sabato 6 luglio 2013

Il massacro di Srebrenica

Il massacro di Srebrenica, Bosnia Erzegovina


Srebrenica è una piccola città della Bosnia Erzegovina orientale che durante la guerra civile cominciata alla fine di marzo 1992 ha vissuto uno dei peggiori massacri avvenuti in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Nel luglio del 1995 circa ottomila uomini e ragazzi musulmani vengono uccisi dalle forze militari serbe guidate dal generale Ratko Mladić, mentre le donne, i bambini e gli anziani vengono deportati. L’episodio si colloca all’interno del periodo di disgregazione della Jugoslavia cominciato con la dichiarazione di indipendenza di Slovenia e Croazia nel 1992.

Nel 1993 Srebrenica viene dichiarata “safe haven”, zona demilitarizzata, e per questo durante il massacro si trovava sotto il controllo della Forza di protezione delle Nazioni Unite (Unprofor) presente con circa 600 caschi blu olandesi. Nonostante ciò, l’11 luglio 1995 l’esercito serbo-bosniaco conquista la città dopo sei giorni di assedio e nelle successive 48 ore compie la strage senza incontrare ostacoli. Quello che viene comunemente definito “massacro” è in realtà un genocidio secondo quanto stabilito dalla sentenza del 19 aprile 2004 emessa dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Il generale Mladić è stato arrestato il 26 maggio 2010 dopo anni di latitanza.

Srebrenica, oggi
Sebbene la guerra sia finita (cosa non sempre realizzata dalle popolazioni degli stati europei occidentali), nei Balcani vi è una situazione di tensione non ancora sopita. La necessaria presenza militare dell’Unione europea e della Nato in zone di viva tensione come la stessa Bosnia-Erzegovina, il Kosovo e la Macedonia, rivela una condizione di forte incertezza ed un perdurante potenziale di rischio nei rapporti fra le diverse etnie. 

Foto scattata nel 2006


A Srebrenica, in particolare, la situazione è tutt’altro che risolta. Dopo il genocidio la piccola enclave musulmana è stata dimenticata da tutti. Srebrenica si trova ancora politicamente confinata agli estremi orientali della Republika Srpska (la Bosnia Erzegovina è stata trasformata in una repubblica federale composta, oltreché dalla Repubblica Serba, dalla Federazione di Bosnia Erzegovina), a pochi chilometri dal confine con la Serbia. Geograficamente, essa è ubicata in una zona montuosa ed impervia che non le permette di essere meta di commercio e turismo, una volta molto sostenuto grazie alla presenza di stabilimenti termali. L’attività della grande fabbrica metallurgica presente in città non è mai stata ripristinata e la disoccupazione supera di gran lunga il 50 per cento impedendo alle famiglie rientrate dopo la fine della guerra di garantirsi un reddito. Per questo e per molti altri motivi, il giudizio comune nei riguardi dell’enclave, percepibile dalle testimonianze degli occidentali che vi sono stati, è che si tratta di una “città fantasma”.

La condizione di Srebrenica e della Bosnia Erzegovina in generale, configura un paese mai realmente ripresosi dalla guerra civile degli anni Novanta e continuamente sottoposto a pressioni esterne ed interne che ne impediscono il ritorno ad una vita di convivenza civile che accetti la memoria di un passato multiconfessionale e multietnico, non certo privo di conflitti ma sicuramente unico all’interno del panorama culturale europeo.

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