domenica 30 gennaio 2011

Il genocidio del Ruanda

Il genocidio del Ruanda. Foto di Livio Senigalliesi
Foto di Livio Senigalliesi

La guerra civile ruandese e il genocidio che ne derivò sono alcuni tra gli episodi più sanguinosi della storia del Ventesimo secolo. Negli anni Novanta, gli stati del Ruanda e del Burundi erano abitati per la maggioranza dall’etnia Hutu (pari all'85-90 per cento della popolazione) ma governati dalla minoranza tutsi.

La nascita dell’odio 
La rigida divisione etnica, priva di qualsiasi fondamento naturale data la presenza di innumerevoli sottogruppi tribali, venne forzatamente istituzionalizzata durante il periodo coloniale a cavallo tra Ottocento e Novecento: i coloni tedeschi prima e quelli belgi poi, ai quali fu affidato il paese in seguito alla prima guerra mondiale con il sostegno dei missionari cattolici, introdussero apposite carte d’identità che classificavano una persona in base ai suoi caratteri somatici e allo status sociale. In tale contesto, i tutsi beneficiarono di un trattamento preferenziale perché, oltre che maggiormente inclini ai canoni occidentali, più ricchi e ben disposti nei confronti dei dominatori europei, tanto da essere inseriti nell’amministrazione coloniale e considerati veri e propri uomini di fiducia cui affidare incarichi politici.

Tra il 1959 e il 1961 la rivolta dell’etnia sottomessa degli hutu, promossa dal Movimento per l’emancipazione, riuscì a spodestare la classe dirigente tutsi, ad abbattere la monarchia e a proclamare la repubblica; inoltre l’1 luglio 1962, con la dipartita del Belgio, il Ruanda conquistò l’indipendenza. La svolta politica avvenne, però, in maniera tutt’altro che pacifica: migliaia di persone morirono negli scontri interetnici e centinaia di tutsi furono costretti ad emigrare nei paesi limitrofi dell’Uganda e del Burundi per non subire le persecuzioni e le vendette di natura razzista in risposta alla dominazione coloniale. Gli anni seguenti furono caratterizzati da ulteriori violenze, sia all’esterno che all’interno dei confini del Ruanda, dove, a partire dal 1973, il generale hutu Juvénal Habyarimana instaurò un regime autoritario protrattosi per più di vent’anni. 

Verso la fine degli anni Ottanta, in seno alla comunità tutsi rifugiatasi in Uganda, nacque il Fronte patriottico ruandese (Rpf), gruppo politico-militare che si prefiggeva l'obiettivo di favorire il ritorno dei profughi in patria, anche attraverso la conquista militare del potere. Il 4 agosto 1993, in un clima difficile caratterizzato da una forte crisi economica e da una guerra civile che si prolungava da ormai tre anni presso i confini del Paese, il presidente Habyarimana sottoscrisse in Tanzania gli Accordi di Arusha, i quali prevedevano il rientro dei profughi tutsi dal Burundi e dall’Uganda e concedevano ad alcuni membri dell’Rpf ruoli istituzionali e militari di rilievo.

Il 1994
Il 6 aprile 1994 il presidente del Ruanda Habyarimana e quello del Burundi Cyprien Ntaryamira, entrambi di etnia hutu, morirono in un tragico e misterioso incidente: l’aereo sul quale viaggiavano fu colpito in fase di atterraggio presso l’aeroporto di Kigali (la capitale ruandese) da un missile terra-aria; i responsabili dell’accaduto sono ancora ignoti, ma l’ipotesi più accreditata porta ad estremisti hutu insoddisfatti dall’accordo di pace e dal conseguente ritorno dei profughi tutsi. Da quel giorno maledetto niente fu più come prima. Per vendicare l’accaduto, l’indomani a Kigali e nelle zone controllate dalle Forze armate ruandesi (Far) venne dato l’ordine, attraverso l’unica radio non sabotata, di “uccidere gli scarafaggi tutsi”; per cento giorni non ci fu tregua. Uno dei massacri peggiori fu compiuto a Gikongoro, dove vennero uccise a colpi di machete oltre 27mila persone. 8mila in un giorno. 333 in un’ora. Cinque vite al minuto.

