martedì 28 agosto 2012

I paesi non allineati scelgono Teheran

In questi giorni (26-31 agosto) si sta svolgendo a Teheran la XVI conferenza del Movimento dei paesi non allineati (Nam). Nato nel settembre 1961 a Belgrado sotto la spinta del presidente jugoslavo Tito, del primo ministro indiano Jawaharlal Nehru e del presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser, originariamente aveva lo scopo di unire tutti quei paesi che formalmente non partecipavano ad alcuna alleanza militare e non avevano rapporti stretti con le grandi potenze, in particolare Stati Uniti e Unione sovietica, durante il periodo della guerra fredda. Oggi il Movimento riunisce 120 stati, per lo più paesi emergenti o in via di sviluppo, che insieme cercano di far valere maggiormente le proprie istanze durante i summit internazionali e bilanciare, così, lo strapotere dei paesi industrializzati.



Come anticipato, uno dei motivi che ha portato alla ribalta un'organizzazione considerata superata dagli eventi e dal crescente multilateralismo che sta dominando la situazione geopolitica dal 2001 ad oggi, è il fatto che quest'anno il vertice si tiene in Iran e che il presidente Mahmoud Ahmadinejad sarà il segretario generale di turno fino al 2015, anno del prossimo vertice. Una situazione che ha posto la capitale iraniana di nuovo al centro della comunità internazionale dopo il tentativo di isolamento portato avanti dal governo americano e da quello israeliano a causa del presunto piano di Teheran di dotarsi di armi atomiche. Tentativo più volte smentito dalle stesse autorità iraniane che hanno ammesso di essere in procinto di adottare il nucleare, ma solo per uso civile, ovvero per fornire energia al paese.

Una posizione ribadita indirettamente dal ministro degli Esteri iraniano, Ali Akbar, durante la cerimonia di apertura dei lavori del summit del Nam dove ha dichiarato che uno degli obiettivi del movimento è vivere in un mondo privo di armi nucleari entro il 2025, target raggiungibile "solo se perseguito con decisione".



A partecipare ai negoziati, oltre a 27 presidenti, nove vicepresidenti, due emiri e re, sette primi ministri, due rappresentati di altrettanti parlamenti e cinque inviati speciali, c'è anche il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon che, nonostante il tentativo di dissuasione del dipartimento di Stato americano, ha deciso di non mancare all'appuntamento per diversi motivi. Per la presenza massiccia di paesi che fanno parte dell'Onu e per l'opportunità unica di poter dialogare con rappresentanti di stati che devono risolvere alcuni problemi storici. Ad esempio, il primo ministro indiano Manmohan Singh si incontrerà con il presidente pakistano Ali Asif Zardari per cercare di sbloccare la questione relativa al territorio del Kashmir.

Per una settimana Teheran tornerà agli sfarzi dell'antica Persia e proverà a fornire un'alternativa ai modelli di risoluzione delle controversie esportati, quasi sempre senza successo, dalle grandi potenze che hanno dominato il mondo negli ultimi settanta anni.

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