Buona visione e comprensione.

mercoledì 16 novembre 2011

Due secoli di global warming, in due minuti



Il video mostra le anomalie a livello di temperatura registrate nel mondo dal 1800 ad oggi. La temperatura media globale sarebbe aumentata di 0,911 gradi centigradi dai soli anni Cinquanta. Maggiori informazioni su Berkeley Earth Surface Temperature.

sabato 5 novembre 2011

Il Kenya dichiara guerra ad Al Shabaab


Ci sono le catastrofi (più o meno) naturali, c'è la crisi economica e poi c'è la guerra. Ci scandalizziamo di fronte ai crolli delle borse europee, ci commuoviamo davanti alle immagini delle alluvioni a Genova come in Thailandia, ma non abbiamo più la forza di dire o fare qualcosa di fronte alla violenza. Nel mondo stanno accadendo cose talmente gravi che il terrorismo, la guerra sono diventati, purtroppo, tragedie di secondo piano. Fatta questa strana premessa, il post può entrare nel vivo.

Il 16 ottobre è cominciato un conflitto sul confine tra il Kenya e la Somalia. Una guerra che vede coinvolti i soldati dell'esercito di Nairobi e i guerriglieri islamisti di Al Shabaab, un gruppo terroristico somalo vicino ad Al Qaeda. A dichiararla ufficiosamente sono stati i miliziani attraverso le loro continue incursioni sulle coste nord-occidentali del Kenya. Il loro obiettivo: rapire stranieri per chiedere riscatti economici.

Nelle ultime settimane Al Shabaab ha preso in ostaggio sette persone, di cui sei stranieri e tre cooperanti. Stanco di tutto ciò, il governo keniano ha deciso di reagire inviando blindati ed elicotteri da combattimento in territorio somalo per creare una zona cuscinetto a protezione delle sue spiagge, fino a poco tempo fa meta di facoltosi turisti. In pochi giorni di scontri sono morte centinaia di persone tra integralisti e civili, senza contare le vittime degli attentati che si sono verificati a Nairobi come ritorsione dell'incursione militare keniana.

Il capo dei ribelli Sheikh Muktar Robow, subito dopo l'inizio dell'intervento militare, ha lanciato gravi minacce: "Il Kenya ha iniziato la guerra e ora dovrà pagarne le conseguenze, invito perciò chi è stato istruito nei campi militari a combattere contro il nemico", invitando così i somali che vivono oltre il confine a ribellarsi. Pochi giorni dopo due kamikaze si sono fatti esplodere a pochi metri dalla base della missione dell'Unione africana in Somalia (Amison). 80 soldati ugandesi hanno perso la vita. L'attacco è stato rivendicato da  Al Shabaab secondo la quale ad agire sono stati "due giovani guerrieri e coraggiosi mujaheddin".

domenica 23 ottobre 2011

La lezione del professore


Un eroe dei nostri tempi. Un paladino dei diritti umani. Da oggi, le persone che in ogni parte del mondo soffrono quotidianamente le violazioni dei propri diritti fondamentali saranno un po' più sole. Si è spento nella notte tra il 22 e il 23 ottobre Antonio Cassese. Professore di diritto internazionale alla Facoltà di Scienze politiche "Cesare Alfieri" di Firenze, è stato rappresentante del governo italiano in vari organi delle Nazioni Unite, tra cui la Commissione dei diritti umani (oggi Consiglio per i diritti umani). Primo presidente del Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia. Nel 2004 è stato nominato dall'allora segretario Kofi Annan alla presidenza della Commissione internazionale d'inchiesta dell'Onu sui crimini in Darfur. Questa la visione del professore in tema di diritti umani:

"Oggi ogni cittadino di uno stato sta diventando cittadino del mondo, nel senso che tutti devono rispettarlo non in forza della sua cittadinanza o del colore della sua pelle (se è un bianco), ma in quanto persona umana, in quanto membro del genere umano. Le nostre città sono piene di persone di nazionalità e di colore diverso: immigrati, stranieri di passaggio, rifugiati, apolidi in cerca di protezione; sono diventate un cosmo variopinto, piene di volti diversi, di persone che parlano le lingue più strane e le più varie. Ma non siamo ancora riusciti ad assicurare che tutti godano degli stessi diritti. Siamo troppo pieni di pregiudizi, rancori, sospetti. Ebbene, se tutti non ancora godono di fatto di eguaglianza, esiste almeno un nucleo di principi che questa eguaglianza la vogliono imporre: sono appunto i principi sui diritti umani. Esiste dunque almeno un'aspirazione al rispetto indiscriminato di tutti, e una serie di imperativi morali e giuridici che ci impongono di mettere da parte i nostri pregiudizi e le nostre paure dell'altro, e di vedere in ognuno una persona che va rispettata nella sua umanità. La cultura dei diritti umani per molti diversi è un punto di non ritorno. Per essa può ben valere ciò che scrisse una grande guida religiosa nel Primo secolo dopo Cristo: 'Non può una città posta sopra un monte rimanere nascosta; né si accende una lucerna per riporla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere, ed essa fa lume a quanti sono in casa'."

(I diritti umani sono solo un sogno? da "Il sogno dei diritti umani" di Antonio Cassese, a cura di Paola Gaeta, pag. 211-215)

martedì 18 ottobre 2011

Il mondo che verrà è in onda



Un programma di geopolitica come non se ne vedono da anni in Italia. Una vera e propria lezione per raccontare e spiegare le sfide globali che ci attendono e quali sono le strategie migliori per affrontarle. Una tavola rotonda dove a porre le domande sono i protagonisti di domani, studenti universitari e giovani laureati. A rispondere un professore con un bagaglio di esperienza unico: Romano Prodi.

Tutto questo è "Il mondo che verrà", la trasmissione in onda su La7 da martedì scorso che vede il professore emiliano protagonista di tre puntate. La prima dal titolo "La sfida dei continenti" si è tenuta martedì 11 ottobre. Nella seconda si è parlato di disuguglianza. Martedì prossimo paura e indignazione.

Per commentare la puntata in diretta (martedì dalle ore 23:00), ci vediamo su Twitter: #ilmondocheverrà. Fatemi sapere cosa ne pensate.

venerdì 14 ottobre 2011

Intervista a Pio d'Emilia

Pio d'Emilia

Pio d'Emilia, giornalista e corrispondente dal Giappone per Sky Tg24, è stato uno degli ospiti più attesi della quinta edizione di Internazionale a Ferrara. In questa intervista mi ha raccontato e svelato alcuni scenari di quei terribili giorni di fine marzo a Fukushima. Tepco, tsunami, Naoto Kan, catena alimentare.



Ringrazio Claudio Vigolo per il lavoro di editing e per aver ospitato un punto di vista importante su quanto accaduto nel suo LifeGate Internazionale.

domenica 9 ottobre 2011

Il video della settimana. Grazie Steve



Luigi Zanni in "Grazie Steve."

Produced by Giacomo Zanni. 
Edited by Giacomo Zanni 
Music by: Trent Reznor And Atticus Rose - Hand Covers Bruise (The Social Network Main Theme).

venerdì 7 ottobre 2011

10 anni di guerra in Afghanistan



In dieci anni Emergency ha speso in Afghanistan 55 milioni di euro. Con poco più dell'un per cento di quello che i governi italiani hanno speso per la guerra (quasi 4 miliardi di euro), Emergency ha realizzato tre centri chirurgici, un centro di maternità, una rete di 29 posti di primo soccorso e centri sanitari, curando oltre 3 milioni di persone di tutti gruppi sociali, di tutte le parti politiche, di tutti i credo religiosi. (Gino Strada)

giovedì 6 ottobre 2011

Non ci resta che Connie

Connie Hedegaard

Il ministro dell'Ambiente italiano, Stefania Prestigiacomo, e il Commissario europeo per il clima, Connie Hedegaard, si sono incontrate a Roma per discutere della posizione che l'Unione europea deve assumere in vista della Conferenza delle parti (Cop 17) in programma a Durban, in Sudafrica.

Hedegaard sta incontrando gli esponenti dei principali governi europei per far sì che l'Europa arrivi alla Conferenza di fine novembre con una posizione unitaria. Lunedì 10 ottobre è in programma in Lussemburgo il Consiglio dei ministri dell'Ambiente che dovrebbe definire tale strategia.

L'Italia, attraverso il ministro Prestigiacomo, ha annunciato di essere favorevole a un prolungamento del Protocollo di Kyoto fino al 2017, ma a patto che a impegnarsi siano anche i paesi che emettono le quantità maggiori di gas ad effetto serra come Cina, Stati Uniti e India. All'interno dell'Unione, però, ci sono anche posizioni unilaterali che vorrebbero un forte impegno a prescindere da ciò che decideranno di fare gli altri paesi. Un impegno che continui a fare di Bruxelles il leader nella lotta ai cambiamenti climatici. A Hedegaard il compito di trovare un compromesso che faccia parlare l'Ue con unica voce.

martedì 4 ottobre 2011

Ferrara si tinge di Greenpeace

Chiostro S. Paolo, Ferrara

[Segue] Il weekend ferrarese è proseguito, tra cappellacci alla zucca e bancarelle di prodotti artigianali e biologici, con un paio d’incontri che hanno visto Greenpeace fare la parte del leone.

“C’era una volta Fukushima” ha avuto come protagoniste Giorgia Monti, responsabile della campagna mare di Greenpeace Italia, e Ike Teuling, responsabile della campagna nucleare di Greenpeace Olanda. L’atmosfera si è fatta bollente quando le due attiviste hanno descritto in maniera dettagliata la forza della lobby nucleare in Giappone. Una forza soprattutto economica che ha impedito alle energie pulite e rinnovabili di svilupparsi allo stesso ritmo con cui si sono sviluppate nel resto dei paesi industrializzati. Ma soprattutto che ha permesso che si verificassero le condizioni adatte per un disastro come quello dell’11 marzo 2011. Una lobby talmente forte da rendere ancora plausibile l’opzione nucleare per gli anni a venire.

E poi c’è stato l’incontro "Rainbow Warrior. Dalla lotta all'apartheid alle battaglie per l'ambiente" tra Barbara Serra, giornalista di Al Jazeera, e il sudafricano Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International. In una piazza municipale gremita, si è svolta una chiacchierata quasi intima che ha scavato in profondità nel passato da attivista contro l’apartheid (1987) di Naidoo, fino ad arrivare all’improvvisa offerta di guidare una delle organizzazioni ambientaliste più importanti del mondo (2009), giunta al diciannovesimo giorno di uno sciopero della fame. Oggi Kumi Naidoo è uno dei migliori direttori che Greenpeace abbia mai avuto, il primo africano. Un leader che non ha perso di vista l’importanza di impegnarsi in prima persona; che viene invitato dai capi di governo delle maggiori economie mondiali per ricevere consigli su come combattere i cambiamenti climatici; che ricorda ai giovani che non basta vincere qualche battaglia per salvare il pianeta.

Un’ultima segnalazione se la merita “Page one: a year inside the New York Times”. Un documentario di Andrew Rossi che apre allo spettatore le porte di una delle redazioni più movimentate e famose del mondo. In 90 minuti viene raccontata la trasformazione e l’incertezza che ha sconvolto il quotidiano americano in un anno, il 2010, che certamente verrà ricordato come il peggiore per il sistema dell’informazione tradizionale. Dal crollo della pubblicità all’esplosione del fenomeno WikiLeaks; dallo sbarco dell’iPad sul mercato all’importanza assunta da Twitter nel mondo della comunicazione.

Per chi se lo fosse perso o non fosse venuto a Ferrara, questo e gli altri sette documentari proiettati durante il festival andranno in tour in undici città italiane. Per scoprire se c'è anche la vostra, consultate le varie tappe su CineAgenzia.it.

Qualche curiosità. Questa è stata la quinta edizione del festival di Internazionale. Le presenze sono state 63mila, durante la prima edizione del 2007 erano state 17mila. Su Twitter, l'hashtag #Ferrara2011 è stato trend topic in Italia durante la giornata di sabato 1 ottobre. Gli incontri sono stati 74, 169 gli ospiti provenienti da 4 continenti, 29 paesi, 40 testate giornalistiche.

lunedì 3 ottobre 2011

#Ferrara2011

Palazzo Massari, Ferrara

Una nuova edizione del festival di Internazionale è arrivata ed è passata, in un lampo. Come scritto da Luca Sofri su Twitter, non è mai facile lasciare Ferrara, come non è facile raccontare le emozioni che si provano nei tre giorni in cui il capoluogo romagnolo diventa capitale del giornalismo mondiale. Senza esagerare. Scegliere gli eventi da seguire è stato impegnativo, ma questa volta ho voluto concentrare la mia attenzione sul ruolo dell'Unione europea nella crisi economica.

