martedì 31 gennaio 2012

Il clima open source

Christiana Figueres, foto di Michael Wuertenberg, public intelligence

Una banca dati per raccogliere le migliori esperienze intraprese da cento grandi aziende multinazionali per adattarsi ai cambiamenti del clima e, allo stesso tempo, aumentare i propri profitti. È la nuova iniziativa lanciata dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc).

Il database si chiama Adaptation Private Sector Initiative e ha la funzione di mettere a disposizione di manager, imprenditori e amministratori nazionali e locali un ventaglio di possibili case history da cui prendere spunto per utilizzare in modo efficiente le proprie risorse in caso di eventi climatici estremi.

Tra le imprese che partecipano ci sono Coca-cola e Starbucks, Microsoft e Levi’s (che di recente ha anche annunciato l’intenzione di non acquistare più prodotti provenienti da foreste minacciate).

“Mostrando le storie di successo messe in atto da privati, vogliamo aiutare sia le popolazioni che le aziende a essere maggiormente in grado di resistere ai mutamenti del clima, ponendo la questione dell’adattamento e dei benefici che ne conseguono fra le priorità del settore privato”, è quanto dichiarato dal segretario dell’Unfccc, Christiana Figueres durante l’intervento tenuto al World economic forum di Davos.

lunedì 30 gennaio 2012

The Wizard of Hormuz

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On December 27, vice president of Iran Mohammad Reza Rahimi threatened the international community, with special care to United States, that "not a drop of oil will pass through the Strait of Hormuz" if Western countries decide to impose new sanctions over its nuclear program which, actually, would hit two of the most important sectors of Teheran: oil and gas.

The Strait of Hormuz is the stretch of sea, 54 km wide, which separates Iran from the Arabian peninsula and links the Persian Gulf with the Oman one. About 20 million barrels of crude oil per day cross this unique sea passage to the Indian Ocean, 75% is headed to Asian countries like China, India and Japan.

That’s why this threat did not seem plausible from the beginning. Closing the Strait would mean causing a military reaction by the United States and lose those few allies that still try to defend the Iranian government. China, for example, not only has several times tried to shield against economic sanctions placing vetoes at the United Nations Security Council, but Beijing is also among the largest importing countries of Iranian oil (22%).

martedì 24 gennaio 2012

L'energia sostenibile per tutti



Oltre un miliardo di persone non ha accesso all’elettricità. Tre miliardi usano legna, carbone o materiali di scarto per creare l’energia necessaria a cucinare o semplicemente scaldarsi. È con questi dati che il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha ufficialmente dato il via alle celebrazioni per l’Anno internazionale dedicato all’energia sostenibile mentre si trovava ad Abu Dhabi per il World future energy summit 2012.

“L’energia sostenibile per tutti è alla nostra portata” ha dichiarato il segretario, aggiungendo che risolvere la questione energetica è fondamentale per raggiungere una serie di altri obiettivi come, ad esempio, sconfiggere la povertà (Millennium development goals) o contrastare i cambiamenti climatici. Energia, dunque, da intendere come sinonimo di sviluppo sostenibile, come elemento chiave per aumentare l’equità sociale, difendere l’ambiente e, allo stesso tempo, dare una scossa all’economia.

Oggi sono ancora milioni le famiglie costrette all’oscurità e a cui viene negata l’opportunità di curarsi o di ricevere un’educazione: “Ecco perché io dico che il problema della carenza energetica deve essere risolto. Dobbiamo accendere la luce in ogni casa”. Un obiettivo che non può essere raggiunto senza la giusta combinazione di risorse. Non più solo carbone, petrolio, gas. L’energia del futuro dev’essere prodotta soprattutto grazie alle tecnologie pulite.

L’Unione europea, in questo, ha più volte dato il buon esempio dimostrando che è possibile investire in energia pulita pur avendo un fabbisogno alto e soddisfatto in gran parte dai combustibili fossili. I dati aggiornati al 2010 mostrano che già un quinto (21 per cento, dati Ewea) dell’energia consumata in Europa proviene da fonti rinnovabili.

I paesi in via di sviluppo non hanno bisogno di trasformare il loro settore energetico e, per questo, hanno ancora più opportunità di sfruttare gli elementi (sole, vento, acqua) che ci offre quotidianamente la natura per rendere l'energia accessibile a tutti, ovunque nel mondo.

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domenica 15 gennaio 2012

Il mago di Hormuz



Il 27 dicembre 2011, l’Iran, attraverso la voce del suo vicepresidente Mohamed Reza Rahimi, ha minacciato l’intera comunità internazionale, con un occhio di riguardo verso gli Stati Uniti, di chiudere lo stretto di Hormuz nel caso in cui le potenze occidentali dovessero decidere di imporre nuove sanzioni commerciali che andrebbero a colpire uno dei settori più importanti del paese: l’industria petrolifera e del gas.

Lo stretto di Hormuz è quel tratto di mare lungo 60 chilometri e largo 30 che separa l’Iran dalla penisola araba e che, allo stesso tempo, collega il golfo Persico con quello di Oman. Da questa “lingua di mare” passano, a bordo di enormi petroliere, circa 20 milioni di barili di greggio al giorno. Il 75 per cento è destinato a paesi asiatici come Cina, India e Giappone.

Ecco perché questa minaccia non è parsa credibile fin da principio. Chiudere lo stretto, oltre a provocare una reazione militare da parte di Washington, significherebbe perdere anche quei pochi alleati che ancora tentano di difendere il governo iraniano. La Cina, ad esempio, non solo ha sempre cercato di fare da scudo ponendo veti e allentando la pressione internazionale sul regime, ma è anche tra i maggiori acquirenti del petrolio esportato dall'Iran (22 per cento).

