sabato 20 ottobre 2012

Le crisi dimenticate, quando il silenzio uccide

Da sinistra, Giovanni Porzio, il traduttore, Maryam Al Khawaja, il moderatore Giuseppe Sarcina

Torno con un ultimo post a parlare di un incontro che si è tenuto a Ferrara durante i giorni del festival di Internazionale. “Dalle primavere arabe al Sud Sudan. Quando il silenzio uccide”, questo il titolo del dibattito che si è tenuto sabato 6 ottobre presso palazzo Tassoni per presentare l’ottavo rapporto di Medici senza frontiere (Msf) che analizza alcune delle crisi umanitare del 2011, spesso del tutto dimenticate.

Presenti all’incontro Maryam Al Khawaja, attivista e vicepresidente del Bahrain center for human rights, Kostas Moschochoritis, direttore generale di Msf Italia, Giovanni Porzio, reporter italiano che ha collaborato con quotidiani italiani e riviste specializzate in politica internazionale, Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera in qualità di moderatore.

Ad aprire il giro di interventi un video del ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata che potete vedere qui sotto e che ha usato il genocidio del Ruanda come esempio emblematico di ciò che può produrre il silenzio dei mezzi d’informazione: circa un milione di morti in cento giorni.



Terzi si è quindi concentrato sul ruolo dei blog e dei social media considerati utili a far uscire dal cono d’ombra crisi, realtà dimenticate.

L’intervento più interessante è stato quello dell’attivista Al Khawaja che ha fatto il punto della situazione sul suo paese, il Bahrain, dall’inizio del periodo noto come primavera araba. Tanto per cominciare Al Khawaja si è affrettata a criticare questa definizione perché alle manifestazioni di protesta partecipano anche persone che non sono arabe. Inoltre il concetto di bellezza richiamato dal termine “primavera”, secondo lei non è più adatto per etichettare qualcosa che ha portato grandi sofferenze a molte famiglie a causa delle violente repressioni.

Il concetto fondamentale espresso dall’attivista è che anche se quasi la metà della popolazione del piccolo stato arabo ha partecipato alle rivolte per chiedere più democrazia, i mezzi d’informazione, comprese le emittenti Al Arabiya e Al Jazeera finanziate con soldi arabi, si sono guardate bene dal darne rilievo per il ruolo giocato dall’Arabia Saudita e dal Qatar. Tra i maggiori esportatori di petrolio, l’interesse dei due paesi è mantenere un basso profilo su ciò che avviene negli stati confinanti per evitare che la voglia di democrazia contagi anche i loro sudditi e destabilizzi l'intera regione.

Una triangolazione che ha fatto sì che, anche in Occidente, si parlasse molto di più della Siria piuttosto che del Bahrain. I tg italiani hanno dato solo 24 notizie su ciò che è successo nel paese arabo lo scorso anno, di cui 18 in servizi che raccontavano delle rivolte anche in altri paesi, come la Libia o lo Yemen. In sette servizi se ne è parlato per la possibilità che venisse cancellato il gran premio di Formula Uno, previsto per il 13 marzo.

La mia speranza è che dopo aver letto questo post, alcuni di voi sentano il bisogno di informarsi di più su questa e altre crisi sparse in giro per il mondo. Nel frattempo rimando al libro “Le crisi umanitarie dimenticate dai media nel 2011”, il rapporto di Medici senza frontiere edito da Marsilio, che aiuta a far luce su molti paesi: dall'Afghanistan al Sud Sudan, dalla Costa d'Avorio alla Repubblica democratica del Congo.

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