lunedì 8 ottobre 2012

L'informazione per tutti è provinciale

Alan Rusbridger e David Carr durante l'incontro al teatro Comunale (da una foto di Francesco Alesi

Dalle crisi umanitarie dimenticate al futuro della carta stampata, quest'anno i dibattiti al festival di Internazionale hanno avuto un unico filo conduttore: la destabilizzazione nel mondo del giornalismo tradizionale causata dall'avvento dell'informazione online. Oggi chiunque viva in un paese libero da censura può navigare tra le testate più disparate per consultarne i contenuti. Un'opportunità che, in apparenza, avrebbe dovuto rendere i giornalisti sempre più dei giramondo alle prese con fatti accaduti a migliaia di chilometri di distanza. Ma la realtà è molto diversa. La globalizzazione applicata al mondo dell'informazione ha prodotto l'effetto contrario: una provincializzazione dei temi trattati nelle notizie.

Secondo Giovanni Porzio, inviato di guerra del settimanale Panorama, intervenuto a diversi incontri che si sono svolti dal 5 al 7 ottobre a Ferrara, la causa è composta da tante sfumature, ma la più definita è quella della crisi economica che ha spinto molte testate a tagliare le risorse messe a disposizione dei reporter sul campo, sia questo uno scenario di guerra o il luogo in cui si è verificata una calamità naturale, preferendo tutto ciò che porta clic a basso costo.

Un argomento sviscerato anche durante il dibattito "Fermate le rotative!" che ha visto la partecipazione di Alan Rusbridger, direttore del Guardian, e David Carr, reporter diventato popolare per la sua "interpretazione" in Page One. Un anno dentro il New York Times. Il mondo dell'informazione è stato descritto come il centro di una tempesta perfetta formatasi in seguito all'addensarsi delle nuvole della crisi economica che ha portato i cittadini a comprare meno copie, gli inserzionisti a fuggire e gli editori a tagliare i costi piuttosto che investire nuove risorse. A questo va aggiunto il vento dell'open journalism che ormai gonfia le vele della rete. Ognuno di noi, mosso dalla passione e dalla voglia di mettersi in gioco con le regole di Google, può essere fonte di informazione al pari di un giornalista qualsiasi. Questo ha creato uno strano ossimoro: a miliardi di lettori potenziali vengono proposti pochi fatti in migliaia di forme a prova di Seo. Meglio ancora se avvenuti nel cortile di casa così da coinvolgere anche emotivamente il consumatore. 

Nessuno sembra avere ancora l'antidoto per fermare questa spirale perversa. Se da un lato il gratuito, britannico Guardian è diventato uno dei siti più letti al mondo a suon di debiti e di partecipazioni dal basso, dall'altro l'americano New York Times ha creato profitti pari solo al 10 per cento delle spese totali attraverso una forma di pagamento che penalizza i lettori più voraci (ad oggi circa 500mila), quelli disposti a tutto pur di non far fallire il loro giornale di riferimento.

La domanda quindi continua ad aleggiare nel cielo mentre la tempesta non sembra volersi placare nel breve periodo. Viviamo in un'era d'oro per chi sa scrivere e ha voglia di raccontare perché dispone dei mezzi giusti per farlo. Per questo non bisogna essere pessimisti: la soluzione potrebbe arrivare da chiunque all'improvviso, tutti possiamo (o meglio siamo chiamati a) fare le nostre previsioni nella speranza di scorgere al più presto uno spiraglio.

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