lunedì 25 marzo 2013

Abdullah Ocalan scrive la parola “pace”

Le celebrazioni del Nawruz fuori Diyarbakir, in Turchia

Nella giornata di giovedì 21 marzo, in seguito a una lettera inviata dal leader curdo Abdullah Ocalan, detenuto dal 1999 presso il carcere dell’isola di Imrali, è stata dichiarata la tregua tra la Turchia e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Il contenuto della lettera, recapitata dall’isola a Diyarbakir, città nel sudest della Turchia anche nota come “la capitale del Kurdistan”, è stato letto durante le celebrazioni del Nawruz, il capodanno curdo che coincide con l’inizio della primavera.

“Oggi si apre una nuova era. Dopo un periodo di resistenza armata, è stata aperta una porta verso uno sforzo democratico”, ha scritto Ocalan. Alla domanda presente nella lettera “Risponderete al mio appello?”, la folla riunita in un parco alle porte di Diyarbakir ha risposto alzando l’indice e il medio in segno di vittoria.

La lotta armata tra i guerriglieri curdi e l’esercito di Ankara sulle montagne che definiscono il confine turco-iracheno è andata avanti per più di vent’anni (l’insediamento ufficiale del popolo curdo nella regione risale al 1983) e ha causato la morte migliaia di persone, civili inclusi.

Il pomeriggio di pace è stato raccontato da Jenna Krajeski in un post pubblicato sul New Yorker dal titolo “Peace comes to Turkey”. Krajeski racconta di un popolo stanco di combattere, che ha voglia di vivere una vita normale in una terra dove sia possibile parlare curdo nelle scuole, andare in giro con abiti curdi e danzare balli curdi. Una terra dove l’esistenza dei curdi sia riconosciuta dalla costituzione e dove le aziende turche decidano di investire soldi e risorse. Ma la richiesta principale rimane la liberazione di Ocalan, la cui adorazione dei curdi è simile a quella che i turchi hanno per Mustafa Kemal Ataturk.

Anche se la pace si fa in due e quindi parte del merito va anche al governo turco e al primo ministro Recep Tayyip Erdogan, questo non ha mai dimostrato una chiara disponibilità al dialogo. Una delle critiche maggiori che gli vengono rivolte è quella di aver sempre visto la questione curda come una minaccia alla sicurezza nazionale e mai come una battaglia di una minoranza etnica per il riconoscimento dei diritti fondamentali.

Per questo motivo il sindaco di Diyarbakir, Osman Baydemir, ha dichiarato che questo è solo l’inizio di un processo di pace complicato la cui conclusione è difficile da prevedere: “Non sappiamo se i curdi otterranno ciò che vogliono, non sappiamo se Erdogan cambierà atteggiamento”, l’unica cosa che sappiamo è che durante un clima di guerra la gente non può far altro che pensare a come sopravvivere.

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