A "L'Europa in bancarotta" Paddy Agnew, giornalista irlandese dell'Irish Times, e Dimitri Deliolanes, giornalista greco di Ert tv, si sono confrontati con Michaela Namuth, tedesca del periodico Brand Eins, e Lepisto Pertti, giornalista finlandese. Lo spunto di riflessione più interessante è stato quello relativo alla Germania. Nonostante sia il paese che gode dei benefici più grandi proprio grazie alla moneta unica – l'export di Berlino è cresciuto tantissimo negli ultimi anni grazie al settore automobilistico e a quello dei discount alimentari – molti politici criticano gli interventi votati dall'Ue per arginare la crisi greca. Ma come si fa ad avere pregi senza difetti?

Il secondo incontro, invece, ha posto l'accento su Schengen e "Il ritorno delle frontiere". A confrontarsi sull'argomento Michael Braun, corrispondente tedesco in Italia di Tageszeitung, Eric Jozsef del quotidiano francese Libération, Menor Torres dello spagnolo La Razon e Gabriela Preda, collaboratrice per Foreign Policy Romania. In questo caso si è tentato di smontare il clima di emergenza che molti governi europei hanno creato a fini politici sfruttando i numerosi sbarchi di migranti provenienti dai paesi del Nordafrica. Jozsef ha affermato, in particolare, che nel periodo che va dal 2002 al 2011 la Francia ha presentato ben sette leggi sull'immigrazione, mentre la Germania ha cavalcato il concetto del "terzo stato sicuro", ovvero una forma di scaricabarile alla tedesca che afferma che "il problema è di chi subisce l'immigrazione" e non della comunità. Senza parlare dell'Italia dove lo scaricabarile avviene addirittura all'interno dei confini nazionali grazie a quel partito definito xenofobo dai giornalisti di mezzo mondo: la Lega Nord. [Segue]

lunedì 19 settembre 2011

La Palestina vuole le Nazioni Unite

La sedia blu simboleggia la volontà palestinese di diventare membro ONU

Il presidente dell'Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, ha annunciato al segretario generale, Ban Ki-moon, che venerdì inoltrerà la richiesta per diventare il 194° membro ufficiale delle Nazioni Unite. Attualmente la Palestina ricopre lo status di osservatore. Il colloquio si è svolto presso il Palazzo di vetro (New York) a margine della 66a sessione dell'Assemblea Generale.

Secondo quanto previsto dalla Carta dell'ONU, il segretario sarà tenuto a verificare la richiesta per poi girarla al Consiglio di Sicurezza. Questo deciderà se sottoporre la domanda ai 193 membri dell'Assemblea, unica istituzione in grado di approvare un nuovo ingresso tramite risoluzione.

I negoziati tra israeliani e palestinesi sono ormai fermi da più di un anno in seguito al rifiuto di Tel Aviv di prolungare il congelamento dell'espansione degli insediamenti nei territori palestinesi occupati.

sabato 17 settembre 2011

Il Venezuela anticipa le presidenziali 2012

Hugo Chávez, El País

Le elezioni presidenziali in Venezuela si terranno due mesi prima del previsto. Il Consiglio elettorale nazionale ha deciso di fissare le votazioni, inizialmente previste per la prima settimana di dicembre, il 7 ottobre 2012. In ogni caso il candidato vincitore non si insedierà prima del 2 febbraio 2013. Dal 1958, anno dell'instaurazione della democrazia in Venezuela, è la prima volta che le elezioni per scegliere il nuovo presidente della Repubblica non si svolgono a dicembre.

Il presidente in carica Hugo Chávez ha fatto sapere in un'intervista telefonica alla tv di stato che non è preoccupato, anzi si è detto sicuro che verrà rieletto per la terza volta consecutiva. Questo nonostante Chávez stia combattendo da ormai diversi mesi contro una forma di tumore che gli è stata diagnosticata dai medici de L'Avana (Cuba). A tal proposito, il Consiglio elettorale ha voluto precisare che le ragioni che lo hanno spinto ad anticipare le elezioni non hanno nulla a che fare con i problemi di salute del presidente, bensì con l'accavallamento a fine 2012 di tre tornate elettorali: presidenziali, amministrative e parlamentari. Per questo il Consiglio ha deciso di anticipare le prime a ottobre, mantenere le regionali a dicembre e posticipare quelle parlamentari al primo trimestre del 2013.

Ovviamente questa decisione mette Chávez in una posizione di vantaggio rispetto all'opposizione, la quale aveva già fissato le primarie per la scelta di un unico candidato al 12 febbraio 2012. Una scelta che ora lascerà all'alleanza Mesa de la unidad democrática (Mud) solo sette mesi per fare campagna elettorale. Henry Ramos Allup, segretario del partito Acción democrática, ha però dichiarato che sette mesi "sono un lasso di tempo più che sufficiente" e che non teme ritorsioni da parte del governo di Chávez nel caso di vittoria da parte del Mud.

C'è da capire se il governo e le istituzioni venezuelane godono della stessa fiducia anche agli occhi della comunità internazionale.

martedì 13 settembre 2011

Torna il dialogo tra Ruanda e Francia

Euronews

Il presidente del Ruanda Paul Kagame questa settimana è in visita ufficiale in Francia. È la prima volta che succede dal 1994, anno in cui nel paese africano si scatenò uno degli episodi più sanguinosi della storia del XX secolo. Il Ruanda e il presidente Kagame, infatti, hanno sempre accusato l'esercito francese di aver sostenuto il governo degli Hutu anche mentre si macchiava del genocidio di 800 mila ruandesi, per la stragrande maggioranza di etnia Tutsi. Il governo degli Hutu venne poi rovesciato da Kagame, un tutsi, col sostegno del vicino Uganda.

Nel 1996, sotto la guida del nuovo esecutivo, il Ruanda interruppe definitivamente le relazioni diplomatiche con la Francia in seguito alle accuse che un giudice francese rivolse a Kagame, ritenuto implicato nel disastro aereo che provocò la morte il 6 aprile 1994 dell'allora presidente ruandese Juvénal Habyarimana (hutu). L'episodio venne poi usato dal governo come pretesto per dare inizio al genocidio.

