lunedì 9 dicembre 2013

Come il cambiamento climatico può portare alla fine del capitalismo (con una rivoluzione)

L'arcipelago di Kiribati


La Terra è fottuta? O siamo ancora in tempo per far partire una rivoluzione che ponga fine al capitalismo senza controllo e blocchi le estreme conseguenze del riscaldamento globale? La prospettiva sul potere rivoluzionario del cambiamento climatico ce la fornisce la giornalista canadese Naomi Klein nell’articolo How science is telling us all to revolt pubblicato su New Statesman il 29 ottobre (tradotto da Internazionale n. 1028 con il titolo Un clima rivoluzionario).

Contro il sistema capitalista
Klein è diventata famosa in tutto il mondo grazie a No logo, il libro manifesto del movimento no-global nato nel 1999 a Seattle, negli Stati Uniti, durante lo svolgimento della conferenza dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Già famosa per le sue contestazioni al capitalismo senza regole, giudicato insostenibile, Klein sembra stia oggi cercando di inseguire il suo obiettivo da una nuova angolazione: quella del cambiamento climatico. Nuova ma non opposta visto che i problemi dello sfruttamento intensivo delle risorse naturali e quello delle disparità sociali erano già presenti nel suo primo libro.

Ora che la comunità scientifica è unanime nel definire il riscaldamento globale un fenomeno causato dalle attività dell’uomo come l’utilizzo illimitato dei combustibili fossili e la deforestazione, sembra essere tornato il momento – come quindici anni fa – di aggregare il malcontento sociale per rivolgerlo verso le istituzioni affinché adottino le correzioni necessarie per fermare la catastrofe climatica.



Is Earth fucked? (La Terra è fottuta?) è il titolo di una conferenza più volte citata da Klein nel suo articolo che si è tenuta nel dicembre del 2012 a San Francisco, negli Stati Uniti. Protagonista della conferenza è stato il geofisico Brad Werner che ha spiegato attraverso modelli computerizzati come le speranze di salvezza siano poche. Secondo Klein, quello che sta facendo Werner va oltre la semplice divulgazione scientifica. Gli studi hanno portato alla conclusione che, per evitare la catastrofe, non è più sufficiente protestare per un singolo progetto, ma bisogna mettere in atto una vera e propria rivoluzione perché “disfarsi di questo sistema spietato per sostituirlo con uno nuovo (e magari, lavorandoci molto, anche migliore) non è più questione di orientamento ideologico, ma è piuttosto una necessità per la sopravvivenza della specie umana”.

Le proteste sono anticorpi
Le manifestazioni per bloccare le trivellazioni nel mare Artico in Russia, impedire le attività di fratturazione idraulica (fracking) nel Regno Unito o denunciare le imprese che lavorano le sabbie bituminose nelle terre vergini popolate dalle tribù indigene sono diventate gli “anticorpi” in grado di curare la “febbre alta” del Pianeta come dichiarato da Bill McKibben, fondatore di 350.org. Moti necessari per farci guadagnare il tempo necessario a modificare le nostre abitudini.

Tempo che sembra mancare, ad esempio, ai paesi che rischiano di essere sommersi dall’innalzamento del livello dei mari (pari a 19 centimetri dal 1901 al 2010, dati Ipcc) causato dallo scioglimento dei ghiacci al Polo Nord o in Groenlandia. A sua volta causato dall’aumento della temperatura media globale.

Il futuro sommerso di Kiribati
Uno di questi paesi è Kiribati, un arcipelago dell’Oceania composto da 33 isole per una superficie di circa 800mila chilometri quadrati e abitato da 103mila persone. La possibilità che questo paese sparisca dalle mappe entro la fine del secolo (quando l’aumento sarà compreso tra i 26 e gli 82 centimetri sempre secondo l’Ipcc) è stata ampiamente descritta dal giornalista americano Jeffrey Goldberg nel reportage Drowning Kiribati pubblicato su Bloomberg Businessweek del 25 novembre 2013 (il reportage è stato ripreso in italiano anche dal Post con il titolo La scomparsa di Kiribati).

