sabato 12 febbraio 2011

Twitter e la rivoluzione.

Ben Ali prima, Mubarak poi. La crisi economica sta creando un effetto domino in tutti quei paesi governati da regimi fantoccio che si reggevano solo sullo status quo e sulla paura di un futuro incerto. La crisi economica e la crescita della disoccupazione ha spezzato questa flebile motivazione portando l'incertezza e la paura nel presente, nella quotidianità. Molti hanno cercato di conferire al Web e ai social media il merito di queste rivoluzioni pacifiche e nate dall'esigenza di sopravvivere. Ma la realtà, forse, è diversa. I social media possono favorire lo scambio di informazioni e creare partecipazione, ma le lotte per il cambiamento sociale hanno bisogno di qualcosa in più: fiducia e legami forti.

A questo riguardo vi propongo un passo interessante dell'articolo Twitter non fa la rivoluzione (titolo originale: Small change. Why the revolution will not be tweeted) di Malcolm Gladwell scritto per The New Yorker il 4 ottobre 2010 e apparso su Internazionale n. 883.

"Nel caso iraniano le persone che twittavano erano quasi tutte in occidente. 'È ora di chiarire il ruolo che ha svolto Twitter nelle manifestazioni iraniane', ha scritto Golnaz Esfandiari su Foreign Affairs. 'In poche parole: non c'è stata una rivoluzione di Twitter in Iran'. I blogger famosi, come Andrew Sullivan, che hanno difeso il ruolo dei social media in Iran, hanno frainteso la situazione: 'I giornalisti occidentali che non potevano o non volevano parlare con le persone che affollavano le strade iraniane, si sono limitati a scorrere i post in lingua inglese taggati iranelection', continua Esfandiari. 'Ma nessuno si è chiesto perché le persone che cercavano di coordinare le proteste in Iran avrebbero dovuto scrivere in una lingua diversa dal persiano'. [...]
I fan dei social media non capiscono questa distinzione, e sembrano credere che un 'amico' di Facebook sia la stessa cosa di un amico vero e che iscriversi a un registro dei donatori della Silicon valley sia una forma di attivismo come sedersi in un locale segregazionista a Greensboro nel 1960. 'I social network sono particolarmente efficaci per creare la motivazione', scrivono Aaker e Smith. Ma non è vero. I social network sono efficaci per creare la partecipazione, e favoriscono la partecipazione abbassando il livello di motivazione che la partecipazione richiede."

Voi cosa ne pensate?

3 commenti:

ericablogger ha detto...

molto interessante quello che scrivi in questo post
un saluto erica

tommi ha detto...

Grazie mille erica!

tommi

dario ha detto...

Io penso che il rapporto sociale debba essere carnale e fisico. Il che non significa che quello virtuale sia meno intenso o piu' fallace.
Il punto e' che il rapporto fisico soddisfa una esigenza innata, quello virtuale soddisfa invece delle esigenze costruite, e che evidentemente (data la confusione tra i livelli che tu stesso descrivi da parte dei sostenitori dei social network) non sono ancora state sufficientemente esplorate da chi lo utilizza.

Evidentemente l'errore del reporter che leggeva i messaggi in lingua inglese e' quello della lingua. Ma in generale l'errore e' che il mondo rappresentato sulla rete e' diverso da quello reale. Non solo perche' non tutti ne hanno accesso (io ad esempio sono libero di scrivere quel che voglio sul blog, ma in realta' lo faccio solo raramente... conosco addirittura migliaia di persone che non hanno alcuna rispettiva identita' virtuale). Ma anche perche' la rappresentazione sulla rete del mondo reale e' appunto una rappresentazione, e in quanto tale mediata dall'interpretazione di chi scrive, addirittura dai suoi sentimenti e valori.
Uno potrebbe descriversi strafico che ha successo e denaro, pur essendo l'esatto opposto. Questo errore e' evidentemente provocato da una eventuale malafede di chi scrive, ma ci sono errori piu' subdoli che e' impossibile smascherare, ad esempio io stesso risulto arrogante, ma anche arguto e simpatico, per chi mi conosce solo dal punto di vista virtuale, ma nella realta' sono timido ed impacciato. Tra l'altro questa differenza tra la mia personalita' virtuale e quella reale ha rappresentato un problema (brillantemente risolto!) tra quella che poi sarebbe diventata mia moglie e me, conosciuti prima sulla rete.

Insomma, il mondo descritto dalla comunita' virtuale e' diverso da quello reale, e non ne e' nemmeno una metafora, perche' la diversita' non e' artificiale, e quindi non e' espressamente voluta. Quindi non descrive i valori reali.

Non c'e' bisogno di dire, ovviamente, che quella che conta e' la realta' reale, perche' se ho fame quello di cui ho bisogno e' di un panino reale, non di uno virtuale.

Viceversa, per diffusione, credo che il social network (ed in generale ogni forma di comunicazione sulla rete) sia utilissima per diffondere idee e per organizzare. In questo modo e' stata utilizzata dalla folla per gli avvenimenti in Egitto (e, anche se in minore misura) in Libia. In particolare in Libia la mancanza di informazioni e' stata assordante proprio perche' ci si aspettava che non lo fosse. Pensa che cosa sarebbe potuto succedere se nemmeno quelle poche notizie fossero giunte (Berlusconi avrebbe continuato ad essere l'amico di merende di Gheddafi?)