Il presidente ruandese ha annunciato lunedì 12 settembre che non chiederà più le scuse al governo francese: "Lo scopo comune è trovare nuove strade per superare le nostre differenze su quanto accaduto in passato e costruire una relazione migliore che guardi al futuro". Da parte sua, il presidente francese Nicolas Sarkozy aveva già affermato "una forma di cecità" impedì all'esercito di Parigi di vedere quanto stesse succedendo, ma che, pur rammaricandosi degli errori commessi, non avrebbe mai concesso delle scuse ufficiali.

sabato 10 settembre 2011

11 settembre 2011 | Il Transportation Hub di Calatrava



Andare avanti. Andare oltre. Gli Stati Uniti come l'Europa. New York come Roma. Per avere spessore bisogna vivere qualcosa di tragico. È forse il concetto principale di questa prima puntata di una serie di documentari dal titolo Rising. Come la canzone di Bruce Springsteen. Prodotti da Steven Spielberg, potete vederli dal 6 all'11 settembre su Discovery Channel.

lunedì 27 giugno 2011

Gheddafi accusato di crimini contro l'umanità

Luis Moreno Ocampo

La Corte penale internazionale (Cpi) dell'Aja ha emesso un mandato di arresto nei confronti del colonnello Muhammar Gheddafi. Il leader libico, da 42 anni al potere, è accusato di "crimini contro l'umanità" e da oggi è suscettibile di arresto qualora decidesse di recarsi all'estero.

È la seconda volta che succede nei confronti di un capo di stato dopo il caso di Omar Hassan Al Bashir del 2008, ma la prima a conflitto (durante il quale sono stati commessi i crimini) ancora in corso. A emettere il mandato è, ancora una volta, il procuratore Luis Moreno Ocampo che ha accusato Gheddafi di essere responsabile delle morti e delle persecuzioni commesse a partire dal 15 febbraio, giorno in cui sono ufficialmente scoppiati i moti rivoluzionari nelle città di Tripoli, Bengazi e Misurata.

Il mandato di cattura internazionale è stato emesso, con le stesse accuse, anche nei confronti del figlio primogenito Saif Al Islam Gheddafi e di Abdullah Al Senussi, capo dei servizi segreti libici. Il Procuratore ha voluto ricordare nella decisione che la repressione ha causato, secondo i dati forniti dall'Onu, la morte di migliaia di civili e comportato la deportazione interna di 243mila libici e la migrazione all'estero di altre 650mila persone.

50 anni di Amnesty International, lo spot



Ecco lo spot ufficiale in occasione dei primi 50 anni di attività di Amnesty International. E il Making of del video.

lunedì 20 giugno 2011

Il Canada dice no a Kyoto 2


Il Canada ha confermato di essere contrario a un’estensione (dopo il 2012) del Protocollo di Kyoto. Il governo di Ottawa, infatti, vorrebbe un nuovo accordo che vincolasse anche le economie emergenti più inquinanti.

Il protocollo di Kyoto, attualmente in vigore ma in scadenza nel 2012, vincola solo i paesi industrializzati a ridurre le proprie emissioni di gas serra rispetto ai livelli registrati nel 1990. Per questo motivo il Canada, insieme a Russia e Giappone, ha ribadito che non accetterà un suo prolungamento. Al contrario sarebbe favorevole a un accordo ex novo che obblighi anche Cina, India e Brasile a ridurre le emissioni di CO2. Senza dimenticare gli Stati Uniti, unico paese industrializzato a non aver ratificato il Protocollo.

Intanto Christiana Figueres, Segretario esecutivo dell'Unfccc, ha cancellato ogni speranza alla possibilità di avere un successore del Protocollo di Kyoto in tempo per evitare un vuoto normativo al momento della scadenza. Anche se tutti i paesi trovassero un accordo, non c'è il tempo necessario per far sì che questo venga ratificato dai vari parlamenti nazionali.

domenica 19 giugno 2011

Lo stato delle foreste in Europa è buono

Via Flickr: © Kilian Munch

Un miliardo di ettari. È l’estensione raggiunta dalle foreste in Europa nell’ultimo anno. Ovvero, il 45 per cento della superficie continentale. Il 25 per cento di quella mondiale. Ad affermarlo è il rapporto sulla conservazione del patrimonio boschivo presentato a Oslo durante la Forest Europe Ministerial Conference.

Diverse le cifre rivelate dal rapporto. Le foreste europee crescono al ritmo di 800mila ettari l’anno, sono in grado di assorbire fino al dieci per cento (pari a 870 milioni di tonnellate) delle emissioni di CO2 del vecchio continente e danno lavoro a quattro milioni di persone rappresentando l’un per cento del PIL dell’Ue.

Anche lo stato delle foreste italiane viene descritto positivamente dal documento. Il nostro territorio ospita 9,1 milioni di ettari di foreste. Nell’ultimo anno questa questa superficie ha registrato uno degli aumenti più consistenti. Ma non bisogna abbassare la guardia: gli incendi non accennano a diminuire e con loro l’eccessivo deposito di azoto nel suolo.

Lo stato delle foreste in Europa, LifeGate

venerdì 10 giugno 2011

Nucleare. Andiamo a votare!



In queste risposte ci siamo tutti noi. Condividi e vai a votare il 12 e 13 giugno. Il futuro ci aspetta.

mercoledì 27 aprile 2011

Hamas e Fatah ritrovano il dialogo


Le due principarli organizzazioni palestinesi, Fatah e Hamas, hanno raggiunto un'intesa per formare un governo di transizione e fissare una data per le prossime elezioni generali.

La notizia dell'accordo è stata annunciata dall'Egitto in seguito a negoziati segreti che si sono svolti tra le due parti. Hamas e Fatah sono reduci da una lotta interna (2007) che ha visto la prima prendere il controllo della Striscia di Gaza mentre al-Fatah ed il suo presidente Mahmoud Abbas - sostenuto anche dai paesi occidentali - sono attualmente a capo della Cisgiordania.

La notizia è stata accolta positivamente dalla comunità internazionale perché l'unità tra le varie componenti palestinesi è considerata la sola soluzione per far rivivere il sogno di uno Stato palestinese indipendente.