Il presidente dell’arcipelago Anote Tong, 61 anni, in carica dal 10 luglio 2003, è già attivo per garantire una nuova casa agli abitanti che lo vorranno quando Kiribati non ci sarà più. Per questo sta stringendo accordi con i governi di Nuova Zelanda e delle isole Fiji per dare la possibilità ai suoi cittadini di migrare con dignità, ad esempio promuovendo la formazione dei giovani all’estero o addirittura acquistando porzioni di territorio. Da poco il governo di Tong ha comprato più di 2.400 ettari di terreno alle Fiji per 9,6 milioni di dollari (quasi 7 milioni di euro). Un tentativo concreto di dar forma allo status di rifugiato climatico, ancora non previsto formalmente dalla comunità internazionale.

A tutto ciò va aggiunto il fatto che, come spesso accade, non bisogna dare per scontato che la gente sia disposta a migrare, ad accettare la condizione di rifugiato, e chi migra, molto spesso lo fa forzandosi e andando contro la propria volontà. L’articolo di Goldberg si chiude con queste parole di Tong: “La gente capisce che potrebbe doversene andare per sempre e questo è difficile da accettare. Abbiamo il desiderio di sopravvivere come un popolo. Una volta ho vissuto in Nuova Zelanda. Credevo di essere in paradiso. Potevo avere tutti quei gelati diversi. Ma alla nostra gente piace qui. Perderemo la nostra patria se l’oceano non smetterà di salire. È molto semplice. Vogliamo restare a casa. Qui è dove vivono gli spiriti. È da qui che veniamo”.



Il potere rivoluzionario del cambiamento climatico
A differenza del 1999, oggi il tentativo di Klein – che sta lavorando a un libro e a un documentario sul potere rivoluzionario del cambiamento climatico – potrebbe concludersi positivamente. L’esempio di Kiribati ci fa capire che mettere fine al capitalismo e allo sfruttamento senza limiti delle risorse naturali non è più una questione ideologica, né tantomeno politica. È una questione di sopravvivenza perché le conseguenze del riscaldamento globale mettono già in pericolo milioni di persone insieme a migliaia di specie animali e vegetali che popolano la Terra e che presto potrebbero estinguersi perché vedono rapidamente sparire il loro habitat naturale. Milioni di persone che presto potrebbero mettere da parte le diversità linguistiche, culturali, religiose per unirsi e chiedere ai governi e alle istituzioni internazionali di pensare a una forma di sviluppo nuova, più democratica sia dal punto di vista sociale che da quello delle emissioni di gas ad effetto serra il cui accumulo nell’atmosfera sta cambiando la vita sulla Terra. Una rivoluzione.

4 commenti:

dario ha detto...

Bell'articolo, Tommy.
Il problema credo che sia che una vera rivoluzione non si puo' fare, perche' il capitalismo e', evidentemente, sostenuto da coloro che detengono il capitale. E con il capitale, ovviamente, detengono anche il potere. E non lo molleranno mai, perche' il loro non e' un fine "alto" come la sopravvivenza del mondo o dell'umanita', ma piu' "modesto" come la loro propria ricchezza. Sperare nella redenzione dei signori del Potere mi pare pura utopia. Il sistema che ci meritiamo e' quello che pretende edonisticamente di far coincidere il bene del mondo con la ricerca dell'opportunita' individuale.
Alla fine degli anni novanta ingenuamente credevo che il problema fosse di convincere tutti che le due cose non coincidono affatto, e per questo mi identificavo nei movimenti no-global. Nel frattempo credo che ormai non ci sia piu' bisogno di convincere nessuno, perche' mi pare una verita' accettata. Nonostante cio' l'individuo continua a voler fare il proprio interesse a discapito di quello dell'umanita'. E questa non e' una prerogativa solo di chi ha potere, ma di tutti, perche' se solo pochi hanno il potere, tanti hanno l'illusione di avere pari opportunita' di farlo. Basta vedere come il problema ecologico sia svanito dai media nel momento in cui e' iniziata la crisi economica. Apparentemente si riesce parlare di ecologia solo quando si ha la pancia piena. Ma si ha la pancia piena solo quando si consuma in modo insostenibile.

