martedì 23 ottobre 2012

La Siria rallenta la marcia turca

Il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoğlu

di Paolo Pinzuti*

Non sono tempi semplici per Ahmet Davutoğlu, il ministro degli Esteri turco, che, fin dal momento del suo insediamento nel 2009, si era impegnato a voler perseguire una politica di pace e collaborazione coi propri vicini con la speranza di mettere fine a decenni di relazioni burrascose o inesistenti con i paesi confinanti.

Lo scopo era chiaro fin dall’inizio: promuovere gli scambi commerciali e trasformare la Turchia nel punto di riferimento per tutti i paesi del Medio Oriente per ergersi a potenza non più solo regionale, dando vita a quello che fu battezzato da alcuni come “neo ottomanismo”.

La Turchia ha saputo sfruttare in maniera particolarmente abile i movimenti generati dalla primavera araba, supportando politicamente le istanze dei ribelli e presentandosi come modello per la creazione di nuove forme di stato democratico secolarizzato all’interno di nazioni a maggioranza musulmana.

Così come fatto in occasione delle precedenti rivolte, anche nel caso della Siria il governo di Ankara sta spingendo fortemente per il cambiamento confidando in una veloce risoluzione del conflitto che tolga di mezzo una volta per tutte il presidente Bashar al-Assad, ma questa volta non tutto sta andando come dovuto:
  1. la crisi in corso ha bloccato la frontiera con la Siria che costituiva il principale canale di accesso per l’export turco verso ben undici paesi dell’area mediorientale. Quei paesi che prima della crisi potevano essere raggiunti col trasporto su gomma in soli quattro giorni, oggi ne richiedono 20 di trasporto via mare: un grave colpo per un’economia in piena espansione ma ancora molto fragile e che non ha certezze sul proprio futuro;
  2. a seguito dei primi colpi di mortaio che portarono alla morte di cinque persone nella città di Akcakale agli inizi di ottobre, il governo di Recep Tayyip Erdoğan ha chiesto e ottenuto l’autorizzazione dal parlamento a intervenire militarmente al di fuori dei propri confini per riparare al torto subito. L’ipotesi di un’operazione militare ha però ricevuto parere apertamente negativo da parte degli storici alleati della Siria, in particolare, Iran e Russia che non accetterebbero una ingerenza di Ankara nei confronti del regime di Damasco. L’impasse così generato ha finito per mettere in difficoltà il governo nei confronti dell’opinione pubblica interna, diffusamente favorevole all’ipotesi di una reazione forte agli attacchi ricevuti;
  3. se fino a pochi mesi fa la politica dello “zero problemi con i vicini” prevedeva la massima collaborazione con il regime di Damasco, la decisione di appoggiare i ribelli ha generato molte polemiche in patria, dove l’immagine del presidente siriano è stata velocemente stravolta passando da fedele amico del popolo turco ad acerrimo nemico da spodestare con la massima urgenza. 
In questo frangente, i giornali filogovernativi turchi fanno a gara per gettare acqua sul fuoco, sostenendo che la soluzione del rebus siriano è molto complessa e che l’evidente debolezza di Ankara nella vicenda non è colpa delle politiche perseguite dal governo, quanto piuttosto da uno scenario geopolitico internazionale che costringe Erdoğan e Davutoğlu a posizioni di prudenza. In ogni caso, lo stallo attualmente in corso dimostra che la Turchia, nonostante il proprio imponente apparato militare e nonostante la propria crescente influenza a livello regionale, non è ancora in grado di proporsi come potenza di riferimento indipendente all’interno dello scenario politico internazionale.

*Paolo Pinzuti, laureato in Scienze internazionali e diplomatiche, master in Scienze del lavoro. Ha trascorso gli ultimi dieci anni in giro per l'Europa per avere un'idea di come funzionano le cose fuori dall'Italia. Il sellino della bici gli ha offerto un punto di vista privilegiato per osservare il mondo.

1 commento:

Vigolo ha detto...

Molto interessante.