"Abbiamo raggiunto un accordo per formare un governo composto da personalità indipendenti che devono iniziare a preparare la strada verso le elezioni presidenziali e parlamentari che si terranno nel giro di otto mesi", ha affermato dal Cairo Azzam al-Ahmad, il capo della delegazione di Fatah. Mahmoud al-Zahar, l'esponente della delegazione di Hamas, ha aggiunto che l'accordo prevede cinque punti. Oltre a elezioni e governo di coalizione "abbiamo anche discusso della creazione del Consiglio legislativo palestinese". Infine Hamas e Fatah hanno dichiarato di voler liberare i detenuti dell'opposta fazione.

Che almeno la scomparsa di Vittorio Arrigoni non risulti inutile.

lunedì 25 aprile 2011

Buon 25 aprile.

"Il mio augurio a tutti voi, a ciascuno di voi, è che abbiate un motivo per indignarvi. È fondamentale. Quando qualcosa ci indigna come a me ha indignato il nazismo, allora diventiamo militanti, forti e impegnati. Abbracciamo un'evoluzione storica e il grande corso della storia continua grazie a ciascuno di noi. Ed è un corso orientato verso una maggiore giustizia, una maggiore libertà, ma non la libertà incontrollata della volpe nel pollaio. Questi diritti, promulgati nella Dichiarazione nel 1948, sono universali. Se incontrate qualcuno che non ne beneficia abbiatene pietà, aiutatelo a conquistarli".


Indignatevi!, Stéphane Hessel, pagina 10.
A Vik.

sabato 23 aprile 2011

Earth Day 2011, il primo con radici in Italia.



Si è tenuto il 20 aprile a Roma il concerto per l'Earth Day, il Giorno della Terra. Tra gli artisti Patti Smith e Carmen Consoli. Non è la prima volta, già in passato, sempre tra queste pagine, ho dato spazio alle iniziative italiane per il 22 aprile e pubblicato qualche video dei vari eventi (Ben Harper e Jovanotti su tutti).

Quest'anno, però, qualcosa è cambiato. L'Earth Day Network, infatti, ha messo radici in Italia grazie a un gruppo di ragazzi che ha deciso di costituire un comitato permanente: l'Earth Day Italia. Ovviamente, come ogni cosa nuova, ci sarà molto da lavorare e da migliorare, ma non si può che fare i complimenti alle persone che hanno deciso di portare qui da noi, un'iniziativa così bella e importante a livello globale.

L'Italia e le sue istituzioni, infatti, hanno sempre visto le questioni ambientali come qualcosa di secondario, di serie B. Qualcosa di rimandabile. Questa iniziativa può essere il primo passo per cambiare le cose. Per smentire e tradire questo atteggiamento. Un primo passo per far sì che anche l'ambiente diventi una questione centrale della nostra vita politica.

giovedì 14 aprile 2011

Vittorio Arrigoni rapito a Gaza. Il video.


Il volontario italiano Vittorio Vik Arrigoni è stato rapito a Gaza. Il rapimento è stato compiuto da un gruppo salafita e sembra la conseguenza di una lotta interna tra i movimenti islamici estremisti presenti nella Striscia. L'autore del blog guerrilla radio, infatti, ha sempre partecipato ad azioni in favore della popolazione palestinese e dei pescatori che operano nelle acque antistanti la Striscia di Gaza.

Nel video viene minacciata l'uccisione di Vittorio se entro 30 ore, a partire dalle ore 11 locali di stamane (le 10 in Italia), il governo di Hamas non libererà uno dei leader salafiti detenuti a Gaza City.

lunedì 28 marzo 2011

Il discorso del presidente Napolitano all'Onu





Il discorso del presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, tenuto lunedì 28 marzo 2011 nel corso dell'ottantaduesima sessione plenaria dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

domenica 27 marzo 2011

Senza nucleare e senza petrolio!

Nel suo editoriale pubblicato domenica 27 marzo sulla prima pagina del Corriere della Sera dal titolo "Senza nucleare e senza petrolio", il politologo Giovanni Sartori si interroga sulla necessità di abbandonare o meno queste due fonti energetiche che hanno caratterizzato il secolo scorso: "Il titolo è interrogativo: è una domanda. Ma la grafica non vuole punti interrogativi nel titolo. Ce li deve mettere il lettore. Non so se resteremo senza nucleare e anche senza petrolio. Me lo chiedo".

Fin qui la premessa. Ma analizzando l'editoriale per punti, si scopre che Sartori una risposta, seppur non assoluta, ce l'ha. In Giappone, "la lezione non è che le centrali nucleari siano di per sé pericolose, ma che non debbono essere costruite in zone sismiche". E questa distinzione sarebbe offuscata dall'emotività. "La lezione è che è follia costruire centrali dove sappiamo che la terra trema. Ma è anche follia non costruirle dove la terra non trema e dove uno tsunami non può arrivare".

Non condivido questa considerazione per due motivi. Il primo è che costruire centrali nucleari è potenzialmente pericoloso di per sé, quasi alla stregua di costruire armi atomiche. Non basta dire che ciò che è successo in Giappone è frutto della collocazione delle centrali per dire che il nucleare è sicuro e che siamo noi a usarlo in maniera sbagliata. Altrimenti, per assurdo, si potrebbe affermare che anche le armi atomiche non sono pericolose di per sé, ma solo se usate in guerra. Ma credo che nessuno condivida questa affermazione. Tra l'altro, purtroppo, anche in questo caso è il Giappone a essere protagonista negativo della Storia.

L'altro motivo, se si volesse prendere per buone le considerazioni di Sartori, riguarda la sismicità. Anche se veramente il nucleare fosse sicuro solo se costruito in zone non sismiche, l'Italia non rientra in questa categoria di paesi. L'Italia è un paese sismico dalla testa ai piedi. È attraversato da catene montuose e la stessa forma, lo stivale, ci ricorda che l'Italia non è che un "arto" pronto ad afferrare il vicino Maghreb. Previa terremoti. Per non parlare della presenza di vulcani e del pericolo "cambiamenti climatici". Le centrali nucleari, infatti, devono essere costruire vicino all'acqua. L'acqua è l'unica soluzione di breve termine in caso di surriscaldamento dei reattori, come Fukushima ci insegna. Ma i cambiamenti climatici e, per essere più precisi, l'innalzamento del livello dei mari rende qualsiasi luogo, anche non sismico se ci fosse, potenzialmente pericoloso.