Il 22 giugno Francia, Gran Bretagna e Belgio organizzarono la tristemente nota Operazione Turquoise solo per proteggere ed evacuare i propri cittadini; dopodiché abbandonarono il Paese. Stesso atteggiamento si ebbe da parte dell’Onu, presente sul territorio con la Missione di assistenza delle Nazioni Unite per il Ruanda (Unamir) per calmare le tensioni etniche nel Paese: durante i giorni del massacro, il Consiglio di sicurezza optò per la riduzione del contingente da 1.705 a 270 uomini.

Il massacro ebbe termine solo intorno alla metà di luglio con la vittoria del Rpf, guidato dall’odierno presidente Paul Kagame, sulle forze governative. In cento giorni vennero uccise in maniera sistematica tra 800mila e 1.071.000 persone. Una delle particolarità negative del genocidio ruandese è che i carnefici non sono identificabili facilmente perché la direttiva era quella che ogni appartenente all’etnia hutu avrebbe dovuto partecipare attivamente al massacro; chi si fosse rifiutato sarebbe stato ucciso a sua volta. Per questo le persone coinvolte nel genocidio sono oltre mezzo milione tra mandanti, esecutori e persone in qualche modo coinvolte in crimini come lo stupro.

Le conseguenze e le speranze
Nei mesi successivi si verificò un controesodo di massa: a causa e per paura di ulteriori ritorsioni da parte dei tutsi tornati al potere, circa un milione di hutu scapparono verso i paesi confinanti, in particolare lo Zaire, l’attuale Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Tra coloro che trovarono rifugio nella Rdc c’erano ovviamente anche molti estremisti e responsabili del genocidio e ciò indusse il governo di Kigali guidato da Kagame a intraprendere controverse azioni militari in territorio congolese che ancora oggi sono causa di scontri con i ribelli di Goma che rendono la regione del Nord Kivu una delle aree più pericolose del continente africano. Nel 1996 l’Onu ha deciso di ritirare il contingente Unamir dal Ruanda che aveva avuto il compito di assistere e proteggere la popolazione oggetto del massacro, ma, allo stesso tempo, ha intrapreso la missione di peacekeeping più grande mai realizzata proprio in Rdc con oltre 17mila “caschi blu” (di cui 6mila nel solo Nord Kivu) a riprova della gravità e della complessità dell’eredità lasciata dal genocidio ruandese.

Il Tribunale penale internazionale per i crimini commessi in Ruanda sta portando avanti lentamente ma con efficacia il suo delicato lavoro ricercando e condannando alcuni tra i principali responsabili come Jean Paul Akayesu, sindaco della città di Taba durante la mattanza e condannato all’ergastolo per il massacro di duemila tutsi che pensavano di trovare un rifugio all’interno del municipio e Jean Kambanda, direttore dell’Unione delle banche popolari del Ruanda nonché presidente ad interim dopo la morte di Habyarimana, accusato di partecipazione diretta nel genocidio e di non essere intervenuto per fermare il massacro.

sabato 29 gennaio 2011

Rwanda, 1994. Oltre lo stereotipo del conflitto etnico.

Anche quest'anno, il terzo dopo Srebrenica e Armenia, in occasione della Giornata della Memoria, la prima commemorazione universale in ricordo delle vittime dell’Olocausto che si celebra ogni 27 gennaio (giorno in cui, nel 1945, le truppe sovietiche entrarono ad Auschwitz), l'Associazione DinamoCulturale, di cui faccio parte, ha deciso di ricordare le vittime di un genocidio controverso e poco conosciuto dall'opinione pubblica italiana e internazionale: quello del Ruanda, uno degli episodi più sanguinosi della storia del Ventesimo secolo che causò tra 800 mila e 1.071.000 di vittime.

