domenica 4 dicembre 2011

Il futuro del clima attende una nuova capitale

Alexander Joe/AFP/Getty Images

Finalmente siamo a Durban. La diciassettesima Conferenza delle parti dell’Unfccc ha aperto i battenti e con essa si sono aperte le prime falle. Il Canada vuole ritirarsi da Kyoto anzitempo. Il Brasile, un paese in via di sviluppo, ha registrato la crescita più elevata delle proprie emissioni di gas serra nel 2010. L’India è diventato il terzo paese che produce più emissioni in assoluto dopo Cina e Stati Uniti. Non solo: le previsioni danno per certo un prossimo raggiungimento degli Stati Uniti da parte della Cina per quanto riguarda le emissioni storiche, cioè quelle che si sono accumulate in atmosfera nel corso degli anni.

Questi sono i fatti. Ora bisogna agire. Tanto per cominciare deve iniziare a fare la propria parte chi avrebbe già dovuto nel 2005, ma non lo ha fatto. Stati Uniti, Australia, Giappone. Poi ci sono i cosiddetti paesi in via di sviluppo. Quelli più grossi, come Cina, India e Brasile, non possono più nascondersi dietro a un dito. Okay, il Brasile non è l’America, ma l’India non è la Tanzania. Quindi?

Quindi bisogna fare un passo indietro. Nell'articolo La nuova Kyoto che non c’è che ho scritto per LifeGate ho fatto riferimento a Copenaghen, il luogo dove questa situazione è esplosa nel 2009 e dove si è creato uno scollamento tra i paesi occidentali e le economie emergenti che si trovano in vetta alla classifica dei maggiori emettitori di CO2 solo da pochi anni. Questa situazione deve essere risolta, perché la situazione è talmente urgente che non è più possibile immaginare un accordo che non vincoli anche queste ultime.

Secondo Robert Falkner, esperto di relazioni internazionali e governance globale presso la London School of Economics, la soluzione risiederebbe altrove: nell’approccio building blocks. Un sistema che includa migliaia di accordi regionali, nazionali, e locali per fronteggiare la questione mantenendo il ciclo dei negoziati come un appuntamento che funga da coordinamento. “Credo che sia questo il futuro dei negoziati sul clima. È una seconda scelta, ma questo è quanto”, dichiara Falkner. Del resto ormai è chiaro a tutti che gli Stati Uniti, gli unici in grado di fermare questa spirale, “sono strutturalmente incapaci di mettere la firma su un accordo globale vincolante” per vari motivi: dallo scetticismo del partito repubblicano al passaggio obbligato di un trattato internazionale dal Senato americano dove è necessaria una maggioranza di due terzi che ne rende praticamente impossibile la ratifica.

Ma qualcosa va fatto. Alcuni paesi hanno iniziato a coordinarsi per “salvare” le proprie terre, il proprio territorio. I rappresentanti di India, Bangladesh, Nepal e Bhutan, accomunati dalla volontà di difendere le vette dell'Himalaya, si sono incontrati pochi giorni prima dell’avvio della Cop 17. La Gran Bretagna ha annunciato finanziamenti per 10 milioni di sterline per fermare la deforestazione in Brasile. Ma non è sufficiente. I politici, attesi a Durban per la seconda fase dei negoziati, devono capire che, anche in un periodo di crisi economica come quella che stiamo attraversando, redigere strategie climatiche di lungo termine è fondamentale anche per curare la crisi stessa. Investire nella salvaguardia del clima, del pianeta vuol dire credere nel futuro.

Ecco perché Durban potrebbe essere meglio di Cancún. A fare la differenza potrebbero essere i semplici cittadini. In questi giorni diversi esponenti di comunità indigene e contadine si sono riuniti per urlare ai delegati cosa voglia veramente dire il termine “cambiamento climatico”, cosa vuol dire soffrire a causa di eventi estremi come siccità, uragani e inondazioni. E ora che in Sudafrica stanno per sbarcare i leader mondiali, queste proteste, queste richieste di azione potrebbero crescere a tal punto che non potranno rimanere senza risposta. Come successe a Seattle nel 1999. È un primo passo anche se, quasi sicuramente, per avere una nuova capitale climatica che sostituisca Kyoto bisognerà attendere, almeno, il 2012. Ma già si parla di 2015.

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