Io non ho figli, ma mi chiedo come possa, chi ne ha, pensare che la scomparsa di Kiribati dal mappamondo non sara' un problema loro o dei loro figli. Anche coloro che non sono kiribatiani.

:-) un aneddoto da nerd geografico: Kiribati sta a est della artificiosa linea spezzata del cambiamento di data. Nel 1999 stava a ovest. Ha deciso di cambiare proprio il 1 gennaio del 2000, cosicche' ha festeggiato il capodanno del terzo millennio due volte

Tommaso Perrone ha detto...

il tuo ragionamento parte dalla prima frase che però credo abbia un sé un problema di fondo. la rivoluzione non la devono fare coloro che detengono il capitale ma chi non lo ha. da chi ne viene schiacciato. in ogni caso aspettiamo il nuovo libro di naomi klein per capire se è arrivato il momento di un nuovo movimento basato, questa volta, sul cambiamento climatico.

grazie per l'aneddoto!

dario ha detto...

Mah, Tommy, ho smesso di credere nelle rivoluzioni.
Le rivoluzioni tipicamente le fanno coloro che stanno male, chiaramente, perche' non e' interesse di coloro che stanno bene cambiare lo status quo. Se lo cambiassero, rischierebbero di stare peggio, sarebbe un po' come sputare nel loro piatto di pregiata porcellana dorata.

Il problema e' pero' capire che cosa significhi stare bene o male nel contesto dell'argomento del tuo post. I cambiamenti climatici (ad opera dell'uomo), e il conseguente deterioramento dell'ambiente favorevole all'umanita' sono problemi solo dei poveri, oppure anche di quelli che detengono e controllano il potere economico?
Direi che per i prossimi cinquant'anni possiamo prevedere che l'umanita' continui a sopravvivere piu' o meno come ha sopravvissuto negli scorsi cinquanta. Quindi io, che non ho figli e prevedo di non averne, non dovrei avere alcuna preoccupazione per i disastri ambientali perpetrati dall'uomo. Viceversa un multimiliardario con figli, quale futuro puo' vedere per loro? Uomini e donne ricchi in un mondo che muore? Quindi, tra me e questo ipotetico multimiliardario, chi e' quello che ha piu' interesse in questi temi?

In ogni caso, anche se riduciamo il problema dell'ecologia ad un problema di lotta di classe, dubito che la rivoluzione dei poveri possa sovvertire il sistema. Credo che al massimo possa sovvertire la societa', lasciando pero' il sistema pressoche' immutato. In altre parole un povero che vince la rivoluzione diventa ricco, facendo diventare povero il ricco al posto suo, ma ci sara' sempre una societa' divisa tra poveri che non contano un cazzo e ricchi che detengono il potere. Quei ricchi che detengono il potere oggi e quelli che lo deterranno in futuro prossimo continueranno a fare i propri interessi materiali fregandosene del proprio futuro piu' lontano, perche' il problema ecologico e' (o dovrebbe essere) una questione culturale, e non economica.

Naturalmente penso che anche questo problema sia risolvibile con il sovvertimento dei ruoli: dovrebbe essere la Politica a controllare l'Economia, e non viceversa. E la politica dovrebbe fare gli interessi dell'umanita'. Ma questa mi pare, ad oggi, pura utopia.

Anonimo ha detto...

Il problema principale è un altro. Anche se da ora tutti facessero di tutto e di più, governi e privati, insieme, siamo comunque in ritardo per frenare l'innalzamento del mare a livelli preoccupanti? o è ancora possibile salvarci? Max