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| Alexander Joe/AFP/Getty Images |
Finalmente siamo a Durban. La diciassettesima Conferenza delle parti dell’Unfccc ha aperto i battenti e con essa si sono aperte le prime
falle. Il Canada vuole ritirarsi da Kyoto anzitempo. Il Brasile, un paese in
via di sviluppo, ha registrato la crescita più elevata delle proprie emissioni
di gas serra nel 2010. L’India è diventato il terzo paese che produce più emissioni
in assoluto dopo Cina e Stati Uniti. Non solo: le previsioni danno per certo un
prossimo raggiungimento degli Stati Uniti da parte della Cina per quanto
riguarda le emissioni storiche, cioè quelle che si sono accumulate in atmosfera nel corso degli
anni.
Questi sono i fatti. Ora bisogna agire. Tanto per cominciare
deve iniziare a fare la propria parte chi avrebbe già dovuto nel 2005, ma non
lo ha fatto. Stati Uniti, Australia, Giappone. Poi ci sono i cosiddetti paesi in
via di sviluppo. Quelli più grossi, come Cina, India e Brasile, non possono più
nascondersi dietro a un dito. Okay, il Brasile non è l’America, ma l’India non
è la Tanzania. Quindi?
Quindi bisogna fare un passo indietro. Nell'articolo La nuova Kyoto che non c’è che ho scritto per LifeGate ho fatto
riferimento a Copenaghen, il luogo dove questa situazione è esplosa nel 2009 e
dove si è creato uno scollamento tra i paesi occidentali e le economie emergenti
che si trovano in vetta alla classifica dei maggiori emettitori di CO2 solo da
pochi anni. Questa situazione deve essere risolta, perché la situazione è
talmente urgente che non è più possibile immaginare un accordo che non vincoli
anche queste ultime.
Secondo Robert Falkner, esperto di relazioni internazionali e governance globale presso la London School of Economics, la soluzione risiederebbe altrove: nell’approccio building blocks. Un sistema che includa migliaia di accordi regionali, nazionali, e locali per fronteggiare la questione mantenendo il ciclo dei negoziati come un appuntamento che funga da coordinamento. “Credo che sia questo il futuro dei negoziati sul clima. È una seconda scelta, ma questo è quanto”, dichiara Falkner. Del resto ormai è chiaro a tutti che gli Stati Uniti, gli unici in grado di fermare questa spirale, “sono strutturalmente incapaci di mettere la firma su un accordo globale vincolante” per vari motivi: dallo scetticismo del partito repubblicano al passaggio obbligato di un trattato internazionale dal Senato americano dove è necessaria una maggioranza di due terzi che ne rende praticamente impossibile la ratifica.
Secondo Robert Falkner, esperto di relazioni internazionali e governance globale presso la London School of Economics, la soluzione risiederebbe altrove: nell’approccio building blocks. Un sistema che includa migliaia di accordi regionali, nazionali, e locali per fronteggiare la questione mantenendo il ciclo dei negoziati come un appuntamento che funga da coordinamento. “Credo che sia questo il futuro dei negoziati sul clima. È una seconda scelta, ma questo è quanto”, dichiara Falkner. Del resto ormai è chiaro a tutti che gli Stati Uniti, gli unici in grado di fermare questa spirale, “sono strutturalmente incapaci di mettere la firma su un accordo globale vincolante” per vari motivi: dallo scetticismo del partito repubblicano al passaggio obbligato di un trattato internazionale dal Senato americano dove è necessaria una maggioranza di due terzi che ne rende praticamente impossibile la ratifica.
Ma qualcosa va fatto. Alcuni paesi hanno iniziato a
coordinarsi per “salvare” le proprie terre, il proprio territorio. I
rappresentanti di India, Bangladesh, Nepal e Bhutan, accomunati dalla volontà
di difendere le vette dell'Himalaya, si sono incontrati pochi giorni prima dell’avvio
della Cop 17. La Gran Bretagna ha annunciato finanziamenti per 10 milioni di sterline per fermare la deforestazione in Brasile. Ma non è sufficiente. I politici,
attesi a Durban per la seconda fase dei negoziati, devono capire che, anche in
un periodo di crisi economica come quella che stiamo attraversando, redigere
strategie climatiche di lungo termine è fondamentale anche per curare la crisi stessa. Investire nella salvaguardia del clima, del pianeta vuol dire
credere nel futuro.
Ecco perché Durban potrebbe essere meglio di Cancún. A fare
la differenza potrebbero essere i semplici cittadini. In questi giorni diversi esponenti di comunità indigene e contadine si sono riuniti per urlare ai
delegati cosa voglia veramente dire il termine “cambiamento climatico”, cosa
vuol dire soffrire a causa di eventi estremi come siccità, uragani e
inondazioni. E ora che in Sudafrica stanno per sbarcare i leader mondiali,
queste proteste, queste richieste di azione potrebbero crescere a tal punto che
non potranno rimanere senza risposta. Come successe a Seattle nel 1999. È un primo
passo anche se, quasi sicuramente, per avere una nuova capitale climatica che
sostituisca Kyoto bisognerà attendere, almeno, il 2012. Ma già si parla di 2015.

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