giovedì 27 settembre 2012

Il presidente Obama non ha intenzione di lasciare la poltrona (vuota)


di Claudio Vigolo

Alcune settimane fa il suo staff pubblicò una foto del presidente Barack Obama seduto sulla sua poltrona nello studio ovale. La foto era di spalle e non sappiamo che espressione avesse il presidente, in questi giorni probabilmente sorride. Lo fa nel vedere gli ultimi dati dei sondaggi.

Da oltre una settimana il distacco dal rivale Mitt Romney è aumentato e soprattutto Obama risulta in vantaggio in otto dei nove swing states. Fra questi stati c’è anche la Florida, da sempre roccaforte dell’ala conservatrice del Partito repubblicano anche per la presenza dei molti fuoriusciti cubani anticastristi.

Ed è proprio da Cuba che si può partire nell’esaminare quanto fatto e quanto promesso da Obama in questi quattro anni. Non tanto per i rapporti – moderatamente migliorati - con lo stato caraibico. Quanto per quella parte di Cuba che è la base di Guantanamo, carcere americano in cui dal 2001 sono rinchiusi i “nemici combattenti della lotta al terrore”, in una condizione legale quanto meno discutibile.

L’annuncio della chiusura di Guantanamo fu il primo fatto da Obama nel gennaio del 2009, pochi giorni dopo il suo insediamento. A distanza di quattro anni i prigionieri sono ancora lì. Di meno, certo, e soprattutto inquadrati in un sistema di tutele legali più rispettoso. Ma la chiusura del carcere, come ha spiegato il presidente, non è stata possibile.

Un paio di mesi dopo aver annunciato la chiusura di Guantanamo, il presidente americano teneva un altro discorso storico; era all'università del Cairo, dove, salutò i presenti con un salam aleikum, che iniziò a sciogliere il gelo che da otto anni era calato nei rapporti tra mondo islamico e Stati Uniti. Obama poi raccolse calorosi applausi spiegando che questi due mondi non sono nemici.

A distanza di quattro anni quel discorso Obama non l’ha rinnegato, e anzi lo ha rinnovato all’indomani degli incidenti di Bengasi in cui ha perso la vita l’ambasciatore americano Chris Stevens. Della politica estera però agli elettori americani non è mai importato più di tanto. L’eccezione è stata Osama Bin Laden. L’uccisione del nemico numero uno degli Usa ha dato la patente definitiva di “comandante in capo” al presidente democratico. Una promessa che non poteva essere fatta in campagna elettorale, ma che gli americani si aspettavano.

Dicevamo però che quello che conta per le presidenziali americane sono le questioni interne: economia e riforma sanitaria, sono questi i due temi sui il presidente sarà giudicato a novembre.

La situazione economica americana e mondiale all’inizio del 2009 era forse la peggiore che si possa augurare a un neopresidente. Dopo quattro anni l’America non è risorta, ma nemmeno sprofondata. Resta il fatto che il debito pubblico federale è ancora enorme, il deficit non è ancora sotto controllo, e per quanto riguarda il lavoro, non è certo tornata la piena occupazione.

Ma la riforma interna su cui più si sono accese le polemiche politiche negli Usa è stata quella sanitaria, il cosiddetto Obamacare, che ha allargato la possibilità di avere un’assicurazione sanitaria a 40 milioni di persone che prima ne erano escluse ed impedendo alle compagnie assicurative alcune forme di esclusione per malattie pregresse.

Certo, l’Obamacare alla fine non è stata la riforma che aveva promesso il presidente. L’opposizione repubblicana nel Congresso è stata strenua, e alla fine Obama è dovuto scendere ad un compromesso. Non tutte le promesse di Obama sono state mantenute, ma il presidente può contare su diverse attenuanti: l’opposizione repubblicana alla riforma sanitaria, la congiuntura economica internazionale, e il peso del debito pubblico ereditato.

Quindi è comprensibile come il presidente uscente più che lanciare nuove frontiere cerchi di consolidare l’immagine di novità e cambiamento che aveva dato nel 2008. L’unico punto su cui Obama ha lanciato una nuova sfida, che potrebbe polarizzare l’elettorato, è stata quella sul matrimonio gay. Già aveva messo fine al principio del “don’t ask, don’t tell” nell’esercito. Ora il guanto è stato lanciato più in alto, su un terreno su cui i repubblicani non possono certo rincorrerlo.

Col vento in poppa dei sondaggi, la popolarità della first lady Michelle e un rivale che si fa cogliere in un fuori onda in cui disprezza gli elettori, Obama ha buone ragioni per sorridere, sprofondato in quella poltrona apparsa nella foto su Twitter. La scritta, allora, diceva “questa sedia è occupata”. Salvo colpi bassi, quella sedia resterà occupata per altri quattro anni.

Nessun commento: