| Una bambina sistema il fratellino sulla schiena |
di Giulia Sironi*
Un sabato sera come un altro a Bujumbura, capitale del Burundi. Bar modèle chez Gerard. Il passatempo preferito dei burundesi è ritrovarsi in questi piccoli “cabaret”, bar, spesso dei semplici cortili attrezzati di sedie in plastica, davanti ad una bottiglia di birra. Amstel o Primus. Passano ore e ore a bere. Probabilmente finché i soldi non sono finiti. In quel caso ci sarà sempre qualcuno ad offrirne un’ennesima bottiglia. Solo dopo una birra i burundesi iniziano a perdere la riservatezza e la diffidenza che li caratterizza. Tra i piccoli tavoli affollati circolano dei camerieri piuttosto scoordinati. Per chiamarli al tavolo è inutile sbracciarsi o gridare. Il costume locale impone di fare un “psss, psss” deciso. Funziona! Un ragazzino si avvicina tenendo gli occhi bassi. Il menù non è particolarmente vario da queste parti: brochette, uno spiedino di carne di capra o manzo, accompagnato da banane o patate fritte. Senza mai alzare lo sguardo il cameriere prosegue verso la cucina, dove passa la comanda al veterinaire, cioè il responsabile delle brochette. Speriamo abbia veramente capito. Ho imparato bene come i “si” e i “no” per un africano gran parte delle volte non abbiano alcuna differenza. È una serata abbastanza affollata, temperatura perfetta, zanzare poche. Un bel gruppetto gioca a biliardo, mentre altri guardano distrattamente lo schermo di una televisione, che trasmette video musicali. Un ragazzotto vestito come un rapper americano, con tanto di orecchini luccicanti e occhiali da sole, canta una canzone smielata ad una ragazza ammiccante. Perfetto stile “East Africa”.