Lo scopo di questo lavoro di approfondimento è restituire alla complessità storica gli eventi trattati, farli conoscere al pubblico del territorio, mettere in luce punti di vista nascosti.

Questo il programma dell'evento dal titolo Rwanda, 1994. Oltre lo stereotipo del conflitto etnico (a ingresso libero) che si terrà domenica 30 gennaio 2011 a partire dalle ore 14.30 presso l'ex Scuola elementare di Capiate, in via Ca' Romano, Olginate (LC):

Ore 14.30 tavola rotonda: "Rwanda, 1994. Oltre lo stereotipo del conflitto etnico" a cui prenderanno parte

Raffaele Masto, giornalista della redazione esteri di Radio Popolare;
Daniele Scaglione, responsabile della campagna Action Aid Italia e autore del libro "Rwanda. Istruzioni per un genocidio";
Luciano Scalettari, giornalista, autore del libro testimonianza "Rwanda: La lista del console";
Augustin Mujyarugamba, cittadino ruandese, presidente dell'Aipea (Associazione di liberi professionisti e imprenditori immigrati).

A seguire proiezione del documentario: "Rwanda. La lista del console" di Alessandro Rocca e Luciano Scalettari (2010, 52')

Ore 19.00 inaugurazione mostra "Rwanda. Memoria di un genocidio" di Livio Senigalliesi.

Ore 21.00 proiezione del film "Munyurangabo" di Lee Isac Chung (2007, 97').

Aderisci all'evento su Facebook.

domenica 16 gennaio 2011

Il referendum in Sudan.


Dal 9 al 15 gennaio si è tenuto in Sudan il referendum per l'indipendenza della regione meridionale - Sud Sudan, a prevalenza cristiana animista - dal Nord che invece ha una forte identità araba e islamica.

Il referendum era stato programmato all'interno dell'Accordo di Naivasha del 2005 (Comprehensive Peace Agreement) che aveva posto fine a oltre due decenni di guerra civile tra le forze governative guidate dal Presidente Omar al-Bashir e l'Esercito sudanese di liberazione popolare (Sudan People's Liberation Army). Anche se sembra che la votazione si sia svolta sostanzialmente in maniera pacifica, vanno comunque segnalati alcuni scontri avutisi nelle zone di frontiera tra il Nord e il Sud del Paese e che hanno fatto registrare quasi sessanta morti durante la settimana della consultazione.


Tra le cause principali della guerra civile prima e della necessità di un referendum poi, vi è il controllo delle risorse petrolifere, presenti per la maggior parte proprio nella regione meridionale del Paese, ma di fatto controllate dalla parte settentrionale grazie alla presenza di impianti di raffinazione e, soprattutto, allo sbocco sul mare che ne permette il commercio a livello internazionale.

Anche se le prime indiscrezioni sembrano dare per scontata la vittoria dei secessionisti, bisognerà attendere i risultati ufficiali (previsti per il 31 gennaio) per sapere quale sarà il futuro del Sudan. Nel frattempo vi lascio un link a un bellissimo articolo de "il Post" che ha raccolto alcune tra le più belle fotografie scattate durante i giorni del referendum in Sudan.

Le più belle foto del referendum in Sudan


lunedì 10 gennaio 2011

I segreti di Hillary Clinton.

In questi giorni di vacanze natalizie mi sono imbattuto in un interessante documentario del National Geographic intitolato "I segreti di Hillary Clinton". Il programma è incentrato sui retroscena e sulla macchina diplomatica che il Dipartimento di Stato americano mette in piedi ogni volta che il suo Segretario, in questo caso Hillary Clinton, parte per una missione in giro per il mondo.




In questo estratto che ho voluto condividere con voi, il Segretario Clinton partecipa a un talk-show su una televisione pachistana e risponde a domande, anche scottanti, sul ruolo della politica estera degli Stati Uniti e sulla percezione che i cittadini del Pakistan hanno della guerra contro il terrorismo.

Se vi capita di imbattervi in una replica, vi consiglio di fermarvi. National Geographic Channel lo trovate al canale 403 della piattaforma sky.