martedì 3 novembre 2015

Come ti senti adesso che l'Expo è finita?

Ho iniziato a vivere Milano nel 2004. Il sindaco era Gabriele Albertini e l’esposizione universale del 2015 non era stata ancora assegnata. Milano a quel tempo era una città piuttosto grigia, la nebbia era consuetudine, l’odore pesante e i mezzi di trasporto a dir poco obsoleti rispetto al resto d’Europa. Quattro anni dopo, il 31 marzo del 2008, una votazione tutt’altro che tranquilla ha assegnato al capoluogo lombardo l’Expo del 2015. La città turca di Smirne viene battuta 86 voti a 65. Un giorno qualunque che ha segnato il futuro di Milano. E, senza saperlo, anche il mio che in quel momento ero alle prese con semestri, esami universitari e manifestazioni.



Oggi, primo novembre 2015, sono stati in molti a chiedermi, tra amici e colleghi, come mi sentissi ora che Expo Milano 2015 ha chiuso i battenti dopo oltre un anno tra la redazione di Molino Dorino e il Media Centre. All’inizio non sapevo cosa rispondere, poi piano piano ho cominciato a elaborare frettolosamente qualcosa che, senza rendermi conto, mi portavo dentro. Ho iniziato a sostenere che ero felice che Expo fosse finita, ma subito aggiungevo che è stata un’esperienza che, nel bene e nel male, mi porterò dentro per sempre. Ho vissuto emozioni intense senza accorgermi, tutte concentrate nello spazio di un semestre, questa volta tutt’altro che accademico. La vita privata si è confusa con quella professionale. Le interviste con i dubbi. Gli articoli con le foto di Instagram. La faccia di Giuseppe Sala con quella di mio padre. La passione si è mischiata con il lavoro. La paura ha lasciato il posto all’entusiasmo. La stanchezza all’adrenalina.

Una foto pubblicata da Expo 2015 Milano (@expo2015milano) in data:

L’Expo di Milano è stata un po’ come i Mondiali del 2006 quando un’Italia acciaccata, alle prese con scandali e tensioni, senza punte di diamante o punti di riferimento ha dovuto raccogliere tutte le forze e fare squadra per affrontare e raggiungere un obiettivo ben preciso. Come nel 2006, una squadra di professionisti poco noti, su cui nessuno avrebbe scommesso un centesimo, è riuscita a stregare il mondo, a trasformare un evento come tanti altri in una “storia di successo”. Una storia che, al di là del tema dedicato a cibo e nutrizione, ha fatto rialzare un paese in ginocchio, un popolo che non credeva più in se stesso. Ha dato speranza a milioni di cittadini che sono abituati all’abitudine, che non credono nel cambiamento e non fanno un passo in avanti se non sono sicuri che anche chi gli sta intorno farà lo stesso, andando incontro allo stesso rischio. Non è un caso se uno dei modi di dire più in voga tra gli italiani sia “chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quel che perde ma non sa quello che trova”. Che a sto punto meglio rimanere fermi.



L’Expo di Milano ha scardinato questa abitudine e l’ha gettata in avanti di centinaia di passi che altrimenti ci sarebbe voluto anni per farli. Questo entusiasmo e questa voglia di progresso non hanno solo fatto in modo che l’esposizione si svolgesse in modo perfetto (qui saranno molti a storcere il naso: “Sì, ma le code?”), ma ha anche permesso a Milano e ai milanesi di smettere di guardare al proprio orticello e a investire nella comunità per rendere la propria città più bella, dinamica, ospitale. Tanto che persino il New York Times ha messo in guardia i turisti rimasti delusi dalla Milano da bere di qualche anno fa, invitandoli a fare un altro tentativo: “If it’s been a few years since you last visited Milan, you’re in for a pleasant shock”. Cantieri a parte, prosegue il Nyt, “a more organic wave of rejuvenation has swept through the city”.

Una foto pubblicata da Giuseppe Sala (@beppesala) in data:

Parole perfette che solo un osservatore esterno poteva cogliere con tanta precisione. Per ora, poco importa se la Carta di Milano diventerà il documento da cui partire per raggiungere l’obiettivo Fame zero entro il 2030, poco importa se la fame e la malnutrizione verranno sconfitte nel giro di una generazione. Quello che importa, ora, è che l’Italia dell’Expo ha vinto, come gli Azzurri sono riusciti ad alzare la coppa del mondo nel 2006. E gli italiani hanno dato prova che si può essere ottimisti senza essere ridicoli, si può credere in qualcosa senza rimanere delusi, si può faticare per poi stramazzare al suolo dalla soddisfazione. Oggi con Giuliano Pisapia a Palazzo Marino, anche la nebbia ha il suo fascino perché non si confonde più con l’inquinamento. L’odore della città non si mischia più con la puzza di smog e la metropolitana automatica arriva fino a San Siro. Ma per evitare di volare troppo alto, meglio chiudere con qualcosa che ci fa ricordare pur sempre di essere nella città che non è in grado di gioire troppo a lungo, né di autocelebrarsi. Così se il presidente americano Barack Obama avrebbe detto “Yes, we can”, il milanese imbruttito, seppur “preso bene”, gode perché finalmente può mettere la spunta su questi sei mesi al grido di: “E anche sto Expo ce lo siamo tolto dai coglioni”. Ora sotto a chi tocca.

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