Citando lo stesso Sartori, che stimo, mi viene da controbattere affermando che non solo è follia costruire centrali in zone sismiche, ma è follia costruirle in un periodo politicamente e naturalmente così instabile. Anche zone apparentemente sicure rischiano di diventare pericolose se non si conosce il futuro del nostro Pianeta. Nemmeno quello a breve scadenza, figuriamoci fare programmi a lungo termine.

domenica 27 febbraio 2011

Silvio Gheddafi

C’è un paese del Mediterraneo che ha una storia millenaria. Oggi la sua economia è in crisi. La corruzione mina le istituzioni. La criminalità è sempre più forte. I giovani non hanno un futuro e molti di loro sono costretti ad andar via per trovare un lavoro. Le donne sono relegate ai margini della società. Al potere c’è un uomo anziano. Probabilmente malato. Ricchissimo. Tratta il paese come se gli appartenesse. È ossessionato dall’aspetto fisico. Quando parla diventa un istrione. Controlla tutti i mezzi di informazione. Intorno ha solo collaboratori che non osano criticarlo. Gli piace andare in tv e ama circondarsi di belle ragazze. È amico dei dittatori di mezzo mondo. Non ha nessuna intenzione di lasciare la poltrona. I figli sono pronti a prendere il suo posto. L’unico modo per mandar via Gheddafi è una rivoluzione.

Giovanni De Mauro. Direttore di Internazionale

domenica 20 febbraio 2011

Il Sudan del Sud è il 193° Stato al mondo.

Il Sud Sudan diventerà ufficialmente uno Stato a luglio. Il referendum che si è tenuto tra il 9 e il 15 gennaio, infatti, ha visto una prevalenza - con il 98,83 per cento - delle preferenze per l'indipendenza della regione meridionale da Khartoum.

Il Presidente del Sudan, Omal al-Bashir, ha confermato l'intenzione di accettare il risultato della consultazione. I prossimi sei mesi saranno comunque molto delicati e saranno caratterizzati da intensi colloqui tra il Nord e il Sud del paese africano.

sabato 12 febbraio 2011

Twitter e la rivoluzione.

Ben Ali prima, Mubarak poi. La crisi economica sta creando un effetto domino in tutti quei paesi governati da regimi fantoccio che si reggevano solo sullo status quo e sulla paura di un futuro incerto. La crisi economica e la crescita della disoccupazione ha spezzato questa flebile motivazione portando l'incertezza e la paura nel presente, nella quotidianità. Molti hanno cercato di conferire al Web e ai social media il merito di queste rivoluzioni pacifiche e nate dall'esigenza di sopravvivere. Ma la realtà, forse, è diversa. I social media possono favorire lo scambio di informazioni e creare partecipazione, ma le lotte per il cambiamento sociale hanno bisogno di qualcosa in più: fiducia e legami forti.

A questo riguardo vi propongo un passo interessante dell'articolo Twitter non fa la rivoluzione (titolo originale: Small change. Why the revolution will not be tweeted) di Malcolm Gladwell scritto per The New Yorker il 4 ottobre 2010 e apparso su Internazionale n. 883.

"Nel caso iraniano le persone che twittavano erano quasi tutte in occidente. 'È ora di chiarire il ruolo che ha svolto Twitter nelle manifestazioni iraniane', ha scritto Golnaz Esfandiari su Foreign Affairs. 'In poche parole: non c'è stata una rivoluzione di Twitter in Iran'. I blogger famosi, come Andrew Sullivan, che hanno difeso il ruolo dei social media in Iran, hanno frainteso la situazione: 'I giornalisti occidentali che non potevano o non volevano parlare con le persone che affollavano le strade iraniane, si sono limitati a scorrere i post in lingua inglese taggati iranelection', continua Esfandiari. 'Ma nessuno si è chiesto perché le persone che cercavano di coordinare le proteste in Iran avrebbero dovuto scrivere in una lingua diversa dal persiano'. [...]
I fan dei social media non capiscono questa distinzione, e sembrano credere che un 'amico' di Facebook sia la stessa cosa di un amico vero e che iscriversi a un registro dei donatori della Silicon valley sia una forma di attivismo come sedersi in un locale segregazionista a Greensboro nel 1960. 'I social network sono particolarmente efficaci per creare la motivazione', scrivono Aaker e Smith. Ma non è vero. I social network sono efficaci per creare la partecipazione, e favoriscono la partecipazione abbassando il livello di motivazione che la partecipazione richiede."

Voi cosa ne pensate?

mercoledì 2 febbraio 2011

Il 2011 è l'Anno internazionale delle foreste.

Il 2 febbraio, a conclusione del Forum sulle foreste delle Nazioni Unite (UNFF) tenutosi a New York, è stato ufficialmente lanciato l'Anno internazionale delle foreste il cui slogan principale è "Forest for People".

A presiedere la cerimonia il presidente dell'Assemblea Generale, lo svizzero Joseph Deiss, insieme al vicedirettore generale della FAO, Eduardo Rojas-Briales, e al premio Nobel per la Pace Wangari Maathai. “Il fatto che questo tema segua l’anno dedicato alla biodiversità è un segnale forte” ha sottolineato Deiss. “Un riconoscimento globale del ruolo che gli alberi giocano sulla salute dei sette miliardi di persone che popolano il pianeta. Lo sviluppo purtroppo ha un effetto boomerang, è nostro compito trovare un compromesso tra la salvaguardia delle foreste e il progresso” ha aggiunto Rojas-Briales.



Secondo l’Unione mondiale per la conservazione della natura (IUCN), il valore economico delle aree verdi presenti sulla Terra - che ricoprono circa il 31% della superficie totale - è stimato essere pari a 130 miliardi di dollari l’anno, più o meno quanto il valore delle riserve auree di Francia e Svizzera messe insieme.

Il video della conferenza stampa della presentazione dell'Anno internazionale delle foreste lo potete trovare qui.

martedì 1 febbraio 2011

Hosni Mubarak non si ricandiderà più.


