lunedì 19 ottobre 2015

La Terra ha 2015 motivi per pensare positivo

Il 2015 è un anno fondamentale nel lungo percorso verso lo sviluppo sostenibile sulla Terra. Un anno pieno di appuntamenti internazionali che hanno il merito di tracciare le linee guida e di fissare obiettivi concreti per porre fine ad alcune tra le sfide più difficili che l’umanità ha di fronte. Fame e povertà, disuguaglianze e ingiustizia, cambiamenti climatici. Temi racchiusi all’interno degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, ovvero l’agenda che guarda al 2030 lanciata a settembre dalle Nazioni Unite (Onu) per dar seguito agli 8 Obiettivi di sviluppo del Millennio adottati nel 2000 e in scadenza quest’anno.

2015: odissea sostenibile 
I nuovi target, 17, coprono tutte le aree più importanti della sfera sia ambientale che sociale. Oltre a porre fine a fame e povertà, ci sono temi quali la parità di genere, l’educazione di qualità, l’accesso all’acqua e all’energia per tutti, la pace, la tutela della vita terrestre e marina. C’è anche una richiesta di azione rivolta ai leader mondiali a lottare contro il riscaldamento globale perché “nulla minaccia di più il nostro futuro e quello delle nuove generazioni dei cambiamenti climatici”, ha dichiarato ad agosto il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Una richiesta urgente in vista del prossimo importante appuntamento con la conferenza sul clima (Cop 21) che si tiene a Parigi, in Francia, dal 30 novembre all’11 dicembre 2015. Un vertice che dovrà adottare un accordo globale con obiettivi precisi sulla riduzione dei gas ad effetto serra in atmosfera.



Cosa sono i cambiamenti climatici 
Il riscaldamento globale è stato teorizzato alla fine del Diciannovesimo secolo quando il premio Nobel per la Chimica (1903) Svante Arrhenius, svedese, dimostrò che i gas come l’anidride carbonica e il metano regolano il clima sulla Terra. L’effetto serra, di per sé, non è un fenomeno negativo, è un “miracolo” naturale che permette la vita sul nostro Pianeta perché fa sì che la temperatura media si aggiri intorno ai 14-15°C. Altrimenti non supererebbe i -18°C. I problemi cominciano quando la concentrazione in atmosfera dei gas serra diventa eccessiva. Agricoltura da allevamento e deforestazione, utilizzo dei combustibili fossili quali petrolio e carbone usati per produrre elettricità, per il riscaldamento e per muovere la maggior parte dei mezzi di trasporto in circolazione (aerei, navi, auto) sono i settori principali che fanno aumentare la concentrazione dei gas serra, e quindi la temperatura. La vita sulla Terra come noi la conosciamo è basata su un equilibrio ben preciso. Un equilibrio sottile e delicato. Un aumento della temperatura in apparenza minimo, come può essere mezzo grado, può causare sconvolgimenti negli ecosistemi. Il riscaldamento globale porta a conseguenze come lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello dei mari che rischia di sommergere arcipelaghi e chilometri di coste, l’acidificazione degli oceani che mette a rischio ecosistemi preziosissimi come la Grande barriera corallina in Australia, le ondate di calore e la desertificazione che affliggono, tra gli altri, i Paesi che si affacciano sul mar Mediterraneo o le regioni a nord e a sud del deserto del Sahara, l’aumento della frequenza e dell’intensità di eventi meteorologici estremi come uragani, tempeste, alluvioni, ma anche siccità.

L’Africa e le responsabilità comuni ma differenziate 
Per mitigare il riscaldamento globale e avere il tempo di adattarsi ai cambiamenti climatici, dunque, c’è bisogno di azione. Ma non tutti i Paesi hanno contribuito allo stesso modo al problema. I Paesi che storicamente si sono comportati “peggio” sono quelli industrializzati, come gli Stati Uniti, la Russia e l’Unione europea. Nel 1990 questo gruppo di Stati era responsabile del 67 per cento delle emissioni totali e per questo erano l’unico che avrebbe dovuto adottare impegni di riduzione vincolanti secondo il Protocollo di Kyoto, aperto alle firme nel 1997. Nel corso dei decenni, però, questa sproporzione si è “livellata” e oggi Paesi quali Cina, India, Brasile e Sudafrica, seppur considerati ancora in via di sviluppo, sono arrivati a emettere circa la metà della CO2 totale in seguito alla crescita economica. Nel 2025 saranno responsabili addirittura del 58 per cento delle emissioni, contro il 42 per cento dei Paesi industrializzati. Una situazione capovolta che obbliga tutti a impegnarsi, ognuno secondo le proprie responsabilità – per questo definite comuni ma differenziate – ad assumere impegni di riduzione o contenimento della CO2. Rimangono fuori da questa lista, per evidenti motivi, i Paesi africani che continuano a gravare in modo marginale sull’atmosfera, ma sono anche quelli che subiscono gli effetti peggiori. La desertificazione, il degrado del suolo, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse e del territorio, la povertà e i conflitti incidono in modo negativo amplificando le conseguenze più gravi e costringendo milioni di persone a spostarsi dando vita al fenomeno dei migranti ambientali e dei rifugiati climatici. O meglio di quelli che prima o poi andrebbero riconosciuti come tali. Oggi, infatti, le convenzioni internazionali non prevedono alcuna protezione per coloro che sono costretti a fuggire per calamità naturali nonostante ogni anno muoiano 150mila persone a causa dei cambiamenti climatici.

Cosa succederà a Parigi 
Per tutti questi motivi, la Cop 21 è vista come l’ultima spiaggia, come l’appuntamento dal quale deve necessariamente uscire un accordo pieno che dia a tutti un obiettivo da raggiungere in base al grado di responsabilità e alle disponibilità tecnologiche ed economiche. Se questa scadenza venisse “bucata” sarebbe pressoché impossibile mantenere l’aumento della temperatura entro i 2°C – il limite fissato dagli scienziati per fare in modo che gli effetti siano visibili, ma non disastrosi – e l’intero sistema negoziale, come concepito finora, entrerebbe in una crisi senza precedenti e, molto probabilmente, senza via d’uscita.


Questo articolo è stato scritto e pubblicato sul giornale di Amani di dicembre 2015

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