giovedì 31 maggio 2012

La vita del popolo siriano è in mano alla Russia

Robert Mood, capo degli osservatori Onu in Siria

Dopo la strage di Hula, in Siria, che ha causato la morte di 108 civili, comprese decine di bambini, le potenze occidentali che fanno parte della Nato hanno deciso di provare a usare ritorsioni diplomatiche congiunte per smuovere una situazione tanto grave quanto bloccata: espellere i diplomatici siriani. Ha iniziato l'Australia, favorita dal fuso orario, seguita da Francia e Gran Bretagna; poi Germania, Italia, Spagna, Bulgaria, Olanda, Svizzera. Oltreoceano è stata la volta di Stati Uniti e Canada. Ultimi Turchia e Giappone.

Quest'azione è stata intrapresa dopo il prevedibile fallimento delle riunioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, rese inutili dal veto congiunto di Russia e Cina, e dall'evidente difficoltà riscontrata dagli osservatori internazionali, compresa la missione del pugno di caschi blu guidati dall'ex segretario Kofi Annan che finora non è servita a far ragionare il governo di Damasco, né a garantire che venisse rispettato il cessate il fuoco.

Un gesto diplomatico estremo. Una guerra pacifica aperta. L'ultimo tentativo per risolvere una situazione che da due anni a questa parte non ha subito evoluzioni, se non nel continuo aggiornamento del numero di vittime innocenti. Del resto nessuno dei paesi occidentali ha interessi a intervenire direttamente (con la forza o meno) nel paese mediorientale per diverse ragioni: dall'assenza di risorse naturali agli impegni elettorali di diversi leader politici.

Come già affermato nel post Perché la Siria non può essere salvata (5 febbraio 2012) l'unico paese in grado di sbloccare questa situazione, per evitare che diventi un nuovo Ruanda, è la Russia. L'unica che potrebbe fermare la spirale di violenza, abbandonando il principio del rispetto della sovranità a tutti i costi, della difesa di un governo criminale solo perché politicamente e geograficamente vicino, per abbracciare la causa dei diritti umani. Ma il recente ritorno al Cremlino del tre volte presidente Vladimir Putin rende quasi vane le già poche possibilità di una scelta in tal senso.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Il veto cinese non e' spiegato dalla relazione strategica con la Siria quanto dall'intervengto NATO in Libia.

L'abuso del mandato offerto dal CdS, che parlava di protezione dei civili e non di cambiamento di regime, unito al coas nel quel si trova il territorio libico hanno fatto si' che la Cina abbia espresso il proprio voto contrario, evento di per se' alquanto raro soprattutto quando si discutono risoluzioni non concernenti direttamente gli interessi cinesi.

E' inoltre interessante notare come lo scenario siriano si sia evoluto da un semplice quadro di protesta pacifica e repressione ad una rivolta armata (non supportata dall'intera opposizione e largamente finanziata dall'estero) per alla fine approdare ad uno scenario di guerra civile di stampo iracheno, con l'infiltrazione ed il conseguente intervento di gruppi terroristici d'ispirazione quaedista.

La composizione dell'opposizione e' forse l'aspetto piu' problematico della vicenda. Partita come una protesta laica sull'onda della primavera araba, le forze dell'opposizione sono state progressivamente monopolizzate dal Consiglio Nazionale Siriano, che ha via a via allontanato le componenti coopte e non islamizzate dell'opposizione. Inoltre, con la creazione dell'Esercito libero siriano (composto da ufficiali disertori e combattenti internazionali), si e' venuta a creare una crescente frammentazione dei movimenti opposti al regime di Assad, impossibilitando cosi' una negoziazione effettiva ed inclusiva.

Per finire non dimentichiamo che persino i militari Israeliani non vedono di buon occhio un intervento militare in Siria (cosi' come in Iran), in aperta opposizione con gli orientamenti del loro governo. Innanzitutto ka caduta del regime rischierebbe di straripare nei paesi limitrofi (come di fatto sta gia' avvenendo in Libano). In secondo luogo il rovescaimento di Assad manu militare comporterebbe (come gia' avvenuto in Iraq dopo l'invasione) l'accesso da parte di gruppi terroristi e di combattenti islamisti internazionali a sistemi d'armamento sofisticati al momento sotto il controllo dell'esercito siriano. nessuno potrebbe allora garantire che tali armi vengano usate contro le forze armate israeliane ed americane.

Per una buona fonte di notizie imparziali (e da giornalisti sul terreno) http://nena-news.globalist.it/

Tommaso Perrone ha detto...

Grazie per l'attenta analisi, sarebbe bello avere un tuo riferimento e magari aprire qualche forma di contatto con l'agenzia da te segnalata.

A presto,
tommi