domenica 15 gennaio 2012

Il mago di Hormuz



Il 27 dicembre 2011, l’Iran, attraverso la voce del suo vicepresidente Mohamed Reza Rahimi, ha minacciato l’intera comunità internazionale, con un occhio di riguardo verso gli Stati Uniti, di chiudere lo stretto di Hormuz nel caso in cui le potenze occidentali dovessero decidere di imporre nuove sanzioni commerciali che andrebbero a colpire uno dei settori più importanti del paese: l’industria petrolifera e del gas.

Lo stretto di Hormuz è quel tratto di mare lungo 60 chilometri e largo 30 che separa l’Iran dalla penisola araba e che, allo stesso tempo, collega il golfo Persico con quello di Oman. Da questa “lingua di mare” passano, a bordo di enormi petroliere, circa 20 milioni di barili di greggio al giorno. Il 75 per cento è destinato a paesi asiatici come Cina, India e Giappone.

Ecco perché questa minaccia non è parsa credibile fin da principio. Chiudere lo stretto, oltre a provocare una reazione militare da parte di Washington, significherebbe perdere anche quei pochi alleati che ancora tentano di difendere il governo iraniano. La Cina, ad esempio, non solo ha sempre cercato di fare da scudo ponendo veti e allentando la pressione internazionale sul regime, ma è anche tra i maggiori acquirenti del petrolio esportato dall'Iran (22 per cento).

L’obiettivo di Teheran, dunque, è un altro: rispondere a tono alle accuse dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) e rafforzare politicamente il regime, in difficoltà a causa di una frattura all’interno della fazione conservatrice. Nel suo ultimo rapporto, l’Aiea ha affermato che il programma nucleare iraniano “desta serie preoccupazioni” nonostante non vi siano prove che dimostrino che il paese stia costruendo armi invece di usare l’atomo solo per soddisfare il proprio fabbisogno energetico, come affermato dal governo. Questo cambio di atteggiamento da parte dell’Agenzia delle Nazioni Unite è dovuto soprattutto all’uscita di scena del Nobel per la pace Mohamed el Baradei e all’avvento di Yukiya Amano come direttore, il quale si è dichiarato vicino alle posizioni americane fin dal suo insediamento.

L’altro obiettivo è cercare di tenere sotto controllo la popolazione, sempre più vogliosa di riforme e preoccupata per lo scontro, avvenuto nell’aprile del 2011, tra il presidente Mahmoud Ahmadinejad e l’ayatollah Khamenei per il controllo delle istituzioni. Il 2 marzo 2012 si terranno le elezioni legislative e molti esperti hanno definito questo appuntamento come il più importante dalla rivoluzione ad oggi.

Il 2012 per l’Iran potrebbe essere un anno decisivo. Per il futuro della Repubblica islamica, ma anche per il ruolo che questa potrà giocare in una delle aree più delicate al mondo. Un ruolo che ha bisogno di un allenatore all’altezza e di compagni di squadra dal petrolio facile per essere efficace; e la campagna acquisti del presidente iraniano partita il 10 gennaio in America Latina potrebbe bilanciare le forze in campo, se non altro dal punto di vista economico.

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