martedì 14 maggio 2013

Il silenzio sulle bombe di Reyhanli, in Turchia

di Paolo Pinzuti

C’è un silenzio sinistro che in tutto il mondo sta accompagnando la serie di autobombe che tre giorni fa ha colpito la cittadina di Reyhanli, un paesino sul confine tra Siria e Turchia, provocando la morte di circa 50 persone (il numero preciso non è chiaro). La cosa ancora più surreale è il silenzio che soprattutto in Turchia regna sovrano: la carta stampata evita accuratamente di entrare nel merito dell’attentato, anche in televisione i programmi continuano come se nulla fosse accaduto.

I telegiornali di tutti i canali si perdono in lunghissimi servizi che descrivono nel dettaglio gli scontri che hanno seguito il derby istanbuliota tra Galatasaray e Fenerbahce, e le piogge torrenziali che si sono abbattute sulla regione dell’Egeo negli ultimi giorni, tutto questo mentre vengono messi in secondo i piano i numeri di morti e feriti e i primi risultati delle indagini su una strage che rimane priva di mandanti, esecutori e soprattutto di un movente chiaro e definito.

La mancanza di informazione sul tema è oggetto di denunce ferme sui social network: immediatamente dopo la notizia delle bombe girava su Twitter la voce che il governo avesse imposto alle testate televisive il divieto di coprire la strage, mentre oggi a distanza di qualche giorno, le insinuazioni si fanno più pesanti e accusano apertamente le emittenti televisive di disinformazione.

Non sarebbe d’altronde la prima volta che le emittenti televisive vengono richiamate al silenzio da parte del governo di Ankara: il caso precedente si verificò lo scorso agosto quando in occasione dell’attentato di Gaziantep, dove persero la vita 10 persone, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan attaccò insistentemente i media che riferivano dell’ondata di attentati in tutto il paese tacciandoli di complicità con gli attentatori materiali.

Mentre il paese rimane tagliato fuori dall’informazione, il governo punta fermamente il dito contro il regime siriano di Bashar al-Assad ritenuto il mandante della strage. In un paese che vanta il più alto numero di giornalisti in carcere al mondo questo silenzio suona più lugubre che mai.

Nell’attesa dei risultati dell’incontro straordinario tra il primo ministro Erdogan e il presidente degli Stati Uniti Barak Obama a Washington, non resta che constatare l’assoluta mancanza di trasparenza su una vicenda al cui confronto l’attentato della maratona di Boston sembra ben poca cosa.

*Paolo Pinzuti, laureato in Scienze internazionali e diplomatiche, master in Scienze del lavoro. Ha trascorso gli ultimi dieci anni in giro per l'Europa per avere un'idea di come funzionano le cose fuori dall'Italia. Il sellino della bici gli ha offerto un punto di vista privilegiato per osservare il mondo.

1 commento:

Filippo Maggioni ha detto...

Poi ci lamentiamo della tv italiana...