L’obiettivo di Teheran, dunque, è un altro: rispondere a tono alle accuse dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) e rafforzare politicamente il regime, in difficoltà a causa di una frattura all’interno della fazione conservatrice. Nel suo ultimo rapporto, l’Aiea ha affermato che il programma nucleare iraniano “desta serie preoccupazioni” nonostante non vi siano prove che dimostrino che il paese stia costruendo armi invece di usare l’atomo solo per soddisfare il proprio fabbisogno energetico, come affermato dal governo. Questo cambio di atteggiamento da parte dell’Agenzia delle Nazioni Unite è dovuto soprattutto all’uscita di scena del Nobel per la pace Mohamed el Baradei e all’avvento di Yukiya Amano come direttore, il quale si è dichiarato vicino alle posizioni americane fin dal suo insediamento.

L’altro obiettivo è cercare di tenere sotto controllo la popolazione, sempre più vogliosa di riforme e preoccupata per lo scontro, avvenuto nell’aprile del 2011, tra il presidente Mahmoud Ahmadinejad e l’ayatollah Khamenei per il controllo delle istituzioni. Il 2 marzo 2012 si terranno le elezioni legislative e molti esperti hanno definito questo appuntamento come il più importante dalla rivoluzione ad oggi.

Il 2012 per l’Iran potrebbe essere un anno decisivo. Per il futuro della Repubblica islamica, ma anche per il ruolo che questa potrà giocare in una delle aree più delicate al mondo. Un ruolo che ha bisogno di un allenatore all’altezza e di compagni di squadra dal petrolio facile per essere efficace; e la campagna acquisti del presidente iraniano partita il 10 gennaio in America Latina potrebbe bilanciare le forze in campo, se non altro dal punto di vista economico.

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domenica 1 gennaio 2012

La biodiversità vale più del petrolio

"Green vine snake, Ysauni" di ggallice via Flickr
Autorità locali e governi nazionali europei, star del cinema americano, negozi giapponesi e fondazioni russe. Esponenti di ogni settore della società, provenienti da ogni parte del mondo, si sono uniti con un unico scopo: trovare i soldi necessari per impedire alle compagnie petrolifere di estrarre 900 milioni di barili di greggio nascosti nel sottosuolo di uno dei luoghi più ricchi di biodiversità al mondo.

Secondo le Nazioni Unite, la raccolta fondi ha raggiunto 116 milioni di dollari (quasi 90 milioni di euro), sufficienti a fermare, almeno temporaneamente, il "pericolo trivellazioni" in quella parte di Amazzonia meglio conosciuta come Yasuni National Park che si estende per 1870 chilometri quadrati nel territorio dell'Ecuador.

Il parco ospita due tribù isolate di indiani e si stima sia rifugio per una varietà di specie animali e vegetali senza eguali sulla Terra. La ricchezza biologica dello Yasuni ha stupito persino gli scienziati che hanno affermato che ci vorrebbero 400 anni per catalogare tutti gli esseri viventi. In soli sei chilometri quadrati di superficie sono state trovate 47 specie diverse di rettili e anfibi. 550 uccelli. 200 mammiferi e altre specie di pipistrelli e insetti finora sconosciute nell'emisfero occidentale.

Lo sfruttamento del giacimento petrolifero sarebbe cominciato immediatamente se non si fosse trovato il denaro sufficiente e questo avrebbe inevitabilmente comportato una devastazione dell'habitat naturale e l'emissione in atmosfera di oltre 400 milioni di tonnellate di CO2; ma il governo ecuadoriano si è detto disposto a bloccare definitivamente le trivellazioni solo se la raccolta fondi riuscirà a portare nelle casse dello stato latinoamericano almeno la metà del capitale perso non estraendo il petrolio, circa 7,2 miliardi di dollari.

Uno si potrebbe aspettare che la parte del leone nelle donazioni l'abbiano fatta le "multinazionali" del non profit, impegnate nella conservazione della natura, dal Wwf a Greenpeace. Non è così. Tra coloro che si sono distinti maggiormente c'è, ad esempio, la Vallonia, la regione del Belgio famosa per i problemi di politica interna e i contrasti con la regione delle Fiandre: da sola è riuscita a mettere insieme due milioni di dollari pur di impedire lo sfruttamento del parco Yasuni. Inoltre si sono "spesi" diversi personaggi di spicco della società americana: da Leonardo DiCaprio a Bo Derek, da Edward Norton ad Al Gore. I soldi raccolti, ha promesso il governo di Quito, verranno utilizzati solo per lo sviluppo di impianti da fonti rinnovabili e per tutelare l'ambiente naturale.

Questo tipo di iniziative, dal mio punto di vista, ha sia un aspetto positivo che uno negativo. Quello positivo è che, il valore delle foreste viene ufficialmente riconosciuto e quantificato anche economicamente. Fino a poco tempo fa era impossibile pensare ad un'alternativa allo sfruttamento di un giacimento, mentre oggi è finanziariamente credibile decidere di sostituire gli introiti derivanti dalla cessione dei diritti di un pozzo di petrolio con progetti energeticamente ed ambientalmente sostenibili. Non solo: qualche anno fa nessuno avrebbe mai pensato che difendere una foresta primaria in Sudamerica potesse suscitare l'interesse di persone ed enti pubblici dall'altra parte del pianeta.

L'aspetto negativo consiste nel precedente che questa iniziativa rischia di creare. D'ora in avanti, ogni paese che scopre di essere ricco di combustibili fossili potrebbe ricattare quella parte di comunità internazionale sensibile a certi temi per fare ciò che un governo legittimamente eletto dovrebbe fare di norma: tutelare e difendere la natura presente entro i propri confini territoriali.