Il presidente dell'Egitto Hosni Mubarak ha annunciato che non si ricandiderà alle elezioni previste per il prossimo autunno in un messaggio televisivo indirizzato alla Nazione. Nel discorso, Mubarak ha anche precisato che verrà assicurato una transizione pacifica e che lascerà il potere alla persona che verrà scelta direttamente dal popolo: "Ho sempre lavorato per questo Paese e continuerò la mia vita, fino alla morte, su questa terra".

In questo modo, Mubarak sembra aver accolto l'invito del presidente americano Barack Obama reso noto dal New York Times citando fonti diplomatiche americane presenti al Cairo. Non è chiaro, però, se l'amministrazione americana abbia anche già scelto un candidato da sostenere. Secondo molti analisti, l'opposizione potrebbe unirsi intorno al nome di Mohamed el-Baradei, diplomatico egiziano e già direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea).

domenica 30 gennaio 2011

Il genocidio del Ruanda

Il genocidio del Ruanda. Foto di Livio Senigalliesi
Foto di Livio Senigalliesi

La guerra civile ruandese e il genocidio che ne derivò sono alcuni tra gli episodi più sanguinosi della storia del Ventesimo secolo. Negli anni Novanta, gli stati del Ruanda e del Burundi erano abitati per la maggioranza dall’etnia Hutu (pari all'85-90 per cento della popolazione) ma governati dalla minoranza tutsi.

La nascita dell’odio 
La rigida divisione etnica, priva di qualsiasi fondamento naturale data la presenza di innumerevoli sottogruppi tribali, venne forzatamente istituzionalizzata durante il periodo coloniale a cavallo tra Ottocento e Novecento: i coloni tedeschi prima e quelli belgi poi, ai quali fu affidato il paese in seguito alla prima guerra mondiale con il sostegno dei missionari cattolici, introdussero apposite carte d’identità che classificavano una persona in base ai suoi caratteri somatici e allo status sociale. In tale contesto, i tutsi beneficiarono di un trattamento preferenziale perché, oltre che maggiormente inclini ai canoni occidentali, più ricchi e ben disposti nei confronti dei dominatori europei, tanto da essere inseriti nell’amministrazione coloniale e considerati veri e propri uomini di fiducia cui affidare incarichi politici.

Tra il 1959 e il 1961 la rivolta dell’etnia sottomessa degli hutu, promossa dal Movimento per l’emancipazione, riuscì a spodestare la classe dirigente tutsi, ad abbattere la monarchia e a proclamare la repubblica; inoltre l’1 luglio 1962, con la dipartita del Belgio, il Ruanda conquistò l’indipendenza. La svolta politica avvenne, però, in maniera tutt’altro che pacifica: migliaia di persone morirono negli scontri interetnici e centinaia di tutsi furono costretti ad emigrare nei paesi limitrofi dell’Uganda e del Burundi per non subire le persecuzioni e le vendette di natura razzista in risposta alla dominazione coloniale. Gli anni seguenti furono caratterizzati da ulteriori violenze, sia all’esterno che all’interno dei confini del Ruanda, dove, a partire dal 1973, il generale hutu Juvénal Habyarimana instaurò un regime autoritario protrattosi per più di vent’anni. 

Verso la fine degli anni Ottanta, in seno alla comunità tutsi rifugiatasi in Uganda, nacque il Fronte patriottico ruandese (Rpf), gruppo politico-militare che si prefiggeva l'obiettivo di favorire il ritorno dei profughi in patria, anche attraverso la conquista militare del potere. Il 4 agosto 1993, in un clima difficile caratterizzato da una forte crisi economica e da una guerra civile che si prolungava da ormai tre anni presso i confini del Paese, il presidente Habyarimana sottoscrisse in Tanzania gli Accordi di Arusha, i quali prevedevano il rientro dei profughi tutsi dal Burundi e dall’Uganda e concedevano ad alcuni membri dell’Rpf ruoli istituzionali e militari di rilievo.

Il 1994
Il 6 aprile 1994 il presidente del Ruanda Habyarimana e quello del Burundi Cyprien Ntaryamira, entrambi di etnia hutu, morirono in un tragico e misterioso incidente: l’aereo sul quale viaggiavano fu colpito in fase di atterraggio presso l’aeroporto di Kigali (la capitale ruandese) da un missile terra-aria; i responsabili dell’accaduto sono ancora ignoti, ma l’ipotesi più accreditata porta ad estremisti hutu insoddisfatti dall’accordo di pace e dal conseguente ritorno dei profughi tutsi. Da quel giorno maledetto niente fu più come prima. Per vendicare l’accaduto, l’indomani a Kigali e nelle zone controllate dalle Forze armate ruandesi (Far) venne dato l’ordine, attraverso l’unica radio non sabotata, di “uccidere gli scarafaggi tutsi”; per cento giorni non ci fu tregua. Uno dei massacri peggiori fu compiuto a Gikongoro, dove vennero uccise a colpi di machete oltre 27mila persone. 8mila in un giorno. 333 in un’ora. Cinque vite al minuto.

Il 22 giugno Francia, Gran Bretagna e Belgio organizzarono la tristemente nota Operazione Turquoise solo per proteggere ed evacuare i propri cittadini; dopodiché abbandonarono il Paese. Stesso atteggiamento si ebbe da parte dell’Onu, presente sul territorio con la Missione di assistenza delle Nazioni Unite per il Ruanda (Unamir) per calmare le tensioni etniche nel Paese: durante i giorni del massacro, il Consiglio di sicurezza optò per la riduzione del contingente da 1.705 a 270 uomini.

Il massacro ebbe termine solo intorno alla metà di luglio con la vittoria del Rpf, guidato dall’odierno presidente Paul Kagame, sulle forze governative. In cento giorni vennero uccise in maniera sistematica tra 800mila e 1.071.000 persone. Una delle particolarità negative del genocidio ruandese è che i carnefici non sono identificabili facilmente perché la direttiva era quella che ogni appartenente all’etnia hutu avrebbe dovuto partecipare attivamente al massacro; chi si fosse rifiutato sarebbe stato ucciso a sua volta. Per questo le persone coinvolte nel genocidio sono oltre mezzo milione tra mandanti, esecutori e persone in qualche modo coinvolte in crimini come lo stupro.

Le conseguenze e le speranze
Nei mesi successivi si verificò un controesodo di massa: a causa e per paura di ulteriori ritorsioni da parte dei tutsi tornati al potere, circa un milione di hutu scapparono verso i paesi confinanti, in particolare lo Zaire, l’attuale Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Tra coloro che trovarono rifugio nella Rdc c’erano ovviamente anche molti estremisti e responsabili del genocidio e ciò indusse il governo di Kigali guidato da Kagame a intraprendere controverse azioni militari in territorio congolese che ancora oggi sono causa di scontri con i ribelli di Goma che rendono la regione del Nord Kivu una delle aree più pericolose del continente africano. Nel 1996 l’Onu ha deciso di ritirare il contingente Unamir dal Ruanda che aveva avuto il compito di assistere e proteggere la popolazione oggetto del massacro, ma, allo stesso tempo, ha intrapreso la missione di peacekeeping più grande mai realizzata proprio in Rdc con oltre 17mila “caschi blu” (di cui 6mila nel solo Nord Kivu) a riprova della gravità e della complessità dell’eredità lasciata dal genocidio ruandese.

Il Tribunale penale internazionale per i crimini commessi in Ruanda sta portando avanti lentamente ma con efficacia il suo delicato lavoro ricercando e condannando alcuni tra i principali responsabili come Jean Paul Akayesu, sindaco della città di Taba durante la mattanza e condannato all’ergastolo per il massacro di duemila tutsi che pensavano di trovare un rifugio all’interno del municipio e Jean Kambanda, direttore dell’Unione delle banche popolari del Ruanda nonché presidente ad interim dopo la morte di Habyarimana, accusato di partecipazione diretta nel genocidio e di non essere intervenuto per fermare il massacro.

sabato 29 gennaio 2011

Rwanda, 1994. Oltre lo stereotipo del conflitto etnico.

Anche quest'anno, il terzo dopo Srebrenica e Armenia, in occasione della Giornata della Memoria, la prima commemorazione universale in ricordo delle vittime dell’Olocausto che si celebra ogni 27 gennaio (giorno in cui, nel 1945, le truppe sovietiche entrarono ad Auschwitz), l'Associazione DinamoCulturale, di cui faccio parte, ha deciso di ricordare le vittime di un genocidio controverso e poco conosciuto dall'opinione pubblica italiana e internazionale: quello del Ruanda, uno degli episodi più sanguinosi della storia del Ventesimo secolo che causò tra 800 mila e 1.071.000 di vittime.

Lo scopo di questo lavoro di approfondimento è restituire alla complessità storica gli eventi trattati, farli conoscere al pubblico del territorio, mettere in luce punti di vista nascosti.

Questo il programma dell'evento dal titolo Rwanda, 1994. Oltre lo stereotipo del conflitto etnico (a ingresso libero) che si terrà domenica 30 gennaio 2011 a partire dalle ore 14.30 presso l'ex Scuola elementare di Capiate, in via Ca' Romano, Olginate (LC):

Ore 14.30 tavola rotonda: "Rwanda, 1994. Oltre lo stereotipo del conflitto etnico" a cui prenderanno parte

Raffaele Masto, giornalista della redazione esteri di Radio Popolare;
Daniele Scaglione, responsabile della campagna Action Aid Italia e autore del libro "Rwanda. Istruzioni per un genocidio";
Luciano Scalettari, giornalista, autore del libro testimonianza "Rwanda: La lista del console";
Augustin Mujyarugamba, cittadino ruandese, presidente dell'Aipea (Associazione di liberi professionisti e imprenditori immigrati).

A seguire proiezione del documentario: "Rwanda. La lista del console" di Alessandro Rocca e Luciano Scalettari (2010, 52')

Ore 19.00 inaugurazione mostra "Rwanda. Memoria di un genocidio" di Livio Senigalliesi.

Ore 21.00 proiezione del film "Munyurangabo" di Lee Isac Chung (2007, 97').

Aderisci all'evento su Facebook.

domenica 16 gennaio 2011

Il referendum in Sudan.


Dal 9 al 15 gennaio si è tenuto in Sudan il referendum per l'indipendenza della regione meridionale - Sud Sudan, a prevalenza cristiana animista - dal Nord che invece ha una forte identità araba e islamica.

Il referendum era stato programmato all'interno dell'Accordo di Naivasha del 2005 (Comprehensive Peace Agreement) che aveva posto fine a oltre due decenni di guerra civile tra le forze governative guidate dal Presidente Omar al-Bashir e l'Esercito sudanese di liberazione popolare (Sudan People's Liberation Army). Anche se sembra che la votazione si sia svolta sostanzialmente in maniera pacifica, vanno comunque segnalati alcuni scontri avutisi nelle zone di frontiera tra il Nord e il Sud del Paese e che hanno fatto registrare quasi sessanta morti durante la settimana della consultazione.


Tra le cause principali della guerra civile prima e della necessità di un referendum poi, vi è il controllo delle risorse petrolifere, presenti per la maggior parte proprio nella regione meridionale del Paese, ma di fatto controllate dalla parte settentrionale grazie alla presenza di impianti di raffinazione e, soprattutto, allo sbocco sul mare che ne permette il commercio a livello internazionale.

Anche se le prime indiscrezioni sembrano dare per scontata la vittoria dei secessionisti, bisognerà attendere i risultati ufficiali (previsti per il 31 gennaio) per sapere quale sarà il futuro del Sudan. Nel frattempo vi lascio un link a un bellissimo articolo de "il Post" che ha raccolto alcune tra le più belle fotografie scattate durante i giorni del referendum in Sudan.

Le più belle foto del referendum in Sudan


lunedì 10 gennaio 2011

I segreti di Hillary Clinton.

In questi giorni di vacanze natalizie mi sono imbattuto in un interessante documentario del National Geographic intitolato "I segreti di Hillary Clinton". Il programma è incentrato sui retroscena e sulla macchina diplomatica che il Dipartimento di Stato americano mette in piedi ogni volta che il suo Segretario, in questo caso Hillary Clinton, parte per una missione in giro per il mondo.




In questo estratto che ho voluto condividere con voi, il Segretario Clinton partecipa a un talk-show su una televisione pachistana e risponde a domande, anche scottanti, sul ruolo della politica estera degli Stati Uniti e sulla percezione che i cittadini del Pakistan hanno della guerra contro il terrorismo.

Se vi capita di imbattervi in una replica, vi consiglio di fermarvi. National Geographic Channel lo trovate al canale 403 della piattaforma sky.